Erling Kagge / Sfida tra i ghiacci
Ci sono 10 sottomarini nucleari russi che navigano senza sosta, giorno e notte,
nelle profondità del Mar Glaciale Artico. Ogni sottomarino è dotato di dieci
missili intercontinentali, e ogni missile contiene sedici testate nucleari. Se
scoppia la terza guerra mondiale, in pochi minuti i sottomarini sono pronti a
emergere dai ghiacci dell’Artico e a sganciare contro le principali città
americane tutti i missili e tutte le testate in loro possesso, per un totale di
1600 testate atomiche. Sarebbe un colpo devastante per gli Stati Uniti, una
vera e propria apocalisse nucleare. Una luce bianca accecante spazzerebbe via
intere città, percorrendo l’intero continente. Le coordinate navali di questi
sommergibili – che spesso e volentieri passano proprio sotto i ghiacci del Polo
Nord geografico – sono il segreto militare meglio custodito che esiste, anche se
gli americani cercano continuamente di intercettarli utilizzando delle sonde
sottomarine che sganciano nel Mare Artico. Tutti questi sottomarini fanno capo
al più importante porto per sottomarini nucleari della Russia, il Porto militare
di Murmansk, situato nella Penisola di Kola. In questa penisola, che confina a
nord con il Mare di Barents e a sud con il Mar Bianco, è custodito circa 1/3 di
tutte le testate atomiche in possesso della Russia, che, come è noto, sono più
di 5.000. Perché proprio la Penisola di Kola? Perché lanciando le testate da lì
si può raggiungere facilmente, in pochi minuti, il territorio americano.
Erling Kagge è un esploratore polare norvegese che ha compiuto nel 1990 la
straordinaria impresa di raggiungere il Polo Nord a piedi, con gli sci, senza
utilizzare mezzi meccanici e slitte trainate da cani. La sua impresa ha
dimostrato che l’unica attrezzatura di cui deve essere dotato un vero
esploratore polare – sulla scia del norvegese Roald Amundsen – è una grande
determinazione, un grande coraggio, un grande spirito di sacrificio e una grande
capacità di affrontare le avversità di un clima così ostile. Adesso a distanza
di più di trent’anni, Kagge ritorna su questa sua impresa straordinaria, e
dimostra notevoli capacità di saggista e narratore. Questo suo Polo Nord. Storia
di un’ossessione è un libro che ripercorre le tappe principali della sfida tra i
ghiacci che lo ha portato a raggiungere quel luogo, anzi parte dalle prime
ipotesi che si fecero già in età antica sulle terre settentrionali degli
Iperborei, sulla mitica Ultima Thule e su cosa ci fosse in quella terra
incognita del nostro pianeta. A partire dal leggendario esploratore e astronomo
greco Pitea che partì da Marsiglia nel 320 AC, e dovette arrivare piuttosto
vicino al Mar Glaciale Artico, dato che vide i ghiacci e descrisse dei fenomeni
che corrispondono perfettamente a quelli del sole di mezzanotte e all’aurora
boreale, passando per il filosofo e mistico persiano Shihāb al-Dīn Yaḥyā
Sohravardī (1155-1191) fondatore della “Filosofia della Luce”, che ipotizzava
l’esistenza di una “montagna di luce”, il monte Qaf, situata al Polo Nord.
Si passa poi all’epoca pionieristica della cartografia, nel XVI secolo, quando
si cominciò finalmente a cartografare questi territori sconosciuti, con contorni
che ovviamente diventavano sempre più vaghi man mano che si procedeva verso
Nord, dove nessun navigatore si era mai spinto. E, come ci ha insegnato la
Storia del sapere-potere dopo Foucault, una mappa non è mai soltanto una mappa,
e disegnare mappe non è mai un gesto innocente, anzi è un gesto che produce
potenti effetti di potere, come dimostrano le recenti polemiche sul vero o
presunto “colonialismo” di Gerardo Mercatore. Successivamente, nel XVIII e
soprattutto nel XIV secolo, comincia l’epoca delle esplorazioni polari
organizzate, che avevano una grossa componente di imponderabilità e comportavano
rischi enormi, tra cui l’assideramento, il crollo fisico per stanchezza, lo
scorbuto, la fame, l’attacco da parte degli orsi polari, etc. Questo libro nasce
dall’anelito insopprimibile che spinge l’uomo ad esplorare l’ignoto, in una
continua sfida con i luoghi più ostili della terra e con sé stessi.
Come osserva giustamente Kagge, negli ultimi tempi abbiamo iniziato a
considerare il Polo Nord come a “qualcosa di magnifico che appartiene al
passato. La nostra potrebbe essere la prima generazione a sperimentare un Mar
Glaciale Artico sgombro dai ghiacci.” Da questo punto di vista, il cambiamento
climatico sta producendo degli effetti a livello planetario, ma nell’Artico in
particolare essi sembrano subire un’accelerazione ancora maggiore. È un dato di
fatto che tutta quella regione si sta riscaldando di più rispetto al resto del
pianeta, e questo enorme cambiamento – oltre a destare una viva preoccupazione
tra quegli studiosi che ne intuiscono le gravissime conseguenze sul clima
globale – sta risvegliando le mire espansionistiche di coloro che da sempre, fin
dall’epoca dello Zar Pietro il Grande, della Zarina Caterina, per arrivare
all’epoca dell’URSS di Lenin e Stalin, hanno avuto interesse a sfruttare gli
immensi territori artici, resi per molto tempo inutilizzabili dalla presenza del
permafrost e dai ghiacci che rendono impraticabili migliaia di km quadrati di
coste e di territori. Recentemente la Russia di Putin ha incrementato la sua
flottiglia di navi rompighiaccio (52 navi), navi che sono in grado di rendere
praticabile tutto l’anno la rotta navale del Nord, il leggendario passaggio a
Nord-Ovest, che consente di raggiungere il Mare del Nord, l’Atlantico, il
Mediterraneo, bypassando completamente le rotte del Pacifico e tutti gli
inconvenienti che derivano dal passaggio nello Stretto di Suez, compresi gli
attacchi degli Houthi. Molte delle vecchie basi militari nell’Artico, che erano
state abbandonate dopo il crollo dell’Unione Sovietica, sono state riaperte, e
nuove basi sono in costruzione. La zona dell’Artico è ricca di gas, petrolio,
metalli e terre rare, fondamentali per i recenti sviluppi tecnologici delle
telecomunicazioni e dell’Intelligenza Artificiale. In anni recenti i Russi hanno
dimostrato che la piattaforma continentale della Russia si estende, tramite una
catena montuosa sottomarina, la Dorsale di Lomonosov, fino a sotto il Polo Nord,
e di conseguenza una spedizione russa ha piantato una bandiera russa di metallo
proprio sul fondo del Mar Glaciale Artico in corrispondenza con il Polo Nord
geografico. Anche le mire dell’America di Trump sulla Groenlandia derivano
proprio da questa nuova situazione geopolitica e geoclimatica. La prossima
guerra mondiale, il prossimo scontro tra le superpotenze, avverrà sul Mar
Glaciale Artico. Ci sarà un grande lampo di luce bianca, ci sarà un’ondata di
calore bianco, come diceva una vecchia canzone dei Velvet Underground.
La conquista del Polo Nord non è una questione di superare delle difficoltà
pratiche. La conquista del Polo Nord è una questione che ogni esploratore deve
risolvere dentro di sé, è una sfida metafisica. La metafisica, come ha
dimostrato Jacques Derrida, è una mitologia bianca, che affonda le sue radici
nella cultura occidentale elaborata dai bianchi. Il bianco da sempre indica la
purezza, ma anche il pericolo. Bianca – perché scolpita nel puro marmo – è la
giovenca che si avvia al sacrificio ne L’ode all’Urna Greca di John Keats. La
bianchezza della grande Balena Bianca, Moby Dick, l’immane capodoglio contro il
quale il capitano Achab ha ingaggiato una lotta mortale, è un qualcosa che
affascina e allo stesso tempo atterrisce. Purezza e pericolo, come diceva
l’antropologa Mary Douglas (Purity and Danger, 1966), sono strettamente
interconnessi: questo è l’Artico, e questo deve continuare ad essere. La purezza
del bianco sfavillante dei ghiacci del Polo Nord – che rischia di scomparire a
causa del cambiamento climatico – e il pericolo degli orsi polari bianchi che
tra questi ghiacci si mimetizzano perfettamente. Quegli stessi orsi la cui
sopravvivenza è minacciata dalla progressiva erosione dei ghiacci. Senza gli
orsi polari, l’Artico perde la sua essenza, perde il suo significato, dal
momento che il termine arktos, in greco, significa orso. Le costellazioni
dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore – scrive Kagge – sono parte integrante del
Polo Nord celeste. La metafisica occidentale, la cultura occidentale, deve a
tutti costi conservare la purezza dei ghiacci, mantenere l’integrità dei ghiacci
dell’Artico, salvare gli orsi bianchi; altrimenti rischia di concludersi con un
accecante lampo bianco.
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