Torino contro la militarizzazione e la repressione: pericolo di svolta autoritaria
Il monitoraggio dei processi di militarizzazione delle scuole e delle università
condotto dall’Osservatorio, che per statuto si focalizza sull’ambito
dell’istruzione e su quello accademico, non può prescindere dalla
contestualizzazione di questo fenomeno nel più ampio quadro della
normalizzazione della guerra nella società, come ben evidenziato da
quell’articolato progetto di diffusione della “cultura della difesa” che è stato
più volte analizzato su queste pagine.
Chi conosce la storia è però perfettamente consapevole di come la preparazione
di una società alla guerra e la costruzione di una logica amico/nemico –
indispensabili per giustificare i conflitti “esterni” – abbiano come pendant la
repressione del dissenso e la limitazione degli spazi di libertà e democrazia
dei cittadini, cosa che negli ultimi mesi è evidente in un Paese che, come il
nostro, è vittima di una gravissima deriva securitaria, sancita dalla recente
entrata in vigore del Decreto Sicurezza. Gli strumenti della repressione si sono
abbattuti su quanti hanno osato denunciare e contestare il genocidio in corso a
Gaza, il ruolo e le complicità del nostro governo e la politica di riarmo
tragicamente intrapresa dall’Unione Europea.
La città di Torino è stata negli ultimi mesi involontaria protagonista di una
serie di episodi di censura, come nei casi dei convegni Nello specchio di Gaza
e Russofobia, Russofilia, verità, ma anche di gravissimi casi di repressione
delle proteste studentesche. Ben radicate nel movimento cittadino a sostegno
della Palestina, esse sono cresciute attraverso una potente ondata di
occupazioni (clicca qui) per poi essere colpite da aggressioni da parte dei
militanti di Gioventù nazionale e dall’arresto di uno studente liceale –
casualmente di origine marocchina – in occasione del No Meloni Day del 14
novembre.
É in questo quadro complesso che va analizzato il caso, gravissimo, di Mohamed
Shahin, imam egiziano della moschea di via Saluzzo a Torino, raggiunto nei
giorni scorsi da un decreto di espulsione firmato dal Ministro degli Interni
Matteo Piantedosi su sollecitazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta
Montaruli. Repressione, islamofobia e sionismo rappresentano una sorta di
“combinato disposto” nella cui rete è caduto un noto esponente della comunità
musulmana cittadina, ben integrato nel quartiere multietnico di San Salvario e
impegnato nel dialogo interreligioso.
L’accusa è di aver giustificato pubblicamente, durante la manifestazione
cittadina del 9 ottobre convocata a sostegno della Global Sumud Flotilla, gli
attacchi del 7 ottobre come atto di resistenza del popolo palestinese
all’occupazione israeliana.
Questa posizione, condivisibile o no che sia (e teniamo a precisare che lo
stesso Shahin è intervenuto più volte per contestualizzare e chiarire meglio le
sue dichiarazioni) non giustifica il provvedimento adottato, che configura una
grave violazione dei diritti umani.
Mentre scuola e società sono destinatarie di un progetto di progressiva
irreggimentazione e disciplinamento, che vorrebbe mettere a tacere le capacità
critiche delle nostre e dei nostri student3, è evidente nel caso di Shahin la
criminalizzazione di un’opinione politica, in violazione degli articoli 3 e 21
della nostra Costituzione. É oggi moralmente doveroso prendere posizione contro
la caccia alle streghe determinata dal clima politico frutto del Decreto
Sicurezza e del DdL Gasparri, esplicitamente volti a circoscrivere la libertà di
opinione tramite misure repressive che colpiscono chiunque esprima posizioni
critiche del Governo e della vulgata mainstream.
Shahin è oggi detenuto, senza avere commesso alcun reato, nel CPR di
Caltanissetta, a seguito della revoca del permesso di soggiorno di lungo
periodo, motivata da ragioni di “ordine pubblico”. La perversione del sistema
dei CPR è un’altra vergogna del sistema italico: poiché si viene internati nei
CPR a seguito di un provvedimento amministrativo e senza passare attraverso il
sistema giudiziario, si tratta di fatto di una condanna preventiva ai danni dei
migranti. Il sistema dei CPR, che nella sua essenza viola i cardini dei sistemi
liberali (separazione dei poteri, libertà di espressione, habeas corpus) è tra
l’altro uno strumento di controllo drammaticamente analogo al fermo
amministrativo adottato dallo Stato di Israele contro i palestinesi, che
trascorrono anni nelle carceri senza un regolare processo, nella totale
indifferenza delle cosiddette democrazie liberali, impegnate anzi a riproporre
all’interno dei confini nazionali strumenti che ben poco hanno a che fare con la
tutela dei diritti dell’uomo.
Su Shahin (i cui avvocati hanno presentato domanda di protezione internazionale)
pende la minaccia di espulsione verso l’Egitto, paese responsabile di acclarate
violazioni dei diritti umani nonché della morte di Giulio Regeni e della
detenzione di Patrick Zaki. Siamo davanti all’ennesimo utilizzo dei decreti di
espulsione per colpire attivisti politici e sociali, militanti di organizzazioni
a tutela dei diritti umani, esponenti religiosi sovente rimpatriati in paesi nei
quali i diritti civili sono letteralmente calpestati. A rendere ancora più
inquietante la vicenda c’è il fatto che nel decreto di espulsione si legge che
sarebbe in corso a carico dell’imam un procedimento penale successivo a una
segnalazione della DIGOS dopo il discorso del 9 ottobre, che però archiviato
dalla Procura, in quanto le parole contestate sono “espressione di pensiero che
non integra estremi di reato”
(https://www.unita.it/2025/12/04/caso-imam-shahin-ecco-le-domande-al-ministro-piantedosi/).
In favore dell’imam si è da subito vivacemente espressa la società civile
torinese nelle sue diverse articolazioni, dalla Chiesa Valdese alla Chiesa
Cattolica, per arrivare alle e agli student3. Ma proprio il movimento
studentesco, protagonista nel giorno di sciopero del 28 novembre di una
simbolica irruzione nella sede del quotidiano “La Stampa”, è stato
immediatamente stigmatizzato e accusato di squadrismo, con l’ intento di colpire
e delegittimare anche il CSOA Askatasuna – da sempre nel mirino della Procura
torinese – al quale alcun3 militanti fanno riferimento. Dobbiamo però
sottolineare che «se è legittimo criticare le forme della protesta che ha
coinvolto il quotidiano torinese, non va dimenticato il contesto del dibattito,
con condanne sproporzionate usate per criminalizzare il movimento per la
Palestina»
(https://jacobinitalia.it/lassalto-alla-stampa-e-la-guerra-informativa/).
Un ennesimo episodio di questa “guerra informativa” è l’incredibile nuovo
episodio di censura preventiva denunciato dai professori Alessandro Barbero e
Angelo d’Orsi, il cui intervento previsto per il 9 dicembre presso il Teatro
Salesiano Valdocco (sold out dopo pochi giorni dall’annuncio) è stato sospeso in
quanto giudicato dagli ospiti (che pure avevano avuto evidentemente modo di
visionare il programma prima della stipula del contratto) non in linea “con la
vita e le finalità” dei Salesiani, benché il titolo, “Democrazia in tempo di
guerra”, tocchi temi di strettissima attualità che la stessa CEI ritiene di
fondamentale importanza
(https://www.chiesacattolica.it/nota-pastorale-educare-a-una-pace-disarmata-e-disarmante/).
Le ultime vicende torinesi sono sintomo eclatante dell’esacerbarsi di tendenze
liberticide e belliciste e le portiamo all’attenzione delle lettrici e dei
lettori perché l’impegno contro la militarizzazione è fondato sui valori, oggi
sempre più minacciati, dell’antifascismo, dell’antifascismo e della democrazia,
in difesa dei quali l’Osservatorio è nato e lavora.
Irene Carnazza e Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università
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