Fronte del porto… panormita
Schifani rinuncia a scontrarsi con Salvini e sulle acque, e gli interessi, del
porto torna il sereno, marchiato Lega. Un tassello di un disegno complessivo che
ha lottizzato una ventina di enti decisivi per lo sbarco non solo di crocieristi
e cargo, ma di progetti faraonici (il ponte sullo stretto ne è il più celebre) e
centinaia di altri minori ma a grappolo e sparsi su tutto lo stivale. Era questa
la posta in gioco che la Lega si intasca con una legittima e corretta
spartizione delle cariche pubbliche decisive per il controllo dei flussi di
spesa.
Che sia la sig.ra Tardino a prendere il posto di Super Pasqualino era alquanto
prevedibile, perché a Roma e a Palermo va benissimo così. È una macchina
perfetta, un motore termico che funziona e dissipa risorse collettive a
vantaggio di grandi lobbies, che si stanno prendendo tutto. Merito e competenze
non sono secondarie ma “ultronei” (credo significhi che possono anche non
esserci e non cambia nulla).
A Palermo Pasqualino Monti, il predecessore della nuova presidente imposta dalla
Lega, viene invece proprio per la sua eccellenza celebrato e rimpianto. A noi
piacciono gli eroi e le saghe. Lui a Palermo è stato il Mario Draghi del
pontile, mettendo d’accordo tutti e questo accordo ha anche il suo acronimo, il
PRP. Uno spin-off della serie principale, il PNRR. Stessa produzione e stessi
riferimenti mitici. Identiche le voci di spesa e gli strumenti finanziari “messi
a terra”.
Monti ha chiuso perciò con una standing ovation, dopo aver pacificato le tribù
rivali degli orlandiani impegnati prima d’ora in una Guerra ventennale con il
clan di Miccichè all’Ars e Bevilacqua, il presidente capo bastone appunto
dell’ente porto prima di Monti.
La guerra si è conclusa con una negoziazione “onorevole”. In quell’accordo di
spartizione il comune rinunciava a parte dei suoi “diritti” in cambio di nozze e
regali, in solido e in cantieri. La metropoli aveva riottenuto il suo mare,
senza dover per questo inseguire le zattere dei migranti. Basta populismi
straccioni e centri sociali, che si torna a votare altro. O forse gli stessi,
visti i nomi delle scuderie.
La copertina, e forse la cifra simbolica, della pax montiana, è stato per tutti
il molo trapezoidale, una ciambella col buco, dove è il vuoto a disegnare il
contorno. Una singolare e alchemica simmetria lo associa nella mia fantasia
all’anello e al passante. E anche lì a elementi ctoni e incontrollabili, come il
fiume sotterraneo e i rifiuti. Ma queste sono fantasie inutili e quel che conta
sono i numeri.
Pace fatta quindi, a suon di delibere del consiglio dei ministri che benedicono
oggi le navi globali e le ciurme locali. Da questa benedizione sono discesi
fondi difficili da quantificare, ma superiori a vecchie finanziarie, e il varo
di cantieri, anche loro senza fine. Ma a Palermo il cemento e le rotaie portano
da sempre la pace come bianche colombe. O forse gabbiani sulle discariche a
cielo aperto, ma per non vederle basta un buon rendering e un concorso di idee.
Volgere gli occhi al mare o alle luci del festino. Quando non c’è questo c’è il
molo trapezoidale a rimpiazzarlo. Insomma la bellezza, tanta bellezza!
Lontano ricordo gli anni della guerra. Era il 2013 quando Orlando furioso
tuonava contro “l’arroganza affaristica” del presidente portuale di allora,
Bevilacqua. Suo giovane scudiero, oggi cavaliere maturo e lancia in resta, era
sul campo di battaglia un altro Orlando, il Salvatore. Sulla sua figura metto
tra i commenti quanto riassunto da Deep Seek.
A quell’epoca il cacicco di Palermo aveva osato sfidare la sovranità di Stato e
Regione contendendo ad essi la competenza di porticcioli turistici e scalo
cittadino, senza averla vinta perché “il fronte mare in nessun caso è di
competenza del comune, bensì di regione e stato”, parola del Signore, ovvero il
Consiglio superiore dei lavori pubblici. Perché Orlando stravinceva a Palermo,
ma doveva andarci piano con gli Shogun romani, che sul porto lo avevano
sconfitto riportandolo coi piedi per terra- Quella terraferma vilipesa
dall’Aspra alla Ciammarita e oltre. Orlando non si arrese però e continuò la
guerra a suon di carte bollate e ricorsi. In fondo in fondo dicono fosse un
avvocato o qualcosa di simile.
Gli strascichi e i veleni giudiziari di quella guerra oggi sono stati rimossi e
superati dalle virtù senza bandiera di parte di quel Monti che – completata la
pacificazione – consegna alla sig.ra Tardino (leghista d.o.c.) le chiavi
dell’ente porto. Un ente che adesso è stato sincronizzato con la governance
comunale e finalizzato alla messa a terra dei fondi pubblici destinati alla
“riqualificazione” e “rigenerazione”.
Di che stiamo parlando? Di miliardi di euro che vengono assegnati a destra e a
manca (la lingua rivela che a Palermo il mancinismo è da tempo stato
rettificato). Ai palermitani torna quello che è sempre stato un leit motiv della
retorica meridionalista. Ce sta ‘o sole, il mare, i ri-tornelli, quelli di
Mondello, abbiamo ancora nuove linee di tram persino sul lungomare, piste
ciclabili con pietra siciliana, cinque milioni di crocieristi mordi e fuggi, un
migliaio di b&b e affitti stratosferici, ma in cambio possiamo goderci la vista
di decine di panfili di decine di metri attraccati ad un molo turistico. Ai
poveracci, se non riusciremo a farne un popolo civile pazienza, è concessa una
“passiata”, tra street food e big Mac. O pescare muletti con il pastone al molo
S. Erasmo.
Insomma, ci vediamo stasera al molo. Alla nuova presidente Tardino i miei
auguri, perché continui la grande opera già bene avviata.
Redazione Palermo