Tag - Noam Chomsky

Il patriarcato armato: Epstein, Fuentes e Trump
Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio. di Mario Sommella (*). Abbiamo rubato 4 vgnette alla geniale Ellekappa. «Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto
February 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Il problema siamo noi
Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale «Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito. La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali differenti. La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali. In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda: cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui? CONTRADDIZIONI ETICHE E FINANZIAMENTI Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni tra valori dichiarati e contesto istituzionale, un tema comune in molti movimenti sociali. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS, iniziative di consumo critico e reti orizzontali come l’EZLN o Wu Ming 1, dove il volto del leader cede spazio al “noi” e ai processi condivisi. Pur dando l’impressione di frammentazione, queste reti possono dimostrare pluralità, diversità di approcci e cooperazione orizzontale in caso di emergenze³. Movimenti come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono stati criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Anche in Europa, la criminalizzazione del dissenso colpisce chi pratica forme di protesta non violenta ma destabilizza la cornice culturale dominante. Nessuno è privo di contraddizioni: persone come Madre Teresa, anche Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate⁴ : la reazione scandalizzata spesso riflette identificazione individualista, quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. RESISTENZE STORICHE E ATTUALITÀ DEI CONFLITTI Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. L’asimmetria del conflitto – tecnologica, militare o giuridica – è centrale per interpretarne la legittimità. Questo quadro storico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”. Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali. Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano centri strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non significa condividerle o praticarle, ma evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale. Nel continente americano, manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione e procedimenti giudiziari — anche giornalisti, osservatori e mediatori — sollevando gravi preoccupazioni per i diritti civili. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, come evidenziano le azioni dell’ICE negli USA e le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano crimini ambientali. La violazione dei diritti umani è documentata e dimostra come nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, sia risparmiata. Questa distinzione etica resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali extra europei. In Europa, attivisti e movimenti definiti altrove “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, suscitano disagio, così come accade quando voci afrodiscendenti italiane denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. PROSPETTIVA DECOLONIALE In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali⁵. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra e non è sempre legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società. Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica o o restano gerarchiche? Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Noam Chomsky. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile: qual è la differenza tra democrazia e dittatura? NOTE A PIÈ DI PAGINA ¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è stata criticata per violazioni del giusto processo, come detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista. ² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza. ³ Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva. ⁴ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995); in almeno un’occasione ricevette cure mediche all’estero per problemi cardiaci e respiratori, in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici spesso assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata e per il suo rapporto con il sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014); José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore. ⁵ Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR. Organizzazioni per i diritti umani segnalano che misure preventive e penali colpiscono anche proteste non violente. Valentina Fabbri Valenzuela
February 18, 2026
Pressenza
Il problema non è Chomsky, siamo noi
di Raúl Zibechi – 13 Febbraio 2026 C’è stato il culto della personalità che ha circondato Stalin, Lenin, Marx, più recentemente Chávez e Lula, ma anche Pepe Mujica. Molti invece di guardare gli zapatisti che si coprono il volto hanno coltivato il culto per Marcos. «L’adorazione di personaggi pubblici, a cui vengono attribuiti enormi meriti, al punto da renderli “quasi dei”, è un problema di vecchia data all’interno dei movimenti di sinistra e di emancipazione… – scrive Raúl Zibechi – Forse la lezione che ci sfugge dal caso Epstein-Chomsky è che dobbiamo essere più cauti nel mitizzare i personaggi e più comunitari…» L’adorazione di personaggi pubblici, a cui vengono attribuiti enormi meriti, al punto da renderli “quasi dei”, è un problema di vecchia data all’interno dei movimenti di sinistra e di emancipazione. Si esaltano le virtù, ma mai i difetti. Una realtà viene inventata in toni di bianco e nero, escludendo sfumature, zone d’ombra e tutto ciò che potrebbe mettere in ombra la figura divinizzata. La parola “grigio” stessa viene usata come aggettivo. “Una persona grigia” è noiosa, senza merito, incapace di attrarci o catturare la nostra attenzione, tanto meno qualsiasi tipo di ammirazione. Tuttavia, la realtà è dipinta a più colori ed è molto più ricca del binomio bianco-nero. Con questa scissione, spesso cerchiamo di lenire le nostre incertezze, fuggendo dalle sfumature scomode che ci causano tanta insicurezza. Perché, ammettiamolo, gli esseri umani bianchi occidentali cercano disperatamente sicurezza. Molti esponenti della sinistra ammettono che il culto della personalità che circondava Stalin fosse negativo, ma accettano il culto di Lenin o Marx, ad esempio. Credo che, a questo punto, la cultura “emancipatrice” della sinistra sia erede del movimento dell’uomo forte e del culto della monarchia così diffusi nella storia umana, dalle prime società fino ai giorni nostri. Il fattore aggravante è che i culti attuali si mascherano da emancipazione, ma in fondo sono assurdi quanto la sottomissione a re e regine. Ancora oggi, vediamo come questo culto continui la sua tremenda opera di paralisi delle società, sia attraverso il sostegno acritico di Evo Morales o di Hugo Chávez, per citare solo due esempi. Tutti i movimenti progressisti dell’America Latina sono stati collegati a un uomo forte, da Néstor Kirchner a Lula, passando per Correa e quelli già menzionati. Nel caso di Chomsky, la gravità del suo stretto legame con il milionario criminale pedofilo Epstein è evidente anche dopo essere stato condannato e le sue malefatte note. Ma se Epstein non fosse stato un pedofilo, qualcosa sarebbe cambiato? Possiamo convalidare che un personaggio pubblico di sinistra abbia stretti legami con un milionario? Non vale alcuna amicizia, con chiunque, al di sopra delle classi, delle posizioni politiche e dello status delle persone. Senza dimenticare che Chomsky ha commesso altri peccati, come lavorare per programmi militari. Una persona come noi, i lettori di questa pagina, può relazionarsi con chiunque, un Berlusconi, un Bolsonaro o un Putin? Non mi riferisco alle persone del basso che hanno sostenuto questi personaggi, ma ai rapporti con le élite dominanti, uno stile che si coltiva nei parlamenti di tutto il mondo, quando i deputati sono in posizioni politiche opposte, mangiano allo stesso tavolo e finiscono per socializzare negli stessi spazi. Chomsky è semplicemente disgustoso. Più grave ancora perché si tratta di una personalità pubblica che deve dare l’esempio e chiedere perdono quando sbaglia. Quello che intendo con queste righe, è metterci uno specchio collettivo, come dicono spesso gli zapatisti, per chiederci: e noi? Quanti Chomsky ci sono nei nostri cervelli e cuori? Attribuire tutto il male al linguista è come attribuire tutto il merito a un uomo forte, come Pepe Mujica per esempio. Essendo uruguaiano, soffro ogni volta che persone del basso in qualche angolo del pianeta, mi dice meraviglie di un personaggio che, in questo paese, conosciamo e non ammiriamo, almeno chi scrive questo e gran parte dei suoi amici. Il culto della personalità rivela, inoltre, il nostro proverbiale individualismo, poiché mettiamo tutti i valori positivi in una persona, ma non in un collettivo. Fanno bene gli zapatisti a coprirsi il volto, a mettersi tutti e tutte con il passamontagna e il paliacate. Si noti che l’intera cultura capitalista ruota attorno alle persone, da Messi a Trump, sia per compiacere che per rimproverare. Anche nel caso dello zapatismo, non sono uguali gli atteggiamenti che abbiamo verso il capitano Marcos o verso uno qualsiasi dei comandanti, compreso chi scrive questo. Forse la lezione che ci sfugge dal caso Epstein-Chomsky è che dobbiamo essere più cauti, più moderati nel mitizzare i personaggi. Ma soprattutto, essere più comunitari, evidenziare il collettivo e la semplicità, l’innocenza delle ragazze e dei ragazzi prima che il Sistema li conduca verso l’adorazione delle celebrità. Leggi anche: > Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano   Raul Zibechi E’ è un giornalista, cronista radiofonico, scrittore,  teorico politico e militante uruguayano attivo nei movimenti sociali, popolari, ecologisti e anti-globalizzazione dell’America Latina. Comune-info
February 16, 2026
Pressenza
“Intrappolati” e “manipolati”: dichiarazione ufficiale di Valéria Chomsky su Jeffrey Epstein
Riportiamo di seguito la traduzione della dichiarazione ufficiale di Valèria Chomsky, moglie del grande linguista e sociologo statunitense, in seguito alle rivelazioni degli Epstein Files che vedrebbero Noam Chomsky legato al magnate statunitense, nonchè punto di riferimento della “massoneria pedofila”, Jeffrey Epstein.  Come molti sapranno, mio marito, Noam Chomsky, che ora ha 97 anni, sta affrontando gravi problemi di salute dopo aver subito un ictus devastante nel giugno 2023. Attualmente, Noam è sottoposto a cure mediche 24 ore su 24, 7 giorni su 7 ed è completamente incapace di parlare o di partecipare al dibattito pubblico. Da quando è iniziata questa crisi sanitaria, mi sono dedicato interamente al trattamento e alla guarigione di Noam, unico responsabile di lui e delle sue cure mediche. Io e Noam non abbiamo alcun tipo di supporto per le pubbliche relazioni. Per questo motivo, solo ora ho potuto affrontare la questione dei nostri contatti con Jeffrey Epstein. Noam e io abbiamo sentito un profondo peso riguardo alle questioni irrisolte che circondano le nostre passate interazioni con Epstein. Non vogliamo lasciare questo capitolo avvolto nell’ambiguità. Nel corso della sua vita, Noam ha insistito sul fatto che gli intellettuali hanno la responsabilità di dire la verità e smascherare le bugie, soprattutto quando queste verità risultano scomode per loro stessi. Come è noto, una delle caratteristiche di Noam è quella di credere nella buona fede delle persone. La natura eccessivamente fiduciosa di Noam, in questo caso specifico, ha portato a gravi errori di giudizio da parte di entrambi. Sono state giustamente sollevate delle domande sugli incontri di Noam con Epstein e sull’assistenza amministrativa fornita dal suo ufficio in merito a una questione finanziaria privata, che non aveva assolutamente nulla a che fare con la condotta criminale di Epstein. Noam e io abbiamo conosciuto Epstein nello stesso periodo, durante uno degli eventi professionali di Noam nel 2015, quando la condanna di Epstein del 2008 nello Stato della Florida era nota a pochissime persone, mentre la maggior parte del pubblico – compresi Noam e io – ne era all’oscuro. La situazione è cambiata solo dopo l’articolo del Miami Herald del novembre 2018. Quando ci presentarono Epstein, si presentò come un filantropo della scienza e un esperto di finanza. Presentandosi in questo modo, Epstein catturò l’attenzione di Noam e iniziarono a scriversi. Senza saperlo, aprimmo la porta a un cavallo di Troia. Epstein ha iniziato a circondare Noam, inviandogli doni e creando opportunità di discussioni interessanti in ambiti su cui Noam ha lavorato intensamente. Ci dispiace non aver percepito questa come una strategia per intrappolarci e cercare di indebolire le cause che Noam sostiene. Una volta abbiamo pranzato al ranch di Epstein, in occasione di un evento professionale; abbiamo partecipato a cene nella sua casa a Manhattan e abbiamo soggiornato alcune volte in un appartamento che ci aveva offerto durante le nostre visite a New York. Un pomeriggio abbiamo anche visitato l’appartamento di Epstein a Parigi, in occasione di un viaggio di lavoro. In tutti i casi, queste visite erano legate agli impegni professionali di Noam. Non siamo mai andati sulla sua isola né abbiamo saputo nulla di ciò che vi accadeva. Abbiamo partecipato a incontri sociali, pranzi e cene in cui era presente Epstein e in cui si discuteva di questioni accademiche. Non abbiamo mai assistito a comportamenti inappropriati, criminali o riprovevoli da parte di Epstein o di altri. In nessun momento abbiamo visto bambini o minorenni presenti. Epstein propose incontri tra Noam e personalità che lo interessavano, date le loro diverse prospettive su temi legati al suo lavoro e al suo pensiero. Fu in questo contesto accademico che Noam scrisse una lettera di raccomandazione. L’email di Noam a Epstein, in cui quest’ultimo chiedeva consiglio sulla stampa, va letta nel suo contesto. Epstein aveva affermato a Noam di essere stato ingiustamente perseguitato, e Noam parlava della sua esperienza personale nelle controversie politiche con i media. Epstein aveva creato una narrazione manipolativa sul suo caso, a cui Noam, in buona fede, credeva. Ora è chiaro che tutto era orchestrato, avendo come almeno una delle intenzioni di Epstein quella di cercare di far sì che qualcuno come Noam riparasse la reputazione di Epstein per associazione. Le critiche di Noam non sono mai state rivolte al movimento femminista; al contrario, ha sempre sostenuto l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne. Quello che è successo è che Epstein ha approfittato delle critiche pubbliche di Noam verso quella che è diventata nota come “cultura della cancellazione” per presentarsi come una vittima di essa. Solo dopo il secondo arresto di Epstein, nel [luglio] 2019, abbiamo appreso la piena portata e gravità di quelle che all’epoca erano accuse – e ora sono confermate – di crimini efferati contro donne e bambini. Siamo stati negligenti nel non aver indagato a fondo sul suo passato. È stato un grave errore e, per questo errore di giudizio, mi scuso a nome di entrambi. Noam mi aveva confidato, prima del suo ictus, di provare gli stessi sentimenti. Nel 2023, la risposta pubblica iniziale di Noam alle richieste di informazioni su Epstein non ha riconosciuto adeguatamente la gravità dei crimini di Epstein e il dolore persistente delle sue vittime, principalmente perché Noam dava per scontato di condannare tali crimini. Tuttavia, una posizione ferma ed esplicita su tali questioni è sempre necessaria. È stato profondamente sconvolgente per entrambi renderci conto di aver avuto a che fare con qualcuno che si presentava come un amico disponibile, ma che in realtà conduceva una vita nascosta fatta di atti criminali, disumani e perversi. Siamo rimasti scioccati da quando è stata rivelata la portata dei suoi crimini. Per chiarire l’assegno: Epstein chiese a Noam di elaborare una sfida linguistica che Epstein desiderava istituire come premio fisso. Noam ci lavorò ed Epstein inviò un assegno di 20.000 dollari come pagamento. L’ufficio di Epstein mi contattò per organizzare l’invio dell’assegno al nostro indirizzo di casa. Per quanto riguarda il trasferimento segnalato di circa 270.000 dollari, devo chiarire che si trattava interamente di fondi propri di Noam. All’epoca, Noam aveva individuato delle incongruenze nelle sue risorse pensionistiche che minacciavano la sua indipendenza economica e gli causavano grande disagio. Epstein offrì assistenza tecnica per risolvere questa specifica situazione. In questa vicenda, Epstein agì di conseguenza, recuperando i fondi per Noam, in una dimostrazione di aiuto e molto probabilmente come parte di una macchinazione per ottenere un maggiore accesso a Noam. Epstein agì esclusivamente come consulente finanziario per questa specifica questione. Per quanto ne so, Epstein non ha mai avuto accesso ai nostri conti bancari o di investimento. È anche importante chiarire che Noam e io non abbiamo mai avuto alcun investimento con Epstein o con il suo ufficio, né individualmente né come coppia. Spero che questo chiarisca e spieghi retrospettivamente le interazioni di Noam Chomsky con Epstein. Noam e io riconosciamo la gravità dei crimini di Jeffrey Epstein e la profonda sofferenza delle sue vittime. Nulla in questa dichiarazione intende minimizzare tale sofferenza ed esprimiamo la nostra incondizionata solidarietà alle vittime. Lorenzo Poli
February 16, 2026
Pressenza
Per la Palestina – Sumud Flottilla e non solo.
  L’INDICE COMPLETO DEL SOMMARIO, con aggiornamenti, articoli e riflessioni   aggiornamenti da Anbamed aggiornamenti da Radio Onda d’Urto; sulla prossima Global Sumud Flottilla del 29 marzo di Ruben Tzanoff Ettore Macchieraldo su Pressenza ci parla della proiezione di Disunited Nations Pressenza contro la persecuzione mediatica dei palestinesi da Ecoinformazioni sulla restrizione della libertà di parola Mario Sommella commenta l’ennesimo
February 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Troppi Epstein files non vedranno mai la luce
articoli di Maura Benegiamo, Sara Reginella, Chris Hedges, Loretta Napoleoni, Pasquale Liguori, video di Matteo Saudino e Santiago Armesilla (in spagnolo) Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files – Maura Benegiamo Le accuse di pedofilia e di sevizie che coinvolgono una classe dirigente — bianca, ricca, maschile — non sono una deviazione mostruosa dal capitalismo, ma il suo volto
February 9, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina e memoria: non dimentichiamo, mai!
Oggi per la Palestina: – corrispondenza da Anbamed del 30 e 31 gennaio; – corrispondenza da Radio Onda d’Urto del 30 gennaio; – da Operazione Colomba sulle aggressioni in Cisgiordania; – da Avvenire riproposto da Anbamded sulle colonie in Cisgiordania; – Altreconomia sulla demolizione degli edifici dell’Unrwa; – da Avvenire sul progetto di ricostruzione di Gaza; – Enrico Vigna raccoglie
January 31, 2026
La Bottega del Barbieri
Gli Usa e «Il metodo Giacarta»
Patrizio Paolinelli (*) sul libro di Vincent Bevis. La rinuncia all’etica e lo spirito del capitalismo Sarà per il clima culturale che c’è oggi in Italia ma è passato praticamente sotto silenzio un libro umanamente e politicamente sconvolgente: «Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo» (Einaudi,
January 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Con la Palestina nel cuore e nelle lotte
articoli di  Indice. da Anbamed del 23 e 24 gennaio – ultime notizie dalla newsletter di Radio Onda d’Urto – ultime notizie sul Board of Peace dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani Antonio Papisca una analisi sul “Board of Peace” da Diario Prevenzione sulla maternità a Gaza da Altreconomia su Cnr di Faenza ed Israele da Pressenza assemblea
January 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità
Articoli di Ilaria De Bonis, di Donata Columbro e Roberta Cavaglia , di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto, di Enrico Semprini. Con aggiornamenti e link.   Anbamed 16 gennaio e 17 gennaio: aggiornamenti sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania; per Peace and War, Ilaria De Bonis focalizza la situazione della condizione nelle tende; Anan, Ilan e Mansour – situazione
January 17, 2026
La Bottega del Barbieri