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Un bivio disumano per l’Italia
di Widad Tamimi,  Il Manifesto, 11 ottobre 2025.   Lettera. Gentile ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, questa non è solo una lettera. È un grido. Perché ciò che sta accadendo nelle ultime settimane ai giovani genitori palestinesi ammessi in Italia con borse di studio non è un malinteso burocratico: è un ricatto disumano. Gaza city, in una tenda allestita nel cortile dell’ospedale Shifa, venerdì 4 luglio 2025. AP/Jehad Alshrafi Gentile ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, questa non è solo una lettera. È un grido. Perché ciò che sta accadendo nelle ultime settimane ai giovani genitori palestinesi ammessi in Italia con borse di studio non è un malinteso burocratico: è un ricatto disumano. A queste persone, già fuggite dalla guerra, viene chiesto di scegliere tra la possibilità di studiare e il diritto di tenere accanto i propri figli. Una voce al telefono, dal Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme, li mette di fronte a un bivio che nessun essere umano dovrebbe conoscere: «È pronta la prossima evacuazione. Lei sarà su questa lista. Ma suo figlio non può venire con lei». «Come sarebbe?» chiede la giovane madre, incredula. «Mi dica cosa ha deciso: parte senza suo figlio o rinuncia?». Tre volte la stessa domanda, fredda, urgente: «Senza suo figlio o rinuncia?». E poi il silenzio. Aisha trema, risponde: «Senza mio figlio non posso». E dall’altra parte – click – si chiude la comunicazione. Questo, Ministro, non è un atto amministrativo. È un atto di disumanità. Un sistema che pretende di spingere un genitore a lasciare il proprio bambino dietro un confine – promettendo un «ricongiungimento successivo» che la legge italiana, la Costituzione e le convenzioni internazionali non prevedono per chi entra con visto per studio. È un ricatto travestito da opportunità. Lei stesso, lo scorso anno, mostrò al paese un volto di umanità che ci rese orgogliosi. Quando le chiesi di evacuare otto bambini amputati a Gaza, lei rispose davanti alle telecamere: «Ci sono minori? Se ci sono minori, li porteremo fuori». E lo fece. Due settimane dopo, quei bambini erano in Italia. Fu un gesto che ricordò a tutti che l’Italia non è un paese indifferente. Che, al di là delle bandiere e dei governi, sa scegliere la compassione come forma più alta di giustizia. Oggi, Ministro, la prego: non permetta che quello stesso paese chieda a un padre o a una madre di lasciare un figlio sotto le bombe per venire a studiare. Non permetta che il nome dell’Italia venga associato a un simile ricatto morale. La legge italiana parla chiaro. Il Testo Unico sull’Immigrazione (artt. 29 e 30), la Direttiva UE 2016/801, la CEDU (art. 8) e la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo (artt. 9 e 10) riconoscono che i familiari degli studenti con visto per studio devono poter entrare «al seguito». Non «dopo», non «forse». Insieme. Perché il diritto allo studio non può passare attraverso la negazione del diritto alla genitorialità. E c’è di più: i nuclei familiari non sono solo un valore privato da tutelare, ma un bene sociale per lo stesso paese che accoglie. Famiglie integre significano equilibrio, forza, radicamento. Significano bambini che crescono in sicurezza, genitori che possono studiare, lavorare, contribuire. Separarli non solo vìola i diritti umani: è un errore politico e sociale, che genera solitudine, fragilità e costi umani enormi – da una parte e dall’altra del confine. Ministro, non sono parole astratte. Dietro ogni telefonata c’è una vita in sospeso. Oggi parto per il Cairo per portare via cinque bambini. Il loro ricongiungimento con la madre – il padre è stato ucciso – è stato finalmente autorizzato. Ma solo dopo che la loro sorellina di nove anni è morta di rabbia, per il morso di un cane. I fratellini l’hanno vista morire dietro un vetro, soli, senza i genitori. L’hanno sepolta da soli. E la madre, in Europa con un’altra figlia paraplegica per un missile, oggi non riesce più a reggersi in piedi dal dolore. Ha perso dodici familiari in un anno. E ancora deve giustificarsi per aver voluto i suoi bambini con sé. Mi domando: che vantaggio ha un paese che salva i corpi ma abbandona i legami? Che senso ha aprire le università ma chiudere le porte ai figli di chi vi entra? Le chiediamo, con la stessa fiducia che ci mosse quando evacuammo i piccoli feriti, di intervenire subito: consenta che gli studenti palestinesi con borse di studio possano partire insieme ai loro figli. Siamo pronti, come allora, a fornirle una lista completa e tutta la documentazione necessaria per dimostrare i requisiti di alloggio e reddito. A brevissimo ci sarà una nuova evacuazione. Speriamo di vedere in quella lista i valori in cui crediamo: il diritto delle donne a studiare, il diritto delle famiglie a restare unite, il diritto alla vita. Con rispetto, con dolore e con speranza. Widad Tamimi scrive romanzi, storie brevi, collabora con testate italiane e straniere, ha studiato diritto internazionale alla SOAS di Londra e si occupa di rifugiati da molti anni. È nata apolide, da un padre palestinese e una madre di origini ebraiche https://ilmanifesto.it/un-bivio-disumano-per-litalia