Agenda 2030 o Prontezza 2030? A Roma la società civile sceglie la pace
Nella Giornata ONU per l’eliminazione delle armi nucleari, scienziati,
ambientalisti e attivisti hanno messo a fuoco i rischi della situazione attuale
e l’incompatibilità tra due idee di futuro: quella dello sviluppo sostenibile da
un lato e quella della guerra alimentata dal riarmo dall’altro. In tale
prospettiva la pace e la diplomazia, non solo una scelta etica, ma un impegno
ostinato e contrario alla direzione assunta dalle scelte di policy della UE: gli
ottocento miliardi di euro per il riarmo fanno divergere il vecchio continente
dagli obiettivi dell’Agenda 2030.
Sabato 26 settembre, nella sala del Consiglio di Palazzo Valentini a Roma, il
convegno “Agenda 2030 versus Prontezza 2030” ha analizzato queste due strade,
come necessariamente alternative. La seconda giornata del programma della Marcia
Mondiale per la Pace e la Nonviolenza a Roma non è stata scelta a caso: ha
coinciso con la giornata mondiale che l’ONU ha voluto celebrare in ricordo della
concitata notte del 1983, quando l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov evitò
l’apocalisse, poiché non credette a un allarme di attacco nucleare statunitense,
segnalato dai computer, e disobbedì al protocollo operativo, evitando che una
rappresaglia atomica avesse inizio.
Ma “è sufficiente aumentare la capacità militare per rendere più sicura una
società?”, ha chiesto in apertura Rosapia Farese, presidente di FareRete
InnovAzione BeneComune. Le risorse non sono infinite, e “ogni scelta di bilancio
esprime inevitabilmente una gerarchia di priorità”, in cui la sicurezza umana si
fonda su adeguati finanziamenti alla spesa sociale e sanitaria, che non possono
subire definanziamenti a favore del riarmo. In questo senso la domanda stessa
sottesa al convegno, invece che Agenda 2030 o ReArm Europe, potrebbe essere
“quale 2030 vogliamo costruire?”
In collegamento, il premio Nobel Giorgio Parisi è partito da una domanda
spiazzante: “Mi sono chiesto tante volte perché siamo vivi”. Durante la guerra
fredda la catastrofe è stata sventata più volte, anche solo per dilemmi di
coscienza di singoli uomini, come nella crisi dei missili di Cuba nel 1962. Oggi
le testate nucleari nel mondo sono circa 12.300, nella disponibilità di soli 9
Stati, Israele compreso. Oggi ci sono meno testate rispetto alle 70 mila bombe
atomiche presenti prima delle trattative per il disarmo concordato. Ma Il
trattato New START tra le due superpotenze nucleari è scaduto e l’Italia non ha
sottoscritto il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN) mentre
sarebbe “importante che l’Italia partecipasse almeno come osservatore”; altri
rischi incombenti risiedono nel fatto che i principali detentori di testate
nucleari si affidano sempre più all’intelligenza artificiale per i sistemi di
allerta rapida, con tempi di reazione di pochi secondi per gli uomini nel
“loop”.
Sergio Bellucci, della University for Peace dell’ONU, ha descritto un mondo in
cui le regole le scrivono gli algoritmi. Lo slogan “code is law” fa comprendere
come l’evoluzione tecnologica dell’AI che “non vieta, non comanda, non minaccia:
configura”. In tale situazione, chi potrà assumere il ruolo che Petrov
interpretò nel 1983, nell’era della intelligenza artificiale?
Il rischio nucleare è più vicino a casa nostra di quanto non si creda.
Alessandro Capuzzo, attivista della Tavola della Pace Friuli Venezia Giulia, è
intervenuto in vece della giornalista Stefania Maurizi per testimoniare
l’esperienza del gruppo di sedici cittadini – di cui lui fa parte – che hanno
denunciato la presenza e l’importazione nel nostro territorio di ordigni atomici
statunitensi ad Aviano e Ghedi, in contrasto con lo spirito della Costituzione e
della Legge 185/1990. Tutte le denunce presentate in tre diversi tribunali
(Roma, Brescia e Pordenone) sono state archiviate, ma l’ordinanza del tribunale
di Pordenone è servita per asseverare la presenza delle testate nella base di
Aviano, dopo anni di “segreto di Pulcinella”.
L’ingegnere nucleare Giuseppe Rotunno nella sua relazione ha proposto di
intraprendere un processo di smantellamento concordato delle testate, per
riusarne l’uranio per generare energia civile, per “trasformare gli strumenti di
morte in strumenti di bene”.
Più tagliente l’intervento di Alessandro Giannì di Greenpeace, che ha svelato le
mappe del potere della lobby delle energie fossili che agisce in parallelo al
complesso militare, alimentando la crisi climatica, la vera emergenza
planetaria. Ha raccontato come i petrolieri conoscessero la questione del
riscaldamento globale già negli anni Sessanta, ma abbiano scelto di negarla e
insabbiarla. Si è passati “Dal negazionismo al greenwashing, è servito tutto per
perdere tempo, per fare molti soldi” andati agli oligopoli del petrolio e delle
armi. Oggi “la paura serve a molte cose”, comprese le spese militari. La sua
sintesi: “Questa è la guerra al futuro, ma purtroppo il nemico siamo tutti
noi”.
Gaetano Benedetto del WWF gli ha fatto eco affermando che: “Dobbiamo uscire un
po’ dall’equivoco che la sicurezza si difende a mano armata” e ha posto
l’accento sui limiti dello sviluppo e su come un clima stabile e temperato abbia
costituito il presupposto della vita, dell’urbanizzazione, delle colture, della
produzione e distribuzione del cibo e dell’industrializzazione. Ha chiarito come
giustizia climatica e sociale, economia e benessere dell’umanità siano
strettamente interconnessi.
Non sono mancate le buone notizie. Giulio Marcon di Sbilanciamoci ha raccontato
la consegna al Senato, il giorno prima, delle firme per la legge di iniziativa
popolare sulla difesa civile non armata: “C’è un’alternativa alla forza delle
armi”. A parità di spesa, ha ricordato, sanità, istruzione e transizione
ecologica creano più PIL e più lavoro delle armi.
Cinzia Pettini di Emergency ha portato la voce dell’ONG fondata da Gino Strada
che la guerra la vede ogni giorno: “Nelle guerre moderne ormai il 93% delle
vittime di guerra sono civili”. E ha aggiunto: “Non esiste pace senza
uguaglianza sociale e senza diritti”.
Nelle conclusioni, Antonella Trocino, che fa parte del Comitato Promotore della
IV Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza a Roma e che ha organizzato
l’evento, ha messo in fila i numeri del riarmo europeo. Le dotazioni finanziarie
annue collettive dell’UE per la difesa sono passate dai 262 mld di euro nel 2022
a 418 mld nel 2025 (si prevedono 454 mld nel 2026), nonostante, l’articolo 41,
secondo comma, del Trattato sull’Unione europea vieti in linea di principio che
le spese con implicazioni militari o di difesa siano finanziate dal bilancio
dell’Unione. La spesa combinata degli Stati membri (a prezzi costanti) è
aumentata del 78,6% tra il 2020 e il 2025, secondo quanto riportato di recente
in una analisi della Corte dei Conti Europea. Nello stesso periodo, il primo e
unico piano quinquennale dell’UE – conclusosi lo scorso agosto – che aveva come
missione di sviluppare la coesione interna, la spesa sanitaria e la doppia
transizione verde e digitale, è rimasto in gran parte incompiuto: a inizio
settembre i NextGenerationEU Green Bond in circolazione erano solo 84,3 miliardi
di euro, rispetto a uno stanziamento di 215,6 miliardi di euro. La parte di
debito mutualizzato non emesso in green bond è stato riallocato a favore del
“verde militare”. “L’Unione europea dal 2022 ha scelto dove andare, chiaramente
verso la guerra”. Serve quindi una forte mobilitazione dal basso per far
prevalere la sicurezza umana, “disarmata e disarmante” rispetto alla sicurezza
militare. E’ necessario reindirizzare strategicamente l’UE; servirebbe
un’Iniziativa dei cittadini europei per la difesa civile non armata, che
coniughi la cura e la cooperazione tra i popoli, con la cura degli habitat, da
lanciare entro il 2027, a settant’anni dai Trattati di Roma da cui l’UE prese le
mosse.
Anche di questo si parlerà all’interno del Panel che si terrà il prossimo 3
ottobre presso la Sede di Libera dalle 10:00 alle 12:00 (cfr Pace e disarmo –
Festival della Nonviolenza Attiva
https://share.google/WzNfwy0SVBWnOAq9i).
Antonella Trocino
Antonella Trocino è una docente universitaria a contratto di economia dei
mercati e degli intermediari finanziari; è un’attivista per la pace, la parità
di genere, il clima, l’ambiente e i diritti umani. E’ socia fondatrice e
presidente dell’Associazione Beni Comuni Stefano Rodotà odv.
Redazione Roma