Tra propaganda di guerra e comunicazione di pace
Viviamo tempi difficili, tempi che hanno riabilitato l’uso della violenza e
rilegittimato la pratica della guerra. In questi frangenti, che possono
rappresentare delle vere e proprie cesure storiche, è facile lasciarsi prendere
dallo scoramento e dal disorientamento. Sono proprio questi i momenti in cui
diventano salvifiche talune letture di libri che possono aprire nuove
prospettive sul mondo e suggerire vie di fuga dal delirio guerresco del
presente. Il libro di Andrea Cozzo, intitolato Media di guerra e media di pace
sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro (Mimesis Edizioni
2025), ha il merito di associare alla denuncia dei responsabili dell’attuale
stato di guerra e alla critica per chi alimenta, soffiando sul fuoco, un clima
bellicista, una proposta di impegno attivo e militante per la pace; il suo è uno
sguardo, disobbediente e empatico ad un tempo, che rappresenta anche un concreto
e realistico programma per la realizzazione di un altro mondo possibile.
Cozzo insegna lingua e letteratura greca all’Università degli Studi di Palermo
ma per chi, come il sottoscritto, lo conosce da più di trentacinque anni, è
anche tanto altro: un appassionato studioso che cerca di coniugare impegno
intellettuale e agire concreto nel segno della trasformazione del mondo e che si
dichiara amico della nonviolenza. Il suo è un libro engagé. Con l’acribia
filologica, che contraddistingue i suoi lavori più teorici, Cozzo concentra la
propria attenzione sui registri stilistici, i linguaggi e i ragionamenti
comparsi nei media italiani che hanno raccontato o, per meglio dire, tentato di
raccontare la guerra in Ucraina. E nella prima parte del suo lavoro rintraccia
contraddizioni, sviste e omissioni ad opera di opinionisti e intellettuali di
grido che finiscono per viziare la neutralità dell’informazione e per veicolare
un resoconto parziale e, soprattutto, incline a trasformarsi in mera
propaganda.
Quotidiani e settimanali, telegiornali e trasmissioni di approfondimento, si
prestano in tal modo a divulgare un messaggio che, con il pretesto di stare
dalla parte dell’aggredito, instilla sistematicamente, a danno dell’opinione
pubblica, il virus della violenza. L’analisi delle strategie di propaganda è
lucida e rigorosa, in alcuni casi si concentra su articoli e argomentazioni di
illustri filosofi come Umberto Galimberti o reporter di guerra come Francesca
Mannocchi o editorialisti come Massimo Gramellini. Con un tono serrato ma
rispettoso degli autori e delle autrici dei cui scritti si occupa, Cozzo opera
un vero e proprio lavoro di smontaggio nel tentativo, riuscito, di dimostrare
non solo la fallacia logica delle argomentazioni che vogliono convincere il
lettore della necessità della guerra ma anche l’insensatezza di tutte quelle
retoriche che propongono letture semplicistiche di una realtà globale sempre più
complessa.
Spesso si tratta di retoriche che si limitano a focalizzare l’attenzione sul
singolo individuo, Hitler o Putin che sia, attribuendo le cause di tutti i
nostri problemi al soggetto che si presume incarni il male assoluto. Cozzo
sottolinea che questo modo di procedere evita di prendere in considerazione il
fatto che le guerre sono sempre il risultato di complesse cause strutturali o
sistemiche. Indicando nel dittatore di turno la personificazione del male
assoluto si finisce per cadere in quella trappola che già Hannah Arendt aveva
evidenziato a proposito del caso Eichmann: il gerarca nazista “viene respinto in
un’alterità sadica alla quale non si immagina nemmeno per un istante di poter
appartenere. E la sua abiezione in fondo ci rassicura. Eichmann viene dichiarato
un’eccezione immorale, che rende inutile fin dall’inizio comprendere in maniera
preventiva i meccanismi che potrebbero in futuro fabbricare nuovi Eichmann.
Accusare la modernità tecnica, la segmentazione amministrativa, l’inumanità
burocratica diventa impossibile” (p. 42).
L’eccessiva semplificazione ci impedisce, per esempio, di cogliere nel loro
giusto peso, le responsabilità dell’Occidente nell’attuale stagione di crisi
sistemica planetaria, le sue posture neocoloniali e le sue pretese di rapina e
di saccheggio delle risorse dei popoli del sud del mondo. E ci ostacola, forse,
nell’esaminare a fondo la presunta ma, in verità, erronea pretesa che noi
(sempre che si possa poi capire cosa vuol dire questo noi) siamo sempre dalla
parte del giusto e della ragione. Questo non vuol dire assolvere le pulsioni di
guerra dell’aggressore, significa tuttavia evitare che si possa cadere nel
precipizio della sterile contrapposizione che, come insegnava Gregory Bateson,
l’illustre epistemologo autore dell’Ecologia della mente, può condurre a forme
perverse e distruttive di escalation simmetrica e senza senso. In fondo, il
rischio di una guerra nucleare che precipiterebbe l’umanità verso la propria
estinzione è sempre dietro l’angolo.
Compito dei grandi organi di informazione, e di tutti noi, dovrebbe essere
quello di avere a cuore la pace e di indirizzare tutte le nostre energie per la
risoluzione nonviolenta di ogni forma di conflitto. Cozzo propone la strada
dell’equivicinanza: “diversamente da come vorrebbe l’accusa mossa, sulla base
della dominante logica “a due uscite” (“o con una parte o con l’altra,
altrimenti si è indifferenti o neutrali e si fa il gioco del più forte”), da
chiunque non accetti l’esistenza di una logica diversa, è anch’essa
(l’equivicinanza ndr.) uno schierarsi: è uno schierarsi per la concreta
costruzione della pace mettendosi dalla parte delle vittime di entrambi i fronti
belligeranti” (p. 70). Insomma, si tratta di valorizzare tutti quegli elementi
di compartecipazione che possono fare sentire l’opinione pubblica vicina a tutte
le parti vittime del conflitto e non solo accanto all’una o all’altra fazione
della guerra.
Una volta esaurita efficacemente l’operazione di decostruzione dei dispositivi
con i quali si costruisce un giornalismo e una comunicazione di guerra l’autore
provvede, nella seconda parte del libro, ad avanzare la proposta relativamente a
come dovrebbe e potrebbe essere un giornalismo e una comunicazione di pace. In
questo si ispira alle stesse indicazioni del Consiglio d’Europa che, nella
Risoluzione 1003, ribadisce che “i media hanno l’obbligo morale di difendere i
valori della democrazia: rispetto della dignità umana e ricerca di soluzioni
attraverso mezzi pacifici e in uno spirito di tolleranza; di conseguenza, devono
opporsi alla violenza e al linguaggio dell’odio e dello scontro, rigettando ogni
discriminazione fondata sulla cultura, sul sesso o sulla religione”. (p. 118).
Ma come rispondere concretamente a questa sollecitazione tanto semplice e chiara
quanto difficile ed ardua da realizzare? È necessario, secondo Cozzo, lavorare
in una prospettiva sistemica che possa produrre un cambiamento strutturale, in
grado di coinvolgere istituzioni, cultura, economia, politica, società civile,
in una dialettica riassumibile nello slogan tante volte citato ma forse poco
praticato del pensare globalmente ed agire localmente: “la cultura in cui siamo
allevati e viviamo ogni giorno non è una cultura di pace ma di competizione che
fa da sponda perfetta alla logica della guerra – c’è uno che vince e uno che
perde, e la parità è esclusa” (p. 148). Occorre allora ripensare probabilmente
il nostro stile di vita, la mercificazione che satura ogni aspetto della nostra
esistenza, l’estraneazione che costringe l’individuo a perdere la connessione e
il legame con se stesso, con la propria storia e con la comunità nella quale si
trova a vivere. C’è molto da fare, dunque, a partire dalla necessità di fare i
conti con se stessi e con le proprie storture. Altro che scagliarsi contro un
ipotetico nemico esterno.
Mi pare importante, infine, segnalare un’ultima questione che, tra le tante
contemplate nel libro, gioca a mio avviso un ruolo centrale e strategico. Mi
riferisco all’attenzione dedicata dall’autore alla preoccupante torsione
autoritaria delle nostre democrazie nate, alla fine della seconda guerra
mondiale, dalla Resistenza al nazifascismo. L’autore è persuaso, e sostiene
questa sua convinzione con dovizia di argomentazioni e particolari, che i
profili istituzionali delle nostre forme di governo stiano assumendo la forma di
democrature. Con questo termine Cozzo vuole indicare il processo tendenziale in
base al quale dietro la libertà formale del voto e dell’espressione del libero
pensiero si nasconde uno svuotamento sostanziale di ogni processo di autentica
partecipazione e di autentica sovranità. La libertà si rivela, in tal modo, più
apparente che reale e finisce per sacrificare le altre due componenti essenziali
dei nostri ordinamenti statuali, i valori della solidarietà e dell’uguaglianza.
Si tratta di un problema scottante che chiunque abbia fatto un minimo di
esperienza di impegno e di attivismo civile può dire di avere purtroppo
esperito. Di fronte a questo problema epocale non sembra possano esserci facili
soluzioni o semplici scorciatoie.
Cozzo, tuttavia, indica un sentiero preciso e piuttosto chiaro. Si tratta, in
sostanza, di intendere, in ogni ambito della nostra esistenza, qui e ora, la
pratica nonviolenta come una pratica di lotta consapevole che non esorcizzi il
conflitto ma che lo sappia trasformare per renderlo produttivo e capace di
apportare margini significativi di miglioramento per tutte le parti coinvolte.
Allora, dice l’autore e in questo siamo concordi con lui, bisogna lottare:
lottare in economia per un modo di produzione equo ed ecologico, lottare in
politica per forme organizzative che favoriscano la partecipazione democratica
di tutti, lottare nella società per una cultura capace di ascolto e in grado di
esaminare i propri limiti. Soprattutto, per citare Capitini, bisogna lottare
contro se stessi per mettere in discussione le proprie abitudini e le proprie
certezze. Ed è per l’appunto citando il filosofo italiano della nonviolenza che
vogliamo chiudere questo modesto contributo di riflessione; scrive Aldo
Capitini: “è un errore credere che la nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e
sonno tranquillo, matrimoni e figli in grande abbondanza, nulla di spezzato
nelle case, nessuna ammaccatura nel proprio corpo. La nonviolenza non è
l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto infranto, lì tutto
intatto. La nonviolenza è guerra anch’essa o, per dir meglio, lotta, una lotta
continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini
altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri
sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata.” (175).
Navighiamo in acque perigliose e tormentate e tuttavia non tutto è perduto. Non
c’è più tempo da perdere e, sebbene il crescente caos intorno a noi stia
avanzando sempre di più, non può rimanere più alcuno spazio per la rassegnazione
e la passività.
Redazione Italia