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Torino contro la militarizzazione e la repressione: pericolo di svolta autoritaria
Il monitoraggio dei processi di militarizzazione delle scuole e delle università condotto dall’Osservatorio, che per statuto si focalizza sull’ambito dell’istruzione e su quello accademico, non può prescindere dalla contestualizzazione di questo fenomeno nel più ampio quadro della normalizzazione della guerra nella società, come ben evidenziato da quell’articolato progetto di diffusione della “cultura della difesa” che è stato più volte analizzato su queste pagine. Chi conosce la storia è però perfettamente consapevole di come la preparazione di una società alla guerra e la costruzione di una logica amico/nemico – indispensabili per giustificare i conflitti “esterni” – abbiano come pendant la repressione del dissenso e la limitazione degli spazi di libertà e democrazia dei cittadini, cosa che negli ultimi mesi è evidente in un Paese che, come il nostro, è vittima di una gravissima deriva securitaria, sancita dalla recente entrata in vigore del Decreto Sicurezza. Gli strumenti della repressione si sono abbattuti su quanti hanno osato denunciare e contestare il genocidio in corso a Gaza, il ruolo e le complicità del nostro governo e la politica di riarmo tragicamente intrapresa dall’Unione Europea. La città di Torino è stata negli ultimi mesi involontaria protagonista di una serie di episodi di censura, come nei casi dei convegni Nello specchio di Gaza  e Russofobia, Russofilia, verità, ma anche di gravissimi casi di repressione delle proteste studentesche. Ben radicate nel movimento cittadino a sostegno della Palestina, esse sono cresciute attraverso una potente ondata di occupazioni (clicca qui)  per poi essere colpite da aggressioni da parte dei militanti di Gioventù nazionale e dall’arresto di uno studente liceale – casualmente di origine marocchina – in occasione del No Meloni Day del 14 novembre. É in questo quadro complesso che va analizzato il caso, gravissimo, di Mohamed Shahin, imam egiziano della moschea di via Saluzzo a Torino, raggiunto nei giorni scorsi da un decreto di espulsione firmato dal Ministro degli Interni Matteo Piantedosi su sollecitazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli. Repressione, islamofobia e sionismo rappresentano una sorta di “combinato disposto” nella cui rete è caduto un noto esponente della comunità musulmana cittadina, ben integrato nel quartiere multietnico di San Salvario e impegnato nel dialogo interreligioso. L’accusa è di aver giustificato pubblicamente, durante la manifestazione cittadina del 9 ottobre convocata a sostegno della Global Sumud Flotilla, gli attacchi del 7 ottobre come atto di resistenza del popolo palestinese all’occupazione israeliana. Questa posizione, condivisibile o no che sia (e teniamo a precisare che lo stesso Shahin è intervenuto più volte per contestualizzare e chiarire meglio le sue dichiarazioni) non giustifica il provvedimento adottato, che configura una grave violazione dei diritti umani. Mentre scuola e società sono destinatarie di un progetto di progressiva irreggimentazione e disciplinamento, che vorrebbe mettere a tacere le capacità critiche delle nostre e dei nostri student3, è evidente nel caso di Shahin la criminalizzazione di un’opinione politica, in violazione degli articoli 3 e 21 della nostra Costituzione. É oggi moralmente doveroso prendere posizione contro la caccia alle streghe determinata dal clima politico frutto del Decreto Sicurezza e del DdL Gasparri, esplicitamente volti a circoscrivere la libertà di opinione tramite misure repressive che colpiscono chiunque esprima posizioni critiche del Governo e della vulgata mainstream. Shahin è oggi detenuto, senza avere commesso alcun reato, nel CPR di Caltanissetta, a seguito della revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo, motivata da ragioni di “ordine pubblico”. La perversione del sistema dei CPR è un’altra vergogna del sistema italico: poiché si viene internati nei CPR a seguito di un provvedimento amministrativo e senza passare attraverso il sistema giudiziario, si tratta di fatto di una condanna preventiva ai danni dei migranti. Il sistema dei CPR, che nella sua essenza viola i cardini dei sistemi liberali (separazione dei poteri, libertà di espressione, habeas corpus) è tra l’altro uno strumento di controllo drammaticamente analogo al fermo amministrativo adottato dallo Stato di Israele contro i palestinesi, che trascorrono anni nelle carceri senza un regolare processo, nella totale indifferenza delle cosiddette democrazie liberali, impegnate anzi a riproporre all’interno dei confini nazionali strumenti che ben poco hanno a che fare con la tutela dei diritti dell’uomo. Su Shahin (i cui avvocati hanno presentato domanda di protezione internazionale) pende la minaccia di espulsione verso l’Egitto, paese responsabile di acclarate violazioni dei diritti umani nonché della morte di Giulio Regeni e della detenzione di Patrick Zaki. Siamo davanti all’ennesimo utilizzo dei decreti di espulsione per colpire attivisti politici e sociali, militanti di organizzazioni a tutela dei diritti umani, esponenti religiosi sovente rimpatriati in paesi nei quali i diritti civili sono letteralmente calpestati. A rendere ancora più inquietante la vicenda c’è il fatto che nel decreto di espulsione si legge che sarebbe in corso a carico dell’imam un procedimento penale successivo a una segnalazione della DIGOS dopo il discorso del 9 ottobre, che però archiviato dalla Procura, in quanto le parole contestate sono “espressione di pensiero che non integra estremi di reato” (https://www.unita.it/2025/12/04/caso-imam-shahin-ecco-le-domande-al-ministro-piantedosi/). In favore dell’imam si è da subito vivacemente espressa la società civile torinese nelle sue diverse articolazioni, dalla Chiesa Valdese alla Chiesa Cattolica, per arrivare alle e agli student3. Ma proprio il movimento studentesco, protagonista nel giorno di sciopero del 28 novembre di una simbolica irruzione nella sede del quotidiano “La Stampa”, è stato immediatamente stigmatizzato e accusato di squadrismo, con l’ intento di colpire e delegittimare anche il CSOA Askatasuna – da sempre nel mirino della Procura torinese – al quale alcun3 militanti fanno riferimento. Dobbiamo però sottolineare che «se è legittimo criticare le forme della protesta che ha coinvolto il quotidiano torinese, non va dimenticato il contesto del dibattito, con condanne sproporzionate usate per criminalizzare il movimento per la Palestina»  (https://jacobinitalia.it/lassalto-alla-stampa-e-la-guerra-informativa/). Un ennesimo episodio di questa “guerra informativa” è l’incredibile nuovo episodio di censura preventiva denunciato dai professori Alessandro Barbero e Angelo d’Orsi, il cui intervento previsto per il 9 dicembre presso il Teatro Salesiano Valdocco (sold out dopo pochi giorni dall’annuncio) è stato sospeso in quanto giudicato dagli ospiti (che pure avevano avuto evidentemente modo di visionare il programma prima della stipula del contratto) non in linea “con la vita e le finalità” dei Salesiani, benché il titolo, “Democrazia in tempo di guerra”, tocchi temi di strettissima attualità che la stessa CEI ritiene di fondamentale importanza (https://www.chiesacattolica.it/nota-pastorale-educare-a-una-pace-disarmata-e-disarmante/). Le ultime vicende torinesi sono sintomo eclatante dell’esacerbarsi di tendenze liberticide e belliciste e le portiamo all’attenzione delle lettrici e dei lettori perché l’impegno contro la militarizzazione è fondato sui valori, oggi sempre più minacciati, dell’antifascismo, dell’antifascismo e della democrazia, in difesa dei quali l’Osservatorio è nato e lavora. Irene Carnazza e Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Decolonizzare i curricoli scolastici: l’importanza della verità storica sulla Palestina
In questi giorni di fermento e mobilitazione generale contro il genocidio e contro la distruzione della Palestina noi docenti siamo chiamati non solo a dichiarare la nostra posizione, prendendo parte alle mobilitazioni in corso, ma anche a essere all’altezza della nostra professionalità quando scegliamo gli strumenti con cui fare didattica. Abbiamo recentemente affrontato questo tema sulle pagine del nostro sito (clicca qui), ma volentieri rilanciamo e diamo conto di un articolo significativo perché non recente: è stato infatti pubblicato “in tempi non sospetti”, il 17 aprile 2023, dunque mesi prima che l’attentato di Hamas del 7 ottobre fosse interpretato come la causa scatenante dello sterminio in corso (con buona pace della necessità, di cui gli storici sono pienamente consapevoli, di distinguere tra “cause immediate” e “cause profonde” degli eventi in corso). L’autrice dell’articolo (clicca qui), la professoressa Giuseppina Fioretti, denunciava già allora la mancata “decolonizzazione dei curricoli universitari e scolastici” e sottolineava come in diversi manuali di storia e geostoria da lei censiti fosse avallata “una narrazione neocolonialista” finalizzata alla “cancellazione della Palestina”. I territori illegalmente occupati venivano definiti semplicemente “contesi” e la città di Gerusalemme veniva indicata come la capitale di Israele. Citare questo lavoro di monitoraggio risalente ai mesi prima del 7 ottobre è importante perché indicativo del fatto che da anni questi evidenti “falsi storici” circolassero nelle scuole, senza che fosse una consapevolezza diffusa di queste distorsioni, tranne eccezioni come il lavoro qui citato e quello pionieristico, di cui Fioretti dà conto, svolto negli anni ’80 da “un gruppo di docenti democratici, coordinati dal prof. Angelo Arioli, preoccupati dal tentativo di alterazione delle informazioni nel sapere scolastico, svolsero un’indagine su come veniva trattata la questione palestinese nei libri di storia”. Questo lavoro condusse alla pubblicazione del saggio La lezione negata (clicca qui). Concludiamo sottolineando come l’articolo sia importante anche perché l’autrice sollecita i docenti (e gli editori!) alla presa di coscienza che la scuola deve essere uno spazio democratico e inclusivo. Tale mandato deve essere rispettato con la massima attenzione guardando ai ragazzi e alle ragazze di recente immigrazione, la storia dei cui paesi di origine, così come quella dei mondi extraeuropei, ormai marginalizzata dalle nuove indicazioni ministeriali, non solo è misconosciuta ma a volte (come in questo caso) palesemente falsata. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Tennis, prevenzione e carri armati: la militarizzazione avanza spedita
Dal 12 al 14 settembre Torino ha ospitato la manifestazione “Tennis and Friends – Salute e sport”, svoltasi nella centralissima Piazza Castello, che gli studenti e le studentesse dell’acampada di quella che ormai è nota come “Piazza Palestina” – presidio permanente a sostegno della popolazione di Gaza che ha da poco “compiuto” 100 giorni di vita – hanno dovuto lasciare, trasferendosi in una piazza non lontana (clicca qui per la notizia). “Tennis and Friends”, che si svolge dal 2011 “come Official Charity delle Nitto ATP Finals” (https://www.tennisandfriends.it/torino-25/), riscuote un buon successo di pubblico in questo periodo di “sinnerizzazione” della società e di innamoramento collettivo per il tennis, che sembra aver affiancato il calcio come potente “arma di distrazione di massa”. Ciò che però è rilevante agli occhi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è che tra gli enti patrocinanti dell’evento troviamo il Ministero della Difesa, poiché le Forze Armate, così come la Polizia di Stato, sono coinvolte nelle attività di prevenzione e screening proposte in queste giornate. Sul sito del dicastero leggiamo: “Lo Stato Maggiore della Difesa contribuisce al “Villaggio della Salute”, aperto nei giorni sabato e domenica, con un’area promossa dall’Ispettorato Generale della Sanità Militare […]. Cittadini e cittadine possono usufruire di visite gratuite in Otorinolaringoiatria, Cardiologia, Oculistica e Ginecologia: un’occasione concreta per prendersi cura della propria salute, in modo semplice e accessibile” (https://www.difesa.it/smd/news-italia/difesa-a-torino-per-tennis-and-friends-tre-giorni-sport-salute-prevenzione/78942.html).  Il personale in divisa ha proposto alla cittadinanza non solo visite mediche garantite dalle strutture sanitarie militari, ma anche momenti ludici rivolti in particolare alle scuole (https://www.tennisandfriends.it/wp-content/uploads/2025/09/PROGRAMMA-TORINO2025.pdf). Nel programma della giornata di venerdì 12 troviamo proposte che spaziano dal simulatore di tiro Biathlon a fucili laser al simulatore di pagaiata, passando per una dimostrazione di blsd a cura della Polizia di Stato e senza dimenticare attività proposte dagli atleti dei gruppi sportivi militari. Il tutto è stato allietato dalla fanfara della Brigata Alpina Taurinense e dalla presenza di madrine e padrini del calibro di Cristina Chiabotto e Albano Carrisi. Le giornate di sabato 13 e domenica 14 sono state dedicate ad attività di screening e prevenzione “offerte” in parte dalla ASL di Torino e in parte da medici in divisa, mentre proseguivano le manifestazioni sportive e gli incontri con specialisti della salute e personaggi pubblici, fino alla chiusura della manifestazione con l’esibizione della Fanfara III Reggimento Carabinieri.  Dal punto di vista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università eventi e manifestazioni come quella in esame sono pienamente riconducibili al progetto di diffusione della “cultura della difesa”, di cui il Programma di Comunicazione del Ministero della Difesa indica obiettivi e intenti. Tra i “temi di comunicazione” individuati dal documento troviamo proprio la sanità, che è inserita tra le funzioni che devono essere valorizzate e ricondotte a un sistema volto a presentare la “Difesa al servizio del Paese non solo per la sicurezza” (https://www.difesa.it/assets/allegati/3706/pc_md_2025.pdf, p. 25), con l’obiettivo di “cambiare la percezione dello Strumento Militare nazionale” attraverso “una mutua contaminazione reciprocamente vantaggiosa con il mondo civile” (p. 17). Ciò che qui intendiamo ribadire è che il processo di normalizzazione della presenza di Forze Armate e Forze dell’Ordine in ambito civile non è né casuale né (tantomeno) neutro, ma è al contrario l’esito di un progetto di lungo periodo, intenzionalmente e consapevolmente pianificato proprio con la finalità di “occupare” spazi e a dare risposte a esigenze non sempre adeguatamente soddisfatte da un welfare in crisi. Questo è particolarmente evidente proprio guardando al settore sanitario: la tenuta del Sistema Sanitario Nazionale, già erosa da decenni di tagli, è oggi minacciata dal disinvestimento in questo capitolo di spesa a favore della crescita delle spese militari nel contesto del piano riarmo europeo. Il paradosso è evidente: le Forze Armate guadagnano credibilità e sostegno offrendo “gratuitamente” ed erogando come se fosse un “regalo” alla cittadinanza servizi che il SSN non riesce più a fornire. La distorsione è grave e incisiva anche dal punto di vista della percezione da parte dei cittadini: quello che è un diritto (la salute, le cure mediche, la prevenzione) non è garantito dai soggetti istituzionali che appaiono (e sono, in effetti) carenti per scelte (politiche) che rafforzano anche economicamente il settore militare, il quale ha così buon gioco nel presentarsi come un deus ex machina salvifico nel vicariare funzioni che non gli pertengono. L’esito perverso è l’aumento, da parte dei cittadini, della sfiducia nei confronti di settori che non vengono adeguatamente finanziati, parallelamente alla crescita di prestigio e popolarità delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine, anche perché il contesto in cui il servizio è erogato è appositamente pensato per attrarre i destinatari sia con iniziative ludiche, sia grazie a una sapiente regia capace di giocare (indirettamente) su crescenti sentimenti di paura e insicurezza: non a caso proprio a Torino ha “vegliato” sulla manifestazione “un VTMM ‘Orso’, mezzo militare in configurazione ‘ambulanza’, che consente al personale medico di operare in sicurezza, garantendo un rapido intervento in area di operazioni”. A essere normalizzata, è evidente, non è più la sola presenza di personale in divisa nelle città, ma l’idea stessa che le stesse città o comunque il “nostro” tranquillo Occidente possa in un tempo neanche troppo remoto doversi riabituare all’idea e alla presenza della guerra. Qui alcuni scatti di compagni e compagne della Scuola per la Pace di Torino e Piemonte. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Torino
Lo spazio: orizzonte di gioco o campo di battaglia? Sulla militarizzazione dei territori
Nell’ambito della manifestazione “Frascatiscienza” è programmato per il 26 settembre 2025 un Open Day organizzato dall’ESRIN, il centro dell’Agenzia Spaziale Europea dedicato ai programmi di osservazione della Terra (https://www.frascatiscienza.it/fsapp/evento/1825/26). L’evento è inserito nell’ambito della Notte Europea dei Ricercatori e si presenta come una proposta volta a “sensibilizzare il pubblico sull’importanza della ricerca scientifica e alle missioni spaziali”, con attività destinate ad adulti e bambin3, accompagnati “in un viaggio attraverso il mondo dell’ESA, fatto di approfondimenti, talks ispirazionali e quiz interattivi pensati per mettere alla prova la curiosità e la voglia di esplorare”. Nel programma leggiamo che “I lanci di razzo-modelli saranno un’altra attrazione della serata, che porterà entusiasmo e stupore tra grandi e piccoli”. Il programma della giornata potrebbe apparire innocuo da un punto di vista ingenuo, ma è anche attraverso attività come queste che passa la strategia di diffusione della “cultura della difesa” che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si impegna a denunciare. É noto il ruolo dell’industria aerospaziale nell’ambito della filiera bellica italiana e non c’è bisogno di richiamare il peso di colossi come Leonardo e Thales Alenia Space in questo specifico ambito produttivo, in cui la foglia di fico del “dual use” offusca lo sguardo del pubblico sul peso che questo settore riveste oggi in ambito militare. La stessa ESRIN-ESA d’altra parte ha nella stessa Frascati, dove ha sede, ospitato il 12 settembre l’evento “Il Lazio hub europeo dell’aerospazio” (https://www.regione.lazio.it/notizie/Frascati-evento-Lazio-hub-europeo-Aerospazio), svoltosi nell’ambito degli Stati generali difesa, spazio e cybersecurity, tra i cui obiettivi dichiarati c’è “la  costituzione del nuovo Distretto industriale e tecnologico dell’Aerospazio e della Sicurezza, con l’obiettivo di attivare risorse pubbliche e private e favorire la collaborazione tra imprese, ricerca e istituzioni”. Il Lazio, definito come “uno dei più grandi ecosistemi aerospaziali in Europa”, si candida a “a giocare un ruolo fondamentale in tutte le articolazioni di un settore chiave per l’industria e la sovranità tecnologica europea”, attraendo investimenti e mobilitando risorse economiche e “umane” in grado di sostenere la trasformazione della regione in un vero e proprio “hub dell’aerospazio”. Come Osservatorio vorremmo evidenziare il fatto che per capire cosa si muove dietro a queste iniziative è sufficiente svolgere un piccolo lavoro di ricognizione delle notizie: siamo partiti dalla curiosità per il programma di “Frascatiscienza”, in cui compare esclusivamente il riferimento all’ESRIN-ESA; siamo risaliti alla notizia dell’evento del 12 settembre pubblicata sul portale di Regione Lazio, in cui l’industria aerospaziale è presentata come perno della crescita economica del territorio. Se però vogliamo farci un’idea più precisa dei partecipanti a questo incontro e facciamo un’ulteriore ricerca, arriviamo alla “foto di gruppo” dell’evento (https://www.esa.int/Space_in_Member_States/Italy/Stati_Generali_su_Difesa_Spazio_e_Cybersicurezza._Foto_di_gruppo) e solo qui appare evidente il nesso, denunciato dall’Osservatorio, tra attività “ludiche” proposte alla cittadinanza, industria bellica, Ministero della Difesa e Forze Armate, che a questo punto è inquadrato nel contesto internazionale: “Rappresentanti delle maggiori entità europee hanno discusso del futuro dell’Unione Europea, che sta affrontando sfide senza precedenti dal periodo del dopoguerra, in un contesto geopolitico sempre più complesso. I partecipanti hanno esaminato le necessità dell’Europa in materia di spazio, sicurezza informatica e difesa, nel quadro più ampio dell’Alleanza Atlantica”. Tra i partecipanti all’incontro leggiamo il nome dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Presidente del Comitato Militare della NATO, così come tra gli interventi è stato dato dalla stampa ampio risalto a quello di Andrius Kubilius, ex primo ministro della Lituania, è il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, che ha dichiarato: “Lo spazio sta diventando un campo di battaglia. Nell’Unione europea siamo già sotto attacco” (clicca qui). Eravamo partiti da un’apparentemente innocente proposta per cittadini e famiglie, in cui si legge: “I più giovani potranno partecipare a divertenti laboratori didattici, pensati su misura per la loro età con l’obiettivo di avvicinarli alla scienza e allo spazio”. Non possiamo che concludere che l’obiettivo, come ormai da tempo l’Osservatorio denuncia, è proprio questo: avvicinare i giovani allo spazio, oggi, significa avvicinarli al campo di battaglia del presente e del futuro, e il reclutamento delle nuove leve avviene in modo subdolo e indiretto attraverso iniziative di cui non è sempre facile smascherare le intenzioni. L’Osservatorio lavora proprio per svolgere questo compito. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Gerusalemme capitale di Israele e altre menzogne dei manuali scolastici
Tra pochi giorni le e gli studenti e le studentesse di tutta Italia torneranno sui banchi, mentre le/i docenti sono pronte/i a riprendere il loro posto in aula, ma mai come in questo momento è necessaria non solo una riflessione critica sui manuali (in particolare di storia) proposti nelle scuole, ma soprattutto un lavoro di costante monitoraggio sui contenuti spesso ambigui, quando non palesemente scorretti, circa la situazione in quell’area di mondo che in troppi continuano a definire Medio Oriente. Si potrebbe cominciare da qui, come suggerisce, sulla scorta di Edward Said, Michele Lucivero (in un articolo pubblicato su www.pressenza.it), a decolonizzare il linguaggio della manualistica o, quantomeno, a rendersi conto di quanto imbevuto di pensiero spesso inconsapevolmente colonialista sia il linguaggio mainstream. Sarebbe questo un primo passo doveroso, ma certamente insufficiente oggi, nel momento in cui, come lo stesso Lucivero sottolinea (in un articolo pubblicato su www.jacobinitalia.it), proprio il manuale più soddisfacente dal punto di vista di una narrazione storica non “marcatamente colonialista” è stato (non a caso!) oggetto di segnalazione da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Trame del tempo, il manuale di storia edito da Laterza di cui sono autori Ciccopiedi, Colombi, Greppi e Meotto, è stato infatti accusato di aver stabilito una indebita continuità storica tra fascismo e governo Meloni. Il caso non è che l’ultimo di una serie di interventi di carattere censorio che da parte di Governo e Ministero dell’Istruzione stanno sempre più frequentemente attentando alla libertà di ricerca e di insegnamento. Sulla base di questa lunga ma necessaria premessa è quindi importante leggere l’articolo uscito su “il Manifesto” del 29 agosto 2025 (https://ilmanifesto.it/loccupazione-israeliana-nei-libri-scolastici-italiani), in cui l’autrice Eliana Riva ricostruisce il lavoro della rete Docenti per Gaza, che grazie a uno scrupoloso monitoraggio dei manuali italiani ha messo il evidenza il fatto che «nelle nostre scuole Gerusalemme viene sempre indicata come capitale di Israele e che i territori palestinesi occupati sono a volte inseriti all’interno dello stato ebraico». La rete ha dato mandato all’avvocato Dario Rossi di chiedere rettifica alle case editrici, che spesso indicano la questione semplicemente come “controversa” o descrivono territori illegalmente occupati come “oggetto di contesa”. Il punto di vista prevalentemente adottato dalla manualistica è quello israeliano, implicitamente avallandone le gravissime violazioni del diritto internazionale e contribuendo, sotto traccia, a diffondere una versione non solo unilaterale, ma francamente criminale della questione palestinese, spesso con la scusa di “rendere comprensibile una materia complessa”. Le risposte delle case editrici hanno solo parzialmente soddisfatto le richieste di rettifica, a conferma di quanto sia necessario oggi più che mai un paziente ma capillare lavoro culturale che deve partire proprio dalla denuncia di quelli che solo a un occhio ingenuo possono apparire semplici errori o imprecisioni. Il diritto internazionale è chiaro a riguardo: Gerusalemme non è la capitale di Israele e gran parte della Palestina è illegalmente occupata da Israele. Fino a che non si chiariranno in modo inequivocabile almeno queste premesse, sarà necessario condurre un lavoro culturale e di formazione che infatti sempre più docenti sentono necessario: l’iniziativa della Scuola per la Pace di Torino e Piemonte “Nello specchio di Gaza” (clicca qui per il progetto) rappresenta a tale proposito un importante tassello per contribuire alla crescita di una cultura antirazzista e colonialista. Anche questo è politica, anche questo è militanza, anche questo è accompagnare la navigazione della Global Sumud Flotilla e affiancarne, da terra, da dietro la cattedra, facendo cultura, la missione. A questo proposito segnaliamo che la campagna continua e che Docenti per Gaza raccoglie segnalazioni: https://www.instagram.com/docenti.per.gaza/p/DFNSJxNOX7h/?img_index=4 Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Torino