Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene
Discutevo stamattina (24 febbraio, ndr) con don Corrado Lorefice, di quanto
possa dare fastidio al potere e a quell’ asservimento all’odio a cui esso si
affida per tentare di garantire legittimità alle sue gesta, una preghiera, come
quella che abbiamo recitato in mare domenica per ricordare i dimenticati della
strage, i “fatti morire” durante i giorni del ciclone.
BOT pagati dagli uffici del marketing elettorale, e persone singole che
appartengono a varie conventicole, le “haters chains” digitali che si attivano
solo per insultare, spargere odio razziale, menzogne sulle persone, sono come
impazziti di rabbia per una preghiera innalzata per i nostri morti. “Nostri”, e
già questo li manda fuori di testa.
L’algoritmo aiuta questa dinamica, la amplifica, perché è così che chi detiene
il controllo del “mezzo di produzione”, dello strumento social, si arricchisce.
Lo scontro, la polemica, il fighting, moltiplica le interazioni, aumenta il
rating con il quale si stabilisce il prezzo di vendita. Lo scontro sui social
media incrementa il business perché è il motore principale dell’engagement
(coinvolgimento), che si traduce direttamente in maggiore visibilità, traffico
e, in ultima analisi, monetizzazione attraverso la pubblicità. Le piattaforme
sono progettate per premiare soprattutto la rabbia, la polarizzazione, lo
scontro, l’assalto, le minacce. La violenza, testo o immagini, è fonte di
valorizzazione nel tecnocapitalismo. Ma d’altronde in un mondo dove il “Board of
Peace” celebra la “colonizzazione a scopo immobiliare”, e dove il più grande
investimento degli Stati sono le armi di distruzione di massa, come potrebbe
essere diverso?
Gli haters possono essere sia macchine, come i bot ( gli agenti Smith di Matrix
) sia persone vere e proprie. Le “macchine” sono prodotte, messe in funzione e
vendute da centri, aziende e organizzazioni che sviluppano “bot” (intesi come
chatbot basati su intelligenza artificiale, algoritmi conversazionali o
automazioni). Si concentrano principalmente negli Stati Uniti, ma con una forte
crescita di realtà specializzate in Italia ed Europa. Gli “umani” delle “catene
dell’odio” invece, dai loro profili spesso imbarazzanti rivelano condizioni
soggettive di particolare arretratezza e disagio: sembrerebbero persone molto
sole, con bassa scolarizzazione, in generale piene di rancore verso un mondo che
probabilmente non gli ha dato molto.
L’organizzazione e la trasformazione delle psicopatie diffuse, delle crisi
fobiche, delle frustrazioni, dell’alienazione, in strumenti di intimidazione
digitale, è un lavoro vero e proprio per i responsabili social di molti
politicanti. Il carattere filogovernativo di questa armata di sfigati nella vita
reale, ma legionari minacciosi in quella virtuale davanti a una tastiera, rivela
che c’è chi li usa in maniera scientifica per tentare di costruire un
immaginario del “sentiment sociale” al quale poi riferirsi per tentare di
rappresentarne le istanze non più individualizzate, ma divenute collettive per
auto-riconoscimento.
Naturalmente la funzione primaria di queste “legioni” che si attivano e
attaccano, è anche quella tipicamente squadristica della minaccia e
dell’intimidazione contro gli avversari e oppositori politici: dalla “character
assassination” – la distruzione della reputazione mediante un processo
intenzionale e duraturo che distrugge la credibilità e la reputazione – alla
minaccia vera e propria.
Alcuni di questi “militanti” delle haters chains filogovernative sono talvolta
querelati per diffamazione aggravata o minacce e pagano con denaro contante le
loro bravate in rete: ho lettere di scuse scritte da chi mi minacciava a
diffamava davvero pietose ( sto pensando di farne un libro) perché poi quando
alla fine devono tirare fuori migliaia di euro – che vanno tutte a finanziare
missioni di soccorso, e questo è davvero il bello – piangono come bambini.
Comunque una Messa, una preghiera, un gesto d’amore verso i nostri fratelli e
sorelle fatti morire in mare, sono divenuti azione politica dirompente contro il
silenzio delle autorità su una strage che non bisognava vedere. Contro il “male”
fatto a sistema. La “necropolitica” che cos’è se non la strutturazione sistemica
di politiche basate sul potere di imporre la morte sul desiderio di vita? La
foto di don Mattia Ferrari che alza l’ostia al cielo per quei morti uccisi dal
sistema e non dal mare e nemmeno dal ciclone, é una immagine potentissima contro
il razzismo, contro la “globalizzazione dell’indifferenza” come diceva papa
Francesco.
La verità, come quella pronunciata nel suo scritto da don Corrado, fa paura a
chi ha bisogno della menzogna per poter comandare. Abbiamo davanti uno
straordinario esempio di che tipo di lotta e fra chi e che cosa, stia alla base
di ogni idea e sogno di un mondo nuovo. Umano e disumano, verità contro
menzogna, amore come arma potente e temuta in un vuoto esistenziale
individualizzato e apocalittico che vogliono farci credere debba essere l’unico
eterno e immutabile presente.
E la “zona rossa” della religione, della fede in qualcosa che propone un
sovvertimento radicale – siamo fratelli tutti – accende tutti gli allarmi degli
agenti Smith di Matrix: “Dio, patria e famiglia”, o “sono madre e cristiana”, o
faccio il comizio con il rosario in mano mentre aizzo la folla contro i
“clandestini”, e’ l’unico cristianesimo consentito. E invece “cristiani
diversi”, “poveri cristiani” come direbbe Ignazio Silone, cristiani che non
blandiscono il potere ma mettono in pratica il Vangelo, e le due cose insieme,
brama di potere e Vangelo, non possono stare, questi cristiani si stanno
organizzando. Stanno “cospirando per il bene”. Insieme a tanti musulmani, o non
credenti. Suore e sacerdoti insieme a laici.
Oggi con don Corrado, sorridendo della nostra comune condizione di “lapidati” da
schiere di odiatori reali e macchinici sui social, concordavamo su ciò che
Madleine Debreil scriveva: “che cos’è il Male? E’ innanzitutto assenza di bene”.
Praticare la cura, il soccorso, la protezione di coloro che sono esclusi,
costruire comunità su queste basi, non sulle comodità di stanchi riti vuoti ma
sulla strada rischiosa, perché non consentita dal potere e dalla cultura
dominante, di quel “fratelli tutti” fatto di pratiche concrete e senza dover
attendere il permesso di nessuno, è un atto rivoluzionario.
Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene.
Redazione Palermo