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Il tempo sospeso della rivoluzione in Siria del Nord-Est – di Elio Catania
Pur non sapendo ancora come evolverà la situazione in Siria, Elio Catania condivide da storico (oltre che attivista) alcune riflessioni sulla aggressione qaedista all’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord-Est in questo gennaio 2026, le narrazioni tossiche degli stalinisti nostrani e dei media regionali, il carattere della rivoluzione confederale. Curdi a Gaza Nel 2019 [...]
February 1, 2026
Effimera
Mezzadra: «La guerra è lo strumento con cui si stanno formando i nuovi blocchi imperialisti»
Venezuela, Groenlandia, Iran… Gli interventi militari, realizzati o minacciati, degli Stati uniti del secondo mandato Trump non sono soltanto una dimostrazione di potenza, ma piuttosto il sintomo di un nuovo corso imperialista che sta configurando nuovi blocchi contrapposti. In questo processo di formazione si scontrano delle diverse impostazioni ideologiche ma anche dei modelli economici e sociali, con i loro punti di forza e di debolezza, e le loro parabole. Di imperialismo, campismo, nuove politiche di potenza e movimenti abbiamo parlato insieme a Sandro Mezzadra, professore all’Università di Bologna e militante del collettivo Euronomade. GUARDA L’INTERVISTA INTEGRALE A SANDRO MEZZADRA Dopo due anni di genocidio in Palestina e ora con l’attacco USA al Venezuela e il rapimento del Presidente Maduro e della moglie Flores, l’esercizio della forza e della violenza sembra prevalere sul sistema di vincoli del diritto internazionale. Tuttavia, oltre a denunciare il non rispetto del diritto internazionale, in che modo possiamo interpretare questi atti come costituenti di una nuova realtà globale? E quali limiti è possibile vedere nell’espansione di questa politica di potenza? Comincerei con il dire che la situazione mondiale in cui ci troviamo ha davvero delle caratteristiche peculiari, che non possono essere ridotte alla crisi del diritto internazionale, tema su cui in un’intervista pubblicata su DinamoPress ha detto delle cose importanti Giso Amendola, a me sembra che ormai da diversi anni noi ci troviamo in una duplice crisi, che in sintesi può è la crisi del sistema internazionale e la crisi del sistema mondo.  Qual è la differenza? Il sistema internazionale si organizza attorno agli stati nazionali dalla fine della seconda guerra mondiale, in primo luogo attorno alle Nazioni unite. Il sistema mondo invece si organizza attorno al mercato mondiale capitalistico, e dunque è caratterizzato dal protagonismo di attori territoriali come gli Stati, ma anche dei grandi attori capitalistici. Sia il sistema internazionale sia il sistema mondo sono oggi evidentemente lacerati, bloccati, attraversati da profonde fratture. Insieme a Brett Nielson ho cercato di definire la congiuntura in cui ci troviamo, quantomeno a partire dalla crisi finanziaria 2007/2008, con alle spalle le due guerre statunitensi in Afghanistan e in Iraq, utilizzando in modo molto specifico la categoria di multipolarismo. Assumendo questa categoria non come un modello normativo ma piuttosto come una descrizione dello stato del mondo in cui ci troviamo, abbiamo qualificato ulteriormente il multipolarismo in questo senso, parlando di un multipolarismo centrifugo e conflittuale. Ed è a partire da una situazione di questo tipo che la guerra si è progressivamente installata al centro dei processi globali. Certamente l’ultimo anno ha registrato un cambiamento di prospettiva, in particolare nell’azione degli Stati uniti dopo il secondo insediamento di Donald Trump. L’impressione è che questo cambiamento di prospettiva punti a trasformare questi poli del multipolarismo conflittuale e centrifugo in blocchi, utilizzando il termine nel senso militare che lo caratterizza. È quello di cui si parla anche attraverso il linguaggio certamente non nuovo delle sfere di influenza. Naturalmente parlando di blocchi si richiama la memoria l’età della guerra fredda, e però credo che si debba sottolineare che la situazione è molto diversa rispetto ad allora. In primo luogo perché non esistono confini precisi tra i blocchi. I blocchi sono in formazione, e nel processo di formazione dei blocchi, come abbiamo visto il 3 gennaio a Caracas, la guerra è uno strumento fondamentale. E anche lo scontro tra potenze e blocchi è una possibilità sempre presente. Mi chiedi giustamente quali sono i limiti di una prospettiva di questo genere: io penso che esistano dei limiti elementali che vanno sottolineati e che hanno a che fare prima di tutto con i processi globali che continuano a strutturare il mondo in cui viviamo. Anche dopo l’esaurimento della fase della cosiddetta globalizzazione, gli spazi che sono definiti dalle operazioni del capitale sono spazi che difficilmente possono essere riportati alla logica dei blocchi. Sono spazi che disegnano geografie diverse rispetto a quelle dei blocchi e qui c’è un primo problema, un primo limite potenziale rispetto alla prospettiva che delineavo prima. Un altro limite che evidentemente ci interessa direttamente è quello dei movimenti e delle lotte sociali, del rifiuto della logica dei blocchi che non caratterizza soltanto la politica internazionale, ma ha delle ricadute estremamente precise all’interno dei singoli spazi. Da questo punto di vista bisogna leggere insieme Caracas e Minneapolis. Bisogna leggere insieme il tentativo per quel che riguarda gli Stati uniti di ricostruire una sfera di influenza all’esterno, il primo luogo nell’emisfero occidentale, e una riorganizzazione violentemente autoritaria, con elementi di vero e proprio fascismo, dei rapporti sociali all’interno. Tutto questo incontra un limite nell’azione dei movimenti e speriamo che questo limite si consolidi. L’economia statunitense non sembra decollare così come aveva preannunciato Trump: le tariffe verso gli Stati esteri non sembrano spingere l’industrializzazione interna, ma solo i prezzi, l’economia è trainata principalmente dall’IA che rischia di diventare una bolla finanziaria, i tagli ai servizi sociali e a Medic Aid rischiano di indebolire la parte già povera della popolazione. In che modo a tuo parere questa situazione economico-sociale a due anni dall’insediamento può condizionare la traiettoria di questa seconda amministrazione Trump e in generale, la crisi interna agli Usa può essere utile per interpretare il trumpismo? L’anno scorso anno durante la campagna presidenziale Trump è stato spesso interpretato come isolazionista. Credo invece che questo primo anno della sua seconda presidenza dimostri l’impossibilità dell’isolazionismo. Guardando alla storia degli Stati uniti, si è sempre utilizzata la dicotomia isolazionismo/internazionalismo, o globalismo. Mi pare che Trump sia decisamente oltre questa dicotomia. Da questo punto di vista è un esercizio utile leggere la Strategia di interesse nazionale presentata dall’amministrazione Trump lo scorso mese di novembre, dove viene effettivamente criticato il globalismo delle precedenti amministrazioni statunitensi ma non certo in una prospettiva isolazionista. Credo che in questa critica del globalismo si possa leggere tra le righe la consapevolezza della crisi dell’egemonia globale statunitense, la consapevolezza del fatto che per gli Stati uniti non è più possibile esercitare egemonia a livello globale, ma da questo punto di vista non deriva certo un’opzione isolazionista. Al contrario l’obiettivo che quel documento pone, che abbiamo visto concretamente in atto a Caracas all’inizio di gennaio, è quello di ricostruire gli spazi della proiezione di potenza politica, economica, militare, finanziaria degli Stati uniti. Spazi grandi, ma che non coincidono appunto con il mondo, con il mercato mondiale nella sua intera estensione. Dentro questo tipo di prospettiva può esserci indubbiamente una contraddizione con una parte dell’elettorato di Trump, dell’elettorato Maga, che invece in qualche modo aveva creduto alla prospettiva di un ripiegamento della politica statunitense sull’interno. Giustamente nella domanda viene detto che non si vedono segni di quella reindustrializzazione degli Stati uniti su cui Trump ha tanto insistito. Io devo dire che ho sempre trovato la prospettiva della reindustrializzazione molto retorica. Non ho mai creduto molto a questa prospettiva per un insieme di ragioni, ma in ogni caso anche volendo lavorare in quel senso sono necessari anni. Non è che l’imposizione di dazi immediatamente produca il rimpatrio delle produzioni industriali che sono state disseminate in giro per il mondo negli ultimi decenni. Allora da questo punto di vista senz’altro Trump può andare incontro a dei problemi di consenso, anzi tutti i sondaggi che circolano in vista delle elezioni di Midterm di novembre sembrano dimostrarlo. Contemporaneamente, e forse anche con una consapevolezza di queste difficoltà, assistiamo a un avanzamento sul terreno del consolidamento di un dominio autoritario, di un dominio che mostra elementi che possiamo definire tranquillamente fascisti. Allora in questo scatto tra un consenso che si indebolisce e un rafforzamento degli elementi autoritari, nello stile e nella forma del governo, possiamo effettivamente vedere qualcosa di importante dell’America di Trump. L’Ice sta diventando sempre più una milizia direttamente al servizio del potere esecutivo presidenziale. Gli investimenti sull’Ice sono superiori agli investimenti sui Marines. Si prevede nei quattro anni di questa amministrazione che gli effettivi dell’Ice vengano quadruplicati, e per quello che si legge i criteri di reclutamento degli agenti dell’Ice sono criteri di reclutamento essenzialmente ideologici. Quello che viene richiesto è l’adesione al progetto trumpiano. Allora dentro questo tipo di scenario certamente è importante guardare all’indebolimento del consenso di Trump nel suo elettorato, ma è molto importante guardare anche ai movimenti che si oppongono direttamente a questa svolta autoritaria. E d’altro canto sappiamo che negli Stati uniti, soprattutto nelle grandi metropoli, si stanno sviluppando dei movimenti di resistenza che incidono anche sul terreno istituzionale, che coinvolgono anche le istituzioni municipali e statali, come nel caso di Zohran Mamdani a New York, ma anche delle dichiarazioni del sindaco di Minneapolis nei giorni seguenti all’uccisione di Renee Good sono molto significative. Credo che poi dietro a questo insieme di domande che ci poniamo ce ne sia una che diventa sempre più ineludibile, e cioè qual è il tipo di capitalismo che le politiche di Trump stanno in qualche modo favorendo, stanno contribuendo a strutturare. Da questo punto di vista a me sembra che si stiano delineando all’orizzonte delle trasformazioni abbastanza profonde anche rispetto a tutti i nostri dibattiti sul capitalismo contemporaneo degli ultimi anni, degli ultimi decenni. Quali sono gli attori capitalistici, le frazioni di capitale, per usare il lessico di Marx, che sono favorite dalle politiche di Trump? Questa è una domanda che credo ci si debba fare e, insomma, cominciando semplicemente a dare un’indicazione, penso che sia sempre più evidente che il capitalismo trumpiano, per usare questa formula, sia prima di tutto caratterizzato da processi di gigantesca concentrazione del capitale, processi che assumono forme tendenzialmente monopolistiche. Le Big tech, da questo punto di vista, sono forse l’esempio paradigmatico, però questo è un passaggio significativo. Se si pensa anche a un concetto come quello del neoliberalismo, che abbiamo a lungo utilizzato e che si continua spesso a utilizzare, questo in tutte le sue correnti di teoria economica e sociale non è compatibile con i monopoli. In alcuni testi recenti affermi la necessità di riprendere criticamente il concetto di imperialismo per indagare le tendenze del capitalismo globale all’interno del mondo multipolare. Sebbene gli ultimi eventi sembrino confermare questa necessità, c’è tuttavia il pericolo che il recupero di questo concetto finisca per alimentare posizioni politicamente discutibili come quelle “campiste”. In che modo questa categoria può aiutare a mostrare la varietà e la differenza tra gli imperialismi attuali e come questo può rafforzare la crescita di una nuova prospettiva internazionalista? Credo di essere stato tra i primi in Italia a scrivere criticamente sul campismo. Tanto è vero che c’erano amici e compagni che mi chiedevano se mi ero inventato quella parola, che invece avevo ripreso ovviamente da dibattiti che da molti anni si svolgono in altre parti del mondo. Per me la critica del campismo continua a essere fondamentale. Ed è vero che in diverse parti del mondo l’antimperialismo assume molto spesso la forma del campismo, ovvero la forma della ricerca di potenze alternative a un imperialismo che si considera sinonimo di Stati uniti d’America. Ciò detto, il concetto stesso di imperialismo è un concetto fortemente politico, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Però ha anche una componente analitica. Guardando la componente analitica del concetto di imperialismo è un po’ difficile non vedere il ritorno dell’imperialismo in quello che accade nel mondo oggi. Trump fa continuamente riferimento a quello che gli storici chiamano il momento imperialista nella storia degli Stati uniti, il momento letteralmente imperialista, cioè quella tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900: la guerra ispano-americana, la conquista delle Filippine, eccetera. Nel discorso di insediamento ha citato McKinley, cioè il presidente che ha condotto la guerra ispano-americana. Quando nel documento sulla sicurezza nazionale viene citato il corollario Trump alla dottrina Monroe si fa un riferimento diretto all’unico altro coronario alla dottrina Monroe, cioè il coronario di Theodor Roosevelt del 1904, che l’ha interpretata in senso interventista. Quindi l’imperialismo è una tendenza oggettivamente dispiegata oggi. Lo riconoscono i grandi giornali statunitensi come il New York Times, il Wall Street Journal e d’altro canto quello che dicevo poco fa a proposito della concentrazione monopolistica del capitale è un altro elemento che non possiamo non ricondurre alle teorie classiche dell’imperialismo d’inizio del novecento, da John Hobson a Lenin. Insomma come ripeto a me sembra che la tendenza imperialista sia oggettivamente in campo e si tratta di mettere in evidenza i limiti contro cui si scontra. Io scrivo e lavoro molto con Michael Hart, co-autore insieme a Tony Negri di «Impero», un libro in cui si sosteneva che l’imperialismo era finito. Con Michael cerchiamo di comprendere in che modo possiamo fare i conti con il suo ritorno. Cerchiamo di comprendere se questo ritorno è un ritorno spettrale, quindi inconsistente da un punto di vista strutturale, o se invece segnala appunto delle trasformazioni radicali che sono intervenute all’interno del capitalismo. Certamente quello che dicevo all’inizio a proposito di spazi del capitale che sono in tensione con la logica dei blocchi, che oggi mi sembra essere la logica dell’imperialismo, è estremamente importante anche da questo punto di vista. Faccio un esempio concreto che forse fa capire meglio quello che intendo. L’iniziativa militare in Venezuela, e più in generale la riorganizzazione della proiezione di potenza statunitense verso l’America Latina, ha evidentemente come uno dei suoi obiettivi quello di espellere altre potenze da quella del mondo. Di nuovo la strategia di difesa nazionale del novembre dello scorso anno lo dice esplicitamente: tra queste potenze sicuramente quella più rilevante è la Cina. Noi guardiamo al Venezuela e vediamo che l’intervento cinese si è concretizzato attraverso la leva finanziaria con l’obiettivo di acquisire materie prime, in primo luogo petrolio. Se c’è un accordo di carattere commerciale per l’acquisizione di materie prime, uno può pensare che questo accordo possa essere in modo relativamente facile dismesso. Ma la presenza cinese in America Latina ha avuto anche altre direttrici di sviluppo, in particolare attraverso la progettazione e la costruzione di grandi infrastrutture. Nell’ottobre/novembre del 2024 è stato inaugurato un enorme porto container a Chancay, 100 km circa a nord di Lima, in Peru, in un paese che è stato sostanzialmente fuori, a parte una breve parentesi, dal ciclo dei governi progressisti in America Latina di questi ultimi 25 anni. Il porto di Chancay sta rivoluzionando le rote del commercio tra America latina e non soltanto Cina, ma Asia orientale, Asia Pacifico, Oceania. È difficile pensare di cancellare una grande opera infrastrutturale come questa. E spero che l’esempio, che è un esempio anche molto attuale, dia il senso di quello che intendo quando parlo di spazi del capitale, che è difficile ricondurre la logica territoriale dei blocchi. Da questo punto di vista effettivamente il concetto di imperialismo deve essere utilizzato criticamente con cautela, da una parte riconoscendo la presenza di una tendenza imperialista molto forte, in particolare negli Stati Uniti, e dall’altra però cercando di guardare ai limiti che sono posti, per dirla con una formula sintetica, dai processi globali che, come dicevo prima, continuano a strutturare il mondo che abitiamo. D’altro canto, torniamo alla questione del campismo: l’imperialismo oggi si declina necessariamente al plurale Non è che ci siano soltanto gli Stati Uniti che hanno una politica imperialista, ed è piuttosto difficile non applicare il concetto di imperialismo alla Russia per esempio. Anche guardando alla Cina, se insistiamo sulla componente analitica del concetto di imperialismo, qualcosa vediamo. Pensate a Lenin, che dice che il tipico dell’imperialismo non è l’export di merci, ma è l’export di capitale. Il progetto Belt and Road Initiative, la cosiddetta Nuova via della setta, non può essere, secondo me, definito polemicamente come un progetto imperialista, però senz’altro è un progetto finalizzato all’esportazione di capitale. Allora tu capisci che il punto è battersi contro le logiche imperialiste ovunque le si incontra, e non pensare che l’imperialismo continui ad essere sinonimo gli Stati Uniti dell’America. È un punto, secondo me, importante per ripensare l’internazionalismo, un problema che credo sia, diciamo, drammaticamente aperto di fronte a tutti noi. Poi magari anche il nome internazionalismo è un nome che per molti versi non ci soddisfa, che pone una serie di problemi, però senz’altro ci continua a indicare un orizzonte di ricerca e di sperimentazione fondamentale. Nell’attuale scenario del regime di guerra globale, l’Europa è entrata in una crisi radicale. Ci chiediamo a quali condizioni oggi quello europeo può continuare ad essere uno spazio politico per i movimenti sociali. E in che modo, il “dualismo di potere” di cui parlavate con Brett Neilson in “Operazioni del capitale”, può essere pensato nella crisi politica europea? Per me è effettivamente molto importante il riferimento al dualismo di potere. Lavorando con Brett, abbiamo cercato di offrirne una lettura teorica che andasse al di là di quella geniale ma storicamente determinata offerta da Lenin del 1916. Per Lenin il punto era rompere il dualismo di potere che si era venuto delineando all’indomani della rivoluzione di febbraio in Russia. Per noi il dualismo di potere è invece il nome di una situazione che si tratta di pensare sul medio-lungo periodo, il nome di una situazione di cui si tratta di immaginare una stabilizzazione perfino istituzionale. Dualismo di potere significa che da una parte c’è un piano istituzionale, un piano di governo in primo luogo definito formalmente, e dall’altra parte c’è un piano di azione, politica e sociale, che mantiene la sua autonomia anche quando si dialettizza in condizioni favorevoli con il piano del governo. Credo che sia uno schema da elaborare e soprattutto da verificare praticamente, che però continua ad avere una sua attualità dal punto di vista della riflessione sul metodo della trasformazione sociale. Vedere, quanto meno forme embrionali, il dualismo di potere in Europa oggi è però molto difficile. Noi dobbiamo essere consapevoli che negli ultimi quattro anni, dall’invasione russa dell’Ucraina, la stessa Unione europea è stata violentemente attraversata da processi di destrutturazione che ne hanno indebolito la capacità d’azione. Ora naturalmente ci vorrebbe tempo per descrivere questa destrutturazione, però ci si può limitare a osservare che c’è stato un appiattimento della politica europea sulla politica statunitense, e dunque sulla Nato, nel momento in cui la politica statunitense e la Nato erano trainate dall’azione dell’amministrazione Biden. Nel momento in cui è cambiata l’amministrazione è entrato in gioco un attore imprevedibile come Trump, e che vediamo ogni giorno nella politica europea è un sostanziale spaesamento a cui corrisponde una sostanziale incapacità di azione. E a surrogare questa incapacità di azione interviene l’imperativo del riarmo e dunque di un allineamento dell’Europa rispetto a tendenze generali che riguardano certamente gli Stati Uniti, Israele anche ovviamente la Russia e la Cina. Quella che appare completamente cancellata è l’originalità europea, la capacità europea. Abbiamo parlato tanto negli anni scorsi insomma di proporre un’elaborazione di quella che è stata la sua storia, la sua storia coloniale in particolare, nella prospettiva di definire forme nuove, originali di mediazione non bellica. È un tema su cui ha scritto per esempio Etienne Balibar. Questa cosa sembra essere oggi del tutto cancellata in una situazione in cui l’Europa rischia di essere completamente spiazzata, messa ai margini all’interno di processi che stanno ridefinendo complessivamente gli spazi globali. Certamente da questo punto di vista possiamo pensare che ci siano anche delle parti delle élite europee, per chiamarle così, che vivono con difficoltà angoscia questa situazione. Allora quello che in termini molto generali si può immaginare è lo sviluppo di movimenti sociali che sappiano reinventare lo spazio europeo, e che eventualmente possano anche determinare dei punti di convergenza con forze politiche, forze economiche e di nuovo frazioni di capitale che abbiano un interesse a produrre un’innovazione sostanziale in Europa, un’innovazione politica capace appunto di ridare un senso allo spazio europeo. Come possiamo interpretare la rivolta in Iran che si sta svolgendo in questi giorni, dal momento in cui l’insurrezione sociale che emerge dal basso si accompagna con questa idea per cui un intervento statunitense militare possa rovesciare il regime? Sì certo, l’analisi del momento non può che partire dalle immagini sconvolgenti, dalle notizie sconvolgenti che ci arrivano dall’Iran, non può che partire dalle centinaia di morti e non può che partire non direi neppure dalla solidarietà, direi dall’empatia con le donne, gli uomini che si stanno sollevando in Iran e che stanno lottando contro un regime odioso per conquistare spazi di libertà e di uguaglianza. Questo mi sembra il primo punto non retorico ma politicamente decisivo. Mi viene chieste come si può interpretare l’atteggiamento di Trump. Non credo che sia difficile proporre una lettura, nel senso che nella prospettiva che, in termini molto generali, definivo di formazione di nuovi blocchi, chiaramente l’Asia occidentale o Medio Oriente è fondamentale. E in quella regione del mondo è Israele che, attraverso la sua proiezione di potenza resa possibile in qualche misura anche dal genocidio a Gaza, deve incaricarsi di funzionare diciamo da pepolo dentro un rapporto tutt’altro che scontato ma fondamentale con le monarchie del golfo e certamente la caduta del regime degli Ayatollah da questo punto di vista sarebbe senz’altro benvenuta. La caduta oppure la trasformazione magari secondo il modello che si intuisce, io sono molto cauto perché poi è difficile avere delle notizie affidabili, precise, che permettano di comprendere quello che accade in Venezuela, tanto più quello che accade in Iran. Ora che cosa ne consegue? Beh, ne consegue che oggi la dimensione regionale o la dimensione che, con un termine che cerco di usare il meno possibile, possiamo chiamare geopolitica, è comunque fondamentale anche dentro i movimenti sociali, dentro i movimenti di insorgenza. I compagni e le compagne iraniane con cui da tempo ho un rapporto costante, soprattutto in Francia e in Italia, lo sottolineano ad esempio nella critica alla ipotesi di una restaurazione monarchica. Certo non è per nulla semplice fare seguire a questa affermazione di carattere generale delle indicazioni pratiche. D’altro canto sono l’ultima persona che può dare delle indicazioni a chi sta rischiando la vita in questi giorni in Iran. Però certamente guardando all’Iran, in particolare all’accumulazione di pratiche, di esperienze, di comportamenti insubordinati, che si è determinata negli ultimi anni, che ha trovato un momento di grande visibilità con il movimento “Donna Vita Libertà” ma che ha una storia ben precedente, non può che essere il terreno a partire dal quale guardare alla possibilità di costruire delle forme politiche capaci di liberare l’Iran e la sua gente, e contemporaneamente evitare di agevolare la svolta favorevole a Israele e agli Stati Uniti. Anche qui c’è un po’ la possibilità di far lavorare questo schema del dualismo di potere di cui parlavo prima. Però parlare di dualismo di potere in una situazione come quella iraniana di questi giorni, di queste settimane significa porsi anche il problema del consolidamento del livello sociale di potere, il consolidamento politico attraverso l’istituzione, l’invenzione, l’istituzione di forme politiche che garantiscano durata ed efficacia a quella potenza che vediamo di spiegata nelle strade. La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mezzadra: «La guerra è lo strumento con cui si stanno formando i nuovi blocchi imperialisti» proviene da DINAMOpress.
January 23, 2026
DINAMOpress
Somayeh Rostampour: «Internazionalismo è ascoltare l’eco delle proprie lotte nelle lotte altrui»
Somayeh Rostampour è una militante curda iraniana, impegnata nella lotta curda e nel femminismo rivoluzionario. Fa parte di Roja, un collettivo femminista internazionalista indipendente e diasporico, costituito a seguito dell’assassinio di Jina (Mahsa) Amini e del movimento «Jin, Jiyan, Azadî» («Donna, Vita, Libertà») in Iran nel settembre 2022. Dall’implicazione politica appassionata, Somayeh ha scritto Femmes en armes, savoirs en révolte. Du Militantisme Kurde à la Jineolojî [Donne in armi, saperi in rivolta. Dal militantismo curdo alla Jinealogia], pubblicato da Éditions Agone nel 2025. Si prende così sul serio il lavoro teorico quanto il paziente lavoro di collegamento con cui ella contribuisce a un internazionalismo dal basso in alleanza con il collettivo Los Pueblos Quieren. Nel giugno 2025, abbiamo potuto conversare a lungo con lei a Parigi, dove vive in esilio dal 2016. L’impegno teorico radicale e il desiderio urgente di cambiare tutto si sono intrecciati con l’ospitalità e il cibo, l’umiltà e l’umorismo, in un’intervista di quasi quattro ore di cui pubblichiamo una versione editata. Verónica Gago e Marta Malo: Vogliamo cominciare chiedendo come stai leggendo la congiuntura attuale, a partire dal genocidio a Gaza, e che ogni giorno impegna nuovi fronti bellici, come con i recenti attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Per il momento, risulta molto difficile da un punto di vista femminista anti-imperialista capire e seguire ciò che sta succedendo. Ci piacerebbe che ci spiegassi cosa significa la posizione “campista” (che divide tutto lo scenario geopolitico in unicamente due campi e posizioni possibili) con la quale vi confrontate. Ora che, con molteplici regimi di guerra simultaneamente, sentiamo tutti questi dibattiti come più urgenti, ma i loro termini cambiano ogni giorno. Somayeh Rostampour: La nostra lettura si costruisce a partire da due punti: il punto di vista femminista e l’esperienza della rivoluzione in Iran nel 1979, che fu una rivoluzione anti-imperialista, un esempio molto importante per molti intellettuali e militanti, da Foucault a Sartre. Fu una rivoluzione contro lo Shah, ma poiché lo Shah era una figura affine agli Stati Uniti, fu anche una rivoluzione contro l’imperialismo, contro la politica e i valori occidentali imposti, il cui spirito risale al colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti due decenni prima contro Mohammad Mosaddeq. Tra i curdi, c’è una coscienza antiimperialista molto chiara collegata alla spartizione del Kurdistan tra Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna dopo la Prima Guerra Mondiale. Ma la rivoluzione anti-imperialista in Iran ebbe conseguenze tragiche per molte persone, in particolare per le donne e per le minoranze nazionali che vivono in Iran (anche baluchi, arabi, ecc.) a partire da un’interpretazione oppressiva dei valori persiani e islamici, come simbolo di resistenza contro i valori occidentali. Nella mia esperienza come curda, la memoria collettiva della rivoluzione in Iran è inseparabile dalla jihad di Khomeini contro il Kurdistan, appena pochi mesi dopo la rivoluzione. E nella mia esperienza come donna, è legata a ciò che alcune femministe chiamano apartheid di genere: uno Stato e una società ipermaschilisti, che ci pongono in disuguaglianza ovunque, nell’educazione, nel lavoro, davanti alla legge, nello spazio politico o pubblico. Per noi, Stati Uniti, Israele, Europa sono imperialisti, non abbiamo alcun dubbio al riguardo. Ma la domanda è se non siano imperialisti anche altri paesi come Cina e Russia, che stanno aiutando Iran, Siria e tutti questi paesi postcoloniali, costruiti all’inizio del XX secolo, molto diversi dalle socialdemocrazie occidentali. La mia riflessione punta anche alla costruzione degli Stati-nazione, dove il nazionalismo e le identità nazionali hanno un peso molto importante e sono uno strumento di cancellazione delle minoranze. Nel caso dell’Iran, la nazione si collega all’identità persiana, con riferimenti glorificanti a una presunta età dell’oro dell’Impero persiano, quando il 40% della popolazione dell’Iran non è persiana. Dopo la rivoluzione, a questo racconto nazionalista si aggiunse uno strato islamista. In entrambe le ottiche, i curdi e altre minoranze sono completamente assenti, come se non esistessero. Nel caso delle donne, in paesi come Turchia, Egitto o Iran negli anni Sessanta, il racconto nazionalista era più ambivalente, perché includeva un femminismo liberale, con quell’idea occidentalista della donna istruita, che è anche madre della nazione. Ma in Iran, con la Repubblica costituita dalla rivoluzione, la donna cessò di esistere. Quando parliamo della fascistizzazione della società, la prima cosa che visualizzo è questa violenza prodotta in questi regimi postcoloniali, che sono sostenuti dall’Occidente o da altre potenze che sono anch’esse imperialistiche, come Russia o Cina, o dalla stessa Repubblica dell’Iran. Non bisogna dimenticare l’intervento dell’Iran in Siria, nello Yemen, ecc., per non vederlo solo come una vittima dell’imperialismo. In particolare ora che l’immagine di vittima si intensifica con l’attacco di Israele e Stati Uniti. L’Iran ha partecipato a massacri, a crimini in molti paesi. Per i curdi tutto ciò è molto chiaro. Durante i primi dieci anni della costruzione della Repubblica dell’Iran, ci fu molta violenza, molti prigionieri politici, è una storia molto conosciuta, ma c’è un’altra violenza continua, che si è mantenuta fino a oggi, di cui si parla meno. Per noi, questa fascistizzazione è collegata alla violenza dello Stato, quindi non possiamo separare la violenza statale dal nostro analisi anti-imperialistica. Dal nostro esilio, come diaspora, cerchiamo di cambiare il racconto in cui ci sono solo due campi contrapposti e bisogna schierarsi da una parte o dall’altra. Dal nostro punto di vista, non c’è solo la violenza imperialistica di Stati Uniti e Israele, innegabile, ma anche di altri imperi che intervengono nella regione, come Cina e Russia, o di Stati come Iran o Turchia, che sono espansionisti o semi-imperialisti. Possiamo definire la loro posizione come vogliamo, ma l’importante è che, pur essendo vittime di grandi imperialismi nella storia, partecipano anch’essi e contribuiscono a una dinamica globale imperiale e ella loro competizione per ritagliarsi un posto nell’ordine globale, opprimono altre popolazioni nella loro regione, rubando territori e compiendo pulizie etniche. Senza l’intervento dell’Iran in Siria, Assad sarebbe caduto con la Primavera araba. La conseguenza di questo aiuto fu lo spostamento di migliaia di persone e l’uccisione tragica di altre migliaia. Questo impulso espansionistico è accompagnato dalla violenza dello Stato contro i propri cittadini e dalla militarizzazione dei confini del paese, in particolare dei confini curdi. Quando ora parlo con compagne curde, quasi tutte mi dicono: «Siamo in stato di guerra da quaranta anni, non è qualcosa di nuovo». La vita quotidiana sotto il regime della Repubblica dell’Iran è stata segnata da questa militarizzazione. Per chi è cresciuto in questa cultura politica, è ridicolo dire che il nemico sono solo gli Stati Uniti e che la Repubblica dell’Iran sia solo una vittima. Come parte della diaspora, era fondamentale spiegare questo. L’Iran è stato molto isolato e la resistenza ha poche risorse, la maggior parte dei materiali non è tradotta, ecc. Io stessa non ho abbastanza informazioni su molti paesi africani, quindi cerco compagne fidate che possano informarmi. Per questo stiamo cercando di costruire reti, per avere un discorso internazionalista radicato nei territori. Ma le persone con posizioni più campiste nemmeno ci interrogano: hanno già l’analisi fatta e non vogliono che mettiamo in discussione il loro discorso. L’anti-imperialismo campista, che ammette solo una dualità di aggressore e aggredito, a volte serve a sciacquare regimi profondamente autoritari: è una specie di antiimperialist-washing che funziona come il pink o il green-washing, come operazione politica e cognitiva che appiattisce la nostra lettura degli ordini geopolitici. Questo antiimperialist-washing ha contribuito a ricostruire la legittimità internazionale che la Repubblica Islamica aveva perso con la sollevazione nazionale del 2022 e la ribellione di Jina, in particolare tra la sinistra e i femminismi. Agisce cioè in direzione contraria a tutti gli sforzi dei/lle combattenti all’interno del paese. Le donne in Iran hanno un trauma legato a questo. L’8 marzo successivo all’instaurazione della Repubblica dell’Iran, fu convocata una grande mobilitazione contro l’obbligo dell’hijab. Migliaia di donne scesero in strada a Teheran e in molte città del Kurdistan. Molte organizzazioni di sinistra non solo rifiutarono di unirsi alla manifestazione, ma attaccarono le donne che avevano convocato la manifestazione, dicendo che non si poteva mettere in discussione in quel modo una rivoluzione anti-imperialistica. Alcune delle figure più visibili del movimento femminista in Iran di quel periodo registrarono video dichiarando che erano disposte ad accettare l’hijab come simbolo di identità e resistenza contro l’imperialismo. Lo difendevano come un prezzo da pagare per la rivoluzione. Ora ci rendiamo conto che fu un grande errore, che non vogliamo ripetere. Nessuna rivoluzione può chiedere di accettare la propria oppressione. VG/MM: Quali sono oggi le posizioni dei femminismi rispetto a queste dinamiche? SR: Tra le femministe di sinistra, penso ci siano tre posizioni differenti. Non parlo delle femministe liberali, perché la maggior parte è pro-occidentale, applaude l’imperialismo e la guerra alimentando l’islamofobia. Penso, ad esempio, a Masih Alinejad, che la Repubblica dell’Iran ha cercato di uccidere, vive negli Stati Uniti ed è invitata costantemente dai media europei, con un discorso che nemmeno menziona il genocidio in Palestina, che crede nella guerra per portare la democrazia in Medio Oriente, ecc. Ridicolo. Queste figure non ci rappresentano affatto. Come femministe di sinistra sappiamo che non possiamo ignorare il potere militare di Israele, sostenuto da quasi tutti i paesi, e le dinamiche della regione, dove gli Stati Uniti possono attaccare dove e quando vogliono. Non possiamo nemmeno ignorare l’effetto delle sanzioni, che non colpiscono il governo o l’oligarchia iraniana, che si è arricchita, ma la popolazione che vive nel paese. Tenendo conto di questa dinamica e, in particolare, del genocidio in Palestina, alcune compagne pensano che ora non sia il momento di parlare della violenza della Repubblica dell’Iran o del colonialismo interno subito dai curdi, per esempio per l’asimmetria di potere tra Israele e Repubblica dell’Iran. C’è un’altra posizione, sempre di sinistra, molto centrata sulla Repubblica dell’Iran, che dice: «Siamo contro il genocidio, riconosciamo il potere coloniale di Israele, ma la nostra prima causa, il nostro primo nemico, è la Repubblica dell’Iran, perché è ciò che affrontiamo nella vita quotidiana, la repressione e la violenza della Repubblica dell’Iran». Questa posizione non è solo di persone politicizzate di sinistra, ma è la più comune tra chi non è molto politicizzato. Noi sosteniamo una terza posizione, che intreccia la dinamica globale, la denuncia del genocidio a Gaza, con la militarizzazione regionale, dove l’Iran ha un ruolo, perché questa militarizzazione serve anche a mantenere la dittatura. Abbiamo memoria dell’alto prezzo pagato per aver trascurato la questione curda e quella delle donne nella rivoluzione anti-mperialistica in Iran. Non possiamo ignorare o dimenticare le migliaia di persone uccise nelle carceri nei primi dieci anni della costruzione rivoluzionaria. Molte erano donne marxiste: più di duemila furono assassinate in prigione senza processo, con torture severe. Non possiamo nemmeno dimenticare la jihad di Khomeini contro i valori curdi e delle minoranze in generale, che continua da 40 anni. Non possiamo dimenticare ciò che viviamo ogni giorno come iraniane nella Repubblica dell’Iran, come donne, persone queer, curde, ecc. Non possiamo rimandare tutto questo finché la Palestina non sarà liberata o la guerra non sarà finita. A dire il vero, pensiamo che sia il contrario: dopo la guerra, tutte queste persone saranno il primo obiettivo del regime e questa è la realtà che viviamo la maggior parte del tempo. Così è stato ora: il giorno dopo il cessate il fuoco tra Israele e Iran, in Iran sono state giustiziate tre persone afghane, accusate di lavorare per il nemico, senza processo o prove. Poi furono giustiziati tre portatori curdi. Quindi, quando scendiamo in strada, chiediamo il cessate il fuoco, denunciamo Stati Uniti e Israele, ma denunciamo anche l’oppressione della Repubblica dell’Iran e nominiamo questi arresti ed esecuzioni arbitrarie, che aumentano in momenti di maggiore militarizzazione. Siamo contro la guerra, ma anche per l’autodeterminazione dei popoli e contro i confini imposti colonialmente dal regime iraniano. VG/MM: Questo mi ricorda la guerra delle Malvinas, che permise alla dittatura argentina di mobilitare e manipolare un sentimento anti-imperialistico, nazionalista, contro l’Inghilterra, mentre continuava la repressione contro i militanti rivoluzionari e gestiva campi di concentramento. L’idea di combattere contro l’Inghilterra e il suo potere coloniale cercava di “legittimare” le proprie azioni all’interno del paese, e allo stesso tempo fu una strage di giovani soldati, sottoposti a condizioni proprie della dittatura sul campo di battaglia. Come vedi il legame tra la mobilitazione nazionalista in Iran e questo tipo di strumentalizzazione del nazionalismo in altri contesti, specialmente considerando il movimento «Jin, Jiyan, Azadî» e la partecipazione della diaspora? SR: All’interno della popolazione curda esiste anche una lotta per l’autodeterminazione territoriale che la Repubblica Islamica dell’Iran ha cercato di presentare come retrograda, separatista, terroristica, contrapponendo il nazionalismo iraniano, supposto rivoluzionario, a un presunto nazionalismo curdo arretrato. Ma nel 2022, con il movimento «Jin, Jiyan, Azadî», si verificò una svolta. Per la prima volta in 100 anni si creava un’unità popolare contro il regime. Per esempio, a Teheran si cantava: «Il Kurdistan è la luce e gli occhi dell’Iran». Ci furono molti slogan in turco per i curdi e slogan curdi per i turchi. Fu molto bello. Ho scritto un articolo sul perché il Kurdistan fosse stato il centro del movimento «Jin, Jiyan, Azadî» nel 2022: senza il Kurdistan, senza la sua memoria politica, senza le sue reti organizzative, un movimento del genere in Iran non sarebbe stato possibile. Purtroppo, a partire dalla guerra dei dodici giorni, siamo di nuovo in piena reazione, con molto nazionalismo anti-curdo. VG/MM. La tua lettura della situazione è costituita dalla tua stessa condizione di diasporica. Insieme a Los Pueblos Quieren, hai concettualizzato l’esperienza diasporica come base di un nuovo internazionalismo. Puoi sviluppare questa idea e raccontarci il tuo percorso? SR. Io sono stata in esilio, sono tornata in Iran e poi non mi è più stato possibile rientrare. Non torno dal 2016. Quando ti sposti, le tue esperienze rivoluzionarie viaggiano con te e c’è la sfida di come mantenerle vive ovunque tu arrivi, ma anche la questione di come impegnarti nel nuovo luogo, nel mio caso la Francia, un paese coloniale e profondamente razzista, in cui voglio impegnarmi e lottare. In questo senso, credo che l’esperienza come femminista curda iraniana mi abbia aiutata molto, perché sono sempre stata costretta a essere un po’ “polipo” per unire diverse lotte, cosa che tocca fare in esilio e in immigrazione. Ovviamente è difficile, perché quando arrivi in un paese come questo sei solo una lavoratrice, affronti molti problemi amministrativi e sei vittima del razzismo strutturale, non solo del razzismo quotidiano. Vivi un declassamento sociale e improvvisamente non c’è spazio per politica e militanza. Devi inoltre imparare un sacco di nuovi codici per integrarti, senza le risorse individuali e collettive che avevi nel tuo paese. È vero che gli scoppi rivoluzionari nei nostri paesi cambiano anche la situazione nella diaspora, e così è stato con il movimento «Jin, Jiyan, Azadî», che ha preso piede in tutta la diaspora iraniana. Mi ha dato l’opportunità di incontrare persone che avevano vissuto il 1979 iraniano e che fanno parte di un’altra tradizione rivoluzionaria che in Iran è stata sterminata: non le incontri nel paese, perché tutti sono morti o si sono zittiti per sempre dopo la prigionia e la tortura. Il mio stesso esilio e la nuova rivolta mi hanno permesso di conoscere chi allora riuscì a fuggire e di accedere attraverso di loro a un racconto completamente nuovo di quanto accadde in Iran nel ’79. Ricordo un giorno, tornando dalla biblioteca, che scoprii una libreria con libri in persiano e francese. Entrai e incontrai l’uomo che la gestiva, che aveva vissuto la rivoluzione in Iran. Cominciai ad andarci tre o quattro volte a settimana, a prendere il tè con lui e a conversare. Grazie a lui scoprii un altro mondo, un’altra storia dell’Iran. Scoprii, ad esempio, il ruolo della Confederazione degli Studenti dell’Iran nella lotta contro lo Shah, come organizzarono l’intera diaspora iraniana per rovesciare la monarchia. Tutti tornarono in Iran alla caduta dello Shah, ma della loro memoria non resta nulla. Il regime di Khomeini non solo uccise persone, ma anche i racconti e tutti i portatori dell’aspirazione rivoluzionaria di sinistra. La diaspora mi ha anche permesso di conoscere e parlare con siriani che avevano partecipato al movimento contro Assad; di capire il ruolo dell’intervento iraniano nel soffocare la rivolta, non solo intellettualmente, ma anche costruendo insieme un racconto alternativo dei movimenti nella nostra regione, basato sui riflessi tra un contesto e l’altro e sullo sforzo di mantenere vive tutte le nostre aspirazioni. La seconda ondata della primavera araba, quella dopo il 2018-2019, con rivolgimenti dal Sudan al Libano, dall’Iraq all’Iran, segna un punto di svolta che ci permette di intensificare le conversazioni. E, a partire dal 2022 e dal movimento «Jin, Jiyan, Azadî», si verifica tutta l’unità di cui vi parlavo anche nella diaspora iraniana. Tuttavia, a partire dal 7 ottobre, la divisione è tornata a sostituire la solidarietà, perché l’Iran sta strumentalizzando la questione palestinese. L’ha trasformata in una questione del regime e già dal primo anno di scuola i bambini sono obbligati a partecipare alle manifestazioni per la Palestina. È un rituale nazionale. Lo stesso accadeva nella Siria di Assad. Molte persone applicano la logica del “il nemico del mio nemico è mio amico”, per cui chi è contro il regime oppressivo iraniano, che è la maggioranza della popolazione del paese, è riluttante a sostenere la causa palestinese. Per noi, come persone di sinistra che sostengono la Palestina ma che sono anche contro il regime iraniano, la posizione è molto difficile. Abbiamo messo grande impegno nel costruire narrazioni e pratiche autonome, che permettessero di dare senso a entrambe le posizioni insieme e di contribuire al dibattito traducendo e favorendo una circolazione reciproca. Ma è vero che le cose si sono complicate dal 7 ottobre. Come diaspora, abbiamo una posizione vulnerabile, subiamo razzismo quotidiano e istituzionale e non siamo sufficientemente organizzate, quindi è stato facile dividerci. Ho la sensazione che viviamo due guerre: una guerra estesa, imposta sui nostri territori da Stati Uniti e Israele, e un’altra guerra tra di noi. I cambiamenti geopolitici sono così rapidi che non riusciamo a seguirli alla velocità con cui accadono. Ti senti sotto pressione costante, esausta di lottare ovunque: contro la Repubblica Islamica come femminista e curda, contro il razzismo, l’islamofobia e le narrative coloniali sui paesi musulmani qui in Europa come immigrata ed esiliata, per la Palestina e per la liberazione delle donne e del popolo curdo come persona internazionalista e di sinistra, ecc. E allo stesso tempo, la confusione: rendersi conto che la nostra lotta viene strumentalizzata, che Trump, ad esempio, ha approfittato della gioia per la caduta della dittatura in Siria dopo l’uscita di Assad; che Israele, con il supporto degli Stati Uniti, beneficia della repressione storica delle minoranze nazionali ed etniche nella regione; che alcune femministe islamofobe (spesso con inclinazioni coloniali e imperialiste) si sono appropriate delle lotte pionieristiche e radicali delle donne curde in Rojava o delle donne in Iran, mettendole al servizio di narrazioni eurocentriche, islamofobe, orientaliste e talvolta belliciste; e persino quelle che nel 2022 hanno difeso con forza il movimento «Jin, Jiyan, Azadî», oggi tacciono di fronte agli attacchi di Israele contro le stesse donne in Iran, perché condannare Israele significherebbe esprimere solidarietà alla Palestina, e non possono o non vogliono posizionarsi contro il genocidio in corso contro il popolo palestinese. VG/MM. Quali sarebbero le chiavi o gli strumenti fondamentali per produrre queste narrazioni e pratiche autonome che, al tempo stesso, sono impegnate e posizionate in lotte concrete ma non sempre note o facili da conoscere? SR. L’esperienza diasporica è senza dubbio una chiave, perché da qui è più facile capire come si articolano capitalismo, colonialismo e razzismo proveniente dagli Stati-nazione. Allo stesso tempo, arrivi con il bagaglio del tuo paese: hai vissuto sotto una dittatura, sotto leggi islamiche, in società patriarcali come tutte e porti con te una memoria politica. Il crocevia di tutto questo ti permette di ricostruire un nuovo mosaico della tua esperienza e, allo stesso tempo, di avere una visione più globale e inclusiva. Amiche femministe iraniane ci chiedevano: «Perché vi preoccupa tanto l’islamofobia? Noi viviamo sotto le leggi islamiche e ne siamo stanche». Capisco la loro posizione, ma dall’Europa la prospettiva è diversa: veniamo identificate come immigrate provenienti da paesi musulmani e poco importa se la mia interpretazione dell’Islam è diversa o se non sono praticante. Sono due facce della stessa medaglia: in Iran siamo obbligate a portare il velo, qui in Francia siamo obbligate a scoprirci. Questo sarebbe un primo strumento: il confronto di prospettive, che si arricchisce anche con la possibilità di incontrare movimenti femministi, queer, trans e altre diaspore. Abbiamo già parlato dell’incontro con le compagne siriane. Un altro incontro molto ispiratore per me è stato con le compagne sudanesi. Credo che, dopo Rojava, sia stata la rivoluzione che più mi ha ispirato. Non si tratta solo di incontrarsi e imparare da altre esperienze, ma anche di costruire fiducia reciproca, ascoltare l’eco delle proprie lotte nelle lotte altrui, constatare che non siamo una minoranza, che siamo molte a vivere eventi rivoluzionari, a essere femministe, a essere contro la dittatura nei nostri paesi, ma anche contro Stati Uniti e Israele. Da lì nasce uno sforzo cosciente di convocarsi e costruire insieme, nonostante le poche risorse disponibili. Così ci siamo incontrate con compagne di Algeria, Palestina, Afghanistan… Nella diaspora comprendiamo meglio anche le dinamiche di riappropriazione delle nostre narrazioni. Ad esempio, ci sono stati due momenti cruciali in cui la narrativa femminista rivoluzionaria di Rojava è stata strumentalizzata dal femminismo liberale, imperiale e coloniale. Il primo nel 2014-2015, quando le combattenti curde di Rojava combattevano contro l’ISIS. Il movimento curdo è stato presentato come puramente militare, ignorando che si tratta di un’organizzazione rivoluzionaria con milioni di persone e dimensioni sociali e politiche molto più rilevanti di quelle militari. Inoltre, la lotta delle donne curde per la sopravvivenza, contro l’ISIS e contro le forze di Assad, è stata utilizzata per alimentare narrazioni islamofobe, come se fossero le uniche donne liberate della regione. Il coraggio delle donne curde si costruiva casa per casa, strada per strada, dalle prigioni alle montagne, attraverso un’attivismo femminista della vita quotidiana, non elitario, molto politicizzato e al contempo popolare. Vedere tutto questo strumentalizzato per alimentare islamofobia e giustificare interventi di potenze coloniali in Medio Oriente è stato orribile. Il secondo momento di strumentalizzazione è stato nel 2022, con «Jin, Jiyan, Azadî», un movimento femminista rivoluzionario. Lo slogan, proveniente dal movimento curdo, ha un chiaro contenuto anti-imperialistico e anti-coloniale. Noi lo portavamo alle manifestazioni a Parigi dal 2014, anche se molte delle mie compagne femministe iraniane lo hanno sentito per la prima volta nel 2022, a causa della distanza tra curde e altre iraniane. La narrativa curda fino al 2022 era periferica, non aveva spazio nella narrativa femminista generale in Iran. È difficile portare proposte politiche periferiche al centro; di solito accade il contrario: le proposte arrivano dal centro e noi ci limitiamo a consumarle. L’autonomia significa anche rompere questa dinamica di consumo e produrre la propria narrativa. Allora, a partire dal 2022, lo slogan «Jin, Jiyan, Azadî» trova un suo spazio, nel paese e ovunque, e mantiene quel potenziale femminista e rivoluzionario. Ma, per la seconda volta, assistiamo alla sua strumentalizzazione qui in Europa. Donne liberali a cui non importa nulla della vita di nessuna donna nei paesi musulmani, che non si erano mai preoccupate delle nostre lotte o dei nostri problemi, all’improvviso si interessano perché vedono la questione dell’hijab al centro. Ma il movimento del 2022 non riguardava solo l’hijab: era un movimento intersezionale contro un intero sistema. Queste persone “solidarizzano” con il nostro movimento perché è utile a legittimare la loro islamofobia e attaccare le donne musulmane che vivono in Europa, umiliandole per il loro hijab, e ora sostengono o restano silenziose davanti al genocidio di Israele contro la Palestina. C’è una televisione persiana con sede nel Regno Unito, molto seguita nelle case in Iran. È un canale molto reazionario, filo-israeliano. Bene: giornaliste di questo canale sono andate a Gaza e hanno scritto sulle rovine «Mujer, Vida, Libertad». È stato terribile. Queste sono cose che forse, se vivi in Iran o Siria, non noti con tanta chiarezza, perché non subisci il razzismo come lo viviamo qui, sei immersa nella tua lotta, nella tua causa, nella tua sopravvivenza. Nella diaspora tutto questo si chiarisce. Vedi che la strumentalizzazione delle nostre lotte non ha nulla a che fare con la solidarietà, ma è piuttosto un altro tipo di estrattivismo: fanno estrattivismo delle nostre lotte come fanno estrattivismo delle nostre terre, rubano e svuotano i nostri slogan nello stesso modo in cui rubano e svuotano i pozzi di petrolio. Questo, naturalmente, non deve portarci ad abbandonare le nostre lotte e i nostri slogan, perché sarebbe cedere alla controrivoluzione in corso. Come diaspora resistiamo a questa banalizzazione dei nostri discorsi, restiamo femministe e queer, combattiamo per ricaricare i nostri slogan di tutto il loro significato. Sono slogan pieni di storia e memoria rivoluzionaria, che ci hanno richiesto decenni per costruire insieme: non possiamo buttarli via così, sarebbe cedere al saccheggio. Ma l’appropriazione occidentale dei movimenti radicali del Sud Globale costringe quegli stessi popoli a lottare anche per dimostrare la legittimità delle loro lotte. Nel caso di «Jin, Jiyan, Azadî», dopo gli usi strumentali, la legittimità del movimento si è indebolita tra le correnti di sinistra e decoloniali esterne e oggi il suo recupero non è solo una necessità urgente, ma richiede da parte nostra uno sforzo raddoppiato. VG/MM. Parlaci un po’ di più della genealogia dello slogan “Donna, Vita, Libertà”. SR. La storia risale al movimento politico curdo creato nel 1978 in Turchia. I Curdi rappresentano circa il 20% della popolazione turca, ma per anni sono stati chiamati “turchi delle montagne”, negando la loro esistenza e identità. La prima donna a entrare nel Parlamento turco fu Leyla Zana, una donna curda condannata a dieci anni di carcere per aver invocato l’unità tra Curdi e Turchi in Parlamento, parlandone in curdo. La sua storia è molto interessante. Suo marito era coinvolto nel PKK ed è stato incarcerato, così lei si è trovata sola con i figli, molto giovane, quasi senza istruzione, senza parlare né scrivere turco, dovendo occuparsi della difesa del marito, delle visite in carcere, ecc. Lì, davanti alle porte del carcere, incontrò altre donne curde e poco a poco iniziò a politicizzarsi, fino a diventare la prima donna parlamentare nella storia del movimento curdo. Questo è il nucleo del movimento curdo: molto popolare e per lo più contadino. Il PKK era marxista fino al 1995, quando, con il crollo dell’Unione Sovietica e della situazione globale, cambiò paradigma e discorsi, orientandosi verso un comunalismo con tre basi principali: donne, ecologia, beni comuni. «Jin, Jiyan, Azadî» nasce in questo contesto, come slogan contro il femminicidio all’interno del movimento curdo e non parla solo di violenza contro le donne da parte dei partner o di altri uomini, ma anche della violenza statale contro le donne curde e contro la vita in generale. C’è inoltre una particolarità del movimento delle donne curde. In molte rivoluzioni ci sono state donne combattenti, ma ci sono pochissimi movimenti in cui la causa rivoluzionaria e quella delle donne vanno insieme. Nella maggior parte delle rivoluzioni storiche si dice che la lotta femminista deve aspettare, perché la contraddizione principale è un’altra. Ma “dopo” significa “mai”. Nel movimento curdo non è così: la rivoluzione femminista è prioritaria ed è bellissimo. La prima generazione dovette lottare duramente per ottenerlo, ma furono tenaci: dissero che la rivoluzione è rivoluzione, significa ribaltare tutto. Oggi il movimento delle donne curde è autonomo. Tutte le decisioni sul genere, sia nelle organizzazioni miste sia in quelle femminili, sia per strada sia tra le montagne, dipendono dalle donne. Esiste un tessuto organizzativo molto ricco, casa per casa, con spazi di formazione femminile in ogni quartiere, dove puoi vedere una studentessa con un master in sociologia a Istanbul parlare con una donna con cinque figli che non ha mai frequentato la scuola, discutendo insieme sulla violenza contro le donne e organizzandosi insieme. La danza, le canzoni, le storie hanno un ruolo molto importante. È un movimento non elitario, molto popolare, molto potente. Ovviamente, quando lo racconti, sembra bellissimo, ma non bisogna dimenticare che dietro c’è una violenza terribile. Nella mia regione abbiamo vissuto molta violenza, ma non ho mai conosciuto una violenza così spietata come quella dell’esercito turco contro i Curdi. Non sono solo i massacri, ma anche i tanti sfollamenti forzati, le vite distrutte dalla guerra, giovani che a quattordici o quindici anni si politicizzano e a diciotto si uniscono alla lotta armata – la maggior parte muore assassinata prima dei trent’anni. La morte è sempre in agguato. È raro conoscere qualcuno che non abbia 2-4 persone care martirizzate dal governo, alcune fino a dieci persone. Di fronte a questa morte onnipresente, imposta dallo Stato turco, vivere diventa una parte fondamentale della lotta e il ruolo delle donne, come portatrici della memoria dei martiri, è cruciale. Credo ci siano risonanze con le Madri di Plaza de Mayo in Argentina, che sono state un’ispirazione per le donne curde. In molte manifestazioni, in prima fila, ci sono le madri curde con le immagini dei loro figli assassinati. Lo slogan «Jin, Jiyan, Azadî» è nato in maniera più o meno spontanea a partire dal 2008 in queste manifestazioni. Poi si è consolidato, fino a quando le combattenti di Rojava lo hanno adottato come slogan. Se le chiedi, dicono che è uno slogan contro il potere misogino, contro la disciplina del corpo, contro i sistemi patriarcali, familiari e religiosi, ma anche contro il potere imperialistico che vuole annientarle. Ricordo una donna che incontrai al confine di Kobani nel 2014, quando Kobani era assediata dall’ISIS. Vedemmo con i nostri occhi le bandiere dello Stato Islamico. Questa madre mi disse: «Meritiamo, come esseri umani, la libertà di vivere, non è questo un diritto fondamentale?». La libertà in quel contesto non ha nulla a che fare con il liberalismo. Lì, ogni notte, salutavamo giovani che partivano all’alba per non tornare mai, quindi la libertà di cui parlava quella madre era legata alla sopravvivenza, alla riproduzione della vita, che era in crisi. VG/MM. Nel tuo libro racconti come le donne si armano e il conseguente spostamento soggettivo. Come si trasforma lì la virilità bellica? SR. Il femminismo che incontriamo nella tradizione curda è un femminismo decoloniale molto militante, che politicizza la vita quotidiana ed è intimamente legato al movimento sociale e alla lotta di liberazione. In effetti, possiamo dire che non è un femminismo figlio delle ondate globali del femminismo, ma figlio del movimento di liberazione curdo stesso, che impatta ogni aspetto della vita. In Kurdistan non si usa la parola “femminismo”, ma preferiscono dire “movimento di liberazione delle donne curde” e usano il termine “jinealogía”, scienza delle donne. Ritengono che il femminismo sia stato recuperato e strumentalizzato dall’imperialismo coloniale in Turchia, quindi preferiscono distinguersi con un’altra terminologia. Questo ha a che fare con la storia del movimento femminista in Turchia, specialmente negli anni ’80: fu un femminismo costruito intorno a una definizione universale di donna, che non si interessava della violenza dello Stato contro i Curdi, né contro le donne curde. Il movimento curdo, nei suoi inizi, era un movimento di liberazione come tanti altri, con molta centralità di figure maschili, l’eroe che prende le armi e salva la nazione, rappresentata come madre. Conosciamo questa narrativa nazionalista-maschilista dei movimenti di liberazione. Ma ciò che è interessante nel movimento curdo è che, a partire dal 1992, di fronte a una violenza statale sempre più brutale, si opta per mobilitare tutti, anche le donne. Per la prima volta, migliaia di donne si uniscono alla lotta armata e le cose iniziano a cambiare. C’è una prima generazione che entra nella logica di incorporare le idee maschiliste per dimostrare di poter combattere come un uomo, o anche meglio. Si instaura un paradigma sacrificale, dove le donne danno tutto in famiglia e tutto in politica. Ma il fatto di essere così numerose permette loro poco a poco di prendere coscienza e distanziarsi da questo paradigma. Al tempo stesso, iniziano a creare un’organizzazione non mista nella guerriglia, tra le montagne, e poi replicano questa organizzazione nella struttura politica. Tra il 1992 e il 1995, si passa dal primo battaglione solo donne al primo esercito di sole donne. I media occidentali furono impressionati quando, nel 2014, furono le donne a guidare la liberazione di Kobane, a Rojava, ma per noi era qualcosa di logico, la conseguenza di tutto il processo precedente. Questo ha cambiato completamente i significati di mascolinità e femminilità nell’immaginario collettivo curdo. Credo ci siano due elementi chiave per capire questa trasformazione. Da un lato, c’è l’idea di un’organizzazione molto di base, che porta la lotta in ogni ambito della vita quotidiana, nei quartieri, nei luoghi di lavoro, casa per casa, con molto sostegno reciproco e formazione politica. Questo fa sì che le combattenti siano sempre in contatto con altre donne, con conversazioni aperte su violenza, politica, economia. L’altro elemento decisivo è aver creato strutture proprie e mantenuto costantemente una doppia militanza, in spazi di sole donne e in spazi misti. Questo equilibra le relazioni di potere. Ovviamente ci sono molte contraddizioni. La lotta armata resta ancorata a valori maschilisti. Dall’altra, la potente organizzazione non mista riflette anche la grande segregazione tra uomini e donne nella società. Come sostenere una senza rafforzare l’altra? La terza contraddizione è il femminismo. Quando ho conosciuto il movimento delle donne curde, la prima cosa che ho pensato è stata: «che movimento femminista potente!», ma loro, per le ragioni già spiegate, non si identificano come femministe, pur avendo pratiche femministe e legami con tutti i movimenti femministi rivoluzionari, dall’India all’America Latina, passando per l’Europa. I loro motivi per non chiamarsi femministe sono legittimi, ma come sostenere questa posizione senza alimentare la nuova ondata antifemminista, sia di Trump sia di Erdogan? Quella stessa ondata che legittima l’incarceramento in Iran delle mie compagne femministe in nome dell’anti-imperialismo e della sovranità nazionale? In alcuni discorsi di sinistra, ho l’impressione che si parli come se Hillary Clinton fosse il principale riferimento del femminismo. Non so se lo sia negli Stati Uniti, in altri contesti sicuramente no. A volte ascoltiamo questi discorsi, che non hanno nulla a che fare con il femminismo nel Sud Globale. D’altra parte, chiamarsi “movimento delle donne” comporta anche il rischio di essenzialismo del femminile, che esclude la questione queer. Per questo è così interessante quando collettivi e movimenti indigeni di Abya Yala dichiarano che il binarismo è un dispositivo coloniale, che non esisteva prima della colonizzazione. VG/MM. Fai riferimento alla jinealogía come a una ricostruzione, a partire della rivolta, di saperi strappati, e colleghi questo al ruolo che i saperi hanno nel nutrire la resistenza. Puoi sviluppare questa idea? SR. Jine significa donna, logía significa scienza, quindi jinealogía è letteralmente “scienza della donna”. Nel movimento popolare curdo c’è una forte scommessa sul sapere e sull’educazione popolare, rispetto al sapere accademico elitista, completamente preso dal capitalismo coloniale, ma anche rispetto all’educazione nazionalista oppressiva imposta dallo Stato. La lingua è il simbolo estremo di questo colonialismo educativo. Con tutte le proibizioni e restrizioni, oggi buona parte della mia generazione ha perso il curdo. Non si poteva parlare neanche in casa. Le famiglie non lo trasmettevano per proteggere i figli. C’è una storia famosa di un prigioniero politico incarcerato per dieci anni: sua madre parlava solo curdo e, quando lo visitava in carcere, dovevano incontrarsi in silenzio perché era proibito parlare curdo. Questa realtà ha portato a prendere molto seriamente l’educazione: non solo l’insegnamento del curdo con corsi in montagna, nei villaggi, nelle città, per resistere all’annientamento della lingua, ma anche la formazione politica a tutti i livelli, come in Algeria durante la colonizzazione francese: la formazione politica come compito fondamentale nella resistenza contro il colonialismo. L’idea viene dalla tradizione marxista classica, ma con un approccio molto popolare. Se stiamo creando una nuova società, serve una nuova formazione, non elitista, che non separi teoria e pratica, come fa l’istituzione accademica, dove puoi avere un discorso democratico ma nella vita quotidiana non importarti nulla di nessuno. Nel movimento curdo pensiamo: se dici qualcosa, devi praticarla; ciò in cui credi deve riflettersi nella tua retorica e nel tuo agire. Perwerdeya significa educazione. Ed è alternativa all’educazione statale, ma anche uno strumento di resistenza. È anche uno strumento per diffondere sapere ovunque, per discutere con tutti e integrare le esperienze collettive, integrare le nuove generazioni, permettere loro di politicizzarsi. La jinealogía fa parte di questa perwerdeya. Non è solo per militanti, non è solo per femministe, non è solo per persone colte. È legata all’educazione sociale, è un modo per cambiare la vita quotidiana e uno strumento di autodifesa, per essere capaci di difendersi dal padre, dal marito o da un’autorità, in casa, in strada o tra le montagne. Niente di tutto questo esclude la formazione ideologica. Se questo movimento vive da quarant’anni, nonostante la repressione enorme, è perché ha un nucleo ideologico molto solido e una memoria collettiva che si trasmette di generazione in generazione. In questo quadro, la jinealogía produce una nuova lettura della storia delle donne in Medio Oriente, in particolare delle donne curde; partendo dalla Mesopotamia, che resistono alla storia eurocentrica, al mito dell’origine greca della civiltà, che è un mito maschilista. All’interno della jinealogía ha un ruolo molto interessante il mito di Sahmaran, metà donna metà serpente. Sahmaran ha un grande palazzo ed è guardiana della saggezza e di tutti i segreti. Si innamora di un uomo, completamente umano, e gli consegna tutto il suo sapere. Lui la tradisce, rivelandone i segreti e facendo in modo che venga uccisa. Noi Curdi siamo cresciuti con questo mito, ma dalla jinealogía viene rivisitato per presentarlo come una storia di femminicidio e di furto del sapere femminile da parte di narrazioni maschiliste. Ovviamente, l’integrazione della mitologia tradizionale ha i suoi limiti, ma è interessante come dal movimento di liberazione curdo, dal movimento delle donne, si tenti continuamente di collegare questi miti alla realtà e ai saperi quotidiani. Non si tratta solo di parlare di Sahmaran, ma di riviverla, per recuperare il sapere che ci è stato rubato, un sapere che è esistito e che è possibile riprendere. Così, a Rojava, ci sono molti luoghi dove si lavora su questo sapere femminile, soprattutto medico e di guarigione, ma esiste anche Jinwa, un villaggio solo per donne vittime di violenza, organizzato interamente da donne. VG/MM. Per concludere, ci piacerebbe chiederti: come immagini un internazionalismo femminista in un contesto di guerra globale, dove si scontrano diversi patriarcati e il patriarcato occidentale gioca la carta dei diritti delle donne? SR. Certamente, abbiamo visto l’Occidente giocare questa carta in molti contesti, con quell’atteggiamento “civilizzatore”, dicendo alle donne: «vi salveremo e vi libereremo dai vostri modi arcaici di vivere». Lo abbiamo visto nelle guerre in Iraq e in Afghanistan e nei discorsi di Netanyahu durante gli attacchi contro l’Iran. Questa è un’altra delle ragioni per cui il movimento delle donne curde è reticente a definirsi femminista. In ogni caso, l’internazionalismo non è un’opzione. Forse lo è per persone bianche, che possono scegliere se supportare o meno Assad, se supportare o meno l’Iran, ma per noi non c’è scelta possibile. Non possiamo sostenere la Repubblica Islamica dell’Iran, il prezzo è la vita, così come non possiamo sostenere il genocidio in Palestina. L’internazionalismo è ciò che ci permette di comprendere e mantenere insieme le nostre militanze come Curde, come femministe e come persone di una sinistra rivoluzionaria. Non mi piace la parola intersezionale, perché a volte è molto superficiale, ma la questione è come possiamo collegare nella pratica la lotta curda con la lotta femminista, con la lotta contro l’estrattivismo, con la lotta ecologica; lotte che in realtà sono intrecciate. E la Realpolitik, con il suo presunto pragmatismo, non ci serve, perché alla fine ci lascia affidare tutta la speranza agli Stati e alla loro geopolitica, facendoci credere che per la liberazione della Palestina dobbiamo sostenere Stati misogini e maschilisti come quello della Repubblica Islamica dell’Iran. Al contrario, un internazionalismo dal basso sì, perché nel dialogo concreto è molto chiaro perché non posso sostenere uno Stato che incarceri me e le mie compagne, una volta per essere Curde e un’altra per essere femministe. Penso a questo internazionalismo come a una pratica di collegamento, un modo per connettersi, ascoltarsi e impegnarsi tra contesti diversi. A volte è molto difficile. Come collegare, ad esempio, la rivoluzione siriana con il movimento di liberazione curdo? Ci siamo riuscite, ma è stato duro, doloroso. Nell’internazionalismo stiamo cambiando continuamente il territorio della lotta e a volte è difficile orientarsi, capire cosa sia più importante, dove concentrarsi. Impariamo l’una dall’altra. È anche difficile capire come parlare della propria lotta locale con gli altri. Come quando ho scritto il libro sul movimento delle donne curde: sono arrivata a riscrivere frasi 25 o 30 volte. Riflettevo mille volte su come formularle per evitare che fossero strumentalizzate. Volevo essere giusta, perché la gente rischia molto, ma volevo anche permettermi di essere critica. A volte vedo femministe bianche francesi così appassionate al movimento delle donne curde, senza alcuna critica o riflessione. Per me quell’atteggiamento è il rovescio della visione coloniale, dove non prendi davvero sul serio la lotta delle altre. Capisco che dalla loro posizione sia diverso, ma nel mio caso si tratta della mia lotta, e per me era importante permettermi uno sguardo critico. Questo mi ha provocato un conflitto interno: come trovare le parole giuste? Devo parlarne o no, in che modo, consapevole che è un conflitto molto violento, una situazione di guerra? È stato un dolore durato dieci anni. Non è stato un libro che ho scritto “da intellettuale”, ma da militante, perché la mia militanza è più forte del mio lato intellettuale. Immagine di copertina di Matt Hrkac (da wikimedia) Articolo pubblicato in spagnolo sul sito della collettiva femminista transnazionale La Laboratoria. Traduzione in italiano a cura di Alessia Arecco per DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Somayeh Rostampour: «Internazionalismo è ascoltare l’eco delle proprie lotte nelle lotte altrui» proviene da DINAMOpress.
September 19, 2025
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