Chinua Achebe: Le disavventure di un nigeriano in Nigeria
La storia di un romanzo è talvolta essa stessa un romanzo. Non parlo della
trama; mi riferisco alla serie di eventi talvolta casuali per cui uno scritto
arriva a essere pubblicato. Per esempio, immaginate un giovane dipendente della
Nigerian Broadcasting Corporation, la radio pubblica nigeriana, nell’anno 1957.
Ha scritto un romanzo a penna, ci ha lavorato su, taglia qua taglia là, aggiusta
sposta correggi; ora vorrebbe provare a pubblicarlo, ma non può mandare alle
case editrici una pila di fogli scritti a mano. Trova sulla rivista letteraria
inglese The Spectator l’annuncio di un’agenzia offre servizi di dattilografia –
i personal computer erano di là da venire. L’aspirante scrittore spedisce il
manoscritto all’agenzia e invia le 22 sterline richieste con un vaglia postale
(corrispondono a oltre 700 euro di oggi, tanto per capire che sacrificio potesse
essere); dopodiché, attende trepidante il manoscritto.
Passano mesi, nessuna notizia da Londra. L’aspirante scrittore è sempre più
preoccupato; non ha una copia del manoscritto, se va perduto è finita. Però una
sua collega alla NBC, Angela Beattie, sta per lasciare la radio per ritornare in
Inghilterra; l’aspirante scrittore la implora di passare dall’agenzia di
dattilografia per vedere che fine ha fatto il manoscritto. Ci tengo a riportare
il nome della donna, perché è una benemerita della letteratura mondiale: andò
all’agenzia, e li obbligò a cercare il parto dell’aspirante scrittore, finché
non venne ritrovato in un angolo dell’ufficio, coperto di polvere. (Poi dicono
che solo noi italiani siamo casinari…)
Finalmente l’aspirante scrittore riceve il dattiloscritto (in copia unica) a
Lagos, e lo spedisce a un agente letterario londinese (il che dice qualcosa
sullo stato dell’editoria in Nigeria all’epoca…). Inizia il giro delle case
editrici finché un altro brav’uomo, Alan Hill, editor della Heinemann, capì che
quel romanzo aveva potenziale, e ne aveva parecchio. Così fu che il 17 giugno
1958 uscì il romanzo d’esordio di Chinua Achebe, che in inglese s’intitola
Things Fall Apart. Il successo è immediato; fino a quel momento l’Africa la
raccontavano gli europei (come ad esempio Joseph Conrad, bestia nera di Achebe
come ho spiegato nella precedente puntata di questa rubrica), e ci fu subito
curiosità per questo nigeriano che raccontava la colonizzazione dal punto di
vista dei colonizzati. Il romanzo uscì quasi subito in francese e in tedesco, e
quattro anni dopo Mondadori ne pubblicò la traduzione italiana, Le locuste
bianche, a opera di Giuliana De Carlo.
Certo, c’era stato un battistrada, nigeriano anche lui, Amos Tutuola, che già
nel 1952 aveva fatto parlare di sé con Il bevitore di vino di palma; ma il
romanzo di Achebe diventa presto una sorta di manifesto politico a denuncia del
colonialismo britannico, e il suo autore un modello per altri scrittori del suo
continente, come il keniano Ngũgĩ wa Thiong’o e più tardi il tanzaniano
Abdulrazak Gurnah (e vi risparmio un elenco piuttosto lungo di altri autori
folgorati sulla via di Lagos). Non sorprende che Achebe sia stato spesso
indicato quale padre della letteratura africana moderna, anche se lui ha
rifiutato con una certa veemenza questo titolo onorifico. Le cose crollano (come
si intitola il romanzo nell’edizione italiana attualmente in stampa) è diventato
nel tempo un classico insegnato in università di tutto il mondo e ristampato
regolarmente, ne è stato tratto nel 1961 un radiodramma realizzato dalla NBC
(nel quale recitava tra gli altri un ennesimo nigeriano illustre, il futuro
premio Nobel Wole Soyinka), due film nel 1965 e 1970 rispettivamente, una
miniserie televisiva prodotta dalla Nigerian Television Authority nel 1987, e
nel 2024 è stata annunciata la realizzazione di una serie televisiva da prodotta
dall’americana A24 con Idris Elba e David Ogelowo. Insomma, abbiamo a che fare
con un classico contemporaneo.
Al centro del romanzo c’è Okonkwo, nigeriano di etnia Ibo (popolazione
immaginaria ma assai simile a quella degli Igbo dalla quale proveniva la
famiglia di Achebe) che vive nel villaggio di Umuofia in un anno indeterminato
tra il 1861 e il 1900. A tutti gli effetti è un self-made-man: il padre, Unoka,
alcolizzato, più bravo come flautista che come agricoltore, gli ha lasciato solo
debiti. Nonostante ciò, il nostro eroe è riuscito a farsi rispettare come
lottatore e come guerriero; ha pure raggiunto la prosperità, attestata dalle tre
mogli e dall’abbondanza di cibo immagazzinata nella sua dimora. Inoltre fa parte
di uno dei clan più potenti della regione, ed è riuscito a farsi accogliere
nella cerchia dei capi.
Il protagonista di Le cose crollano, però, non ha un carattere facile: in casa è
un vero despota. Non discute coi suoi famigliari, specie coi figli: comanda,
ordina, impone. Al di là degli stereotipi identitari, Achebe ci mostra
un’autentica famiglia patriarcale, tutt’altro che bianca e occidentale; le mogli
temono il capofamiglia, che non esita a picchiarle se non rigano dritto; stessa
cosa accade al figlio maggiore, Nwoye, che il padre considera uno smidollato.
Solo Ezinma, la figlia di Okonkwo, gode della stima del genitore, ed è l’unica
in casa che osa contraddirlo – tanto che suo padre pensa che sarebbe dovuta
nascere maschio.
In casa però arriva Ikemefuna, un ragazzino consegnato al clan di Umuofia come
risarcimento da parte di un altro clan. Il padre del ragazzo ha ucciso una donna
di Umuofia, e l’offerta del figlio è l’unico modo per scongiurare una guerra tra
i due villaggi; Ikemefuna viene affidato a Okonkwo, e vive per qualche tempo in
casa sua, dimostrando di essere intelligente e intraprendente, tanto che Okonkwo
un po’ comincia a provare affetto per il ragazzo, peraltro ricambiato. Però
Umuofia ha le sue leggi ferree: gli anziani decidono che il ragazzo deve essere
sacrificato. Uno degli anziani consiglia a Okonkwo di non farsi carico
dell’uccisione di Ikemefuna, ma qui viene fuori un aspetto rilevante del
protagonista di Le cose crollano: lui crede fermamente – potrei dire
fanaticamente – nella giustezza e nella bontà delle tradizioni di Umuofia, e si
ostina a dimostrare anche questa volta la sua dedizione, che potremmo
tranquillamente chiamare pietas (nel senso che il termine aveva in Virgilio). A
differenza del suo amico Obierika, che di tanto in tanto nutre dubbi su certe
usanze locali, Okonkwo le segue rigidamente, stavolta andando oltre quel che gli
sarebbe richiesto; è lui a uccidere Ikemefuna.
Così facendo il nostro eroe passa un segno invisibile; sembra quasi uno di quei
personaggi del mito greco che, ammazzato un consanguineo, vengono perseguitati
dalle Erinni. Dal momento della morte del figlio adottivo niente va più per il
suo verso; Ezinma, la figlia preferita si ammala e poi viene posseduta, e quando
alla fine viene esorcizzata e sembra tornare la serenità in casa di Okonkwo, si
arriva al disastro. Durante il funerale di uno dei capi del clan, il fucile di
Okonkwo esplode e uno dei frammenti uccide un figlio del defunto. C’è
evidentemente una simmetria tra la sorte del padre di Ikemefuna, che per aver
ucciso accidentalmente una donna di Umuofia ha dovuto rinunciare a suo figlio, e
quella di Okonkwo, che per il suo omicidio involontario viene esiliato dal suo
villaggio per sette anni, e non è l’unico gioco di specchi a complicare
l’apparente semplicità della narrazione di Achebe (tutt’altro che lineare date
le frequenti divagazioni, che comunque rendono sempre più nitidamente la cultura
degli Ibo).
A ben vedere, sotto il romanzo c’è l’impianto tragico: l’eroe che, spinto
dall’ambizione, supera un limite invalicabile viene punito dagli dei. Ma qui non
sono gli immortali dell’Olimpo a trascinare Okonkwo nella rovina, bensì forze
storiche incarnate dagli inglesi giunti a Umuofia durante l’esilio del nostro,
che sconvolgono completamente la comunità locale: i reietti, gli sfigati, gli
ultimi nella gerarchia sociale del clan, vedono nel dominio coloniale
un’occasione di riscatto, di sottrarsi alle leggi degli Ibo. L’incarnazione di
questa dinamica è la sorte di Nwoye, stufo delle angherie subite in famiglia,
che se ne va di casa e si converte al cristianesimo, anche e soprattutto perché,
dopo una vita con un padre padrone tirannico e severo, non gli pare vero di
essere adottato da un Padre celeste amorevole e caritatevole.
Tutto va a pezzi, il mondo si rovescia. Dopo aver dato fuoco alla chiesa dei
missionari inglesi come rappresaglia per la profanazione compiuta da un
convertito dopo un rito tribale, il governo coloniale esige il pagamento di una
multa pesantissima, consistente in duecento sacchi delle conchiglie che vengono
usate nella regione come monete. Non bastante ciò, gli anziani del villaggio,
che vanno a trattare con i funzionari britannici, vengono umiliati, maltrattati
e assoggettati a pagare un’ulteriore multa. A questo punto viene convocata
un’assemblea per decidere il da farsi, nella quale Okonkwo, da par suo, incita
alla guerra contro i bianchi e i loro servitori africani; ma la maggioranza
degli abitanti di Umuofia esita, nonostante quello sia sempre stato il clan più
forte e risoluto della regione. Irato per quella che percepisce come viltà,
Okonkwo decapita uno dei messaggeri mandati dagli inglesi a imporre di
sciogliere l’assemblea. Dopo questo gesto, con la prospettiva di essere
arrestato e giustiziato, al nostro eroe non resta che il suicidio.
A tutti gli effetti siamo davanti a una vicenda che – vale la pena di ribadirlo
– somiglia molto a una tragedia in forma di romanzo. Achebe riesce così in una
notevole operazione di ibridazione culturale, mettendo protocolli narrativi
tipicamente europei al servizio di una rivendicazione genuinamente africana. Del
resto, non è la lingua dei colonizzatori, quella che lo scrittore nigeriano di
etnia Igbo usa per raccontare l’umiliazione dei colonizzati? (Va anche notato
che il titolo originale viene da una poesia di William Butler Yeats, lirico di
lingua inglese e bianco, sì, ma figlio di un’altra colonia inglese, l’Irlanda;
ennesimo rispecchiamento, ennesima appropriazione!)
Dopo la pubblicazione di Le cose crollano, la carriera letteraria di Achebe è
andata da un successo all’altro, prima con i due sequel dell’opera d’esordio,
Ormai a disagio (1960) e La freccia di Dio (1964), dove lo scrittore mette a
fuoco periodi successivi alla colonizzazione, fino agli anni Venti, tenendo però
sempre al centro il tema delle conseguenze della dominazione inglese,
evidenziando (specie nell’ultimo romanzo della trilogia) la corruzione che essa
ha generato. La produzione di Achebe sfocerà nel romanzo ferocemente satirico A
Man of the People (1966), dove lo scrittore arriverà al presente della Nigeria
indipendente, raffigurata sotto forma di un’anonima nazione africana dove
corruzione e nepotismo vanificano le speranze di progresso generate dai soli
delle indipendenze (per metterla nei termini usati da un altro grande scrittore
africano, l’ivoriano Ahmadou Kourouma). La storia culmina con un colpo di stato
che si rivelerà profetico; proprio all’inizio del 1966 – prima della
pubblicazione del romanzo di Achebe, ma dopo il suo completamento – ci sarà un
tentativo di golpe scatenato da ufficiali dell’esercito nigeriano. Da quel
momento lo scrittore diventerà la bestia nera dei militari del suo paese, una
reputazione aggravatasi alla fine degli anni Sessanta per il suo sostegno alla
secessione della repubblica del Biafra, stroncata dopo tre anni di guerra
civile.
Successivamente Achebe si dedicò all’insegnamento accademico (tra il 1971 e il
1976 risiedette con la famiglia in alcuni college americani) e alla redazione
della rivista Okike, dedicata all’arte, alla narrativa e alla poesia africane;
solo nel 1987 tornò al romanzo con Viandanti della storia, incentrato su un
colpo di stato nell’immaginaria nazione del Kangan, assai somigliante alla
Nigeria ripetutamente governata da giunte militari. Morì da esule nel 2013 a
Boston, negli Stati Uniti, dove si era trasferito negli anni Novanta dopo un
incidente automobilistico che lo aveva inchiodato sulla sedia a rotelle, e dove
aveva insegnato per quindici anni nel prestigioso Bard College. Il semplice
fatto che Achebe dovette andare a farsi operare in Inghilterra nel vano
tentativo di recuperare l’uso delle gambe la dice lunga su come stava la sanità
nigeriana all’epoca.
La scelta di usare l’inglese fu senz’altro fortunata, nella misura in cui aprì a
Le cose crollano un pubblico che si può tranquillamente definire globale;
difficilmente il romanzo sarebbe stato pubblicato in italiano così rapidamente
se fosse stato scritto in Igbo, la lingua madre dell’autore, quella che sarebbe
stata parlata dai suoi personaggi se fossero realmente esistiti. Però questo ha
avuto un costo, del quale Achebe era ben consapevole visto che dichiarò “Per un
africano scrivere in inglese non è una faccenda senza seri ostacoli. Spesso si
trova a descrivere situazioni o modi di pensare che non hanno un equivalente
diretto nello stile di vita inglese”. Eppure il romanzo riesce a farci entrare
nella vita di questo villaggio di africani di più di un secolo fa, dove si
pratica una religione politeista a noi sconosciuta, nonché la poligamia, nonché
una serie di usanze e costumi a noi alieni; ma questa gente dopo un po’ sentiamo
di conoscerla, di capirla, e cominciamo a entrare in sintonia con le loro
speranze, ambizioni, paure, dubbi. Achebe disse che la scelta di usare l’inglese
lo metteva di fronte a due alternative, “provare a contenere quello che vuoi
dire entro i limiti dell’inglese convenzionale o tentare di allargare quei
limiti fino a farci entrare le tue idee”. La via scelta è stata la seconda, e
questo ha implicato inserire anche qualche parola Igbo qua e là, con tale
abilità da non richiedere spiegazioni. Ma soprattutto Achebe ci ha fatto vedere
la vita quotidiana di Umuofia e dei suoi abitanti, a partire dal lavoro dei
campi e dal suo prodotto, che diventa il cibo consumato quotidianamente o nelle
festività, che diventa in ultima analisi la vita di una società agricola – e
l’importanza del cibo noi italiani la capiamo ancora bene (forse più dei lettori
inglesi del romanzo).
Insomma, questo è il caso di uno scrittore che all’inizio della sua carriera si
presenta già con un’opera matura, potente, vivente, per cui non si potrebbe
trovare accesso migliore all’opera di Achebe di Le cose crollano – un romanzo
che a quasi settant’anni dalla sua pubblicazione resta ancora un’opera
imprescindibile se si parla di colonie e imperi. Dopotutto, come vediamo anche
troppo bene oggigiorno, e come insegnava un grande scrittore californiano,
l’impero non è mai finito.
Nota bibliografica
Le edizioni italiane del romanzo di Achebe sono piuttosto distanziate nel tempo,
ma attestano comunque un certo interesse da parte della nostra industria
editoriale. Dopo la prima versione nella nostra lingua, bisogna attendere il
1977 perché Jaca Book pubblichi l’intera trilogia (intitolata Dove batte la
pioggia), nella quale il primo romanzo, ritradotto da Silvana Antonioli
Cameroni, appare col titolo Il crollo. Questa nuova traduzione riesce per
Mondadori nel 1990, poi ancora per Jaca Book nel 1994. Infine, arriva Elisabetta
Sgarbi che fa entrare il romanzo nel catalogo della Nave di Teseo nel 2016, con
un titolo più aderente all’originale, Le cose crollano, e la terza traduzione
firmata da Alberto Pezzotta. Tre traduzioni in sessantaquattro anni è già, a
modo suo, un record.
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