Una pace senza libertà: il linguaggio coloniale del piano Trump
L’annuncio della prima fase dell’accordo sul piano di pace proposto da Trump ha
acceso la speranza che la stretta mortale sulla popolazione palestinese possa
finalmente avvicinarsi alla conclusione. E certamente bisogna cogliere ogni
opportunità, salutare con sollievo ogni spiraglio che possa porre fine al
genocidio.
Ma una pace duratura non dovrebbe e non può essere costruita sull’abbandono dei
diritti fondamentali del popolo palestinese.
Il piano infatti si limita a dichiarare che l’autodeterminazione e la sua
sovranità finale saranno una mera “aspirazione”, attraverso un percorso che non
potrebbe essere più vago, condizionato o incerto.
Ogni volta che il potere parla di pace, dovremmo fermarci a chiedere: pace per
chi, e a quale prezzo? Il Piano di pace Trump 2025 promette “ricostruzione” e
“stabilità”, ma il suo linguaggio tradisce un intento opposto: non è la pace
dell’ascolto, ma la pace dell’ordine imposto.
Nel documento compaiono parole come deradicalizzazione, prosperità economica,
sicurezza, nuova leadership civile, Board of Peace. Ognuna di queste espressioni
— apparentemente neutra — disegna un mondo dove la pace è amministrata
dall’alto, da chi detiene già il potere, e dove ai palestinesi spetta solo la
parte del soggetto da “rieducare”.
Dietro la parola deradicalizzazione si nasconde la retorica coloniale di sempre:
trasformare la resistenza in malattia, la ribellione in deviazione da
correggere. È la stessa logica con cui, nei secoli, il patriarcato ha preteso di
“normalizzare” le donne, definendo follia ciò che in realtà era ricerca di
libertà.
La promessa di prosperità è un’altra forma di dominio. Il piano parla di
investimenti e infrastrutture, ma non restituisce sovranità. Sostituisce la
libertà con la crescita, la dignità con la gestione economica. È la pace
dell’“aiuto” che compra la resa, della ricostruzione che non passa mai per la
restituzione del potere di decidere. Una pace paternalista, che offre risorse in
cambio di obbedienza.
Nel linguaggio della sicurezza si rivela poi la radice patriarcale del piano: la
sicurezza non è pensata per la popolazione civile palestinese, ma per Israele e
per gli interessi occidentali. È la sicurezza di chi controlla, non di chi vive.
Si disarma chi è già disarmato, si sorveglia chi è già sotto assedio. È una
logica maschile e militarizzata, che confonde protezione con controllo e
trasforma la paura in strumento politico. La pace, invece, non nasce dalla paura
dell’altro, ma dal riconoscimento reciproco della vulnerabilità.
Il Board of Peace, organismo internazionale chiamato a “guidare” la
ricostruzione, incarna perfettamente la struttura patriarcale del potere: pochi
decisori esterni che amministrano la vita di chi ha già subito la distruzione. È
la stessa scena che si ripete da secoli: la pace decisa da chi non ha sofferto
la guerra.
Bisogna pensare un’altra grammatica della pace. Non ricostruzione, ma
riconoscimento. Non normalizzazione, ma relazione. Non governance, ma
autodeterminazione.
Invece di parlare di deradicalizzazione, occorrerebbe parlare di
decolonizzazione: restituire al popolo palestinese la parola, la capacità di
immaginare e ricreare la propria vita.
Non è quindi il momento di distogliere lo sguardo, ma occorre continuare quel
movimento globale contro la guerra e la distruzione di Gaza che in queste
settimane ha saputo nominare l’orrore e rispondere con la forza di chi si oppone
senza cedere alla violenza, come ha dimostrato l’esperienza della Flottilla, un
esempio di come sia possibile agire politicamente senza riprodurre la logica
bellica.
La pace, per chi la pensa da una prospettiva femminista, non è un accordo ma un
processo vivente: nasce dal basso, dal lavoro lento delle comunità, dal gesto
quotidiano di chi continua a creare vita anche tra le rovine. È quella pace che
non si concede, ma si costruisce insieme; che non silenzia, ma ascolta. Quella
pace che — come ricorda Leymah Gbowee — non significa assenza di conflitto, ma
presenza di voce.
Oggi quella voce attraversa il mondo, nei presìdi, nelle piazze, nelle
università, nelle strade. È una voce che dice basta alla guerra e al
colonialismo e che chiede una pace giusta, non l’ordine dei forti.
Redazione Italia