Il cibo sprecato nelle case degli italiani vale oltre 6 miliardi e mezzo
Il cibo sprecato nelle case vale oltre 6 miliardi e mezzo: è la metà del costo
stimato per costruire il Ponte sullo Stretto di Messina, una cifra che potrebbe
finanziare per 5 anni consecutivi il sistema di Protezione Civile nazionale e i
piani di prevenzione dei rischi ambientali e sismici del Paese.
Ogni italiano getta nella spazzatura 112 € l’anno, ma siamo più consapevoli: con
493,7 grammi di cibo sprecato settimanale più vicini all’obiettivo dell’Agenda
2030 (369,7 grammi pro capite). E il paradosso è che a sprecare di più sono
proprio i ceti popolari: chi ha meno risorse perde più cibo e una quota
proporzionalmente maggiore del proprio reddito. Lo spreco diventa così non
soltanto un costo economico e ambientale, ma un vero moltiplicatore delle
disuguaglianze.
Il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International ha fatto
emergere l’esigenza di un’azione complessiva che possa mappare i luoghi dello
spreco alimentare: non solo le case degli italiani, quindi, da tempo indagate
attraverso ricerche, indagini e azioni di sensibilizzazione per la prevenzione
degli sprechi, ma anche gli altri contesti nei quali lo spreco del cibo si
verifica quotidianamente.
Il Rapporto Waste Watcher, per esempio, ha indagato il comportamento dei turisti
nelle case vacanza: dove, è emerso, il 34% dei fruitori non riesce a consumare
tutto il cibo acquistato per il suo soggiorno. Quasi 7 cittadini su 10, quindi,
confermano di mantenere un atteggiamento attento e responsabile nei confronti
degli acquisti e dei consumi alimentari anche in vacanza, nonostante si trovino
in un contesto di svago e lontano dalla consueta routine domestica. Ma un terzo
dei fruitori dei luoghi di vacanza ammette di essere costretto a sprecare parte
della spesa fatta in vacanza.
Anche i comportamenti nei luoghi di ristorazione sono da molte stagioni al
centro delle buone pratiche di prevenzione e recupero degli sprechi alimentari,
è sempre più diffusa l’abitudine di utilizzare una bag per portarsi a casa gli
avanzi: una questione di cui i ristoratori e consumatori italiani hanno sempre
maggiore consapevolezza.
Nel decennale dall’approvazione della Legge Gadda n. 166/2016 e a soli 4 anni
dal fatidico 2030 dell’Agenda ONU di sostenibilità, Waste Watcher International
ha indagato anche l’effetto della rivoluzione digitale sugli sprechi: scoprendo
un’Italia a due “velocità” fra Intelligenza Artificiale e social-influencer, un
impatto profondo e dicotomico che la rivoluzione digitale e i canali social
esercitano sulla gestione domestica del cibo, agendo contemporaneamente come
risorsa e come insidia.
Se, infatti l’Intelligenza Artificiale appare come novità di rottura nelle
pratiche antispreco delle giovani generazioni, trasformandosi nel consulente
interattivo che oltre 1 intervistato su 2 ha l’abitudine di interrogare (il 57%
dei cittadini), la consulta con frequenza costante sul piano della sicurezza
alimentare ben 1 intervistato su 5 (il 21%), per verificare se un alimento
scaduto da giorni sia ancora edibile.
Inoltre, il 51% degli intervistati interroga gli assistenti virtuali per
ricevere ricette creative capaci di svuotare il frigorifero riutilizzando gli
avanzi, con un 16% di utilizzi costanti, e il 45% cerca algoritmi o strategie
generali contro lo spreco, con il 15% di frequenza assidua. Questa tendenza
registra picchi altissimi tra i nativi digitali: addirittura il 72% della Gen Z:
7 intervistati su 10, consultano l’IA per valutare la sicurezza dei cibi, una
percentuale che scende al 63% nel caso dei Millennials, mentre le ricette
svuota-frigo guidano le scelte del 57% della Gen Z e il 48% dei Millennials.
L’altra faccia della medaglia digitale, tuttavia, sembra spingere in direzione
opposta alla prevenzione degli sprechi: l’estetica effimera dei canali social
introduce dinamiche di consumo inedite e che non remano in direzione della
sostenibilità, spingendo più di 1 italiano su 4 (il 27% del campione
intervistato) ad acquistare un alimento insolito, un ingrediente di tendenza o
un prodotto caratterizzato da un packaging spiccatamente instagrammabile con il
solo obiettivo di fotografarlo, condividerlo online o provarlo per curiosità,
per poi lasciarlo scadere o utilizzarlo soltanto in minima parte.
“I dati sullo spreco alimentare, si legge nel Rapporto, mettono in evidenza una
questione che va oltre il singolo comportamento: la trasmissione
intergenerazionale delle pratiche quotidiane legate al cibo. Le generazioni più
adulte mostrano livelli più bassi di spreco non solo perché dispongono di
maggiore esperienza, ma anche perché hanno interiorizzato nel tempo un insieme
di competenze pratiche che oggi operano come automatismi.
Queste competenze – saper conservare correttamente gli alimenti, adattare le
quantità, riutilizzare gli avanzi, valutare la commestibilità oltre la data di
scadenza – rappresentano un patrimonio implicito, difficilmente sostituibile
attraverso la sola informazione o sensibilizzazione, in linea con le prospettive
che interpretano le pratiche quotidiane come forme di sapere incorporato e
socialmente trasmesso.
Allo stesso tempo, le generazioni più giovani portano con sé risorse diverse ma
altrettanto rilevanti: una maggiore attenzione ai temi ambientali, una maggiore
apertura all’innovazione e una maggiore familiarità con strumenti digitali che
possono supportare nuove forme di gestione del cibo. Tuttavia, queste risorse
non sempre si traducono automaticamente in pratiche quotidiane efficaci.
In questo quadro, emerge la necessità di ricostruire un patto generazionale che
consenta di rimettere in circolo conoscenze, competenze e strumenti tra età
diverse. Un patto che non sia unidirezionale, ma bidirezionale: dalle
generazioni più adulte verso quelle più giovani, attraverso la trasmissione di
pratiche consolidate; e dalle generazioni più giovani verso quelle più adulte,
attraverso l’introduzione di nuove sensibilità e modalità di gestione”.
Qui il Rapporto:
https://www.sprecozero.it/wp-content/uploads/2026/07/Report-WW26_Febb-1.pdf.
Giovanni Caprio