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Nell’interesse della Repubblica – l’intervento del Presidente Mattarella al CSM
Pubblichiamo da Questione Giustizia il testo dell’Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura del 18 febbraio 2026 Sergio Mattarella: Prima di dare la parola al relatore vorrei aggiungere che sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione. Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario. In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica – più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica – avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica. La parola al Consigliere relatore della proposta. Roma, 18/02/2026 23 febbraio 2028 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com
February 23, 2026
carteinregola
Riforma della magistratura: siamo quelli del NO
-------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla riforma della magistratura, che non è una riforma della giustizia. La giustizia continuerà ad essere lenta e inefficiente perché continueranno a mancare personale, risorse, spazi di lavoro per renderla più rapida e più adeguata alla domanda di giustizia dei cittadini. E gli uffici giudiziari continueranno a essere ingolfati da milioni di procedimenti (ogni anno circa 2,5 milioni di nuovi procedimenti) in larga parte per reati “bagatellari”, cioè reati di scarsa gravità che spesso non arrivano neanche a giudizio. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla riforma della magistratura, che non è una riforma che separa le carriere. Già oggi le carriere di giudice e di pubblico ministero (PM) sono di fatto separate, perché è molto difficile passare da una funzione all’altra.  A causa delle varie limitazioni introdotte nel tempo – i magistrati possono cambiare funzione una volta sola e devono trasferirsi in un’altra regione – non succede quasi mai: nel 2024, appena 42 passaggi su quasi 9.000 magistrati: lo 0,4% -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO alla riforma della magistratura, che vuole trasformare il pubblico ministero nell’ “accusa” all’americana. In Italia il pubblico ministero non è l’avvocato dell’ “accusa” contrapposto all’avvocato della “difesa”, perché hanno doveri, obiettivi e responsabilità molto diverse: il pubblico ministero resta un pubblico ufficiale, con l’obbligo di imparzialità e con un obbligo ulteriore che l’avvocato non ha: l’obbligo di verità. Il PM “svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” (art. 358 del Codice di procedura penale) e se nel corso del processo si accorge che non vi sono elementi per portare a una condanna, o che quegli elementi non sono sufficienti, ha l’obbligo di chiedere l’assoluzione. Se vengono violate queste regole deontologiche, non solo vi è la possibilità di un procedimento disciplinare, ma anche di una sanzione penale, che sono gli stessi magistrati ad attivare.  Siamo quelli del NO  a una riforma che, dichiarando di voler rendere il giudice più imparziale e libero da condizionamenti del PM, in realtà crea le premesse per il controllo politico del PM e ne esalta il ruolo di accusatore Si sostiene che l’attuale sistema – con un unico concorso e un unico Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) – renda i giudici «parziali» e li spinga a favorire i pubblici ministeri all’interno del processo. Ma – sulla base dei dati pubblicati nel 2021 dalle stesse Camere Penali – solo il 40,4% dei processi che sono andati a sentenza si concludono con la condanna. Quindi, affermare che «solo con la riforma e la separazione delle carriere si avrà un giudice terzo e imparziale» induce falsamente gli elettori a pensare che in tutti questi anni i giudici non siano stati imparziali né affidabili, screditando l’impegno di un’intera categoria di cui fanno parte anche quei magistrati che per garantire giustizia ai cittadini hanno dato la loro vita e la rischiano ogni giorno. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla riforma della magistratura, che con il pretesto di cancellare le correnti ridimensiona l’autogoverno dei magistrati. L’autogoverno dei magistrati è una garanzia della effettiva separazione dei poteri – esecutivo (governo), legislativo (parlamento), giudiziario (magistratura) – e dell’autonomia della magistratura, che garantisce l’applicazione imparziale della legge per tutti i cittadini, compreso il mondo della politica e dei cosiddetti “poteri forti”.  “Divide et Impera”, “Dividi e comanda”: smembrare il CSM in due consigli separati – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri- e nella cosiddetta “Alta corte disciplinare”, vuol dire ridimensionare un organo a cui i costituenti hanno affidato l’autogoverno proprio per garantire l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  all’adozione del sorteggio per individuare i membri togati degli istituendi Consigli Superiori della Magistratura e Alta Corte disciplinare. La riforma introduce l’estrazione casuale mediante sorteggio “secco” dei membri “togati” – i rappresentanti dei giudici e dei pubblici ministeri, mentre i cosiddetti   “membri laici”   – avvocati o professori universitari  nominati  dal Parlamento – sarebbero estratti da  una rosa di nominativi indicati con votazione parlamentare  a maggioranza semplice. Avremmo, quindi, i componenti magistrati selezionati a caso e non secondo capacità,  e senza alcun criterio democratico, mentre quelli laici sarebbero selezionati con un forte mandato politico della maggioranza parlamentare. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla nomina di rappresentanti di magistrati che non sono stati scelti con il criterio democratico della rappresentanza I membri togati dei due CSM non sarebbero eletti per le loro idee sulla giustizia, condivise da altri magistrati, ma finirebbero con l’esprimere essenzialmente visioni personali, non avendo nessuna responsabilità né obbligo di “rendere conto” nei confronti dei magistrati, che non li hanno eletti.  Siamo quelli del NO  alla inevitabile disparità tra membri togati e membri laici nei nuovi CSM I rappresentanti dei magistrati sarebbero estratti a sorte tra migliaia di appartenenti alla categoria (circa 8000 giudici e 2500 PM), al di fuori di un’occasione e di un’abitudine al confronto sulle idee, favorendo una mentalità individualista, autoreferenziale ed isolata, mentre il drappello dei selezionati dal Parlamento –  cioè dalla maggioranza di turno –  sarebbe del tutto verosimilmente un corpo omogeneo, coeso, deciso e orientato a un fine comune. Ma soprattutto siamo quelli del NO  all’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare, una sorta di tribunale speciale, vietato dalla Costituzione (art. 102 comma 2) La materia dei processi disciplinari a carico dei magistrati viene tolta dal CSM ed assegnata ad un organo che già da ora si prefigura come un tribunale squilibrato, sia per la diversa proporzione della sua composizione tra magistrati e laici rispetto all’attuale CSM, sia perché le condanne potrebbero essere impugnate solo davanti alla stessa Alta corte, in diversa composizione. In sostanza, un giudice o un PM sottoposto a condanna disciplinare non potrebbe più fare ricorso alla Corte di Cassazione, ma dovrebbe rivolgersi alla stessa Corte che gli ha comminato la condanna. La riforma costituzionale non chiarisce quali sarebbero le modalità di organizzazione e funzionamento dell’Alta Corte: le regole, compresa la composizione dei collegi giudicanti ed il rapporto fra togati e laici, saranno stabilite in seguito con legge ordinaria e i provvedimenti disciplinari sui magistrati potrebbero essere il frutto di decisioni prese a maggioranza dai soli consiglieri indicati dalla politica.  Siamo quelli del NO  a una riforma raccontata dai promotori con slogan farlocchi. I sostenitori del SI’ alla riforma sostengono che le modifiche costituzionali non toccano l’autonomia della magistratura e che la riforma non prevede di portare il pubblico ministero sotto il controllo del potere esecutivo, cioè del governo. Tuttavia, viste le premesse, la riforma appare in tutta evidenza come il primo passo in quella direzione, tanto più che le ulteriori modifiche potranno essere introdotte con semplici leggi ordinarie. E già il Ministro Tajani ha manifestato l’intenzione di rendere la polizia giudiziaria autonoma dal pubblico ministero, cioè non sottoporre più alla direzione del PM le attività di indagine. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  a una riforma apertamente punitiva nei confronti dei magistrati Gli stessi esponenti del governo e della maggioranza hanno più volte attaccato le sentenze dei magistrati con ricadute sulle decisioni del governo (ad esempio in materia di centri per immigrati in Albania, di fine vita, di libertà personale)  considerandole un’inaccettabile intromissione, come se chi è stato eletto dai cittadini o  dal parlamento fosse sottratto al dovere di rispettare le leggi, i principi costituzionali, le norme europee, senza incorrere nelle iniziative giudiziarie che si mettono in moto per tutti gli altri cittadini. Siamo quelli del NO ad una riforma a vantaggio dei potenti  e non dei cittadini Siamo quelli PER una magistratura autonoma e indipendente, PER  la legge uguale per tutti, PER  una giustizia finalmente efficiente e accessibile. Siamo quelli PER la Costituzione italiana, nata dalla lotta di Liberazione al nazifascismo, voluta dalle madri e dai padri costituenti per la libertà e la democrazia, per le generazioni future. La Costituzione più bella del mondo. IL 22 E IL 23 MARZO SULLA SCHEDA SCRIVIAMO NO (ha collaborato Marco Patarnello, sostituto procuratore generale della Cassazione e componente del comitato centrale dell ’Anm) scarica il PDF stampabile 17 febbraio 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@admin-2 vai a I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli con I video della serie e il calendario Perché al referendum sulla riforma costituzionale della magistratura bisogna convintamente votare e far votare NO (in sintesi) (da un documento di analisi della riforma di Alfredo M. Bonagura, Consigliere Corte d’Appello di Roma) Referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, i motivi del NO ntroduzione e conclusioni di Anna Maria Bianchi – analisi della riforma di Alfredo M. Bonagura, Consigliere Corte d’Appello di Roma vedi anche Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali
February 17, 2026
carteinregola
Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
December 30, 2025
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