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Un no in difesa della costituzione democratica e per la pace
Sono già le sei di sera di sabato 7 marzo quando sotto le luci del Teatro Massimo a Palermo gli organizzatori della manifestazione nazionale per votare NO alla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo prossimi, in conclusione, lanciano un appello a tutti i partecipanti a mobilitarsi per convincere quante più persone possibile da qui all’appuntamento elettorale a sostenere la battaglia per la difesa della Costituzione e dei principi democratici che la ispirano. L’iniziativa di oggi è nata il 12 febbraio scorso con un appello sottoscritto da duemila cittadini e cittadine rivolto a “tutti coloro che hanno a cuore la democrazia invitandoli a dire NO a questa riforma autoritaria e a mobilitarsi in tutte le forme possibili, in tutti i territori, nei luoghi di lavoro, di studio e della vita quotidiana in difesa della nostra Costituzione democratica”. Per i sottoscrittori del documento “la separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole che conduce alla sottomissione della magistratura al potere politico, attentando alla sua indipendenza e autonomia” e che incide pesantemente sulle libertà di tutti alimentando una ancora più forte repressione del dissenso. Come punto di incontro e di avvio della manifestazione è stato individuato lo spiazzale adiacente al Palazzo di Giustizia, luogo doppiamente simbolico se si considera la stagione della lotta alla mafia a Palermo e in Sicilia che a partire dagli anni ‘80 ha fatto assurgere a simbolo proprio questo luogo. Tra la folla di partecipanti che numerosi si sono radunati in piazza, ha preso vita un flash mob con un gruppo di essi che ha formato con dei cartelli la frase “Palermo vota NO in difesa della Costituzione”; dopo è partito il corteo diretto verso il Teatro Massimo seguendo un percorso che ha interessato alcune vie del centro e che ha visto la partecipazione di circa cinquemila persone. L’iniziativa di oggi è stata preceduta in queste settimane da una serie di incontri, dibattiti, iniziative  a cui hanno preso parte esperti in ambito giudiziario, oltre a sindacalisti e rappresentanti di associazioni e della società civile che hanno evidenziato i pericoli di una riforma costituzionale che mette seriamente in discussione la separazione dei poteri ed è funzionale all’attribuzione di maggiori poteri all’esecutivo. Inoltre è stato significativo che in questi giorni in una città come Palermo, la quale ha vissuto la violenza stragista della mafia a cui è seguita la grande risposta della società civile degli anni ‘90, si siano visti i lenzuoli bianchi appesi alle ringhiere dei balconi dal centro alla periferia proprio come in quella stagione, con un grande NO scritto al centro per esprimere con forza il dissenso nei confronti di una riforma così pervasiva imposta a colpi di maggioranza. D’altro canto, il sentimento che oggi spinge così tante persone in piazza in queste ore a manifestare è animato anche dalla forte apprensione per i fronti di guerra aperti in Medio Oriente che rischiano di portarci ad una escalation incontrollabile del conflitto internazionale alimentato da democrazie occidentali che stanno assumendo sempre più i connotati di democrazie illiberali. Siamo di fronte a nuove forme di autoritarismo e di imperialismo che vengono messi in atto sul fronte interno con scelte politiche tendenti a comprimere sempre di più le libertà civili e sociali e a rendere sempre più assoluto il potere di chi governa, mentre sul fronte internazionale ad attuare un nuovo colonialismo funzionale al sistema capitalistico intenzionato ad accaparrarsi le risorse del pianeta a tutti i costi. Per questi motivi la battaglia di oggi a favore del No al referendum assume i contorni di una battaglia più generale per affermare l’intangibilità dei diritti delle persone ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della deriva autoritaria in cui sta cadendo il nostro Paese e gran parte delle democrazie occidentali: è un NO contro l’attacco alla nostra Costituzione ed in difesa della Pace e dei diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, come dimostrano le tante bandiere arcobaleno presenti alla manifestazione. Giunti in piazza, è stato il momento degli interventi, il primo dei quali è stato quello di uno degli instancabili organizzatori del Comitato per il NO, Gaspare Motta, il quale ha etichettato la riforma come “un attacco eversivo senza precedenti contro la nostra Costituzione democratica che dal 1948 ci ha tenuto al riparo da ogni deriva autoritaria”. A seguire, Mario Ridulfo, segretario della Cgil di Palermo, ha richiamato al dovere di andare a votare e di votare no, non cedendo alla rassegnazione ma andando strada per strada a convincere gli indecisi denunciando un piano eversivo che risale alla P2 di Gelli e che vuole trasformare la nostra democrazia in una democrazia illiberale. L’attore Gigi Borruso ha poi declamato il famoso discorso di Pericle sulla democrazia (“Qui ad Atene noi facciamo così”) che esalta la società che favorisce i molti e non i pochi, con leggi che assicurano una giustizia uguale per tutti, che accoglie gli stranieri. L’ultimo intervento è stato affidato a Monica Genovese in rappresentanza degli avvocati per il NO la quale, preoccupata anche per i modi con cui è stata portata avanti questa riforma, ne ha messo in evidenza i forti limiti a partire dal fatto che non migliora le condizioni dell’amministrazione della giustizia in Italia, oltre a sottolinearne in negativo gli aspetti legati alla nuova figura del pubblico ministero vista come autoreferenziale, alla sdoppiamento del CSM e all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.    foto di Fausta Ferruzza   Enzo Abbinanti
March 7, 2026
Pressenza
Brescia, grave atto repressivo contro Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB
Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’USB Brescia sulla vicenda di Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB. Il GIP di Brescia ha condannato ad una pesante multa Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB. Il motivo della condanna è la manifestazione del 30 dicembre scorso in Piazza Paolo VI, dove centinaia di bresciani participarono ad una pubblica assemblea per protestare contro l’arresto di Mohammad Hannoun e di altri dirigenti palestinesi,  accusati ingiustamente di terrorismo. L’assemblea si era svolta senza il minimo incidente, ma ciò nonostante è arrivata la condanna al dirigente sindacale. L’incredibile motivo è che Dario Filippini , pur avendo notificato alla Questura la manifestazione, non avrebbe rispettato I tempi di preavviso. Sulla base del Regio Decreto del 1931 la Questura di Brescia, da tempo impegnata  in una costante e diffusa iniziativa di rappresaglia repressiva verso i movimenti e le lotte, ha denunciato il sindacalista. E il tribunale ha emesso la condanna alla multa senza aver sentito l’accusato o la sua difesa. È un fatto gravissimo , che anticipa il nuovo decreto sicurezza che commina migliaia di euro di ammenda ai manifestanti sulla base di semplici procedure di polizia. È lo Stato di polizia che si diffonde ed afferma. La USB nell’esprimere totale solidarietà e pieno sostegno a Filippini, risponderà  a questa ingiusta condanna per vie legali e con la mobilitazione democratica. È necessario reagire alla politica repressiva e Stato di polizia che il Governo Meloni sta imponendo. Per questo manifesteremo a Roma il 14 marzo. USB invita tutte le forze e le persone che si sono mobilitate  in questi mesi a Brescia a partecipare a un INCONTRO PUBBLICO CONTRO LA REPRESSIONE MARTEDÌ 10 MARZO ORE 17 Presso la sede USB di Brescia ia Corsica 142 NO ALLO STATO DI POLIZIA Redazione Sebino Franciacorta
March 7, 2026
Pressenza
A Librino nasce AGO, la famiglia accanto alla scuola nell’educazione dei bambini
Con le mani si fa la carta pesta, si dipinge, si strappano le erbacce e si pianta il prezzemolo, ma ci sono anche tante attività motorie, danza compresa, in cui è centrale l’uso di tutto il corpo. E non manca la musica anche quella con i tamburi africani. Parliamo delle tante attività a cui partecipano i bambini e le bambine coinvolti nel progetto “Giovani e Genitori al centro”, attivato tre anni fa, nel contesto del bando per le comunità educanti dell’Impresa Sociale “Con i bambini”, per affrontare l’emergenza educativa a Librino. Un progetto che si pone in continuità con il lavoro iniziato, sin dal 2014, dal Polo di educazione interculturale. Anche adesso a portare avanti il progetto è stata una rete di scuole, associazioni e realtà produttive, molte delle quali di nostra conoscenza per l’impegno profuso nell’area, da Talitàkum a Musicainsieme a Librino, da HdueO al COPE, una organizzazione nata per realizzare progetti di cooperazione con paesi africani ma ormai molto presente in realtà locali problematiche, che ha coordinato il progetto. E di cui fa parte Carmela D’Agostino, responsabile del progetto. Non tutti i soggetti della rete sono radicati a Librino, ad esempio ne fanno parte l’Associazione Musicale Etnea e la scuola De Amicis di Tremestieri, proprio con l’intento di evitare la ghettizzazione e favorire l’apertura a realtà differenti, che – a loro volta – impareranno a conoscere il quartiere dal vivo, con i suoi limiti ma anche i suoi pregi. L’Istituto Comprensivo Rita Atria, con la dirigente Concetta Patrizia Tumminia e il suo attivissimo braccio destro Melita Cristaldi, è al centro di questa esperienza, che ha la sua sede principale nella Nuova Masseria Moncada trasformata in Polo delle Arti. In questi anni di lavoro sul territorio si è fatta sempre più chiara la necessità di coinvolgere maggiormente le famiglie. E’ nata la sartoria sociale, di cui Argo ha già parlato, una esperienza che prosegue e si amplia, e in cui le donne – sotto la guida della loro istruttrice, Naida Begeta – trovano spazio per imparare a cucire e per stare insieme dedicandosi ad un’attività creativa. Adesso stanno realizzando delle borse che poi i bambini dipingono a loro gusto: nascono così oggetti originali ed unici che consolidano l’alleanza tra adulti e bambini, genitori e figli. E che portano all’esterno il logo della sartoria, i cui prodotti cominciano ad essere conosciuti e a trovare mercato. Per coinvolgere le famiglie nel progetto “Giovani e Genitori al Centro” sono stati organizzati incontri con le mamme e i papà, ma soprattutto feste, momenti di socializzazione, di comunità, con le torte fatte in casa a testimoniare in modo semplice l’apertura agli altri e la disponibilità a condividere. Ieri è stato ufficializzato un passo ulteriore, la nascita di AGO, Associazione Genitori e Oltre, composta da un gruppo di mamme, con il supporto – per adesso – di un solo papà. Un piccolo passo, un inizio più che un punto di arrivo, la prima tappa di un lavoro lento e difficile che deve essere portato avanti con impegno e speranza ma senza false illusioni. Ne sono consapevoli, Luisa Di Mauro, che di AGO è la presidente, e suo marito Alessandro, che hanno tre figli in uno dei plessi della Rita Atria e hanno scelto di dare il loro contributo “alla costruzione di un futuro migliore per i nostri figli e per tutti i bambini”. Ad AGO la scuola ha riservato anche una saletta della Masseria, che le stesse mamme (e il papà, con le sue preziose competenze) hanno provveduto a sistemare e a rendere accogliente. Per incontri più affollati saranno comunque disponibili gli altri locali della scuola, una scuola sempre aperta a tantissime iniziative. Che Librino non sia una realtà isolata lo dimostra anche la presenza, alla masseria, di Diala Brisly, artista nata in Kwait da genitori siriani e oggi residente a Francia, che ha realizzato per la Masseria -insieme ai ragazzi – un murale, che si aggiunge ad altri che abbelliscono la scuola e che, che proprio ieri, nel giorno di inaugurazione della associazione dei genitori, ha ricevuto anch’esso il suo battesimo.   Redazione Sicilia
February 27, 2026
Pressenza
Portuguese Community in Brussels Holds Protest Demanding Climate Accountability
The climate crisis is no longer an extraordinary or deniable phenomenon. It is instead an escalating reality that directly and profoundly affects communities across Europe, as consistently evidenced by youth-led movements, historical trends, scientific research, and visible extreme events. It is increasingly clear that, contrary to framing climate change as a series of unexpected emergencies warranting only short-term responses, it represents a structural challenge requiring urgent and sustained political action and investments, particularly to protect underserved communities. For many years, movements such as “Fridays for Future” and “Extinction Rebellion”, among others, have sounded the alarm, forcing attention on its far-reaching consequences while confronting widespread denial, neglect, and underestimation even in the countries hit hardest. In recent weeks, many southern regions of Europe, including Sicily, Sardinia, Calabria, along with Malta, have suffered severe damage from extreme weather events such as Cyclone Harry. In Southern Italy alone, estimated losses exceed €2 billion, with thousands of people losing their lives in the Mediterranean Sea, and bodies only now re-emerging on the coasts of Sicily and Calabria. Meanwhile, in Valencia and surrounding areas, the consequences of the DANA (Depresión Aislada en Niveles Altos) that struck on 29 October 2024 continue to weigh heavily on local communities struggling to obtain tangible and credible government responses. Over the past three weeks in Portugal, a succession of storms – seemingly innocuous names such as Oriana, Kristine, Marta, and Leonardo – has caused at least 16 deaths and an estimated €775 million in damage, triggering widespread flooding, infrastructure collapse, and power outages. This rapid succession of extreme events underscores the urgent need for coordinated and effective European responses to climate-related disasters. FROM BRUSSELS TO LISBON: A CALL FOR ACCOUNTABILITY BEYOND BORDERS In order to raise awareness of the lack of accountability and insufficient governmental action, a group of self-organised and independent Portuguese citizens, currently residents in Belgium, held a peaceful protest today, 18 February, at Place du Luxembourg in Brussels, in front of the European Parliament. Under the slogan “Wherever We Are, for Portugal”, the initiative sought to draw attention to the ongoing crisis and its severe social, human, and economic consequences. The organisers stressed the gravity of the situation unfolding within the European continent, where, to this day, thousands of people in regions such as Leiria, Coimbra, Santarém, and Castelo Branco remain without electricity, water, or access to essential services. Last week alone, more than 3,000 residents were evacuated from Coimbra as the Mondego River reached critical levels, and part of the A1 motorway collapsed after a dyke gave way. Prominent scientists have described this as one of the longest and most intense sequences of extreme weather events ever recorded in the country. In this context, the protest held in Brussels sought to give international visibility to the climate vulnerability of the European continent, of which Portugal is progressively becoming a particularly stark and visible example. Organisers stressed that this is neither an isolated occurrence nor a phenomenon limited to recent storms. As vividly illustrated by the devastating wildfires that ravaged the country throughout the summer, destroying more than 65,000 hectares of land in 2025 alone, the crisis is structural, recurrent, and closely linked to broader European climate dynamics. Through their colourful posters, the demonstrators called clearly for more effective and long-term responses from European institutions, urging a shift beyond reactive emergency management towards sustained climate adaptation, preventive measures, and systemic resilience. At the end of the protest, the organisers also highlighted the emotional and political difficulty of witnessing such devastation from abroad, emphasising solidarity with affected communities and the urgent need for coordinated European support. Key Members of the European Parliament elected in Portugal, including Catarina Martins, joined the gathering, emphasising the importance of ensuring that these concerns are heard and addressed at the highest political level. The demonstration also included the presentation of a manifesto calling for concrete and binding measures to address the climate emergency, protect vulnerable populations, and strengthen resilience at both local and European levels, with the full text available in English below: > MANIFESTO – WHEREVER WE ARE, FOR PORTUGAL > > We, Portuguese citizens living in Brussels, have come together for a single > cause: to raise awareness of the severity of the climate crisis in Portugal, > made evident by the recent storms and floods, and to demand concrete and > solidarity-based responses. Storm Kristin left a trail of destruction that > exposes the fragility of both institutional and human responses to > increasingly severe climate phenomena: homes destroyed; livelihoods and > sources of income affected; infrastructure compromised; tragically, lives > lost; and communities still waiting for effective and coordinated support. > We have witnessed a slow and insufficient response from the Portuguese > government to the most urgent needs, leaving those affected isolated and > without the level of support that a catastrophe of this magnitude requires. > Media coverage, particularly at the European level, has also been scarce, > hindering public understanding outside the affected regions of the true scale > of the crisis. At a time when it is more important than ever to give voice and > visibility to the people and communities struggling to rebuild their lives, > this informational silence is deeply regrettable. > Beyond the visible destruction, this catastrophe will leave profound and > lasting scars. Damages, estimated at several billion euros, reflect only part > of an impact that will unfold over time. Reconstruction will be a long and > uneven process, requiring not only immediate responses but also a continuous > strategy of support, monitoring, and sustained public investment. > > A central pillar of this mobilization is the demand for genuine European > coordination in responding to the crisis. To date, Portugal has not requested > the activation of the European Union Civil Protection Mechanism, the > instrument designed to mobilize coordinated support among Member States in > emergency situations. Despite national authorities stating that there is “no > justification” for activating it, the strain on resources and the scale of the > damage are both evident and alarming. > > We believe that a solidarity-based response at both national and European > levels is only possible through clear political action, transparency, > cooperation, and by prioritizing people: their safety and dignity. Their > voices must be heard not only in the affected areas, but also in European > decision-making spaces. > > Accordingly, the objectives of the action “Wherever We Are, For Portugal” are > to: > > • give public visibility to the reality faced by affected populations; > • demand political engagement that places people at the center of the > response; > • provide and disseminate reliable information on how to offer support > (locally and remotely); > • advocate for faster, more coordinated, and more effective response > mechanisms at both national and European levels. > > Because silence and indifference can never be an answer, especially at such a > critical moment. > > Wherever we are. For Portugal. Anna Lodeserto
February 18, 2026
Pressenza
Chavez portò la democrazia in Venezuela, non Trump
Dopo l’attacco militare criminale USA a Caracas, il sequestro illegale e assurdo del Presidente costituzionale e legittimo del Venezuela Nicolas Maduro Moros, in molti – tra la destra internazionale e il senso comune reazionario in Europa – hanno gioito per questi avvenimenti, assistendo inermi ai video trasmessi in tv e normalizzandoli come se fosse giusto e lecito che un Paese straniero si possa arrogare il diritto di invadere/attaccare un altro Paese per i suoi beceri interessi geopolitici ed economici, violandone la sovranità nazionale. Hanno gioito perchè Nicolás Maduro è “un narcotrafficante” e un “dittatore sanguinario” e l’attacco USA del 3 gennaio sarebbe uno “spiraglio di cambiamento positivo per il Venezuela”, un atto di “esportazione della democrazia”, o facilitazione alla “transizione democratica”. Questo è tutto ciò che la propaganda bellica nordamericana ha voluto far credere: tutti presupposti che la falsa narrazione USA ha voluto instillare nelle nostre menti, manipolandole. Nulla di più distante e assurdo, si tratta di falsi sillogismi che mascherano ben altro. D’altronde è anche solo minimamente immaginabili che uno come Donald Trump – autoritario sovranista che del concetto di “democrazia” se ne fotte altamente – possa esportare democrazia nel mondo. Trump sta esportando, come tutti i suoi predecessori, guerra, imperialismo, morte e regime change in perfetto stile americano. Trump sta solamente rimettendo in atto la vecchia Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe (al potere tra il 1817 e il 1825), che rivendica l’influenza statunitense nella regione occidentale e soprattutto americana, quindi anche fuori anche dai confini Usa, parlando dell’America Latina come il proprio “cortile di casa”. Dottrina fortemente e giustamente osteggiata dai governi progressisti, dai movimenti sociali e dalle popolazioni della regione latinoamericana e messa in pratica dagli USA per tutto il Novecento (i “gorilla” del Piano Condor) fino ai giorni nostri nei tentati golpe fascisti, golpe blandi e “rivoluzioni colorate” in Venezuela, Cuba, Nicaragua, Honduras, Brasile, Messico, Panama, Paraguay e molti altri casi. Qui ci si dimentica della storia del Venezuela, ci si dimentica che la vera transizione democratica in Venezuela è già avvenuta: si chiama Rivoluzione Bolivariana, l’inaugurazione di una democrazia socialista di base. E’ dal 1830 che il Venezuela – dopo dieci lunghi anni di guerra per l’indipendenza dalla corona spagnola guidata dal grande Simón Bolívar – vedeva l’alternarsi di conservatori e di liberali federalisti si alternarono al potere con colpi di stato armati fino al 1908, quando Juan Vicente Gómez istaurò una dittatura che durò 27 anni. La stabilità politica e la scoperta di giacimenti petroliferi nel 1922 portarono investimenti esteri e ricchezza che però non raggiunsero le campagne, che rimasero in condizione di povertà assoluta. Alla sua morte, si succedettero presidenti conservatori e liberali fino al 1948, anno in cui una giunta militare filo-conservatrice prese il potere. Dal 1952, sotto la dittatura di Marcos Pérez Jiménez, venne fortemente incoraggiata l’immigrazione europea, soprattutto spagnola e italiana, l’economia è fiorente solo per pochi, le disuguaglianze aumentano e la società subisce una pesante repressione politica. Il 1958 ha segnato la svolta politica del Venezuela, l’opposizione di sinistra alla dittatura con l’aiuto delle frange militari progressiste, organizzò una rivolta che costrinse Jimenez all’esilio e dopo un breve periodo di transizione si tennero le elezioni che vedono vincitore il leader socialdemocratico Rómulo Betancourt. Sempre nel 1958 si ha la firma del Patto di Punto Fijo tra due partiti politici – Acción Democratica (Azione Democratica) e COPEI (Cristiano-Democratici), segna l’inizio di quella che viene chiamata democrazia puntofijista, ovvero un bipartitismo centrodestra-centrosinistra che avrebbe dovuto consentire la stabilità democratica del Paese, ma che in realtà ha garantito politiche repressive e il servilismo agli USA. In quel sistema, la partecipazione popolare era ridotta a un voto ogni quattro anni, e persino quel voto era manipolato da una macchina clientelare e mediatica che impediva qualsiasi alternativa reale. Non c’era spazio per il dissenso, per la pluralità sociale, per le culture subalterne. La democrazia era una facciata dietro cui si nascondeva un regime oligarchico, sostenuto da Washington e dagli interessi petroliferi internazionali. Il Patto di Punto Fijo non de facto era un “patto per la democrazia”, ma un patto contro la democrazia reale: un accordo tra élite per garantirsi la spartizione del potere, mentre il popolo – soprattutto i poveri, gli indigeni, i contadini, i lavoratori informali – restava fuori dal gioco. Tra il 1968 e il 1978 il Venezuela vive un vero e proprio boom economico ed diventa il Paese più ricco dell’America Latina, ma la forte corruzione e le politiche clientelari comuni ai vari governi non permetterà un’equa distribuzione della ricchezza del Paese. Nel 1975, il governo di Carlos Andrés Perez opta per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, anche per sfruttare l’aumento dei prezzi del petrolio in seguito alla crisi del 1973, e il Paese si trasforma a tutti gli effetti in un petrostato. Perez approfitta del boom economico per attuare un ambizioso e costoso programma di spesa sociale, senza pensare che la crescita economica dipendeva esclusivamente dalla domanda di un bene, il petrolio, che poteva crollare da un momento all’altro. Questo è proprio ciò che succede negli anni Ottanta quando, a causa della troppa offerta, il prezzo del petrolio crolla e così l’economia venezuelana dipendente al 96% dall’esportazione di greggio. Il Bolívar passa da essere una delle valute più stabili del mondo a subire una fortissima svalutazione che segna l’inizio di un decennio nero caratterizzato da successive svalutazioni e controlli monetari. La crisi economica paralizza il paese e blocca lo stato sociale, causando proteste tra la popolazione. Nel 1989, per uscire dalla disastrosa situazione il Venezuela decide di accettare la proposta del Fondo Monetario Internazionale, attuare una profonda riforma fiscale in cambio di aiuti economici. La riforma imposta dal FMI, che prevedeva riduzioni tariffarie, aumenti delle tasse, tagli alla spesa pubblica, ignora i problemi alla base dei problemi economici venezuelani, la forte corruzione e il farraginoso clientelismo. Come documenta José Sant Roz nel suo fondamentale ‘4-F: La rebelión del Sur’, il Venezuela pre-Chávez era un esempio perfetto di quella che Roberto Mangabeira Unger – filosofo e politico brasiliano – definirebbe una “democrazia truccata”: la democrazia puntofijista, che inaugura la Quarta Repubblica, è un sistema che, pur mantenendo le apparenze formali della democrazia (elezioni, divisione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario) introdotte con la Costituzione Venezuelana del 1961 –  funzionava in realtà come un meccanismo autoritario di esclusione sociale, concentrazione del potere, marginalizzazione, di sperimentazione di politiche neoliberiste di rapina e depredazione del territorio e della popolazione venezuelane, oltre che di dipendenza dagli Stati Uniti. Fu in questo clima che il 27 e il 28 febbraio 1989, Caracas viene travolta da cittadini che protestano contro il pacchetto di aiuti del FMI. Le proteste diventano quella che passerà alla storia come la rivolta popolare del “Caracazo”, repressa violentemente dall’esercito, nei cui scontri muoiono quasi 400 persone. Nel Paese ha inizio un momento di caos e instabilità. proprio in questo periodo nascono movimento popolari di opposizione, anche quelli interni all’esercito nella frangia dei militari progressisti. Tra questi diventerà famoso quello guidato dal tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frias, il Movimento Rivoluzionario Bolivariano-200 (MBR-200). A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni 90, una serie di grandi rivolte popolari, attuate tra gli altri da Chavez che viene imprigionato, punta a porre fine alla falsa democrazia basata su un bipolarismo stagnante senza successo. Il governo di Perez sospende le libertà costituzionali ma, ormai delegittimato e corrotto, fallisce e decreta anche la fine del sistema politico che era stato inaugurato nel 1958 con il Patto di Punto Fijo. Nel 1994 Rafael Caldera, capo di una nuova coalizione, assunse la presidenza. Il suo governo non fu caratterizzato da grandi cambiamenti di rotta rispetto al passato, ma riabilitò politicamente Hugo Chavez. Nel frattempo, a più di un decennio dall’inizio della crisi economica il numero di venezuelani in stato di povertà era aumentato soprattutto nelle aree metropolitane. Proprio rivolgendosi alle classi più svantaggiate, Chavez aumenta il suo consenso popolare. Dopo la sollevazione civico-militare del 4 febbraio 1992 e i successivi sviluppi degli anni a venire, con la vittoria alle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998 e il successivo insediamento alla presidenza del 2 febbraio 1999, si inaugura la lunga e importante vicenda politica, sociale e istituzionale, con Hugo Chávez, della trasformazione del Venezuela in senso rivoluzionario: la Quinta Repubblica con la Rivoluzione Bolivariana, oltre alla redazione della bellissima Costituzione Bolivariana del Venezuela del 2000 (tra le più innovative al mondo scritta in linguaggio di genere, riferendosi ai cittadini e alle cittadine). Si trattava non solo di superare il sistema bloccato del “Patto di Punto Fijo”, che aveva caratterizzato la stagione storica e politica precedente, quella del Venezuela della Quarta Repubblica, ma anche e finalmente di dare una risposta ai problemi irrisolti del Paese e garantire partecipazione, inclusione e giustizia sociale per le masse popolari venezuelane. Di conseguenza, non si trattava solo di definire un nuovo modello di Costituzione e di Stato, nella forma di una Repubblica Bolivariana, all’insegna della parola d’ordine dell’istituzione di una Quinta Repubblica, ma anche di impostare una strategia per garantire i diritti economici e sociali della popolazione. Nei primi 15 anni di governo, Chavez ha dimezzato la disoccupazione, il reddito pro capite è raddoppiato, la povertà e la mortalità infantile sono diminuite sensibilmente, l’istruzione migliora notevolmente e le riforme vengono finanziate dagli alti prezzi del petrolio tra il 2003 e il 2010. A ciò bisogna aggiungere gli immensi programmi di edilizia popolare, i programmi sociali, le politiche ambientali, il coinvolgimento delle popolazioni indigene nella governance sulle terre da loro popolare, la lotta al narcotraffico in stretta collaborazione con l’ONU (a differenza di quanto vogliono sostenere Trump, gli USA e l’Europa) e la lotta al latifondo mediatico. Da non dimenticare è la “diplomazia bolivariana di pace” volta al dialogo con tutti gli attori internazionali. Il Venezuela ha cioè fatto proprio il principio, già esplicato da Josè Martì e Simon Bolivàr, dell’«equilibrio del mondo» e l’orientamento a un rinnovato multilateralismo e a un inedito mondo multipolare: principi in diretta opposizione ai concetti di ingerenza e influenza su altre nazioni sovrani. E così, con diverse problematiche e nuove difficoltà ha proseguito il suo degno successore, il “Presidente Pueblo” Nicolas Maduro Moros. La Rivoluzione Bolivariana è un progetto di trasformazione sociale e politica di ispirazione bolivariana, patriottica, umanista, pacifista, antiimperialista, socialista e femminista le cui linee guida si possono leggere nel Libro Rojo, nel Libro Azul e nel Libro Violeta. Dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana, le elezioni in Venezuela hanno avuto la funzione di far crescere la coscienza politica delle masse per accrescere la “democrazia partecipata e protagonista”, come viene denominata, e la ricerca costante della dialettica conflitto-consenso, cifra caratteristica del socialismo del XXI secolo. A differenza delle rivoluzioni novecentesche volte a mettere fuori legge la borghesia, la Rivoluzione Bolivariana fonda il suo processo attraverso tornate elettorali, convivendo con la borghesia e scommettendo di toglierle terreno, depotenziando da dentro lo Stato borghese e cercando di conquistare più consensi verso il progressismo sociale. Questo però lascia libera azione alla “coercizione rivoluzionaria” da parte dell’oligarchia in Venezuela che, dopo le guarimbas e i sabotaggi ad opera dell’estrema destra (guidata da Machado, Lopez e Capriles) e gli innumerevoli tentati golpe e incursioni mercenaria USA, e il tentativo di manipolare le elezioni presidenziali del 2024 non possiamo dire che non sia attiva. Il principio guida (il «sogno di Bolívar») è il disegno dell’integrazione e della cooperazione reciproca e solidale a partire dalla “Patria Grande” latino-americana: l’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America (ALBA, ispirata da Fidel Castro e Hugo Chávez e della quale ricorrono, quest’anno, i venti anni dalla sua istituzione nel 2004), la Banca del Sud, TeleSur, PetroCaribe ed altri. Non è certo un processo esente da contraddizioni o privo di battute d’arresto; ma per la prima volta ha risposto a bisogni di giustizia, inclusione e autodeterminazione. I tre elementi chiave del proceso bolivariano sarebbero dunque stati, e tuttora sono: la nazionalizzazione delle risorse fondamentali, a partire dal petrolio; il superamento della dipendenza economica del Venezuela dal petrolio; l’utilizzo delle risorse così liberate per finanziare e sostenere programmi di inclusione sociale; l’avvio di un nuovo modello politico fondato sulla cosiddetta, originale, «democrazia partecipativa e protagonistica». Questo è ciò che infastidisce di più gli USA (e soprattutto Trump) ed ecco perchè per loro è importante riprendere la Dottrina Monroe: far fuori il suo legittimo governo socialista e impossessarsi del Venezuela per rompere le relazioni che il Venezuela ha creato in America Latina in nome del socialismo e del multipolarismo Lorenzo Poli
January 5, 2026
Pressenza
Palermo, il presidio contro la guerra è ancora in piazza ora più che mai
IL NUOVO ANNO È APPENA COMINCIATO E DONNE E UOMINI DI BUONA VOLONTÀ SI RITROVANO ANCORA UNA VOLTA IN STRADA, TARLO NELLE COSCIENZE DI PASSANTI PIÙ O MENO FRETTOLOSI, A RIDOSSO DEI MERCATINI DEL NATALE GIÀ TRASCORSO, COME L’ANNO PASSATO. ERANO LÌ, SULLA VIA RUGGERO SETTIMO, SALOTTO BUONO DI UNA PALERMO DAI MILLE VOLTI E DALLE TROPPE INCANCRENITE EMERGENZE, L’ULTIMA DOMENICA MATTINA DEL PASSATO 2025 E SONO LÌ QUESTA PRIMA MATTINATA DOMENICALE DEL 2026. LÌ, TRA SALUTI E AUGURI E VECCHIE E NUOVE STORIE DA RACCONTARE, SEMPRE DALLA PARTE DEI POPOLI OPPRESSI, NONOSTANTE LE TANTE DIFFICOLTÀ A LEGGERLE, QUELLE STORIE, TRA CONTRADDIZIONI E APPARTENENZE.   > IL PRESIDIO PALERMO PER LA PALESTINA  > > > È SILENZIOSO > > > PARLANO I CARTELLI E NON SOLO DI PALESTINA    PARLANO DI PACE TRADITA, DI RIFIUTO DELLE SPESE MILITARI, DI OPERATORI SANITARI IMPRIGIONATI E DI ORGANIZZAZIONI UMANITARIE BANDITE DA GAZA E DONNE A FORZA VELATE IN IRAN E AFGANISTAN. PARLANO DI TERRA SFRUTTATA E POPOLI OPPRESSI DALLE GUERRE DEI POTENTI DI TURNO.     FRA LE NOTIZIE DEL VECCHIO ANNO, DA AGGIORNARE NEI DATI DEI MORTI DI FAME, SETE, FREDDO E MALATTIE E ANCORA FUOCO NEMICO, SI AGGIUNGONO LE “NEWS” DELL’AGGRESSIONE DEGLI STATI UNITI AL VENEZUELA, CON IL DIRITTO INTERNAZIONALE CHE HA SUPERATO ANCHE QUEL “CERTO” PUNTO DELLA SUA FINE.   NOTIZIE VECCHIE E NUOVE CHE HANNO RADICI LONTANE NELLA SOLITA STORIA DEL PIÙ FORTE, DEL PIÙ POTENTE, DELL’ASSERVIMENTO DELL’UMANITÀ ALL’ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE NELLE MANI DI POCHI.     COSÌ, MENTRE IN PALESTINA, UCRAINA, CONGO, SUDAN, MYANMAR SI CONTINUA A MORIRE SENZA CHE LA DIPLOMAZIA DI QUEL MONDO – CHE CONOSCE SOLO LA STORIA CHE HA FATTO A COLPI DI CANNONE – RIESCA A CAMBIARLA A BENEFICIO DI TUTTI, NEL SALOTTO BUONO DI PALERMO SI FANNO GLI ULTIMI ACQUISTI PER RIEMPIRE LA CALZA DELLA BEFANA, I BAMBINI TENGONO IL FILO DI UN PALLONCINO, QUALCUNO SI FERMA A LEGGERE I CARTELLI.  LA BUONA NOTIZIA È CHE C’È CHI ANCORA MANIFESTA PERCHÉ LA PACE SIA UN DIRITTO DI OGNI ESSERE UMANO, IN UN MONDO CHE PRECIPITA PER TUTTI VERSO LA GUERRA. E SE  I CARTELLI “PARLANO” DI PACE LE MANIFESTANTI ASCOLTANO CHI SI FERMA A PARLARE CON LORO DEGLI EFFETTI DELLA GUERRA: STORIE DI ORDINARIA DIFFICOLTÀ TRA LAVORO CHE SI PERDE, SALARI CHE DIMINUISCONO, CURE MEDICHE SEMPRE PIÙ CARE, STORIE DI SFIDUCIA NELLE ISTITUZIONI E NELLA POLITICA OCCUPATA A DISEGNARE CONFINI, ALZARE MURI, COSTRUIRE NEMICI.      > TRA IL SILENZIO E L’ASCOLTO, NEGLI AUGURI PER QUESTO NUOVO ANNO, > > > C’È UN’EPIFANIA DI CONSAPEVOLEZZA DA AGGIUNGERE NELLA CALZA > > > … E NATURALMENTE TANTO CARBONE PER GLI INDIFFERENTI    Maria La Bianca
January 4, 2026
Pressenza
Sgombero annunciato per La “Polveriera” spazio autogestito Fiorentino.
Negli ultimi atti  dell’amministrazione regionale  il presidente Giani e la Regione,  che ne è propretaria, ha chiesto lo sgombero del plesso universitario di Santa Apollonia,  la cosi detta Polveriera, spazio autogestito  dal movimento studentesco fiorentino. Sembra che dopo il caso eclatante del Leoncavallo a Milano anche in altre parti d’italia ed anche qui a Firenze le giunte regionali e comunali  indipendentemente dalla colorazione si apprestino a reprimere o comunque a riportare nel solco di una pelosa legalità quelle realtà di autogestione che spesso si configurano piuttosto come custodia di bene comuni . Beni immobiliari che spesso sono stati lasciati abbandonati in attesa di un adeguato inserimento in un piano urbanistico di mercificazione e speculazione edilizia .  A Firenze questo processo è in atto da tempo e le criticità recenti hanno messo in   luce  una evidente complicità delle amministrazioni che si sono succedute a favorire la speculazione privata. Firenze ha visto  sorgere miriadi di alberghi di lusso, studentati difficilmente abbordabili da studenti comuni, ristrutturazioni edilizie per pura rendita turistica. Processo che ha espulso i residenti dal centro storico. Abbiamo intervistato un attivista dell “Polveriera”, questo il suo racconto: L’esperienza della Polveriera va avanti da molti anni,la possibilità di essere sfrattati è nata di recente, ve l’aspettavate? Non è una novità. Nel mio caso specifico sono militante in Polveriera da almeno tre anni e già due anni fa abbiamo avuto la netta sensazione che potesse avvenire uno sgombero. Erano state addirittura pubblicate su alcuni giornali come la Repubblica le dichiarazioni di Gianni che parlavano di riqualificare il plesso, perché era in stato di abbandono. Quindi è un processo che va avanti da prima, da anni addirittura. Gli occupanti subentrati nel 2014 erano consapevoli che questo plesso fosse interessato da dei possibil lavori di ristrutturazione. Quindi già nel 2015 si tentò di creare un processo partecipato con una tavola rotonda che comprendesse realtà studentesche, regione, l'ente privato che gestisce la mensa e i servizi vari all’interno del plesso, architetti, per costruire un progetto che mettesse d'accordo tutti sostanzialmente. Questo tavolo è stato avviato? Questo tavolo è stato avviato più volte, addirittura si parla del 2015 come primo approccio, poi un altro approccio nel 2019 e in seguito in altri momenti in cui la giunta regionale era totalmente diversa, infatti Giani si è insediato nel 2020. Una trattativa che è partita,ma è morta subito,un po'per i classici motivi: ovviamente la differenza fra le varie parti che in qualche modo non ha fatto decollare la cosa. Ora a che punto siamo? Eh, questa è un'ottima domanda. Permane la sensazione che si sia isolati, che non ci sia interesse di nell'instaurare un dialogo con gli occupanti, ma più che con gli occupanti direi con gli utenti o i possibili utenti. Questo è un plesso pubblico attraversato da studenti, da cittadini, da lavoratori. Abbiamo visto che le varie mail, sia quelle che abbiamo mandato, che quelleche arrivavano a nome dei frequentatori dello spazio,vengono ignorate. Quando invece arrivano da altre realtà studentesche o comunque da quelle realtà che fanno parte del consiglio studentesco come possono essere gli SDS che attualmente fanno parte del consiglio universitario,allora c'è dialogo. L’assemblea dell'altro giorno, quella pubblica di movimento, ha raccolto solidarietà da varie realtà fiorentine, c'erano anche rappresentanti del Collettivo di fabbrica della exGKn e il dato fondamentale che ne è uscito è quello di cercare una convergenza di lotte contro la mercificazione di bene comuni a Firenze. Voi, su questo cosa potete dire? Noi ci troviamo del quartiere uno di Firenze che è vittima di uno spietato processo di mercificazione e speculazione. Il fiorentino lo sa,non esistono più fiorentini nel centro. Questo è un fenomeno che ci tocca, particolarmente. Noi,ovviamente, andiamo in controtendenza cercando di mantenere vivo uno spazio accessibile. Che non sia per il privilegio di chi ha i soldi a permettere di frequentare i luoghi del centro che sono costosissimi e quindi inaccessibili. Prendiamo per esempio, gli affitti che sono proibitivi nella maggior parte dei casi. Quindi noi ci troviamo in questa posizione: nella consapevolezza di essere all’inizio di un lavoro fortissimo, strutturatissimo e che dobbiamo lavorare insieme a realtà com Salvi-Amo Firenze per Viverci, che si occupano esattamente solo di questo e con cui abbiamo contatti e a cui proviamo a dare una mano e a fare da supporto. Quale tipo di attività si svolgono in questo spazio? Questa è un spazio che ha una offerta di attività socio culturali di ogni tipo e anche attività più semplici di svago. Le attività, le realtà musicale, le arte performative che avvengono qua hanno un denominatore comune quello dell'accessibilità. Sono gratuite: workshop, corsi, mostre tutto gratuito. Nella Polveriera c’è una palestra popolare con ,se non sbaglio, sei corsi a cadenza settimanale, improvvisazioni teatrale ecc. Sono tantissime cose, e oltre a questo c'è tutta la parte della divulgazione e della informazione, quindi assemblee, riunioni e poi comunicazione. Nella assemblea, dell'altro giorno,si è parlato anche anche della repressione, A Firenze come da altre parti è in atto un processo governativo che vuole mettere fine a tutte l'esperienze di autogestione e a tutto quello che viene considerato, non allineato al pensiero unico dominante. Ecco,la Polveriera, insieme altre esperienze fiorentine si trova nella condizione di dover rispondere collettivamente. Secondo i voi qual è il percorso che è possibile intraprendere? Sì,ovviamente c’è la consapevolezza che se restiamo da soli siamo debolissimi,e se unissimo tutte le realtà, tutte le forze, forse non basterebbero. Poi c'è un discorso di legittimità,ogni lotta dal basso, ha legittimità ad esistere. Sarebbe bellissimo,ma questa è più una speranza: la speranza che questo tipo di lotta venga compresa dalla popolazione. Sarebbe bellissimo se nel quartiere uno si capisse l'importanza di uno spazio del genere e si supportasse la lotta in modo attivo, che non vuol dire necessariamente scendere in piazza a fare scontri, ma che serve però anche un supporto, una presenza, una raccoltafirme, dei pranzi popolari…. ph. Cesare Dagliana La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze     Redazione Toscana
December 30, 2025
Pressenza
Caso Hannoun, la lunga mano di Israele sull’ordinanza del Tribunale di Genova
Il Caso Hannoun e le accuse a suo carico, e d altri attivisti, stanno mettendo in scena uno spettacolo dell’assurdo. Persone che fino all’altro giorno sono state punto di riferimento democratico in Italia delle associazioni palestinesi, legalmente riconosciute, di punto in bianco sono state definite dalla magistratura e dai media come “terroriste”, con tanto di teorema giudiziario sui presunti finanziamenti ad Hamas (senza prove). Il tutto espresso con una certezza disarmante, ma senza prove. Ma di questo non dobbiamo troppo preoccuparci: Nelson Mandela fu sempre considerato un pericoloso comunista dagli USA – che sostennero per decenni il regime dell’apartheid bianca in Sudafrica insieme ad altri Paesi occidentali – e fu arrestato nel 1960 grazie a una soffiata della CIA e soltanto il 1 luglio 2008 il presidente degli Stati Uniti George Bush firmò il provvedimento che lo cancellava dalla lista nera dei “terroristi”. Avete letto bene: fino al 2008 – 18 anni dopo la liberazione dal carcere, anni dopo la fine della sua presidenza sudafricana – fino all’età di 90 anni, gli Stati Uniti d’America hanno mantenuto il Premio Nobel per la Pace Mandela nell’elenco dei “terroristi”. Questo episodio è emblematico di come le definizioni politiche di “terrorismo” possano essere soggettive e influenzate dagli interessi geopolitici del momento, trasformando un liberatore in un “terrorista” secondo la prospettiva di alcune nazioni. Ritornando a noi, è estremamente interessante notare che proprio l’Antimafia e l’Antiterrorismo, dal 2023, abbiano attivato un’indagine (l’Operazione “Dominio”) tale da fare così rumore. In meno di due anni, Antimafia e Antiterrorismo sarebbero riusciti a risalire a tutti i collegamenti tentacolari dei “finanziatori di Hamas”, quando le stesse hanno arrestato Matteo Messina Denaro, ultimo boss stragista di Cosa Nostra, dopo 30 anni di latitanza. Ma dove era Matteo Messina Denaro? Era latitante a casa sua, a Tre Fontane, frazione di Campobello di Mazara: si trovava semplicemente nella zona balneare vicino a Castelvetrano, sua città natale, ad 8 minuti di distanza da una caserma di carabinieri. Farebbe ridere se non facesse piangere, o urlare dalla disperazione in un Paese, come il nostro, le cui istituzioni sono attraversate dalla Trattativa Stato-Mafia. E proprio come sono attraversate dalla Trattativa Stato-Mafia in questi casi di cronaca, sono attraversate da altre collaborazioni quando si parla di repressione della militanza filopalestinese: Israele. L’operazione “Domino”, avviata dopo il 7 ottobre 2023 su segnalazione della Direzione Nazionale Antimafia, si fonda su intercettazioni, analisi finanziarie e su una vasta cooperazione giudiziaria internazionale, in particolare con Israele. Un Paese che però ha un interesse militare e politico chiaro, è oggetto di un procedimento per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia e sui cui capi politici pende l’accusa di crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale. Negli ultimi anni, Israele ha bollato come “terroristiche” numerose organizzazioni umanitarie, “colpevoli” soltanto di criticare e di opporsi attivamente al genocidio perpetrato ai danni della popolazione palestinese. Basti pensare all’UNRWA, definita «un focolaio di terrorismo», e alla Global Sumud Flotilla, più volte etichettata come “Hamas Sumud Flotilla”. Anche in quest’ultimo caso, le accuse israeliane hanno fatto riferimento a presunti finanziamenti di Hamas, basati su documenti che gli organizzatori e diverse fonti indipendenti hanno definito infondati o manipolati. Ma cosa hanno trovato di illegale gli inquirenti? Nulla e ce lo dice anche l’ordinanza del GIP. E’ da 25 anni che l’ABSPP è  soggetta ad indagini consistite in intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche e sistemi di videosorveglianza (cimici installate nelle case e nelle automobili), analisi patrimoniali e finanziarie. Negli anni intercettazioni telematiche sugli apparati informatici hanno consentito, attraverso attività “sotto copertura”, l’estrazione di copia di dati accumulati dai vari computer utilizzati dall’associazione ABSPP (quasi 4 TB). Conclusione: nelle 306 pagine dell’ordinanza contro i 9 sospettati di aver costituito una cellula di Hamas in Italia, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato utilizzato per finanziare attività terroristiche. I Tg ci hanno mostrato immagine di macchine conta-soldi e mazzette di contanti che i sospettati trasportavano in valigette verso Egitto e Turchia per farli arrivare a Gaza, però nelle carte dell’ordinanza si dice chiaramente che sono tutti soldi regolarmente contabilizzati provenienti dalle elemosine delle moschee e dichiarati alla frontiera. Le associazioni sotto accusa mantenevano registri contabili molto precisi, è possibili ricostruire dove finivano questi soldi: rispettivamente in adozioni a distanza di bambini orfani palestinesi, in impianti di desalinizzazione per ospedali di Gaza, in sostegno di famiglia di caduti in guerra. Questo lo scrivono gli stessi inquirenti che, in 25 anni di indagini – con una serie di indagini aperte e poi archiviate – cercano di mandare in galera chi fa della beneficenza. Tutte indagini archiviate negli anni proprio perchè i PM hanno sempre affermato che la beneficenza non può essere un reato. Ma qualcosa ora è cambiato. Mohammad Hannoun, 64 anni, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (API) e residente a Genova da oltre quarant’anni, è stato arrestato insieme ad altre otto persone con l’accusa di “associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale”. Per la gip di Genova Silvia Carpanini, Hannoun sarebbe «membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas» e al vertice di una rete di associazioni attive in Europa che, sotto la copertura di raccolte fondi umanitarie, avrebbero finanziato la lotta armata palestinese. E le prove di tutto questo dove sono? La prova sta in quello che Israele ha riferito all’autorità giudiziaria italiana in un lungo dossier, ovvero che le associazioni destinatarie dei fondi sarebbero collegate a Hamas. A pagina 10 dell’ordinanza si afferma che i “suddetti documenti”, che sarebbero le prove per le indagini – a carico di Hannoun e della sua associazione – sono per la maggior parte stati acquisiti dichiaratamente dall’esercito israeliano (IDF) nel corso di operazioni militari “Defensive Shields” (3), realizzata all’inizio degli anni 2000 e “Sword of Iron” (Operazione Spade di Ferro), giustificata falsamente come risposta dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Oltretutto – sempre secondo l’ordinanza – Israele non ha fornito la documentazione originale, ma solo delle sintesi: motivo per cui l’ordinanza parla di misure cautelari e non di arresto vero e proprio, proprio perchè le documentazioni rappresentano meno della metà del concetto di “parziale”. Ma basta la parola viziata da Israele per rendere incontrovertibili le fondamenta su cui si basa un teorema giudiziario? In termini platonici, si parlerebbe di sofismi e falsi sillogismi, ovvero discorsi che non stanno in piedi e che hanno la finalità di spacciare per base razionale ciò che razionale non è. Inoltre bisogna sottolineare che i documenti forniti da Israele sono atti extraprocessuali, acquisiti da un’Autorità estera (Israele) nel corso di operazioni militari e poi trasmessi all’Autorità giudiziaria italiana. Sempre secondo l’ordinanza, l’acquisizione del materiale per queste indagine non risulterebbe lecita. Come evidenziato dal PM Carpanini non esistono norme nel nostro ordinamento che espressamente regolano l’acquisizione nel procedimento penale di tale tipo di documentazione; va quindi fatto riferimento ai principi generali che regolano le prove, ed in particolare l’art. 234 c.p.p., per cui possono essere acquisiti nel procedimento italiano, “sempre che non sussistano ipotesi di inutilizzabilità per essere stati acquisiti in violazione di divieti di legge a tutela di principi fondamentali del nostro ordinamento” – si legge. Nonostante ciò, l’ordinanza cita la raccomandazione CM/Rec(2022) 8 del marzo 2022 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e il Memorandum 2020 del Eurojust (Agenzia UE per la cooperazione giudiziaria) i quali, facendo riferimento al “battlefield evidence” (4),  giustificherebbero l’uso dei materiali trasmessi dall’esercito israeliano. Si legge nell’ordinanza: “analizzando il contenuto del server di ABSPP, gli operanti hanno rinvenuto documenti da cui si ha conferma dell’autenticità di alcuni di quelli autonomamente trasmessi dall’Autorità israeliana, il che consente di attribuire generale attendibilità al complesso del materiale inviato”. In sostanza, dal contenuto dei server dell’associazioni di Hannoun si è potuto confermare che “alcuni” documenti dell’Autorità israeliana sono autentici, quindi tutti i documenti israeliani sono “generalmente” attendibili e quindi si possono usare per le indagini, violando anche la legge italiana. In queste pagine vi è tutto il fideismo della magistratura italiana nei documenti racimolati dall’autorità israeliana, senza minimamente porre dubbi a riguardo e senza minimamente tenere in conto l’uso strumentale che Israele fa del termine “terrorismo” (uso fatto in decine e decine di casi). Sul piano giuridico, emergono dunque diversi punti controversi: l’inchiesta si sta basando su documenti raccolti dall’intelligence che non sono prove. Per essere definito tale un “terrorista” serve dimostrare che svolga attività di carattere terroristico concrete, mentre qui abbiamo una serie di destinatari di somme di denaro con delle causali che sulla carta fanno ritenere si tratti di beneficenza. Ad oggi non ci sono prove che siano state utilizzate per un’attività terroristica, laddove il terrorismo ha delle caratteristiche ben precise, cioè quello di “aggredire la popolazione per creare terrore”. E in questo contesto che si inserisce il rinnovato interesse investigativo nei confronti di Mohammad Mahmoud Ahmad considerato – secondo l’ordinanza -, “a livello europeo, uno dei soggetti più rappresentativi per la raccolta dei fondi pro-Palestina e già sospettato in passato di destinare le somme raccolte al finanziamento del terrorismo”. Hannoun ha sempre respinto le accuse, sostenendo: «Ho sempre destinato i soldi raccolti in Italia a chi ne ha bisogno, a orfani e famiglie non a militari». Nelle oltre 300 pagine di ordinanza, non viene indicata la destinazione finale dei fondi: si parla di sostegno alle “istituzioni” di Gaza e al dipartimento dei «martiri, feriti e prigionieri». Intanto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «apprezzamento e soddisfazione» per gli arresti. Anzi, è la stessa ordinanza che a pagina 9, afferma chiaramente che Hannoun era già stato indagato in passato “nel P.P. 20179/01/21 RGNR concluso con una richiesta di archiviazione non essendo pervenuti dalle Autorità israeliane, entro il termine delle indagini preliminari, gli atti di assistenza giudiziaria richiesti”. In seguito è stato autorizzata la riapertura delle indagini da parte delle Autorità Israeliane degli atti richiesti, così determinando l’iscrizione del procedimento 15003/03/21, concluso peraltro anch’esso con richiesta di archiviazione accolta dal Gip per mancanza di prove. In data 26/10/2023 veniva richiesta una ulteriore “autorizzazione alla riapertura delle indagini del procedimento n. 15003.2003 R.G.N.R. autorizzata in data 30/10/2023 e cui ha fatto seguito l’iscrizione del procedimento recante il numero di R.G. 13154/2023 RG.N.R”. In data 13/12/2023, le indagini venivano altresì co-delegate al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma. Questo vuol dire che già in passato analoghi procedimenti erano stati aperti contro Hannoun, che sono stati poi archiviati. La riapertura delle indagini è un segnale di persecuzione politica per il suo attivismo per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese (1) e per essere punto di riferimento della comunità palestinese in Italia. Inoltre Hannoun ha dichiarato più volte la sua distanza da Hamas. Nell’agosto 2025, a margine della carovana per la Palestina organizzata a Milano, Hannoun era stato inserito nella blacklist del Dipartimento del Tesoro statunitense con l’accusa di essere un finanziatore del terrorismo e di promuovere manifestazioni contro Israele. Le sue dichiarazioni furono chiarissime, nonostante vengano strumentalizzate dai media: “Io non appartengo a Hamas, questo lo dico ufficialmente, non faccio parte di Hamas però faccio parte del popolo palestinese, rispetto ogni fazione palestinese che rispetta i diritti del popolo palestinese, che lotta per strappare questi diritti per l’autodeterminazione. (…) Io sono simpatizzante di Hamas come sono simpatizzante di ogni fazione che lotta per i miei diritti. Per cui questa frottola, questa accusa di far parte di Hamas, di essere un leader di Hamas è una bugia, una bufala. Io non faccio parte di Hamas, io non sono leader di Hamas, io sono un palestinese, io mi impegno, mi sono impegnato da decenni nella lotta per i diritti del popolo palestinese”. L’assunto acritico per cui il legame con Hamas viene dato per presupposto, sulla base di report militari israeliani, rischia di ribaltare l’onere della prova. Ciò che è assurdo è che quello che si dovrebbe dimostrare, viene dato per presupposto incontrovertibile. Molti hanno affermato in questi gironi “di avere fiducia nella giustizia”, ma l’indagine stessa e i suoi documenti sono un esempio di come la neutralità della magistratura o è un concetto valido non applicato, o è un concetto ipocrita. Altro punto interessante nell’ordinanza è la volontà categorica, da parte della GIP Carpanini, di dimostrare che Hamas (2) non è un movimento di liberazione nazionale della Palestina, ma un “movimento jihadista”, una minaccia globale che vuole ribaltare ogni Stato che non si fonda su presupposti fondamentalisti, che lo sosterrebbero con metodi violenti per sostituirlo con uno Stato di stampo “islamista”. Basta leggere le 306 pagine dell’Ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere per Mohammad Hannoun e altri attivisti palestinesi redatta dalla GIP del Tribunale di Genova, Silvia Carpanini, per capire che non si tratta di un semplice documento di misura cautelare, ma un tentativo palesemente ideologico di riscrivere la storia con innumerevoli strafalcioni e imprecisioni, facendo della sociologia spiccia nelle prime 50 pagine. L’ordinanza è un lungo e radicale elogio del suprematismo occidentale – nonchè una difesa implicita del sionismo – che parte dal presupposto che la parola dell’Occidente e la sua visione siano sempre superiori rispetto ai “barbari” che vivono fuori. Carpanini scrive a pagina 9: “HAMAS ha nel suo stesso statuto la ratifica della distruzione di Israele e presenta il jihad contro il sionismo come rispondente alle parole che, secondo alcuni studiosi dell’lslam, sarebbero state proferite dallo stesso Maometto “l’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno…”. Alla luce di tali principi e a fronte delle azioni realizzate nel tempo e culminate nell’ultimo drammatico attacco del 7 ottobre poteva quindi ipotizzarsi HAMAS come organizzazione terroristica”. Partendo dal fatto che forse i magistrati in questione non hanno ben presente cosa sia successo il 7 ottobre 2023 con la Direttiva Hannibal, nell’ordinanza si “ipotizza” che Hamas sia un’organizzazione terroristica a partire da quello che avrebbe detto Maometto. Se per dichiarare “terrorista” Hamas basta attingere vagamente dai testi di riferimento dell’Islam, si potrebbe in egual modo dichiarare il sionismo come “movimento terrorista” a partire dalla sua storia (il ruolo dell’Irgun, del Laganah e della Banda Stern nella pulizia etnica della Palestina fino alla Nakba del 1948) e dalle dichiarazioni dei suoi esponenti più accaniti. Senza dover fare l’elenco delle bestialità espresse dai sionisti negli ultimi 80 anni, a partire da Menachem Begin fino ad Itamar BenGvir e Bezael Smotrich, basterebbe citare Netanyahu e la giustificazione biblica dell’attuale genocidio a Gaza attraverso il libro del Deuteronomio (25,17): «Ricorda ciò che ti hanno fatto gli Amaleciti» – aggiungendo – «Ricordiamo e combattiamo. (…) I meravigliosi soldati ed eroi dello straordinario esercito israeliano […] bramano di ricompensare gli assassini per gli atti orribili che hanno perpetrato sui nostri figli, sulle nostre donne, sui nostri genitori e sui nostri amici […] [i nostri soldati] sono impegnati a sradicare questo male dal mondo, per la nostra esistenza, e aggiungo, per il bene di Tutta l’umanità». Inoltre non è vero che Hamas vuole la distruzione di Israele, ma anzi dal 2007 riconosce la soluzione binazionale per Palestina e Israele (soluzione per altro impraticabile per un lungo elenco di motivi che non starò qui ad elencare). Occorre ricordare che Hamas viene classificata come “organizzazione terroristica” da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e altri Stati, mentre altri Paesi la considerano una legittima organizzazione di resistenza, quale per altro è. Hamas è stata dichiarata “organizzazione terroristica” inizialmente solo da Israele e dagli USA, tant’è vero che l’UE ne ratifica la vittoria nelle elezioni del 2006: anno in cui Hamas si presenta come legittimo partito politico. In seguito, su pressione USA, si è adeguata anche l’UE insieme al Regno Unito. In totale si tratta di 32 Paesi che considerano Hamas un’organizzazione terrorista, mentre il resto del mondo (162 paesi), con una mozione approvata all’ONU, dichiara Hamas un “legittimo partito del popolo palestinese”. Anche il Presidente brasiliano Lula ha dichiarato: “Hamas terrorista? No, per noi e per l’ONU non è affatto terrorista. È un legittimo partito politico palestinese.” Russia, Cina, India, Giappone, America Centrale e del Sud, e la vasta maggioranza del mondo non la pensa come Europa e Stati Uniti. Questo dimostra che a prevalere è una visione eurocentrica dei fatti, che si discosta da tutto il resto del mondo. Vogliamo forse credere che tutto il resto del mondo, escluso il “paradisiaco” Occidente, sostiene il terrorismo? Che piaccia o no al mondo occidentale, Hamas come movimento politico ha avuto – alle ultime elezioni – più del 70% dei voti del popolo palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e come tale deve essere un interlocutore. Dal 2017, nei suoi Statuti, Hamas rifiuta ufficialmente ogni tipo di violenza fuori dai Territori Occupati Palestinesi e ammette la resistenza all’entità occupante sionista all’interno della Palestina. Non vi è alcuna ambizione espansionistica di Hamas fuori dalla Palestina, a differenza di quello sostenuto dall’ordinanza del GIP Carpanini. L’ordinanza del tribunale in una nota afferma che “From the River to the Sea” sarebbe “lo slogan di HAMAS che, spesso inconsapevolmente rispetto alle origini dello stesso, viene utilizzato nelle manifestazioni di supporto al popolo palestinese tenute anche in Italia e nel resto d’Europa”. Forse i consulenti storici che hanno redatto l’ordinanza non sanno che lo slogan “From the River to the Sea” è usato dai movimenti in solidarietà con il popolo palestinese e dal popolo palestinese fin dagli anni Sessanta, ovvero più di vent’anni prima della nascita di Hamas. Che poi sia sopravvissuto nei decenni e compaia nel 2017 nel manifesto programmatico di Hamas vuol dire solo una cosa: che riflette il desiderio di tutto il popolo palestinese di tornare nelle terre abitate prima del 1947 e che si estendevano dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Interessante sarebbe ricordare, ai presunti consulenti storici (se mai ci sono stati), che c’è un movimento politico che ha sempre pensato di espandersi in tutto il Medioriente buttando fuori da quelle terre le popolazioni arabe. Quel movimento si chiama sionismo, ovvero il fondamento politico dell’entità sionista, ovvero Israele. Non è un caso che in questi decenni Israele abbia avverato quello che è il sogno biblico della “Grande Israele” (5), espressione usata in ambito sionista per riferirsi ai confini auspicati di Israele: dal fiume Nilo all’Eufrate, costituito da tutto l’attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, gran parte della Siria, la Giordania e parte dell’Egitto. Considerando la sequenza degli eventi anche fuori dai confini della Palestina – l’occupazione israeliana della Cisgiordania, le alture del Golan siriano, l’ accerchiamento di Gaza e il suo assedio, le ripetute invasione e attacchi militari del Libano, il bombardamento dell’Iraq, gli attacchi aerei in Siria e i tentativi di contenere le capacità nucleari dell’Iran – sembrerebbe che la “Grande Israele” sia stia sempre più realizzando e che il sionismo, insieme all’Entità sionista, siano una “minaccia globale” per la stabilità del Medioriente. Con il senno di poi, alla luce della crescente balcanizzazione del suo vicinato, possiamo affermare che Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi successi ciò che furono gli obiettivi del Piano Yinon (ideato e scritto da Odeon Yinon nel 1982), che prevedeva una “grande Israele” creato un giorno dalla distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele. Il piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle spalle sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente conquistabili, che avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele” dominante dal Mar Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano Yinon era pensato come una campagna sistematica per minare, dividere e distruggere con ogni mezzo necessario le diverse nazioni arabe per consentire a Israele di progredire senza ostacoli con il sostegno esterno delle correnti sioniste nei movimenti neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani. Nel 2017, Ted Becker, ex professore di diritto Walter Meyer alla New York University e Brian Polkinghorn, illustre professore di analisi dei conflitti e risoluzione delle controversie alla Salisbury University , hanno argomentato come il Piano Yinon fu adottato e perfezionato in un documento politico del 1996 intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Rapporto Clean Break), scritto da un gruppo di ricerca guidato da Richard Perle e Paul Wolfowitz presso l’Institute for Advanced Strategic and Political Studies, affiliato a Israele, a Washington. Sionisti neoconservatori statunitensi come Richard Perle e Paul Wolfowitz si aggrapparono a questo piano di Oded Yinon, lo infilarono silenziosamente nei think tank di destra ben finanziati di Washington (ad esempio, l’American Enterprise Institute). Alcuni anni dopo, Richard Perle divenne una delle figure chiave nella formulazione della strategia di guerra in Iraq adottata durante l’amministrazione di George W. Bush nel 2003. Il Rapporto Clean Break divenne famoso per aver sostenuto una nuova politica aggressiva, tra cui la rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq e il contenimento della Siria attraverso l’impegno in una guerra per procura e sottolineando il suo possesso di “armi di distruzione di massa” (mai esistite realmente). Sembrerebbe che il Likud, partito d’estrema destra di Netanyahu, stia attuando entrambi i piani. Nell’agosto 2025, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” e che sente un legame con la visione della “Grande Israele”. Nello stesso mese ha espresso, nel contesto del genocidio a Gaza, l’intenzione di occupare Gaza per smantellare Hamas e l’anno precedente il ministro della difesa israeliano Israel Katz aveva affermato che Israele continuerà a mantenere il controllo militare della Striscia di Gaza anche dopo la guerra. Sempre nell’agosto 2025, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 3.000 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, dichiarando che l’obiettivo è quello di compromettere definitivamente la possibilità di nascita di uno Stato palestinese. Ma nonostante ciò, un Paese come l’Italia preferisce perseguire legalmente, senza prove, attivisti palestinesi e filopalestinesi e le loro associazioni, con l’aiuto del loro carnefice.   (1) Con la Risoluzione n. 3236/1974, l’Assemblea generale dell’Onu ha riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese https://www.un.org/unispal/wp-content/uploads/2016/05/ARES3236XXIX.pdf (2) “Harakat al-Mugawama al-Islamiyya” (tr. “Movimento Islamico di Resistenza”), meglio noto con acronimo HAMAS. (3) L’operazione Scudo Difensivo è stata una grande operazione militare condotta dalle forze di difesa israeliane nel 2002, nel corso della Seconda Intifada. È stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. (4) battlefield evidence (BE) è la possibilità per gli Stati di usare nei processi penali nazionali le informazioni raccolte in zone di conflitto – in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani – con la peculiarità che, in tali contesti, le potenziali prove vengano raccolte da militari, servizi segreti o altri soggetti che comunque “non agiscono in qualità di forze dell’ordine” né con lo specifico fine di raccogliere prove per tribunali, il che peraltro non toglie che tali prove siano comunque estremamente utili e gli Stati devono quindi attivarsi perché possano essere acquisite nei procedimenti, purché raccolte nel rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Ma chi ha le prove i documenti forniti dall’IDF siano stati raccolti nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali? Come si può non dubitare della raccolta rispettosa dello Stato di Diritto da parte di un esercito che viola sistematicamente i diritti umani e commette crimini di guerra? (5) “Grande Israele” è occasionalmente riferito alla Terra Promessa (definita nel libro della Genesi 15:18-21) od alla Terra di Israele ed è anche chiamato “Completa Terra d’Israele” o “Tutta la Terra d’Israele” (in ebraico: ארץ ישראל השלמה, Eretz Yisrael Hashlemah). Ulteriori informazioni: https://badil.org/phocadownload/Badil_docs/publications/IT-Rifugiati-Palestinesi-e-il-diritto-al-Ritorno.pdf Becker, Ted; Polkinghorn, Brian (2017). A New Pathway to World Peace: From American Empire to First Global Nation, Resouce Pubblications, Eugene, Oregon. Lorenzo Poli
December 30, 2025
Pressenza
Stare con Hannoun e Shahin, senza se e senza ma
di Roberto Prinzi – redattore di Nena News Seppur interessanti, trovo che coloro che rispondono all’arresto di Hannoun soffermandosi sul fatto che tali accuse si basano su quanto affermi in Israele non centrino il punto dirimente della questione. Che Israele detti la nostra politica intervenendo direttamente o meno anche su questioni interne non lo scopriamo oggi e non lo scopriamo tra l’altro con il governo attuale: basterebbe vedere il processo a quanto accade all’Aquila contro i tre palestinesi. O cosa per decenni il Mossad ha fatto a casa nostra. O semplicemente come l’ago della nostra politica estera soprattutto negli ultimi anni segni sempre di più Washington e Tel Aviv. Sia chiaro: è sempre giusto denunciare la nostra complicità e sudditanza. Ed è lodevole non stancarsi mai nel farlo a costo di essere ripetitivi. Ma, purtroppo, non basta. Fermarsi qui, senza andare oltre nella nostra analisi, vuol dire non esporsi veramente e politicamente su quello che per me è il punto dei punti. Quello che per intenderci fa saltare carriere, che produce denunce, arresti, registrazioni nell’autoproclamato Occidente che grida: “Je Suis Charlie Hebdo”. In poche parole: essere con la Resistenza dei popoli oppressi. Resistenza che, come è giusto che sia, danneggia direttamente i “nostri” interessi (noi siamo oppressori) o ferisce i nostri “amici” o le marionette che mettiamo lì affinché facciano i nostri interessi. Resistenza ancora più “criminale” – pardon terroristica – perché usa addirittura le armi. L’oppresso, a meno che non siamo noi a cambiargli status perché si genuflette ai nostri (di Washington soprattutto) desiderata, non può usarle. Armi che però – e qui è appunto la cosa tragicomica – noi paghiamo profumatamente (impoverendoci sempre di più, mentre tutto lo stato sociale cade a picco) facendo anche i salamalecchi alle industrie belliche. Sintetizzando: No alla “Resistenza” palestinese (sono “terroristi”), viva la “Resistenza” ucraina (sono “combattenti”, “eroi”). Da qui, il doppio standard: se i secondi fanno saltare con autobombe (sempre più nostre) civili in Russia, beh il loro atto non è un attacco terroristico, ma viene addirittura applaudito perché mostra le “debolezze” del nostro nemico, Vladimir Putin. E’ spesso proprio quest’ultima categorie di persone – che, attenzione, abbraccia oltre alla destra la quasi totalità del centro sinistra – è politicamente ancora più rivoltante quando poi, dopo aver fatto appena una sostituzione di luoghi (esce Ucraina, entra Palestina,) fa la morale sul 7 ottobre che definisce “pogrom”, “atto terroristico”, tra l’altro fingendo (vergognosamente) di dimenticare l’intero contesto in cui sia avvenuto. La vera questione su Hannoun è la seguente: essere o meno con la Resistenza dei nativi palestinesi. Una presa di posizione che può nascere solo da uno sforzo di rilettura del passato e del presente attraverso la lotta degli oppressi: nelle sue differenze e modalità c’è un filo di continuità che unisce, giusto per fare qualche esempio, le rivolte anticoloniali pre e post periodo vittoriano, passando per il Sudafrica, Vietnam e Iraq alla Palestina: è l’insostenibile crudeltà del colonialismo (e con tutto ciò che esso comporta) a salire sul banco degli imputati In questa ottica, cosa sia Hamas, cosa abbia fatto, cosa faccia a noi interessa poco in questa fase in cui perdura la più vecchia e brutale forma di colonialismo esistente al mondo. Chi in queste ore continua a investire del tempo se Hamas è organizzazione “terroristica” o meno non può essere un nostro fratello o sorella di lotta. Tanto meno, e soprattutto perché non siamo noi i protagonisti, dei palestinesi. Dobbiamo cambiare modo di leggere gli eventi in un’ottica post coloniale, facendoci da parte. Non sovrapponendo la nostra voce a chi è vittima. Se vogliamo far del bene alla causa palestinese possiamo semplicemente essere dei ponti. Possiamo noi accettare, da bianchi privilegiati nati in una parte del mondo sporca di sangue e violenza (altro che Hamas..), che gli oppressi si ribellano? Se no, perché, di grazia, spiegate se lo facevamo noi negli anni 40 ancora oggi ci celebriamo e se lo ha fatto un iracheno 20 anni fa o un palestinese era un terrorista? Imam Shahin di Torino Se sì, bene allora dobbiamo tenere conto che nel ribellarsi, soprattutto dopo che sei occupato e umiliato da oltre 100 anni, i popoli in lotta commettono anche errori e atrocità. E che l’atrocità è l’unico frutto che può sorgere nell’oppressione coloniale. E’ questo il punto che va sottolineato. Non esistono atrocità di serie A e serie B: quando gli indiani massacravano nell’Ottocento anche i civili inglesi non lo facevano in modo meno brutale di quanto avvenuto nei kibbutz e ai giovani israeliani del rave. Eppure non dovevano sollevarsi contro quello spietato sfruttamento? Eppure sono stati atti orribili contro civili esattamente con il 7 ottobre. Per le vittime civili israeliane di quel giorno provo un profondo dolore. Almeno dalla mia condizione di privilegiato posso permetterlo. Ci siamo detti sempre “Restiamo umani” e non possiamo venir meno a quella promessa perché é ciò che permette all’intero cielo di non cadere. Anche se quelle vittime godevano dei privilegi del sistema coloniale. Anche se quelle vittime magari erano parte attiva di quel sistema coloniale. Anche se ballavano a pochi chilometri da un campo di concentramento. Quelle vittime le sento con dolore a maggior ragione perché credo che la Palestina sia “dal fiume al mare” e che la Palestina che spero sorga debba riconoscere e pianga anche quelle vittime. E’ un punto di partenza imprescindibile per qualunque riconciliazione: sentire l’altro, ma finalmente in un’ottica di uguaglianza senza muri e fili spinati. I nostri media stanno offrendo in questi giorni una fotografia perfettamente chiara del loro degrado e prostituzione intellettuale. Così come è imbarazzante è “l’opposizione”: quasi godono a fare a gara a mettere Hannoun sul patibolo. A prendere le distanze. Ma non è da meno colpevole, forse più ipocrita pur nel suo interessante giro di parole da intellettuale, chi critica aspramente Salvini invitandolo a “non delegittimare il movimento pro-Palestina” come fa Salis a Genova. Ma poi aggiunge che Hamas è un gruppo terroristico. Ancora di più schizzofrenico chi magari aggiunge subito dopo: “viva la Resistenza palestinese!”. Ma come: Hamas, pur nelle sue tante ambiguità e nei suoi tornaconti politici, è la stessa che in misura maggiore è stata nelle strade ad annientare i cingolati dell’oppressore? O vogliamo negare la realtà? Sono le stesse forme di Resistenza palestinese che considerano Hamas tale. E noi, qui a qualche migliaio di chilometri, vogliamo decidere noi cosa va bene o cosa no? Vogliamo continuare a parlare al posto degli oppressi? E se siamo con quest’ultimi, non eravamo con quei miliziani di Hamas – non solo loro ricordiamolo – che infliggevano colpi ai carri armati coloniali? Ecco quindi che essere con Hannoun, essere con l’imam Shahin, deve essere senza se e senza ma. Soprattutto in queste ore. Nei distingui, venuti fuori anche da Avs, si vede tutta la pochezza di gruppi parlamentari che di sinistra non hanno nulla e che andrebbero essere abbandonati nelle tornate elettorali. Non sei con i palestinesi oppressi se piangi per un bambino gazawi assassinato. Se con pietismo tratti i palestinesi solo in quanto vittime. Che poi chi se ne frega se siano liberi o meno e al massimo, sia chiaro, che siano liberi come vogliamo noi. Irrilevante se ti avvolgi in una kefya profumatissima e hai un bandierone della Palestina. Le Salis non riconosceranno mai la Resistenza. E se pure dovessero farlo, parleranno che “deve essere non violenta”. Il privilegiato che stabilisce le modalità di lotta dell’oppresso. Il salto repressivo in Italia e nelle pseudo democrazie europee, Germania in testa, è pericoloso. Nei mesi scorsi hanno denunciato, arrestato e picchiato attivisti “pro-Pal”. Non si può non sottolineare il salto di qualità di queste ultime settimane. Non possiamo, ancora una volta fingere di non capire, come la Palestina ci riguarda ed è la cartina al tornasole delle nostre vite: racconta il nostro presente fornendoci una istantanea chiarissima di come sia ridicola la pseudo-opposizione parlamentare e quanto siano non democratiche le “nostre democrazie”. Oggi Hannoun, domani sempre di più decine di attiviste e attivisti per qualunque altra causa. E’ un fenomeno che è già iniziato con la complicità della magistratura la cui azione repressiva avviene sempre con una perfetta tempistica. Redazione Italia
December 30, 2025
Pressenza
Caso Mohammed Hannoun, GAP: “Solidarietà non è reato: fiducia nella Magistratura, ma allarme per la criminalizzazione del dissenso e della tutela dei diritti”
Pubblichiamo il comunicato stampa del Coordinamento dei Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP) Sull’arresto del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammed Hannoun – Solidarietà non è reato: fiducia nella Magistratura, ma allarme per la criminalizzazione del dissenso e della tutela dei diritti. Il Coordinamento dei Giuristi e Avvocati per la Palestina esprime stupore e sconcerto per la grancassa mediatica alimentata, in queste ore, da alcune testate dell’area della destra politica e culturale in merito alla notizia di cronaca dell’indagine che ha portato questa mattina all’arresto del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, accusato di aver gestito una rete di finanziamenti diretti ad Hamas. I toni allusivi, strumentalmente e farisaicamente scandalistici e spesso deformanti, utilizzati dagli articolisti sembrano perseguire l’obiettivo di trasformare ogni forma di denuncia del Genocidio e delle gravissime violazioni del diritto internazionale perpetrate da Israele in Palestina, nonché ogni manifestazione di solidarietà attiva verso il popolo palestinese, in un sospetto “fiancheggiamento” di presunte attività terroristiche. Riaffermiamo con chiarezza la massima fiducia nell’operato della Magistratura italiana e il pieno rispetto delle sue prerogative costituzionali. Proprio per questo auspichiamo che ogni accertamento venga condotto con rigore, serenità e garanzie piene, senza cedere a pressioni esterne, né lasciarsi condizionare da campagne mediatiche che, al di là dei singoli casi, mirano a disegnare un quadro “politico” utile a intimidire e delegittimare il dissenso. Non è affatto chiaro, allo stato, il motivo per cui i fondi di cui disponevano gli arrestati suano stati ritenuti destinati a finalità diverse da quelle umanitarie. Il ricorso a fonti israeliane per dichiarare l’appartenenza ad Hamas di determinate organizzazioni umanitarie non può essere ritenuto decisivo per la scarsa attendibilità di tali fonti, in quanto provenienti da Stato uso alla manipolazione politica della giustizia oltre che sotto accusa per genocidio e altri gravi crimini internazionali. Peraltro va considerata anche la natura complessa delle organizzazioni politiche palestinesi, sorrette da un certo consenso sociale e legittimate dalle norme di diritto internazionale alla resistenza contro l’occupante. È doveroso ricordare che la solidarietà, la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di associazione e l’impegno civile a tutela dei diritti fondamentali sono pilastri dell’ordinamento costituzionale. Allo stesso modo, l’azione di informazione, denuncia e tutela legale relativa a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario – incluse le condotte genocidarie che la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale stanno valutando e investigando – non può essere compressa o delegittimata con insinuazioni, etichette infamanti o generalizzazioni che finiscono per colpire indiscriminatamente attivisti, volontari, operatori umanitari, giuristi e cittadini. In un contesto segnato da una tragedia umanitaria di proporzioni immani, quella dell’Olocausto del popolo palestinese, la pretesa di presentare la solidarietà come “sospetta” e la difesa dei diritti come “pericolosa” costituisce un rovesciamento grave dei principi democratici: si tenta di spostare l’attenzione dalla protezione delle vittime e dall’accertamento delle responsabilità verso un terreno di delegittimazione del movimento di solidarietà e delle sue forme pubbliche e trasparenti di impegno. Come Giuristi e Avvocati per la Palestina continueremo, con ancora maggiore determinazione, nell’opera di tutela e assistenza legale volontaria a favore di chiunque subisca provvedimenti repressivi ingiusti o sproporzionati, lesivi dei principi del diritto costituzionale e del diritto internazionale. Continueremo a farlo apertamente, in modo trasparente e nel pieno rispetto della legalità, nella convinzione che i principi di solidarietà, eguaglianza e giustizia non siano negoziabili e debbano prevalere su ogni tentativo di intimidazione o criminalizzazione del dissenso, così come continueremo a denunciare e chiedere l’avvio di indagini penali per l’accertamento delle responsabilità e la punizione di autori e complici del genocidio tuttora in atto. Invitiamo, pertanto, tutte le istituzioni, l’avvocatura, il mondo accademico, la società civile e gli organi di informazione a respingere la logica delle insinuazioni e a difendere lo spazio democratico di chi chiede verità, responsabilità e protezione dei diritti umani per il popolo palestinese, senza ambiguità e senza doppi standard. Coordinamento dei Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP) Redazione Italia
December 29, 2025
Pressenza