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La scuola dell’accoglienza e della nonviolenza
Manifesto pedagogico per un’educazione dell’incontro La scuola contemporanea si trova dinanzi a una scelta decisiva: essere luogo di riproduzione delle dinamiche della competizione, dell’esclusione e della violenza simbolica, oppure divenire spazio generativo di pace, dialogo e riconoscimento reciproco. In un tempo storico attraversato da guerre, nazionalismi, paure identitarie e processi di militarizzazione culturale, l’educazione assume una responsabilità etica fondamentale: custodire l’umano. La scuola dell’accoglienza nasce precisamente da questa esigenza. Essa non è semplicemente un’istituzione che integra differenze, ma una comunità pedagogica che riconosce nell’alterità il fondamento stesso della formazione. L’altro non costituisce una minaccia da assimilare né una presenza deficitaria da correggere; egli rappresenta invece una possibilità di ampliamento del mondo, una apertura critica e spirituale verso forme nuove di convivenza e di comprensione reciproca. In tale prospettiva, lo studente proveniente da altrove non può essere interpretato attraverso categorie riduttive fondate sulla mancanza linguistica, sociale o culturale. Ogni essere umano porta con sé una storia, una memoria, una costellazione di simboli, credenze, valori e visioni del mondo che costituiscono una ricchezza pedagogica inestimabile. La differenza culturale non è un limite da colmare, ma un orizzonte ermeneutico che permette alla scuola di diventare realmente universale. La pedagogia dell’accoglienza si oppone pertanto a ogni forma di etichettamento e marginalizzazione. Quando la scuola definisce l’altro soltanto attraverso ciò che non possiede — competenze linguistiche, codici culturali dominanti, appartenenza nazionale — produce inevitabilmente esclusione e subordinazione simbolica. Educare significa invece riconoscere la dignità originaria della persona nella sua irriducibile unicità. Ogni soggetto umano è plurale, poliedrico, complesso; la sua identità si costruisce nell’intreccio di esperienze, culture, relazioni e aspirazioni differenti. La scuola della nonviolenza si fonda allora su una concezione relazionale dell’essere umano. L’identità non nasce contro l’altro, ma attraverso l’altro. Per questa ragione l’educazione autentica non può alimentare logiche di separazione, ostilità o superiorità culturale. La militarizzazione delle coscienze — che si manifesta nella retorica del nemico, nella cultura della competizione assoluta e nell’indifferenza verso la sofferenza altrui — rappresenta una radicale negazione della funzione pedagogica della scuola. Ogni forma di militarismo educativo genera infatti paura, conformismo e alienazione. Quando il sapere viene subordinato alla logica della forza, l’educazione perde la propria vocazione emancipatrice e si trasforma in strumento di disciplinamento ideologico. La scuola cessa di essere luogo di crescita critica e diviene spazio di adattamento passivo. Contro tale deriva, la pedagogia della pace propone una cultura dell’ascolto, della cooperazione e della responsabilità condivisa. La nonviolenza, in ambito educativo, non coincide con la semplice assenza di conflitto. Essa costituisce una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco, di cura della parola, di giustizia relazionale e di apertura dialogica. Educare alla nonviolenza significa formare soggetti capaci di abitare la complessità senza trasformare la differenza in ostilità. Significa apprendere il valore del confronto, della mediazione e della solidarietà come strumenti fondamentali della convivenza democratica. In questa prospettiva, la scuola deve configurarsi come laboratorio permanente di umanizzazione. Le aule scolastiche non possono essere ridotte a luoghi di mera trasmissione tecnica del sapere; esse devono diventare spazi etici nei quali si apprendono la fraternità, la corresponsabilità e il rispetto della dignità umana. La conoscenza autentica non separa dall’altro, ma conduce verso l’altro. La scuola dell’incontro educa pertanto al viaggio simbolico verso l’altrove. Incontrare culture differenti significa decostruire stereotipi, oltrepassare rigidità identitarie e riconoscere che nessuna civiltà possiede il monopolio della verità o dell’umanità. L’educazione interculturale non rappresenta una disciplina aggiuntiva, bensì una forma complessiva di interpretare la relazione educativa e la cittadinanza democratica. In tale orizzonte, l’amore pedagogico assume un significato profondamente politico ed etico. Amare, nell’educazione, non significa esercitare paternalismo o sentimentalismo, ma riconoscere nell’altro una presenza degna di ascolto, di parola e di futuro. La scuola dell’amore si oppone radicalmente alla cultura dell’odio perché sceglie la cura invece della sopraffazione, il dialogo invece della violenza, la cooperazione invece dell’annientamento reciproco. Costruire una scuola della pace significa allora edificare contesti educativi nei quali ciascuno possa sentirsi accolto senza rinunciare alla propria identità. La vera inclusione non richiede uniformità, ma convivenza delle differenze dentro una comune appartenenza umana. La fraternità non annulla le pluralità; le custodisce e le valorizza. La scuola dell’accoglienza e della nonviolenza rappresenta dunque una delle più alte forme di resistenza culturale ed etica del nostro tempo. Essa educa a riconoscere nell’altro non un nemico, ma un volto; non una minaccia, ma una possibilità; non un estraneo da temere, ma un compagno di cammino nella comune ricerca di senso, dignità e umanità. Solo una scuola capace di educare alla pace potrà contribuire realmente alla costruzione di una società più giusta, solidale e democratica. Perché la pace non nasce spontaneamente dalla storia: essa è un’opera educativa, fragile e quotidiana, che richiede coscienze aperte, linguaggi accoglienti e comunità fondate sulla dignità inviolabile di ogni persona. La scuola contro il militarismo che è violenza e alienazione e odio. Al contrario la scuola per fare dialogare l’altro e l’altrove per costruire fermamente contesti e ambiti didattici per creare logiche di pace e dinamiche accoglienti di Nonviolenza. Lo straniero ossia lo studente che viene da altrove non deve essere bollato come deficitario perché è portatore di una diversità culturale implicita che consiste nella sua ricchezza e nel suo portato valoriale e nel contenuto di ideali e di idee e di fedi, tutti elementi differenti tra loro che costituiscono il vero fondamento della persona, nella sua ricca dimensione di cultura e fraternità e idealità e unicità, nella complessità dell’essere differenti gli uni dagli altri e al contempo unici e con una identità poliedrica e multiforme. La scuola dell’incontro contro la militarizzazione e contro la guerra. La scuola dell’amore contro l’odio e la violenza in continui viaggi esplorativi di pace verso l’altro e l’altrove. Laura Tussi
May 17, 2026
Pressenza
Milano: giovane soldato IDF svolge lezione in una scuola ebraica
Quello che è accaduto a Milano qualche giorno fa ha davvero dell’incredibile. Studenti e studentesse di una scuola ebraica davanti a un ragazzo di 22 anni militare dell’IDF combattente nella striscia di Gaza che spiega come funziona quella che è a suo avviso «È una lotta contro il terrorismo» (clicca qui per l’articolo). Si tratta di un’operazione smaccatamente propagandistica, si chiama Hasbarà, come viene sottolineato nell’articolo: «Adi è un ragazzone con un gran sorriso, orgoglioso di difendere il suo paese, consapevole dell’importanza dell’Hasbarà», nella quale la morte di decine di migliaia di persone e decine di migliaia di bambini viene completamente sottaciuta per dare spazio solamente alla narrativa israeliana di propaganda, ma l’Hasbarà non è altro che una grandissima mistificazione della realtà. Quella andata in scena non è che un’operazione che tende a far familiarizzare gli studenti e le studentesse del triennio a Milano, in Italia, con le azioni militari per le quali i tribunali internazionali si sono espressi in termini di crimini di guerra e crimini di genocidio. Il militare che afferma davanti a studenti e studentesse: «Siamo lì perché vogliamo vivere in pace e in sicurezza, non perché vogliamo uccidere come provano a farvi credere tutte le fake news che sentite» cerca di convincerli che tutto il mondo dei media, delle istituzioni internazionali, tra cui l’ONU, delle ONG, tra cui Medici senza Frontiere che lascia Gaza City per la pericolosità della situazione, siano produttori di fake news. E che tutto ciò sia cominciato solo con l’attacco del 7 ottobre 2023. Come tutto ciò si possibile in una scuola, in Italia, ci lascia esterrefatti e contrariati. Le scuole dovrebbero insegnare i valori del dialogo, della nonviolenza, della pace, non idealizzare soldati che commettono atrocità contro i bambini e le bambine, atrocità che hanno addirittura toccato la sensibilità di Guido Crosetto, come egli stesso ha ammesso nelle sue dichiarazioni al Senato. Stiamo denunciando da tempo il processo di israelizzazione della società italiana nell’ambito del più ampio contesto della militarizzazione e apprendiamo con preoccupazione di questo pericoloso episodio propagandistico in una scuola italiana. Abbiamo tutti e tutte presenti le immagini e i video dei soldati israeliani che all’interno delle case palestinesi deridono le morti dei bambini giocando con i loro giocattoli. Abbiamo tutti presenti soldati israeliani travestiti da donne palestinesi in modo da deriderne il dolore. Abbiamo tutti presenti le risate dei soldati israeliani mentre aprono il fuoco sulle macerie di Gaza. Vogliamo che con questa propaganda partano anche ragazzi e ragazze italiane per associarci a questa barbarie sionista perpetrata ai danni di una popolazione stremata da decenni di oppressione? Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle società chiediamo immediatamente che le forze parlamentari sensibili a questo tema procedano con una interrogazione parlamentare per chiedere conto al Governo e al ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara di questa terribile propaganda di guerra nelle scuole italiane, che, sebbene siano private godono di fondi pubblici, quelli sottratti alle nostre scuole pubbliche, pluralistiche, nonviolente e antifasciste. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
September 27, 2025
Pressenza