Il viaggio di Marco Cavallo nella vergogna dei CPRCinquantadue anni dopo essere nato tra i muri del manicomio di San Giovanni a
Trieste, Marco Cavallo è tornato a camminare. Ha attraversato l’Italia da nord a
sud, da Gradisca d’Isonzo fino a Bari, trainato da corde e da centinaia di mani.
Ha attraversato strade e piazze, ha visto muri e sbarre, sostato davanti ai
cancelli dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: luoghi dove lo Stato
rinchiude persone fino a 18 mesi che non hanno commesso alcun reato, e che, come
unica colpa, non sono riuscite a ottenere i documenti giusti.
«Sono vecchio e stanco» – ha confessato Marco Cavallo, nella voce che gli
prestano ogni volta artisti, attivisti e psichiatri del Forum Salute Mentale –
«ma ogni volta che mi chiamano in questi luoghi di dolore non posso che
rimettermi in movimento».
E così ha fatto. Da settembre a ottobre, il grande cavallo azzurro, simbolo
della libertà conquistata con Franco Basaglia e con la legge 180, ha
attraversato l’Italia per denunciare un’altra forma di reclusione che provoca
sofferenza e morte: quella amministrativa, inflitta alle persone migranti.
Il viaggio è cominciato a Trieste il 5 settembre con la conferenza di
presentazione della campagna; il giorno successivo, a Gradisca d’Isonzo con il
primo corteo davanti al CPR che sorge dove un tempo c’era una caserma, oggi
diventato uno dei simboli più cupi della detenzione amministrativa in Italia.
«Strutture che, per molti versi, ricordano gli OPG, ma che forse sono ancor più
crudeli dal punto di vista umano», avevano spiegato i promotori del Forum Salute
Mentale lanciando il progetto a febbraio.
Ad accompagnare Marco Cavallo fin dalla partenza ci sono cento bandiere di
scarti: vessilli cuciti nella Sartoria sociale di Trieste da mani laboriose che
hanno unito ritagli di stoffe recuperati da vecchi guardaroba, fondi di
magazzino, vestiti dimenticati. «Li volevamo buttare via, come tutte le cose che
pensiamo inutili – hanno raccontato le sarte – e invece da quegli scarti è nata
una nuova vita».
Bandiere che così sono diventate un altro simbolo del viaggio stesso: «Se come
scarti trattiamo le persone colpevoli solo di aver cercato una nuova vita, Marco
Cavallo è in cammino per dire che nessuno è scarto», hanno spiegato le
ideatrici. «Che non lo è nessuna delle persone rinchiuse, senza colpa, in quei
centri di violenza istituzionalizzata che sono i CPR».
Da lì, Marco Cavallo ha attraversato Milano, Roma, Palazzo San Gervasio (PZ),
Brindisi e infine Bari, dove il tour si è concluso il 10 ottobre, Giornata
mondiale della salute mentale. Ogni tappa è stata un piccolo rito collettivo: un
corteo, una sosta davanti a un cancello chiuso, bandiere di scarto che
sventolano, momenti di denuncia, testimonianze di chi dentro quei centri c’è
stato, incontro tra realtà cittadine e il forum.
A Milano, il 22 settembre davanti al CPR di via Corelli, il corteo è arrivato
«con una specie di processione laica, colorata, festosa ma battagliera», ha
raccontato la rete Mai più lager – No ai CPR. «Trainato da corde e da persone
comuni, Marco Cavallo è un cavallo di Troia al contrario: non per far entrare,
ma per far uscire la gente».
«I CPR sono i manicomi del presente» ha spiegato Francesca Daidone, psicologa
della Brigata Basaglia di Milano. «Luoghi dove la sofferenza viene gestita con
la violenza, e dove gli psicofarmaci sostituiscono la cura. Ci ricordano che la
psichiatria istituzionale non è morta, ha solo cambiato bersaglio».
Anche Teresa Florio, Mai più lager – No ai CPR, ha denunciato una deriva
inquietante: «Dentro questi centri si fa un uso sistematico di psicofarmaci. Non
per curare, ma per sedare. Per spegnere. È la stessa logica che Basaglia
combatté: quella del controllo e della paura del diverso». Ha aggiunto: «Come si
fa a dire che una persona è idonea a entrare in un luogo di tortura?»
Al corteo erano presenti anche i familiari di Moussa Balde, il giovane guineano
morto nel CPR di Torino nel maggio del 2021, dopo essere stato pestato a
Ventimiglia e poi recluso in isolamento. Sono in Italia per assistere al
processo in corso nel capoluogo piemontese, che dovrà accertare le
responsabilità della direttrice dell’allora gestore Gepsa e di un medico del
centro.
Ph: Helga Bernardini
A Roma, il 27 settembre davanti al Cpr di Ponte Galeria, il corteo è stato
accompagnato dal ritmo del collettivo Samba Precario e dalle voci degli attori
Anna Ferraioli Ravel e Lino Musella, che hanno letto testimonianze di chi è
stato rinchiuso.
«Siamo qui per denunciare l’ingiustizia e la disumanità che si manifestano nei
Cpr» ha detto Carla Ferrari Aggradi, psichiatra e storica figura del movimento
basagliano. «Un tempo abbiamo voluto la chiusura dei manicomi e degli OPG. Oggi
dobbiamo pretendere la chiusura dei CPR».
Poi ha lanciato un appello ai colleghi medici: «Vogliamo invitare chi firma
l’idoneità all’ingresso nei Cpr a liberarsi da questa schiavitù. Come si fa a
dire che una persona è idonea a entrare in un luogo dove verrà maltrattata,
privata dei diritti, annientata per un’infrazione amministrativa?».
Le sue parole si sono intrecciate con quelle di Stop CPR Roma: «Nei Cpr si
attende e basta. Si sopravvive. Ci resti fino a diciotto mesi, senza aver
commesso un reato. È una forma di punizione senza colpa, funzionale a un sistema
economico che ha bisogno di persone sfruttabili».
Ph: Stop CPR Roma
Il viaggio di Marco Cavallo è poi proseguito verso sud. A Palazzo San Gervasio,
in Basilicata, il presidio di lunedì 6 ottobre davanti alla struttura detentiva
ha riunito decine di persone. «Possiamo aggiustare i bagni, mettere le finestre,
ma un posto come questo va chiuso» si leggeva su un volantino. «Perché è contro
ogni logica dei diritti umani e di cittadinanza».
«Ma si può essere rinchiusi perché si ha il permesso di soggiorno scaduto?», ha
esclamato dal microfono un’attivista dell’assemblea lucana. «Marco Cavallo ci
ricorda che i muri vanno abbattuti, soprattutto quando servono a isolare la
diversità e la fragilità».
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A Brindisi, l’8 ottobre davanti al CPR di Restinco, la mobilitazione è stata
accompagnata da interventi e da uno spettacolo teatrale. «I diritti umani non
hanno confini» ha detto Gianluca Nigro del Comitato promotore, «e non ci può
essere salute mentale in un Paese che costruisce prigioni per chi scappa da fame
e guerra».
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Il 10 ottobre, Bari ha accolto Marco Cavallo con un corteo che dal CPR di viale
Europa è arrivato fino al centro della città. Le bandiere sventolavano tra le
vie, simbolo di dignità e creatività anche nelle condizioni più dure.
E’ stata raccontata la storia di un uomo appena liberato dal CPR: «Ci ha
raccontato un mese di CPR: gli psicofarmaci, la solitudine, la lontananza dalla
sua compagna. L’ingiustizia di essere rinchiuso senza aver commesso alcun
reato». Quel racconto è l’eco di tanti altri. Ogni testimonianza raccolta lungo
il viaggio si somma all’altra, componendo un mosaico di dolore e resistenza.
«Marco Cavallo libera tutt*!», è la speranza. Quando nacque nel 1973, nel
manicomio di Trieste, Marco Cavallo era un simbolo di speranza per “dare voce a
chi non ce l’ha”. Oggi, continua a rappresentare la stessa idea: che la libertà
e la salute mentale non sono questioni individuali, ma collettive.
«Come negli anni Settanta si abbattevano i cancelli dei manicomi» ha scritto il
Forum Salute Mentale in un post, «oggi dobbiamo guardare oltre le reti dei CPR e
vedere ciò che ci viene impedito di vedere: vite e sogni interrotti di persone
la cui unica colpa è non avere un documento».
Ph: Andrea Gadaleta Caldarola
Questo primo viaggio di Marco Cavallo è stato anche un film, un laboratorio, un
incontro tra realtà sociali, sindacati, associazioni, artisti e cittadini. È
parte della campagna “#180benecomune. L’arte di restare umani”, che ricorda come
la legge Basaglia non sia solo una pagina del passato, ma un principio di
civiltà che riguarda tutti.
«La 180 è un presidio di libertà e di democrazia» ha ricordato Peppe Dell’Acqua,
erede della stagione triestina. «Oggi, mentre qualcuno tenta di dimenticarla,
noi dobbiamo continuare a ricordare che ogni muro, ogni recinto, ogni detenzione
ingiusta è una ferita alla salute collettiva».
Il tour si è concluso a Bari, ma il suo viaggio continua. Nelle lettere
consegnate alle persone trattenute nei centri, nei filmati raccolti da Giovanni
Cioni, nei laboratori che nasceranno lungo la strada. Ovunque sia passato, il
cavallo azzurro ha ricordato che la libertà non è un privilegio, ma un bene
comune. «La vera follia» – c’era scritto su uno striscione – «è pensare che la
libertà di alcuni possa esistere sulla prigionia di altri».
E chissà che Marco Cavallo non continui a camminare ancora, spinto dal vento che
anima le sue bandiere di scarti. Magari fino a raggiungere i tre CPR che si
trovano nelle isole – Caltanissetta e Trapani, in Sicilia, Macomer, in Sardegna
– per portare anche lì la sua voce ostinata di libertà. E forse, un giorno,
arriverà fino agli ultimi muri da abbattere, quelli sorti oltre l’Adriatico, nei
centri di Shëngjin e Gjadër, in Albania, dove il governo Meloni ha deciso di
confinare altre persone innocenti.