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Non tutti gli abilitati diventeranno ordinari e per i ricercatori PNRR basta il piano straordinario
Gli associati che hanno ottenuto l’abilitazione non potranno diventare tutti ordinari. Per i ricercatori RTDA PNRR c’è un piano di reclutamento straordinario che basta e avanza. A sostenerlo non è un ordinario qualsiasi, ma Stefano Paleari, nei fatti promosso a “portavoce” o addetto alla comunicazione della commissione Zauli-Mancini per la riforma dell’università. Secondo Paleari l’abilitazione scientifica nazionale ha permesso a tutti di conseguire l’abilitazione (“todos caballeros”) tanto che siamo al massimo storico del numero di ordinari e associati. Il piano straordinario di reclutamento di ricercatori “ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio” è volto ad offrire continuità ai “neo-assunti durante il PNRR”, promuovendo i migliori e “disincentivando il reclutamento di bassa qualità”. ———————– Come avevamo scritto la settimana scorsa è in atto uno scontro tra le due commissioni nominate dalla ministra per la riforma a pezzi dell’università. La prima è quella coordinata da Ernesto Galli della Loggia, la seconda pare sia coordinata da Zauli e Marco Mancini. Niente di questo è ufficiale perché le commissioni lavorano nella più completa opacità. E come ai tempi dell’Unione Sovietica per capire che succede si deve leggere tra le righe di quanto i membri delle commissioni fanno filtrare o scrivono direttamente per i giornali. Da questo punto di vista Stefano Paleari, membro della commissione Zauli-Mancini, deve aver assunto il ruolo di portavoce ufficiale della commissione per la sua capacità di piazzare articoli sui “giornali che contano” in cui loda l’attivismo del governo e l’operato della ministra Bernini. È a lui che la commissione Zauli-Mancini ha affidato il compito di rispondere all’articolo di Galli della Loggia, che abbiamo decrittato la settimana scorsa. Lo ha fatto con una lettera al direttore del Corriere della sera cui ha controreplicato Galli della Loggia. Partiamo proprio da quest’ultimo. Come avevamo spiegato, Galli della Loggia ha scritto il suo articolo perché il lavoro della sua commissione è finito nel cestino della carta straccia del ministero. Adesso lo dice esplicitamente: > “Grazie alla cortesia del ministro Bernini ho presieduto un gruppo di lavoro > consultivo sulla riforma dell’Università. Ma è proprio constatando che fine > esso ha fatto, e proprio dopo aver potuto grazie a esso gettare un’occhiata > all’ambiente, che ho scritto quello che ho scritto.” Quindi la commissione della Loggia è morta e tutto quello che accadrà lo suggerirà la commissione Zauli-Mancini. Diventa così interessante tentare di capire che succede in quest’ultima. La lettera di Paleari al direttore del Corriere non è particolarmente utile perché si limita, in modo anche piuttosto imbarazzante, a cantare le lodi degli interventi del governo: > “Sarebbe lungo l’elenco dei cambiamenti introdotti in questa legislatura; > basti pensare al reclutamento (per renderlo più coerente con gli standard > internazionali), all’implementazione del Pnrr, agli ultimi interventi nella > Legge Finanziaria per quest’anno, come il Fondo per la Programmazione della > Ricerca, salutato anche dai più scettici come una svolta da anni attesa dai > ricercatori”. È invece più interessante un articolo che Paleari ha pubblicato insieme a Michele Meoli nelle pagine del Sole24ore lo scorso 29 dicembre. Vi si cantano anche lì le lodi degli interventi governativi con una retorica degna dei migliori cinegiornali Luce: > “La fine dell’anno è tempo di bilanci, e mai come ora l’attività del ministero > dell’Università è intensa”. Ma se si lascia da parte la retorica, l’articolo racconta definisce la rotta adottata dalla commissione Zauli-Mancini e verosimilmente dalla ministra. Il punto dell’articolo è la numerosità dell’organico delle università, che Paleari (e Meoli) quantificano massaggiando opportunamente i dati sugli organici disponibili sul sito del MUR. Secondo Paleari (e Meoli) il numero di professori ordinari e associati è ai massimi di sempre. Questo rappresenterebbe “la prova empirica” che “il meccanismo dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN) ha spinto al “todos caballeros”. Gli abilitati faranno pressione sugli atenei per diventare ordinari “ma è difficile che essa possa avere successo”. La priorità per il sistema universitario non è promuovere gli abilitati, molti dei quali evidentemente immeritevoli. La priorità è “disincentivare il reclutamento di bassa qualità”, “promuovendo l’attrattività dei miglior” [sic!]. E secondo Paleari (e Meoli) va in questa direzione > “il risultato ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio con > l’emendamento che, implementando un piano straordinario di reclutamento di > ricercatori, è volto a offrire continuità anche ai neo-assunti durante il > Pnrr”. Quindi, in modo più esplicito, l’orientamento espresso da Paleari può essere tradotto così: la ASN ha illuso troppi che si sono visti consegnare una medaglietta immeritata, alimentando “aspettative” che non potranno essere soddisfatte. Il Pnrr ha assunto personale a tempo determinato raschiando il fondo del barile. Ci sono già abbastanza professori. I pochi posti disponibili per gli avanzamenti di carriera serviranno a rimpiazzare chi va in pensione; e sono più che sufficienti. Così come è sufficiente il piano straordinario per i ricercatori Pnrr. La scarsa disponibilità di posti permetterà di mettere in atto filtri che selezionino in base alla “qualità”. Il disegno è chiaro ed esplicito. I dati su cui poggia sono invece traballanti, come anticipato. Quali sono questi dati? Li vedete nella illustrazione qua sotto. Il trucco adottato da Paleari (e Meoli) consiste nel sommare insieme i ricercatori a tempo indeterminato, che la legge Gelmini mise ad esaurimento, con i ricercatori a tempo determinato post-Gelmini. Questo crea l’illusione ottica che l’università italiana sia al suo picco di professori grazie anche all’azione del governo in carica. Marcello Chiodi e Antonio Irpino in un articolo successivo hanno svelato il trucco: “Senza soffermarsi sui grafici a corredo dell’articolo, abbiamo dubbi sulla univocità del criterio di aggregazione adottato”. Hanno così prodotto una figura non così efficace, ma che ha però il pregio di aggregare (quasi) correttamente le varie tipologie di contratto. In realtà se si introduce la distinzione tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato, il quadro dell’andamento del personale docente e ricercatore cambia radicalmente. Tanto più se vengono considerati come personale a tempo determinato le ricercatrici e i ricercatori titolari di assegno di ricerca. Due dati sono però sufficienti a capire come sono andate le cose. Nel 2008, l’anno di picco gli organici universitari vedevano un totale di 62.768 professori e ricercatori a tempo indeterminato, affiancati da 12.090 assegnisti. Nel 2024 professori e ricercatori a tempo indeterminato ammontano a 50.673, cioè oltre 12.000 in meno. Se a questi sommiamo RTT e RTDB arriviamo comunque a 58.194 unità di personale, circa 4,500 unità di personale in meno. Questi ‘fortunati’ sono affiancati adesso da un esercito di circa 31,000 unità di personale precario (23.958 assegnisti e 7.521 RTDA). Ci piace ricordare che nel 2013 il prof. Paleari, allora presidente della CRUI, indicava tra le “criticità ed emergenze” che investivano il sistema universitario proprio la “Riduzione degli organici”, in particolare la riduzione del personale accademico di ruolo.   Ma Paleari come calcolava il personale di ruolo a quel tempo? Aggregando correttamente ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato. Secondo Paleari nel 2013, 52.458 unità di personale di ruolo costituivano un’emergenza. Adesso che il personale a tempo indeterminato (comprensivo di RTT e RTDB) è sceso, stando ai suoi dati, a 51.111 unità, l’emergenza del personale è superata. PAROLA D’ORDINE: PRECARIZZARE La figura sotto riporta la serie storica che mostra la vera storia dell’università italiana nel corso degli ultimi 15 anni, con la progressiva sostituzione di personale a tempo indeterminato con personale a tempo determinato. Il personale a tempo determinato, con varietà di contratti crescente, ha svolto   la funzione di carne da laboratorio e da pubblicazioni che, insieme al diffuso doping citazionale, ha generato il miracolo della ricerca italiana celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti. Adesso si scopre che non ci sono abbastanza posti per tutti, e d’altra parte non tutti si meritano un posto: l’università, dice Paleari, ha un problema di qualità. Saranno i più bravi a occupare i posti generosamente elargiti dall’attivismo della ministra che ha strappato al governo il piano straordinario. Gli immeritevoli usciranno meritatamente dal mondo della ricerca, lasciando il posto ad altro personale ricattabile e a basso costo destinato ad alimentare un nuovo ciclo di sfruttamento del lavoro precario di ricerca da parte dei boss dei laboratori e delle pubblicazioni. Esagerazioni? Dove si trova altro personale a basso costo? Provate a leggere cosa proponeva dalle pagine de Il Foglio l’inedito duo Paleari-Andrea Graziosi, entrambi membri della commissione Zauli-Mancini, un anno fa. A fronte della messe di dottori di ricerca sfornati (o in via di sfornamento) con i fondi Pnrr, occorre: > “prevedere da subito borse post doc per i migliori neodottori di ricerca che, > in linea con le migliori prassi internazionali, permettano ai soggetti > interessati di portare avanti un loro progetto personale (i nuovi contratti di > ricerca non lo fanno) in condizioni favorevoli sotto il profilo economico e > normativo, acquisendo altresì esperienza di insegnamento avanzato a livello > post-laurea (cosa che i contratti di ricerca vietano)”. L’inedito duo proponeva cioè di affossare, come è stato puntualmente fatto, la legge 79/2022 sul contratto di ricerca e creare un nuovo esercito di ricercatori di riserva per alimentare a basso costo laboratori e pubblicazioni dei principal investigators. D’altra parte, premetteva il duo, “la nostra opinione è che il confondere il tempo determinato con il precariato, il richiedere che ogni contratto a termine diventi per legge a tempo indeterminato non sia corretto e fruttuoso neanche socialmente, anche perché eliminerebbe la selezione indispensabile a mantenere la qualità dei nostri atenei, una selezione che nel caso degli alti studi è normale avvenga su un periodo più esteso di quello coperto dalla formazione dottorale”. E questa selezione deve > “premiare “i più dotati e i più devoti agli studi”. Si, scrivono proprio così: “i più devoti”, non ce lo siamo inventato.
February 4, 2026
ROARS
Lettera aperta della Rete delle Società Scientifiche
Segnaliamo ai lettori la lettera aperta della RESS per l’autonomia, il finanziamento e la dignità dell’Università e della Ricerca. “L’Università e la Ricerca italiane stanno attraversando un momento cruciale. Dopo anni di sottofinanziamento strutturale e di crescente burocratizzazione, e dopo il diluvio effimero dei finanziamenti PNRR, si profila oggi il rischio di un ulteriore arretramento: un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.” Segue il testo Lettera aperta Università 21Nov2025 primi firmatari
December 3, 2025
ROARS