Naufragio Cutro, il pescatore: “Nessun soccorso, abbiamo tolto noi le persone dal mare”
Le parole dei testimoni oculari della strage di Cutro nel corso dell’udienza del
17 aprile.
“Non abbiamo mai visto arrivare soccorsi dal mare, in mare non c’era nessuno.
Solo le persone morte”. Sono le parole di Paolo Cefaly, uno dei pescatori che il
26 febbraio 2023 si trovava sulla spiaggia di Steccato di Cutro mentre il caicco
Summer love si schiantava su una secca e affondava causando 94 morti.
Il giovane pescatore è stato tra i testimoni che venerdì 17 aprile hanno preso
parte all’udienza del processo sui presunti ritardi nei soccorsi
all’imbarcazione naufragata sulla spiaggia calabrese, per i quali sono indagati
per omicidio e naufragio colposi quattro militari della Guardia di Finanza e due
della Capitaneria di Porto.
“Eravamo lì vicino al fiume Tacina – ha detto il pescatore rispondendo agli
avvocati delle ONG costituitesi parte civile – perché con la secca e il terreno
sabbioso lì ci sono le spigole. Abbiamo visto arrivare questa barca e gli
abbiamo fatto segno con le luci perché c’erano le nostre canne da pesca lì. Loro
hanno girato e si è sentito un boato quando la nave si è schiantata. Io ho
provato vero panico sentendo le urla, ma poi ho pensato che bisognava salvare le
persone. Non ricordo gli orari, né quanto tempo ci hanno messo i soccorsi. Non
me lo posso ricordare, cerco di dimenticare tutta quella storia. So che abbiamo
cercato di fare il più presto possibile per tirare fuori le persone perché il
mare era troppo agitato e poteva portare via anche noi. Abbiamo tirato fuori
tanta gente morta. Tanta. Non ci siamo mai fermati”.
Il rumore del legno che si spezzava e le urla
La testimonianza di Cefaly ha ribadito anche le parole pronunciate dall’altro
pescatore che era in spiaggia, Ivan Paone: “Abbiamo notato l’imbarcazione. Non
sapevamo fosse una barca con migranti, abbiamo fatto delle segnalazioni con le
torce e la barca ha girato verso il largo. Poi abbiamo sentito urla e visto le
luci dei telefoni. Poi abbiamo visto una luce rossa, forse un razzo e sentito un
rumore di legno che si spezza e le urla. Abbiamo chiamato la Capitaneria”.
Paone racconta gli attimi successivi al naufragio: “Abbiamo tirato fuori persone
vive e persone morte. Abbiamo cercato di portare soccorso. Non so dire quanto
tempo è trascorso; eravamo presi dalla foga si soccorrere. Le condizioni di
visibilità erano pessime, c’era salsedine e mare forte. Abbiamo provato a fare
il massaggio cardiaco ad alcuni, ad altri abbiamo sentito il polso per capire se
erano morti. I primi ad arrivare sono stati i carabinieri, ma non so dire quanto
tempo dopo il naufragio”.
L’udienza del 17 aprile ha permesso di far transitare nel fascicolo del
dibattimento le parole dei testimoni oculari del naufragio. Ci sarebbero dovute
essere anche tre donne afgane, una superstite e due parenti di vittime, che però
non sono potute arrivare a Crotone dalla Germania a causa, ha spiegato il loro
avvocato, Enrico Calabrese, della cancellazione dei voli per la carenza di
carburante.
Il medico legale: morti soprattutto per annegamento
Sempre nell’udienza del 17 aprile è stato sentito il medico legale, Massimo
Rizzo, nominato come consulente dal pubblico ministero, che ha spiegato come la
morte sia stata causata da più fattori: “La morte per assideramento è rara,
serve un tempo più lungo. Le persone sono morte per annegamento e altri fattori:
traumi, incapacità di nuotare, panico. Molti avevano ferite post mortem per la
permanenza in acqua accanto a detriti o per il travolgimento subito dal
natante”. Il medico ha confermato che ci sono ulteriori dispersi: “Il fatto che
i cadaveri di bambini non venivano reclamati non avendo trovato altri parenti
deceduti ci ha fatto pensare a un alto numero di dispersi”.
Redazione Italia