È nato un movimento di massa, facciamolo respirare e curiamolo
Ci sono momenti nella storia di ogni Paese in cui pensieri ed emozioni
attraversano le persone in maniera carsica, finché non si produce un fatto che
li fa emergere improvvisamente, rendendo pubbliche e politiche l’indignazione e
la riflessione, la rabbia e la speranza e producendo un immediato riconoscimento
collettivo.
Questo avviene attraverso momenti preparatori, come le manifestazioni nazionali
contro il Dl Sicurezza che hanno attraversato lo scorso inverno e la grande
manifestazione nazionale del 21 giugno scorso contro guerra, riarmo, genocidio e
autoritarismo, che ha visto oltre centomila persone in piazza, ma si concretizza
attraverso una frattura che, mettendo in campo i corpi delle persone, apre una
faglia dentro la narrazione dominante e rende esplicita la necessità di agire in
prima persona, tutte e tutti insieme, per cambiare la storia.
È stato questo il pregio della missione della Global Sumud Flotilla, che ha
sostanzialmente espresso e praticato un concetto molto chiaro: se i governi non
agiscono, dobbiamo farlo noi in prima persona, perché è l’unica possibilità di
restare umani e di intravedere un futuro diverso.
Proponendo un immediato rimbalzo nell’equipaggio di terra, che ha subito
dichiarato un concetto speculare: se le grandi organizzazioni politiche e
sociali non agiscono, saremo noi con i nostri corpi a bloccare tutto, ovunque ci
troviamo e con ogni mezzo necessario.
È nato così un movimento di massa, che ha caratteristiche inedite rispetto ad
altri movimenti della storia passata, a partire dal fatto che non ha riferimenti
politici e pochissimi agganci sindacali tradizionali. È un movimento variegato e
di “popolo” che ha permesso un salto quantico nella consapevolezza individuale e
collettiva: se solo fino a qualche mese fa, le persone camminavano guardandosi
le scarpe perché consapevoli dell’insopportabilità del mondo presente ma
sentendosi sole e impotenti, oggi le persone camminano a testa alta perché
finalmente possono guardare l’orizzonte.
Ed è un movimento che ha messo in campo una nuova generazione politica di
giovani, facendo finalmente strame di anni di lamentele pregiudiziali da parte
dell’attivismo più maturo, incapace di immaginare gli accadimenti secondo un
canone differente dal già conosciuto.
Certo, c’è voluto un genocidio, ancora drammaticamente in corso, per produrre
questo straordinario risveglio, e questo segna l’insufficienza che tutte e tutti
dobbiamo ancora colmare, ma un dato è certo: la narrazione dominante è stata
sconfitta, tanto sul merito della situazione in Palestina (è genocidio e
soltanto gli ultimi “soldati giapponesi” nella giungla del governo e dei media
mainstream si ostinano a non prenderne atto), tanto sul contenuto delle scelte
strategiche sulla società (i soldi ci sono, tanto è vero che volete investirli
tutti nelle armi invece di pensare a scuola, sanità, diritti e conversione
ecologica).
D’altronde, se così non fosse, come spiegare l’atteggiamento del governo
Meloni-Tajani-Salvini, che, terrorizzato dall’idea della caduta del castello di
carte costruito sulla triade crescita-riarmo-disciplinamento sociale, ha deciso
di scontrarsi direttamente con il movimento di massa, definendolo come ozioso,
irresponsabile e delinquenziale?
Quanto durerà e che strade prenderà questo movimento non lo può sapere nessuno.
Il primo passo perché viva è quello di lasciarlo respirare, dentro i territori e
dentro l’immaginario collettivo, con una consapevolezza: ogni tentativo di
leggerlo con i canoni usuali è destinato a fallire e ogni tentativo di imporli
artificialmente può provocarne il fallimento, sia esso messo in atto da forze
politiche, sindacali o anche di movimento.
Il secondo passo è quello di averne cura, mettendosi al suo servizio: questo può
essere fatto contribuendo a costruire i nessi e le pratiche che legano i diversi
temi e costruendo luoghi dove le molteplici differenze che compongono la varietà
della mobilitazione sociale in corso possano parlarsi, immaginando ciascuna come
parte di un caleidoscopio collettivo e non di uno specchio autoreferenziale.
Diversi appuntamenti scandiranno questo autunno, alcuni già definiti, altri
determinati da quello che nel frattempo accadrà. Che ciascuna e ciascuno faccia
la sua parte per produrre dentro ogni momento una convergenza più ampia di
quella in atto sino al giorno precedente, sapendo che solo domandando si può
camminare. E sapendo che non c’è alcun destino di guerra, devastazione
ambientale e diseguaglianza sociale predeterminato. Possiamo cambiarlo
scegliendo la vita. Tutte e tutti insieme la vita.
Articolo pubblicato su il manifesto del 9 ottobre 2025
Attac Italia