Nicola Labanca / Un classico della storiografia
Oltremare di Nicola Labanca è ormai un classico della storiografia
sull’espansione coloniale italiana e questa nuova edizione da poco licenziata da
il Mulino, ripresenta il testo in forma aggiornata e accresciuta. Un testo
davvero completo che espone il problema dell’imperialismo coloniale italiano
inquadrandolo, come variante non come eccezione, nel contesto più esteso e
generale di quello europeo. Un imperialismo minore e tardivo, il nostro, la cui
disamina approfondita per molti versi conferma quella definizione spietata ma
inconfutabile che ne dette Lenin nel suo L’imperialismo fase suprema del
capitalismo: un imperialismo straccione se mai ve ne fu uno. L’Italia liberale
aveva raccattato le briciole dell’Africa, in Eritrea e in Somalia, come un
“accidente della politica britannica”: solo una carta giocata dagli inglesi
sullo scenario internazionale allo scopo di ostacolare i rivali francesi. Quando
poi non si era più accontentata della “colonia primigenea” per millantare un
prestigio e un’immagine di potenza che era lungi dall’avere realmente, l’Italia
della Sinistra storica, aveva solo dimostrato la sua debolezza, a Dogali prima e
ad Adua poi, stroncando la carriera a Crispi – “Viva Menelik!” avrebbero gridato
i socialisti. Ugualmente inutile ma ancora più remota e desolata la concessione
cinese di Tien Tsin, una brulla striscia di terra di pochi kilometri ottenuta in
premio per la partecipazione alla repressione della cosiddetta rivolta dei
Boxer. Tutte operazioni in perdita che costavano più di quello che rendevano –
logica opposta a quella colonialista e imperialista – ma che semplicemente
compensavano il complesso di inferiorità dell’Italietta nei confronti delle
grandi potenze. Intanto il flusso dell’emigrazione proseguiva inarrestabile,
verso le Americhe, verso i paesi ricchi dell’Europa e persino verso le loro
colonie africane (ma non le nostre, troppo povere…) e nel 1911 “la grande
proletaria” si mosse e, non potendo più avere la Tunisia che la Francia gli
aveva soffiato nel 1881, si accontentò della Libia (o meglio di tre entità ben
distinte, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) spacciata per una terra fertile,
attraversata da commerci carovanieri ricchi, fola fomentata dall’Associazione
nazionalista italiana di Enrico Corradini, Alfredo Rocco e Luigi Federzoni e dal
loro giornale “L’idea nazionale”, e caldamente accolta dal governo Giolitti.
L’attacco all’Impero Ottomano non fu affatto indolore e la conquista
nient’affatto semplice: arrivammo a controllare giusto le coste – un controllo
divenuto puramente formale già durante la Prima Guerra mondiale, quando avevamo
ben altri problemi – ad occupare il Dodecaneso e ad assicurarci il discutibile
primato di essere stati la prima nazione ad impiegare l’aviazione per scopi
bellici.
Dopo la “vittoria mutilata” fu il fascismo a ereditare il dominio coloniale
imponendo l’italianizzazione anche attraverso un maggiore incremento
dell’economia: con l’appoggio della Chiesa cattolica, in vista dei Patti
lateranensi, si potenziò anche l’intervento missionario e Mussolini si
destreggiò fra il non deludere il Papa nell’applicazione del Concordato
all’Oltremare voluta da De Bono, magari convertendo forzatamente i copti al
cattolicesimo, e il lusingare i mussulmani innalzando (nel 1937) la “Spada
dell’Islam” (fabbricata, pare, in Toscana) come (farlocco) paladino delle genti
arabe contro la pax britannica. Al fascismo però si devono le imprese sanguinose
della “riconquista” della Libia e della Somalia – ad opera dei “pacificatori”,
De Vecchi in Somalia e Badoglio e Graziani in Libia – e l’aggressione
all’Etiopia con una guerra vinta in sette mesi usando terroristicamente i gas,
in spregio alla Convenzione di Ginevra del 1925, anche contro le retrovie, e
bombardando località e presidi coperti dalla bandiera della Croce Rossa.
Tutt’altro che “italiani brava gente”, quindi: campi di concentramento per
civili in Cirenaica, deportazioni e lavoro coatto in Somalia, impiego
sistematico di agenti chimici, stragi di civili inermi in AOI dopo l’attentato a
Graziani a Addis Abeba, distruzione e appropriazione di beni non giustificate da
necessità militari, non rispetto del diritto a un processo regolare e
imparziale, ecc. Un dominio coloniale al risparmio su tutto, se non nella
funambolica retorica dell’Impero, ma ben prodigo di atrocità: non ultima, e
nient’affatto da sottovalutare, l’istituzionalizzazione del razzismo e
dell’apartheid. Un razzismo istituzionale perché codificato in una legislazione,
triste primato italiano, con una “separazione netta e assoluta” fra neri e
bianchi, per preservare la purezza della “razza italica” senza alcuna
“indulgenza verso la promiscuità” e il meticciato. Come giustamente puntualizza
Labanca, ha scarso significato che funzionari militari e civili, assai
all’italiana, non rispettassero molte di quelle norme “a partire da quelle che
vietavano forme di concubinato, madamato e contatti con ‘nere’ (anche
prostitute)”: perché questo attiene al comportamento sociale e non al carattere
istituzionale delle norme (che ebbero una profonda ricaduta anche sulla
successiva legislazione razziale antisemita). Un razzismo politico, cioè l’uso
di un divide et impera di tipo etnico fra le diverse popolazioni sottomesse per
mantenerle in stato di soggezione utilizzando le divisioni interetniche per
fomentare una etnia per reprimere l’altra. Infine, un razzismo diffuso nelle
credenze, nei pregiudizi e nei comportamenti praticati dai bianchi della società
coloniale: un esempio per tutti, l’impedimento di ogni istruzione superiore a
quella elementare per le popolazioni autoctone. Una discriminazione, dunque, di
gravità pari a quelle in atto in Sudafrica o in Rhodesia, ma del tutto
sproporzionata in raffronto, rispetto alla piccolezza e alla povertà delle
nostre colonie.
Una delle parti più interessanti del libro riguarda il dopo: la Repubblica senza
più colonie, la decolonizzazione mai avvenuta e la comoda rimozione del passato
coloniale. Intanto dopo il 1945 l’Italia repubblicana e antifascista nata dalla
Resistenza, non si fece affatto – come si potrebbe erroneamente pensare –
paladina di una decolonizzazione che non aveva subito – avendo perso le colonie
a causa di una sconfitta militare da parte di altri popoli europei e non per un
naturale processo d’indipendenza delle genti indigene – ma tentò disperatamente,
sinistre comprese, di recuperare i territori perduti, suscitando la diffidenza
sia delle potenze vincitrici che delle popolazioni africane. Come al solito le
fu concesso un simbolico contentino, tanto per tenerla buona: l’amministrazione
fiduciaria tra il 1950 e il 1960 per accompagnare verso l’indipendenza la
Somalia, la più povera delle sue ex colonie. In realtà però l’Italia non ha
lasciato quasi nessuna eredità al proprio ex Oltremare: non la lingua ormai
laggiù assai poco diffusa, non i confini più volte sconvolti da guerre
sanguinose (fra Eritrea ed Etiopia, fra Somalia ed Etiopia, fra Libia e Ciad…) e
l’Oltremare non ha lasciato – apparentemente – alcun ricordo agli italiani. Un
passato cancellato e rimosso, sprofondato nell’inconscio della nazione, da cui
riemerge in forma di diffuso pregiudizio razziale, di sospetto verso l’Altro,
giustificato dalle migrazioni internazionali degli ultimi decenni ma in fondo
eredità diretta del periodo coloniale. Non ne usciremo, ci ricorda il necessario
libro di Labanca, finchè la decolonizzazione non avverrà davvero, nelle nostre
menti, finché non faremo definitivamente i conti con quell’”italiano brava
gente” che non ricorda, che non ha niente da espiare sulla coscienza, che non ha
fatto niente di male – come il protagonista dell’unico, bellissimo romanzo che
affronti direttamente il problema: Tempo di uccidere di Ennio Flaiano (1947) –
perché tanto “Il prossimo è troppo occupato coi propri delitti per accorgersi
dei nostri”.
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