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Le povertà nascoste
In questi ultimi anni si è sempre più consolidata una diffusa condizione di insicurezza economica e della vita di relazione, di insufficienza di reddito, condivisa da un numero molto ampio di famiglie e persone “quasi povere”. Si tratta di famiglie e persone che hanno una spesa per consumi mensile appena superiore alla linea standard di povertà relativa (1.218,07 euro mensili per una famiglia di due componenti). Non sono di classe media e non sono considerate povere nelle statistiche ufficiali. In larga misura sono integrate nella vita sociale e lavorativa e possono avvalersi, prevalentemente, di una rete parentale e amicale di supporto emotivo ed economico che trattiene loro in una condizione sociale intermedia ed evita una condizione di deprivazione materiale più profonda. Insomma, non esiste una povertà: esistono piuttosto molteplici forme di vulnerabilità, situate in contesti diversi, che si sviluppano lungo traiettorie personali, familiari e territoriali. E’ quanto emerge (tra le tante altre cose) dall’interessante Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” dell’Alleanza contro la povertà in Italia, a cura di Chiara Agostini, Cecilia Ficcadenti, Rosangela Lodigiani, Franca Maino, Leonardo Piromalli, Antonio Russo, Remo Siza, Paola Villa, Gianfranco Zucca. Nel loro insieme, i capitoli del Rapporto propongono tre messaggi comuni: 1. La povertà è un processo, non uno stato. Si costruisce nel tempo e può coinvolgere, in forme diverse, ampie fasce della popolazione esposte a fragilità lavorative, abitative e relazionali. 2. Le misure statistiche e le politiche pubbliche selezionano ciò che è visibile. Ogni indicatore e ogni requisito istituzionale rende governabili alcuni aspetti della povertà, ma ne lascia in ombra altri: la dimensione biografica, il ruolo delle reti, l’importanza dei diritti effettivamente esigibili. 3. La narrazione della povertà è un elemento costitutivo del fenomeno stesso. Il modo in cui media, politica e istituzioni costruiscono la legittimità del bisogno influenza chi è riconosciuto come povero e chi, invece, rimane privo di voce pubblica. E’ alla povertà nascosta che il Rapporto dedica uno dei capitoli più interessanti dal titolo: “Le povertà che le famiglie possono nascondere“. L’Istat (2025a) rileva che nel 2024 le famiglie quasi povere erano l’8,2% delle famiglie italiane, famiglie che hanno una spesa per consumi superiore dal 10 al 20% alla linea di povertà relativa (erano 8,1%, nel 2023). Sono famiglie e persone costantemente in bilico fra povertà e condizioni di reddito un po’ più favorevoli, persone che vivono appena al di sopra della soglia di povertà e per le quali un susseguirsi di eventi negativi (una spesa imprevista, una riduzione del salario), o di eventi positivi, quali la nascita di un figlio, può determinare condizioni di vita economicamente non più sostenibili. In larga misura evidenziano gli esiti di una integrazione costantemente precaria, parziale, instabile, non soddisfacente che riguarda la vita pubblica e la vita privata, che riguarda il lavoro e le relazioni primarie. Ai quasi poveri si affianca un’altra parte di famiglie a basso reddito. Sono il 6% delle famiglie italiane che vivono appena al di sotto della soglia di povertà, sono appena povere in quanto hanno un livello di consumi inferiore del 10% o del 20% della linea standard di povertà. Nel loro insieme, famiglie quasi povere e famiglie appena povere costituiscono il 14,2% delle famiglie italiane. > “Sono famiglie e persone, si sottolinea nel Rapporto, con le quali interagiamo > quotidiana mente (anziani, giovani coppie, lavoratori scarsamente retribuiti, > precari o persone che lavorano poche ore alla settimana, famiglie con figli > minori o con giovani adulti privi di reddito) che hanno instabili posizioni > sociali spesso nel nostro stesso ambito di lavoro, che condividono le > aspettative, le consuetudini e i sistemi di valori, i progetti di vita dei > gruppi sociali con redditi più elevati. Queste forme di povertà entrano nella > normalità della vita quotidiana, seppure per le famiglie e le persone che si > trovano in questa condizione partecipare alla vita sociale comunemente > condivisa sia sempre più difficile. Non sono più considerate un’emergenza e > sono osservate con naturalità come parte delle differenze e delle > disuguaglianze inevitabili di una società. Queste forme di povertà si > consolidano nella prossimità delle nostre relazioni, negli stessi luoghi di > consumo: nei centri commerciali, nelle vie cittadine della vita notturna c’è > posto per tutti. Una condizione di deprivazione economica diventa parte > integrante della normalità delle nostre relazioni sociali, delle nostre reti > di amicizia e di vicinato. La normalità che emerge per molti aspetti comprende > scelte e stili di vita che pochi anni fa la maggioranza delle persone > marginalizzava”. Il contrasto alla povertà, come si sottolinea nel Rapporto, non riguarda solo chi ne è direttamente colpito: riguarda l’intera società. Una comunità che tollera livelli elevati di esclusione accetta implicitamente un modello di convivenza in cui alcuni vivono con diritti pieni e altri con diritti dimezzati. Questo indebolisce la coesione sociale, alimenta la sfiducia nelle istituzioni, riduce il potenziale umano ed economico del Paese, compromettendo il futuro di tutti. Contrastare la povertà significa fare determinate scelte politiche, investendo risorse, costruendo infrastrutture sociali, rafforzando i servizi, riconoscendo che la vulnerabilità non è un fallimento individuale, ma un rischio collettivo che deve essere condiviso. > “Oggi il Paese, si legge nel Rapporto, ha bisogno di una strategia nazionale > contro la povertà che sia stabile, verificabile, fondata sulle evidenze. Una > strategia non dipendente dai cicli politici, ma costruita su un consenso ampio > tra le forze sociali. Una strategia che riconosca che il benessere non si > produce soltanto distribuendo risorse, ma costruendo capacità, rafforzando i > territori, garantendo diritti”. Qui il Rapporto dell’Alleanza contro la povertà in Italia: https://alleanzacontrolapoverta.it/wp-content/uploads/2026/02/LItalia-delle-poverta_Report.pdf. Giovanni Caprio
February 9, 2026
Pressenza
Le povertà non sono più un fattore marginale. Anche a Milano
La povertà in Italia è ormai un’emergenza sociale strutturale. Il documento della Alleanza contro la povertà in Italia presentato di recente a Roma evidenzia come nel nostro Paese quasi una persona su tre viva in condizioni di povertà, e i livelli di povertà assoluta abbiano toccato i valori più alti di sempre: nel 2023 erano coinvolti 2,2 milioni di famiglie (8,4%) e 5,7 milioni di individui (9,7%), tra cui oltre 1,3 milioni di minori (13,8%). Il documento evidenzia le principali cause dell’impoverimento — inflazione, precarietà lavorativa, bassi salari, caro-affitti, debolezza dei servizi sociali territoriali — e denuncia la progressiva riduzione della platea dei beneficiari con il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione, passato da 1,3 milioni di nuclei a 695 mila, lasciando senza sostegno molte persone in povertà assoluta. Rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia si conferma in forte ritardo, con misure più restrittive e categoriali, e un investimento in calo. Il documento dell’Alleanza giudica i correttivi introdotti dalla Legge di Bilancio 2025 “insufficienti” e chiede: l’adozione di misure straordinarie, una misura di contrasto universalistica e un tavolo tecnico-politico permanente, in grado di  misurare e monitorare con costanza l’andamento della povertà in Italia e l’impatto delle misure di contrasto. Sono le tre principali proposte che Alleanza contro la Povertà rivolge a governo e Parlamento, a partire dal documento “La povertà in Italia: dati, riflessioni, analisi e prospettive”: https://alleanzacontrolapoverta.it/wp-content/uploads/2025/09/ACP-Documento-analisi-poverta-settembre-2025.pdf.  E la povertà appare ormai strutturale anche nella parte più ricca del Paese, come evidenzia l’ultimo rapporto prodotto dall’Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse dal titolo: “La povertà nella diocesi ambrosiana – Dati 2024“, che costituisce una radiografia sempre più rappresentativa dei fenomeni di povertà che corrodono la società milanese e lombarda. E che almeno in parte sfuggono alla statistica ufficiale, o quantomeno alla conoscenza pubblica. Una radiografia che ci dice che nella parte più ricca del Paese c’è in atto una duplice tendenza: da un lato, alcune situazioni di bisogno continuano a non trovare risposte adeguate nei territori e con il tempo rischiano di diventare croniche, come dimostra il fatto che due terzi delle persone incontrate siano assistiti che si rivolgono ai centri e servizi Caritas da anni; d’altro canto, tra le persone ascoltate e aiutate compaiono anche un terzo (percentuale piuttosto significativa) di volti nuovi, soggetti rivoltisi alla Caritas per la prima volta nel 2024, portando con sé anche nuovi bisogni. Tra coloro che si sono rivolti ai centri Caritas nel 2024, hanno continuato a prevalere le donne (58,2%), ma la componente maschile è apparsa in leggera crescita (41,8% contro il 40,4% del 2023). Interessanti, e in parte sorprendenti, i dati relativi alle fasce d’età: gli ultra65enni rivoltisi ai servizi Caritas sono stati il 12,2% del totale, dato quadruplicato negli ultimi 10 anni (erano il 3,7% nel 2015). Significativa, e ancor più complessa, appare la situazione relativa ai giovani: gli under 35 rivoltisi ai centri d’ascolto e ai servizi Caritas sono stati oltre il 19%, quasi 1 su 5, del totale dei beneficiari, dato in lento ma costante aumento negli ultimi anni. Quanto agli immigrati rivoltisi ai centri di Caritas Ambrosiana nel 2024, essi sono stati 12.388, ovvero il 65,5% del totale delle persone aiutate. Una presenza che è aumentata di quasi 5 punti percentuali negli ultimi due anni (erano il 60,9% nel 2022), dovuta a una molteplicità di fattori, tra cui la perdurante inefficacia del quadro normativo, che spinge o lascia nell’incertezza e nella precarietà esistenziali, oltre che in una condizione di irregolarità amministrativa, molti individui. Tra le conferme del Rapporto 2024, vi è il fenomeno dei working poor, persone con un lavoro che si rivolgono ai centri Caritas perché in difficoltà economica: se nel 2016 quasi i due terzi del campione Caritas erano rappresentati da persone disoccupate e solo il 14,5% da lavoratori poveri, nel 2024 quasi 1 persona su 4 tra quelle incontrate e ascoltate (24,6%) è in possesso di un’occupazione. Che, nei fatti, non garantisce reddito sufficiente e condizioni di vita dignitose. “I dati dei centri Caritas, si legge nelle conclusioni del Rapporto della Caritas Ambrosiana, evidenziano una ciclicità legata alle diverse crisi, economiche e sanitarie, che si sono succedute negli anni. In questo contesto, gli interventi messi in atto dai volontari e dagli operatori a favore di migliaia di nuclei familiari hanno necessariamente avuto un carattere emergenziale, e quindi hanno certamente aiutato gli assistiti ad affrontare molte difficoltà, ma, ovviamente, non hanno potuto risolvere problemi strutturali, né questo è il loro compito; il lavoro povero, il diritto alla casa e l’accoglienza delle persone immigrate richiedono interventi mirati da parte delle istituzioni, che devono creare le condizioni affinché ad ogni persona, senza alcuna discriminazione, sia garantita la possibilità di esercitare tali diritti fondamentali”. Qui il Report “La Povertà nella Diocesi Ambrosiana – Dati 2024” della Caritas Ambrosiana: https://www.caritasambrosiana.it/Public/userfiles/files/Rapporto%20osservatorio%20dati%202024.pdf.    Giovanni Caprio
October 5, 2025
Pressenza