Rivolte indigene
L’INASPETTATO ACCAMPAMENTO DURATO UN MESE DI 600 PERSONE DI 14 POPOLAZIONI
INDIGENE DELL’AMAZZONIA, DAVANTI AL PORTO DI CARGILL, A SANTAREM, IN BRASILE, HA
COSTRETTO IL GOVERNO LULA A REVOCARE IL DECRETO CHE PREVEDE DI DRAGARE IL FIUME
TAPAJÓS. IN REALTÀ LA PRIVATIZZAZIONE DEI FIUMI TAPAJÓS, MADEIRA E TOCANTINS
CONTINUA. CHI HA OCCUPATO QUEL PORTO CONTESTA LA TRASFORMAZIONE DELL’AMAZZONIA
IN UNA PIATTAFORMA LOGISTICA AL SERVIZIO DI MULTINAZIONALI, CINA ED UE. “PENSO
CHE DA QUESTA STRAORDINARIA LOTTA POSSIAMO TRARRE ALCUNE CONCLUSIONI – SCRIVE
RAÚL ZIBECHI – LA PRIMA È CHE AVVIENE SOTTO UN GOVERNO PROGRESSISTA… CHI CREDE
CHE POSSANO FARE QUALCOSA DI DIVERSO DA CIÒ CHE VUOLE IL GRANDE CAPITALE, SI
SBAGLIA… UNA VOLTA CHE SAPPIAMO CHE NÉ LA DESTRA NÉ LA SINISTRA FARANNO NULLA
PER SALVARE L’UMANITÀ DALLA CATASTROFE, TOCCA AI POPOLI CHE STANNO METTENDO IL
CORPO E IL SANGUE A DIFENDERE LA VITA E LA NATURA…”
Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil
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Sono trascorsi più di trenta giorni dall’accampamento di circa 600 persone
provenienti da 14 popolazioni indigene dell’Amazzonia, davanti al porto di
Cargill, a Santarem. Chiedono al governo di Lula di revocare il decreto 12.600
che prevede di dragare il fiume e che trasformerà le acque del fiume Tapajós in
una via fluviale privatizzata per il trasporto di soia e altri cereali*.
Anche se il governo si è ritirato giorni fa dal dragaggio, continua a
privatizzare i fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins come parte del Programma
Nazionale di Privatizzazione, il che significa che la gestione e la manutenzione
di queste strade, che totalizzano 280 chilometri solo nel Tapajós, vengono
trasferite a grandi multinazionali legate all’agroalimentare. Ciò comporta la
costruzione di nuovi porti privati che trasformeranno l’area in un corridoio
fluviale senza consultare le persone che vivono nel fiume e con esso.
Le monocolture di soia e mais stanno distruggendo l’Amazzonia, deforestando la
foresta e avvelenando le acque e l’ambiente con l’abuso di pesticidi. Ciò che
sta accadendo a uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, il Tapajós, è
semplicemente incredibile: treni composti da un massimo di 35 chiatte
trasportano grano verso la Cina e l’Europa; su quel fiume sono stati costruiti o
sono in progetto 41 porti, dove l’anno scorso sono circolate più di 15 milioni
di tonnellate.
L’inquinamento da mercurio derivante dall’estrazione mineraria, sia legale che
illegale, e la rimozione del fondo del fiume rappresentano le perdine più
importanti per le popolazioni. Secondo Rafael Zilio, nel concepire un fiume come
mera “idrovia”, “lo Stato e le grandi corporazioni del settore minerario e
dell’agroalimentare perpetuano la devastazione ambientale in Amazzonia”.
Nell’ultimo mese sono state bloccate anche la strada per l’aeroporto e lo stesso
aeroporto di Santarém per alcune ore. Silvia Adoue ricorda che “i munduruku non
hanno aspettato la demarcazione del loro territorio da parte dello Stato”, come
popolo hanno proceduto “all’autodemarcazione in alleanza con le comunità di
pescatori”, il che insegna la capacità di “articolazione tra popoli con
prospettive di mondo diverse”.
Questa è una piccola e incompleta sintesi di una resistenza per la vita che dura
da molti anni. Penso che da questa straordinaria lotta possiamo trarre alcune
conclusioni.
La prima è che avviene sotto un governo progressista, quando il segretario della
Presidenza è Guilherme Boulos ed è ministro dei Popoli Indigeni Sonia Guajajara,
entrambi del “radicale” Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL). Chi crede
che possano fare qualcosa di diverso da ciò che vuole il grande capitale, si
sbaglia. Perché sono i migliori rappresentanti delle ambizioni delle
multinazionali, di fronte al silenzio vergognoso del movimento sindacale e del
Movimento dei Senza Terra (MST), il cui obiettivo principale è la rielezione di
Lula.
La seconda è che il capitalismo vuole, e sta attuando, la completa
privatizzazione della natura per accumulare sempre più capitale. Trasformare i
grandi fiumi amazzonici in strade fluviali piene di infrastrutture, è garanzia
della loro distruzione e dell’annientamento dei popoli che abitano le rive.
L’accumulazione di capitale non ha limiti, se non quello che possono fare i
popoli e i movimenti per frenarla. Mentre quelli che sono in alto, di sinistra o
di destra e persino i “radicali”, sostengono l’agroalimentare, fanno sfoggio di
un discorso “corretto” in cui si permettono di mentire e persino di sostenere le
richieste dei popoli originari. Boulos stesso si era impegnato a fare delle
consultazioni prima dell’inizio dei lavori, cosa che non ha mai fatto.
La lotta è molto iniqua. Cargill fattura 154 miliardi di dollari ogni anno, ha
il sostegno dello stato e del governo brasiliano, mentre i villaggi sono
relativamente piccoli (i munduruku sono 13 mila persone), e non hanno altro che
il sostegno di altri popoli simili, come è diventato evidente in questi giorni.
La terza riguarda la decisione di difendere la vita e la dignità dei popoli. Il
rapporto di Sumauma sottolinea che questi popoli sono in “prima linea di
resistenza all’agrocapitalismo globale”. Anche se sono pochi, sono determinati e
fermi e non si tireranno indietro. Una donna munduruku ha detto: “I bianchi
vedono il fiume come merce, per noi è vita”. È proprio quello che dicono i
popoli originari di tutte le geografie, da Wall Mapu fino alla Mesoamerica.
Questa resistenza alle avversità dovrebbe essere fonte di apprendimento per
tutti. Una volta che sappiamo che né la destra né la sinistra faranno nulla per
salvare l’umanità dalla catastrofe, è il turno dei popoli che stanno mettendo il
corpo e il sangue a difendere la vita e la natura.
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*Informazioni raccolte da Silvia Adoue, Desinformémos 5/02/2026; Rafael Zilio,
Desinformémos 11/02/2026; Guilherme Guerreiro Neto, Sumauma, 12/02/2026, e dal
collettivo Aldea Urbana
(https://www.youtube.com/live/vs-bSMviJw).
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Pubblicato anche su La Jornada
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MONICA DI SISTO:
> Il fiume non è un corridoio
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