Spin Time, dalla vertenza romana alla costruzione di un progetto nazionaleDopo il corteo di sabato, domenica 20 settembre la mobilitazione di Spin Time è
continuata davanti all’immobile di via Santa Croce in Gerusalemme con
un’assemblea nazionale durata alcune ore.
Questa volta niente corteo. La strada davanti a Spin Time, chiusa al traffico, è
diventata il luogo nel quale sedersi, ascoltarsi e provare a capire che cosa
fare dopo.
Non era semplice, anche perché intorno a Spin Time nelle ultime settimane si
sono incontrate storie molto diverse: realtà sociali, associazioni, studenti,
sindacati, esperienze mutualistiche e persone arrivate da altre città. Una
pluralità che si era vista chiaramente già il giorno precedente, insieme a una
presenza molto forte di giovani e giovanissimi.
Ed è proprio da qui che è partita una parte della discussione.
La solidarietà nata dopo l’incendio e intorno alla vertenza di Spin Time è
riuscita progressivamente ad andare oltre l’emergenza. Ha rimesso in
comunicazione pezzi di città che da tempo faticavano a parlarsi e ha riportato
dentro una stessa discussione questioni troppo spesso affrontate separatamente.
Non sono state nascoste neppure le assenze del giorno prima. Alcune erano state
molto visibili e nelle settimane precedenti non erano mancate polemiche e
divisioni. Ma nell’assemblea è prevalsa soprattutto un’altra preoccupazione:
provare a ricucire, nella convinzione che la frammentazione finisca per rendere
tutti più deboli.
La mattinata è stata divisa sostanzialmente in due momenti.
Il primo è servito a guardare quello che sta succedendo nelle nostre città.
Sono intervenute esperienze provenienti da territori diversi. Eppure,
ascoltandole, le somiglianze erano molte.
Cambiano le città e cambiano i problemi specifici, ma tornano alcune questioni:
il costo delle case, gli sfratti, la rendita immobiliare, la precarietà, i bassi
salari, la scomparsa degli spazi sociali e culturali. A Venezia il turismo ha
assunto un peso particolare, altrove prevalgono altri fenomeni, ma il risultato
spesso è lo stesso: pezzi di popolazione vengono progressivamente spinti fuori
dai luoghi nei quali hanno vissuto.
C’è poi una generazione che chiede luoghi nei quali incontrarsi, organizzarsi,
produrre cultura e sperimentare forme diverse di socialità e che sempre più
spesso non li trova. La presenza così numerosa di giovani nel corteo di sabato
ha reso questa domanda ancora più evidente.
Le esperienze raccontate durante l’assemblea hanno mostrato anche l’altra faccia
di questa storia.
In molte città ci sono comunità che hanno ripreso luoghi abbandonati o destinati
ad altri usi e li hanno restituiti alla vita collettiva attraverso occupazioni,
mutualismo, cooperazione, attività culturali, vertenze sul lavoro e
sull’abitare.
Sono stati definiti “argini”.
Ma durante la discussione è tornata una domanda: può bastare continuare a fare
argine?
Probabilmente no.
Ed è qui che è cominciata, di fatto, la seconda parte dell’assemblea.
Se ci si limita a difendere ogni singolo luogo o ogni singola vertenza, si
rischia di arrivare sempre dopo, quando le decisioni sono già state prese. Il
problema diventa allora provare a intervenire prima, costruendo una forza capace
di pesare sulle scelte che trasformano la città.
Non è facile, perché significa mettere insieme mondi che hanno storie, linguaggi
e anche idee diverse. Ma proprio questo è stato uno dei punti centrali della
discussione: la somma delle singole battaglie non basta.
Casa, urbanistica, ambiente, precarietà, salari, verde, cultura e spazi sociali
sono parti di una questione comune: chi decide come deve essere una città e
nell’interesse di chi viene trasformata?
Da qui è tornata più volte una proposta: costruire un’alleanza nazionale per la
città pubblica.
Non un’altra sigla o una nuova organizzazione. Piuttosto uno spazio nel quale
realtà differenti possano ritrovarsi intorno ad alcuni punti comuni: il diritto
alla casa, la difesa del patrimonio pubblico, il contrasto al consumo di suolo,
il recupero degli immobili abbandonati, la tutela degli spazi sociali e
culturali, il verde e la risposta a una crisi climatica che nelle nostre città
significa anche estati sempre più difficili da sopportare.
Tra le proposte discusse c’è anche quella di una legge di iniziativa popolare
sul diritto all’abitare. L’idea è di non farne soltanto una raccolta di firme,
ma una campagna da portare nei quartieri, utilizzandola per parlare con chi vive
concretamente il problema della casa.
C’è stato inevitabilmente anche un ragionamento politico.
Roma e altre città si avvicinano a una nuova stagione elettorale e proprio per
questo da più interventi è arrivato l’invito a non permettere che le elezioni
diventino l’ennesimo motivo per dividersi.
Prima vengono i contenuti.
L’idea è provare a costruire una piattaforma comune, autonoma, nata dalle realtà
e dalle vertenze emerse anche nel dibattito. Poi ognuno farà le proprie scelte
politiche ed elettorali. Ma avere alcuni punti condivisi significherebbe
presentarsi con più forza nel confronto con qualunque amministrazione.
Un’altra preoccupazione ha attraversato l’assemblea: il restringimento degli
spazi di partecipazione e di conflitto. Per questo la difesa degli spazi sociali
è stata legata più volte al tema dell’antifascismo. Non soltanto come
affermazione di principio, ma come pratica concreta: non lasciare sole le
persone, difendere i luoghi nei quali si costruiscono relazioni e conquistarne
di nuovi.
Alla fine una parola è tornata più delle altre: convergenza.
Una parola molto usata negli ultimi anni, che rischia anche di diventare vuota.
Nell’assemblea si è provato a darle un significato concreto: far incontrare chi
lotta per la casa con chi si occupa di ambiente, chi difende uno spazio
culturale con chi combatte la precarietà, generazioni diverse e realtà che fino
a ieri avevano poche occasioni per parlarsi.
Nessuno, alla fine della mattinata, ha fatto finta che bastassero poche ore per
risolvere tutto.
La stessa restituzione conclusiva lo ha riconosciuto: il materiale emerso è
molto e avrà bisogno di essere ordinato, discusso e trasformato in proposte più
precise.
Ma un punto è rimasto sul tavolo.
Spin Time, in queste settimane, è riuscito a fare incontrare pezzi diversi di
Roma e, con l’assemblea nazionale, esperienze arrivate da altre città. Adesso la
questione è capire se quella solidarietà, nata intorno a un’emergenza, riuscirà
a trasformarsi in qualcosa di più stabile.
La sfida è tutta qui: capire se da una vertenza nata intorno a un edificio di
Roma possa prendere forma un percorso più largo, capace di mettere in relazione
esperienze, lotte e città diverse. Sarà questo uno dei terreni sui quali
lavorare e misurarsi nei prossimi mesi.
Giovanni Barbera