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Invasione di terra della città di Gaza: un copione già visto
di Alessandra De Poli,  Fondazione Oasis, 19 settembre 2025.     Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale L’operazione militare contro Gaza City pare un copione già visto: come ha scritto l’Economist, «per molti aspetti questo sembra un ritorno alla prima grande offensiva della guerra. Allora, come oggi, le colonne corazzate israeliane hanno seminato distruzione nella città di Gaza, mentre i leader israeliani promettevano di spazzare via Hamas. […] Piuttosto che portare la vittoria, quest’ultima offensiva sembra destinata soltanto ad aggravare le sofferenze di Gaza e a lasciare Israele ancora più isolato». Tutto ciò avviene infatti, scrive il Financial Times, «mentre una commissione delle Nazioni Unite ha concluso che il paese ha commesso un genocidio contro i palestinesi nella Striscia». Per il primo ministro israeliano «un assalto alla città di Gaza è il modo migliore per liberare i 48 ostaggi ancora detenuti dal gruppo militante», prosegue il quotidiano finanziario. Mercoledì 17 le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno annunciato «la chiusura di una seconda via di evacuazione per i residenti di Gaza City verso la Striscia di Gaza meridionale, aperta all’inizio di questa settimana», precisa il Times of Israel. «Le IDF continueranno ad agire con una forza enorme e senza precedenti contro Hamas e le altre organizzazioni terroristiche», ha riferito il colonnello Avichay Adraee, portavoce in lingua araba delle IDF. «Per la vostra sicurezza, cogliete l’occasione e unitevi alle centinaia di migliaia di residenti di Gaza City che si sono trasferiti a sud, nella zona umanitaria, e non permettete ad Hamas di sfruttarvi come scudi umani», ha aggiunto, anche in questo caso ripetendo affermazioni già sentite, sostenendo che 3.000 combattenti di Hamas sono ancora nella loro «roccaforte principale», mentre buona parte della popolazione, stanca per i continui spostamenti, stremata dalla fame o semplicemente senza un posto dove andare, è rimasta in città. Lo ha spiegato alla BBC anche Olga Cherevko, portavoce dell’ufficio umanitario delle Nazioni Unite, definendo la situazione «a dir poco catastrofica». Come riporta Le Monde, «l’esercito afferma che 350.000 persone sono fuggite dalla città, Hamas dice che sono 190.000, e l’ONU, lunedì, ha stimato la cifra a 220.000», mentre negli ultimi dieci giorni «l’esercito israeliano ha metodicamente distrutto le infrastrutture urbane» della città, che ospita(va) un milione di abitanti. «Secondo le autorità locali, circa 1.700 edifici e palazzi residenziali, oltre a 13.000 tende che ospitavano sfollati, sono stati distrutti, lasciando oltre 100.000 persone senza casa», continua il quotidiano francese. Il Washington Post ha ricostruito tramite immagini e video dal campo l’ennesimo sfollamento della popolazione gazawi. In questi giorni anche a Gaza avrebbero dovuto ricominciare le lezioni, ma le scuole da quasi due anni servono come rifugi, «non sono più luogo di istruzione e di crescita», ha denunciato a Vatican News padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. La presenza della Chiesa, e in particolare della parrocchia latina della Sacra Famiglia a Gaza City, che ospita rifugiati e decine di disabili gravi, rischia di essere un problema per Israele, che aveva ricevuto diverse critiche dagli alleati occidentali quando aveva colpito «erroneamente» la chiesa della parrocchia a luglio. Nel pezzo di Vatican News vengono poi riportati i dati sulla sofferenza dei più piccoli a Gaza: «A inizio agosto l’Unicef ha stimato in oltre 18.000 i bambini rimasti uccisi dai bombardamenti e dalle operazioni militari dell’Idf in questi 23 mesi di conflitto. Una media di 28 minori al giorno. Secondo le autorità sanitarie palestinesi, più di 42.000 bambini risultano feriti, mentre il Comitato Onu sui diritti delle persone con disabilità segnala almeno 21.000 piccoli rimasti invalidi a vita. Ma moltissimi sono ancora quelli dispersi o sepolti sotto le macerie». Secondo il Wall Street Journal l’esercito israeliano negli ultimi giorni ha poi rallentato l’assalto alla città a causa delle preoccupazioni per la vita degli ostaggi. «Hamas, la cui vasta rete di tunnel è ancora in gran parte intatta a Gaza City, ha avvertito che ucciderà i prigionieri se l’esercito tenterà di liberarli con la forza. Il campo di battaglia, densamente popolato, aumenta anche il rischio di morti accidentali». Anche Haaretz sottolinea che le facili conquiste che soprattutto il presidente Trump si aspettava non si stanno materializzando perché «il Capo di Stato Maggiore delle IDF Eyal Zamir – che si oppone alla campagna – sta ordinando alle truppe di avanzare lentamente e con cautela per ridurre al minimo le vittime e i rischi per soldati e ostaggi». Le accuse nei confronti del governo sono sempre più pesanti anche da una parte della società israeliana: Orly Noy, attivista ebrea di origine iraniana che scrive su +972 Magazine, arriva a definire quello che sta succedendo a Gaza un «olocausto», che «è stato reso possibile dall’adesione alla logica etno-suprematista insita nel sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: il sionismo, in tutte le sue forme, non può essere ripulito dalla macchia di questo crimine. Gli si deve mettere fine». E precisa ulteriormente, chiamando tutti gli israeliani a un atto di responsabilità, che «ciò che Israele sta facendo a Gaza City non è il tragico sottoprodotto di eventi caotici sul campo, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall’“esercito del popolo”, ovvero dai padri, figli, fratelli e vicini di casa di noi israeliani». Questa nuova offensiva non sembra essere l’ultima e la fine della guerra non sembra un obiettivo in vista. Questa mattina gli Stati Uniti hanno «nuovamente posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza», riferisce Middle East Eye. Secondo Steven A. Cook, che scrive su Foreign Policy, non esiste posto al mondo «in cui il contrasto tra la realtà oggettiva e la politica estera statunitense sia maggiore che in Medio Oriente». Cook critica il deputato californiano Ro Khanna, che ha proposto una soluzione a due Stati facendo riferimento «a politici israeliani a lungo irrilevanti, tra cui Yitzhak Rabin, assassinato nel 1995; Shimon Peres, morto nel 2016; ed Ehud Barak, che guidò Israele per l’ultima volta quasi un quarto di secolo fa», che rivelano «un desiderio tipicamente americano che il mondo sia come lo desideriamo, anziché come è». Il ricercatore critica poi anche l’amministrazione Trump, colpevole di aver confuso i desideri con la realtà, «in particolare riguardo al disarmo di Hezbollah e Hamas». Riguardo al secondo, Cook sostiene che «il gruppo non deporrà le armi a meno che non sia costretto a farlo, e nonostante tutti i loro sforzi e la loro potenza di fuoco, gli israeliani non sono riusciti a costringere Hamas a sottomettersi». L’Economist sostiene però che Israele, a causa del crescente isolamento internazionale, «dipende sempre di più dall’America». Però i rapporti non sono così solidi come continua a decantare Netanyahu, prosegue la rivista, o comunque non continueranno a esserlo nel lungo termine: «La percentuale di americani che sostengono Israele rispetto ai palestinesi è al livello più basso degli ultimi 25 anni. Nel 2022, il 42% degli adulti americani aveva un’opinione sfavorevole di Israele; ora la percentuale è del 53%. Un recente sondaggio YouGov/Economist rileva che il 43% degli americani ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza. Negli ultimi tre anni, le opinioni sfavorevoli su Israele tra i democratici over 50 sono aumentate di 23 punti percentuali. Tra i repubblicani under 50, il sostegno è equamente diviso, rispetto al 63% a favore di Israele del 2022. Tra il 2018 e il 2021, la percentuale di evangelici under 30 che sostenevano gli israeliani rispetto ai palestinesi è crollata dal 69% al 34%. I sondaggisti ritengono che questo cambiamento sia duraturo». https://www.oasiscenter.eu/it/invasione-di-terra-della-citta-di-gaza-un-copione-gia-visto?_sc=MTcwMjYxOCM4ODgxOA%3D%3D