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Le grandi potenze esibiscono il loro potere patriarcale
> Recentemente Donald Trump ha fatto visita a Xi Jinping. Alle donne non è stato > permesso partecipare ai negoziati tra le grandi potenze. La foto di un vertice al quale hanno partecipato solo uomini ha suscitato malumore negli Stati Uniti. Le voci critiche femminili vi hanno visto un segnale per capire chi ha voce in capitolo nella politica delle grandi potenze, e chi no. «LA FINE DELLA SOCIETÀ MERITOCRATICA» Gita Gopinath, docente di economia all’Università di Harvard, ha scritto su X: «Un simbolo della fine della società meritocratica: un incontro tra le due piú grandi economie mondiali e nessuna donna al tavolo». In entrambi i paesi ci sono donne altamente qualificate, ma rimangono escluse. A quanto pare, ciò che conta non sono le qualifiche, ma le relazioni, ha detto Gopinath al «Guardian»: «È incredibile che alla fine ci sia un tavolo occupato solo da uomini, nonostante ci siano nel mondo così tante donne qualificate». «LE OPINIONI DELLE DONNE NON CONTANO NULLA» Halima Kazem, storica presso la Stanford University, ha parlato di un’involuzione. «In passato, ai vertici tra Stati Uniti e Cina dell’era Obama c’erano donne al tavolo delle trattative. Oggi nessuna delle grandi potenze ritiene che le donne debbano far parte delle delegazioni che negoziano la politica globale. Non si tratta solo di un fallimento americano. La Cina e gli Stati Uniti trasmettono così il segnale che le voci delle donne non contano nulla nella definizione dell’ordine mondiale.» MESSA IN SCENA DELL’AUTORITÀ MASCHILE Non c’è carenza di donne qualificate, afferma Kazem. «Si tratta di una decisione consapevole sul tipo di autorità che si vuole mettere in scena: maschile, militarizzata ed esclusiva.» Il fatto che entrambe le grandi potenze si presentino senza donne influenza anche l’idea di cosa sia la diplomazia «seria» – e chi ne sia escluso. INCONTRI PRECEDENTI CON DONNE Tra le donne di alto rango che hanno partecipato agli incontri bilaterali sotto la presidenza di Barack Obama figuravano l’allora vice primo ministro cinese Liu Yandong, la consigliera per la sicurezza nazionale statunitense Susan Rice e la segretaria di Stato americana Hillary Clinton. All’ incontro piú recente, nella delegazione statunitense erano presenti tra gli imprenditori solo un paio di donne, tra cui la nuora di Trump, Lara Trump, la direttrice di Citigroup Jane Fraser e la presidente di Meta Dina Powell McCormick. NEGOZIATI DI PACE SENZA DONNE Anche dai negoziati di pace ormai le donne sono in gran parte assenti. Eppure è scientificamente provato da tempo che gli accordi di pace durano più a lungo quando alle trattative hanno partecipato delle donne. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE INFOsperber
June 2, 2026
Pressenza
Una pace senza libertà: il linguaggio coloniale del piano Trump
L’annuncio della prima fase dell’accordo sul piano di pace proposto da Trump ha acceso la speranza che la stretta mortale sulla popolazione palestinese possa finalmente avvicinarsi alla conclusione. E certamente bisogna cogliere ogni opportunità, salutare con sollievo ogni spiraglio che possa porre fine al genocidio. Ma una pace duratura non dovrebbe e non può essere costruita sull’abbandono dei diritti fondamentali del popolo palestinese. Il piano infatti si limita a dichiarare che l’autodeterminazione e la sua sovranità finale saranno una mera “aspirazione”, attraverso un percorso che non potrebbe essere più vago, condizionato o incerto.  Ogni volta che il potere parla di pace, dovremmo fermarci a chiedere: pace per chi, e a quale prezzo? Il Piano di pace Trump 2025 promette “ricostruzione” e “stabilità”, ma il suo linguaggio tradisce un intento opposto: non è la pace dell’ascolto, ma la pace dell’ordine imposto. Nel documento compaiono parole come deradicalizzazione, prosperità economica, sicurezza, nuova leadership civile, Board of Peace. Ognuna di queste espressioni — apparentemente neutra — disegna un mondo dove la pace è amministrata dall’alto, da chi detiene già il potere, e dove ai palestinesi spetta solo la parte del soggetto da “rieducare”. Dietro la parola deradicalizzazione si nasconde la retorica coloniale di sempre: trasformare la resistenza in malattia, la ribellione in deviazione da correggere. È la stessa logica con cui, nei secoli, il patriarcato ha preteso di “normalizzare” le donne, definendo follia ciò che in realtà era ricerca di libertà. La promessa di prosperità è un’altra forma di dominio. Il piano parla di investimenti e infrastrutture, ma non restituisce sovranità. Sostituisce la libertà con la crescita, la dignità con la gestione economica. È la pace dell’“aiuto” che compra la resa, della ricostruzione che non passa mai per la restituzione del potere di decidere. Una pace paternalista, che offre risorse in cambio di obbedienza. Nel linguaggio della sicurezza si rivela poi la radice patriarcale del piano: la sicurezza non è pensata per la popolazione civile palestinese, ma per Israele e per gli interessi occidentali. È la sicurezza di chi controlla, non di chi vive. Si disarma chi è già disarmato, si sorveglia chi è già sotto assedio. È una logica maschile e militarizzata, che confonde protezione con controllo e trasforma la paura in strumento politico. La pace, invece, non nasce dalla paura dell’altro, ma dal riconoscimento reciproco della vulnerabilità.  Il Board of Peace, organismo internazionale chiamato a “guidare” la ricostruzione, incarna perfettamente la struttura patriarcale del potere: pochi decisori esterni che amministrano la vita di chi ha già subito la distruzione. È la stessa scena che si ripete da secoli: la pace decisa da chi non ha sofferto la guerra. Bisogna pensare un’altra grammatica della pace. Non ricostruzione, ma riconoscimento. Non normalizzazione, ma relazione. Non governance, ma autodeterminazione. Invece di parlare di deradicalizzazione, occorrerebbe parlare di decolonizzazione: restituire al popolo palestinese la parola, la capacità di immaginare e ricreare la propria vita. Non è quindi il momento di distogliere lo sguardo, ma occorre continuare quel movimento globale contro la guerra e la distruzione di Gaza che in queste settimane ha saputo nominare l’orrore e rispondere con la forza di chi si oppone senza cedere alla violenza, come ha dimostrato l’esperienza della Flottilla, un esempio di come sia possibile agire politicamente senza riprodurre la logica bellica. La pace, per chi la pensa da una prospettiva femminista, non è un accordo ma un processo vivente: nasce dal basso, dal lavoro lento delle comunità, dal gesto quotidiano di chi continua a creare vita anche tra le rovine. È quella pace che non si concede, ma si costruisce insieme; che non silenzia, ma ascolta. Quella pace che — come ricorda Leymah Gbowee — non significa assenza di conflitto, ma presenza di voce. Oggi quella voce attraversa il mondo, nei presìdi, nelle piazze, nelle università, nelle strade. È una voce che dice basta alla guerra e al colonialismo e che chiede una pace giusta, non l’ordine dei forti.     Redazione Italia
October 9, 2025
Pressenza