L’inganno della finta pace in Palestina
Il mondo della geopolitica è in fervida attesa di possibili sviluppi positivi
dopo che Hamas ha accettato, a grandi linee, la proposta in venti punti di Trump
per portare la pace nella striscia di Gaza, mettendo in oggettiva grande
difficoltà il governo di Israele.
Personalmente devo però confessare di non essere per nulla ottimista, non tanto
sulla possibile tregua, quanto piuttosto sulle prospettive di lungo termine.
Possiamo anche fingere di mettere una pietra sopra alla furia genocidaria di
Israele che ha massacrato decine di migliaia di palestinesi (qualcuno dice anche
centinaia di migliaia), compresi un numero enorme di bambini, e in modo
deliberato centinaia di giornalisti e operatori sanitari.
Possiamo anche credere, o illuderci di credere, che il governo di transizione
proposto da Trump e definito “neutrale”, ma nel quale gli USA e Israele
avrebbero comunque un ruolo centrale, possa col tempo lasciare spazio
all’autogoverno di Gaza sotto il controllo dell’autorità palestinese, sebbene al
momento la cosa appaia molto improbabile.
Ma alla fine dei giochi c’è un nodo di cui nessuno parla, che ha un nome preciso
e che si chiama Cisgiordania.
Si tratta di una terra martoriata, da sempre sotto il dominio di Israele, ma
nella quale esiste anche la farsa di una presunta autodeterminazione, legata al
governo dell’autorità palestinese, e che inevitabilmente diverrebbe il modello
di riferimento anche per la striscia di Gaza, a meno di ribaltamenti radicali
che non sono all’orizzonte, e tanto meno nelle corde di chi propone le attuali
ipotesi di pace. Vediamo la cosa nel dettaglio.
A partire dagli accordi di Oslo, la Cisgiordania è divisa in zone A, B e C. Le
zone C sono sotto il controllo diretto di Israele e comprendono gli
insediamenti, gran parte delle zone agricole e il controllo di fondamentali
risorse naturali. Le zone B sono in teoria amministrate in modo congiunto ma
sono di fatto controllate da Israele. Solo le zone A sono sotto il governo
dell’Autorità palestinese.
Tra le zone A, tuttavia, non vi è continuità territoriale per cui ogni singola
area costituisce spesso una enclave isolata. Una sorta di prigione a cielo
aperto, circondata dall’esercito israeliano e da coloni aggressivi, e dalla
quale non si può né entrare né uscire, se non attraversando i checkpoint
controllati da Israele.
All’interno delle singole aree tutte le risorse fondamentali, come per esempio
l’acqua e l’elettricità, sono sotto il diretto controllo delle autorità
israeliane che spesso le erogano in maniera volutamente insufficiente per
determinare situazioni di disagio e di precarietà nella popolazione.
Per spostarsi all’interno della regione esistono grandi strade di collegamento
che però sono riservate ai soli cittadini israeliani (compresi i coloni). I
palestinesi si spostano per altre vie, secondarie e tortuose, e disseminate di
posti di blocco. In alcuni casi, per accedere in particolari luoghi servono
permessi speciali.
Nelle aree A le nuove costruzioni sono quasi sempre non autorizzate, anche
quando riguardano servizi essenziali come scuole o ospedali. Le autorità
palestinesi inoltre non dispongono di un proprio catasto, col risultato che
quando i coloni distruggono o si appropriano delle case dei palestinesi, questi
non possono fare valere i loro diritti di proprietà. La stessa cosa vale per i
terreni agricoli o di altro genere.
Inutile dire che anche le telecomunicazioni e lo spazio aereo sono sotto il
rigido controllo delle autorità israeliane.
Una clamorosa disparità nello status giuridico dei cittadini consiste poi nel
fatto che i coloni sono giudicati secondo il diritto civile israeliano, mentre i
palestinesi sono soggetti al diritto militare anche per reati minori o
amministrativi, col risultato che si è diffusa la pratica degli arresti senza
prove e della carcerazione senza processo, anche nei confronti dei bambini.
Potremmo continuare questa lunga lista di misfatti, ma credo che tanto basti.
Ricordiamo soltanto, come conclusione quasi inevitabile di quanto detto, che il
parlamento israeliano ha votato recentemente una mozione che auspica
l’annessione della Cisgiordania definita come “parte inseparabile della terra di
Israele, patria storica, culturale e spirituale del popolo ebraico”.
La Palestina, insomma, non è solo Gaza e nessuna soluzione ambigua e parziale è
possibile. L’unica speranza è che, nell’evolversi della situazione, Israele
mostri sempre più il suo volto mostruoso, alimentando lo sdegno del mondo intero
fino a costringere le cancellerie occidentali a togliere, seppure controvoglia e
a furor di popolo, il loro sostegno alla belva sionista.
Noi intanto prepariamoci alle chiacchiere dei nostri politici (anche di
sinistra) che strombazzeranno sulla possibile (e solo apparente) fine del
conflitto, senza volere, o sapere, distinguere tra “pace giusta” e “pace dei
vincitori”.
Antonio Minaldi