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Maria Rita Parsi, paladina dei diritti dell’infanzia e «sacerdotessa dell’ascolto»
“Ho capito cosa vuole dire nascere. A me nessuno ha chiesto di venire al mondo. E se per tanti versi è stato interessante, per altri è stato disgustoso. La vita è una grossa fortuna se capiti bene e una grossa sfortuna se capiti male. Basta pensare a chi nasce dalla parte sbagliata, nelle famiglie disastrate, alle vittime di abusi”.  Maria Rita Parsi Sono ancora sconvolto per la scomparsa di Maria Rita Parsi, grandissima psicologa, psicoterapeuta, psicanalista e psicopedagogista italiana di fama internazionale, avvenuta la mattina del 2 febbraio 2026. Nata nel 1947, la professoressa Parsi era psicopedagogista, docente universitaria, saggista e scrittrice, opinionista e presenza costante nei media italiani. Conosciuta soprattutto per la sua difesa e il sostegno ai diritti dell’infanzia – per cui ha dedicato l’intera vita – nel 2012 viene eletta al Comitato ONU per i Diritti del Fanciullo, organismo con sede a Ginevra che ha il compito di verificare che tutti gli Stati aderenti alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo ne rispettino gli obblighi. Al bambino, percepito “non come un futuro adulto da plasmare a colpi di regole, ma come persona già completa, con bisogni chiari e un valore immenso”, ha dedicato la sua vita, lavorando per decenni alla difesa dei suoi diritti a livello nazionale e internazionale. Lei si era presa l’impegno di curare le ferite di chi nel mondo era già arrivato, senza cercare “l’assicurazione emotiva” di diventare genitore. Componente dell’Osservatorio Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, ha pubblicato più di 100 libri di tipo scientifico, letterario e divulgativo: da «Il mondo creato dai bambini» a «L’amore violato», da «Maladolescenza» a «Noi siamo bellissimi». Inventrice della psicoanimazione, combinazione di gioco e fiaba per trasformare la sofferenza in risorsa creativa, fonda e dirige la SIPA (Scuola Italiana di Psicoanimazione), istituto di ricerca, ad orientamento umanistico, per lo sviluppo del potenziale umano. Nel 1992 fonda la Onlus ‘Movimento per, con e dei bambini’ con una visione chiara: capire i bisogni dei più piccoli, garantire strumenti concreti di protezione. La sua onlus, dal 2005, diviene Fondazione Movimento Bambino Onlus – erede di sue esperienze di animazione socioculturali già attive dal 1975 – che opera per la diffusione della cultura dell’infanzia e dell’adolescenza e si batte contro gli abusi e i maltrattamenti su bambini e ragazzi, e per la loro tutela giuridica e sociale. Autrice di saggi che spaziavano dalla sociologia all’antropologia, dalla filosofia alla psicologia, Parsi è stata una voce intellettuale attenta e vigilante sul nostro confuso e caotico presente: una figura di intellettuale ampia e grande che purtroppo si sta estinguendo nel nostro Paese a causa del continuo appiattimento ed impoverimento culturale. La difesa dei diritti dell’infanzia la viveva come una missione: il suo costante impegno per i bambini la portava spesso a partecipare ai programmi televisivi, durante i quali non percepiva compensi, perché considerava il suo intervento – da esperta sui temi trattati – una forma di servizio pubblico. Spiegando che i figli sono il risultato dell’esempio ricevuto, elencava spesso nelle sue conferenze il decalogo del montessoriano Klaus Dieter Kaul: “dateci amore e attenzione, rispettate i nostri tempi, rimanete al nostro fianco, consentiteci di sbagliare, offriteci la vostra guida, regole chiare e limiti precisi, siate affidabili, date spazio alla gioia”. Nel 1986 è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana; nel 2007, ha ricevuto la medaglia d’oro della Camera dei Deputati a nome del Comitato Scientifico Internazionale del Centro Pio Manzù, presieduto da Mikhail Gorbaciov. A lei è andato anche il Premio nazionale Paolo Borsellino 2009, “per l’impegno, la coerenza e il coraggio nella propria azione sociale contro la violenza e l’ingiustizia, e in modo particolare per l’impegno profuso in difesa e la promozione dei valori della libertà, della democrazia, della legalità”. L’ultimo riconoscimento nel 2022: il Premio “Edela” per il suo costante impegno a tutela della dignità delle donne e al fianco dei bambini quale missione di vita. Oltre agli innumerevoli incarichi istituzionali, dal 2021 partecipava stabilmente al gruppo di lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali dedicato alla Child Guarantee. Colonna portante del festival itinerante Filosofi Lungo L’Oglio, era membro del comitato scientifico e vice-presidente della Giuria del “Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi l’ungo l’Oglio. Un libro per il presente” e ospite fissa, fin dagli albori, della manifestazione, sostenendo la rassegna sin dalle prime edizioni, promuovendo la cultura nella provincia di Brescia. Durante le sue conferenze era solita spaziare in lungo e in largo, affascinando e travolgendo l’ascoltatore con la sua immensa cultura, rara intelligenza e lungimiranza. Era solita citare la “Autobiografia del cambiamento in cinque brevi capitoli” di Portia Nelson (per indicare l’unico cambiamento possibile per l’umanità ora: cambiare strada); il grande Erich Fromm, suo “maestro”; e San Giuseppe, padre adottivo di Gesù, affermando: “Penso a uno come Giuseppe, che crede in Maria quando gli confessa di essere incinta di Dio, è testimone al parto, fa un passo indietro. Un alleato. Ne vedo pochi in giro”.  Nonostante fosse consapevole della pessima realtà che viviamo, quando qualcuno glielo faceva presente, rispondeva con forza ottimista e, citando Leibniz, affermava: “Viviamo nel migliore dei mondi possibili, se guardiamo la storia. L’uomo ora è meno disumano del passato, nonostante tutto. Mettiamocelo in testa”. La scaletta dei suoi discorsi consisteva nel “gettare i sassolini”, ovvero quei punti salienti e irrinunciabili che, instancabilmente, avevano l’obiettivo di aiutare a generare cultura, superare gli ostacoli, esortare la gente a perseverare, a non demordere, a battersi per i valori umani e con il fine di innalzare il livello culturale della “base” per modificare il potere che ci governa. Ho avuto il piacere di conoscerla personalmente durante due edizioni consecutive della kermesse culturale di Filosofi Lungo L’Oglio, nel 2024 e nel 2025. Nel 2024 ad Erbusco (BS), dopo la sua lectio magistrale dal titolo “Dall’angoscia di morte al desiderio di vita” (in cui parlò anche in modo molto profondo del dramma che vivono i bambini orfani di femminicidio), mi misi in fila per comprare il suo libro “Contro il potere distruttivo di ogni guerra”. Quando mi presentai con il libro in mano, chiedendole l’autografo, alzò lo sguardo e mi prese la mano dicendomi: “Sono proprio felice che un giovane legga questo libro, ci tengo molto. Ci tengo veramente molto che lo leggano i giovani. Spero che possa essere d’aiuto e che arrivi al cuore. È intollerabile la disumanità al potere”. Nel 2025, nella sua lectio “Tracciare è esistere” tenuta a Sarnico (BG), è stato un piacere con lei parlare della questione giovanile, del senso di precarietà e incertezza che vivono i giovani, il nichilismo diffuso, la linea di frattura culturale tra i giovani nelle città e nelle province di ogni estrazione sociale, la cancellazione totale dell’idea di immaginazione e utopia nelle giovani generazioni, il loro conseguente appiattimento nel vivere ad inerzia le passioni tristi degli “anni del riflusso” degli anni Novanta. Ci eravamo scambiati anche la mail per un possibile scambio epistolare sulla questione, che purtroppo non si è concretizzato. La filosofa Francesca Nodari, direttrice e fondatrice del Festival Filosofi lungo l’Oglio, nel ricordare la Professoressa Parsi e nel dedicarle la XXI Edizione (2026) del Festival, l’ha definita «sacerdotessa dell’ascolto»: una definizione perfetta, un vestito elegante come elegante era la Professoressa Parsi. La sua morte è una notizia a ciel sereno che sfasa e scombussola, soprattutto all’idea che non potremo più sentire le sue opinioni così attente e schiette, ma anche che non potremmo più essere ascoltati con tanta comprensione. Ma forse è la morte che più la rappresenta. Ha sempre dichiarato di non aver  “paura di morire da sola”, e quando le chiedevano se aveva paura di morire rispondeva con parole che ogni persona di senso dovrebbe tenere presente: “L’angoscia di morte è la madre di tutte le angosce umane. Non sappiamo come, quando. Ma moriremo. Nei tempi che riguardano il destino di ciascuno. Come ci difendiamo? Qualcuno confidando in un’altra vita, io pensando continuamente al suggerimento di Erich Fromm: ‘L’uomo muore spesso senza essere nato del tutto’. Imperfetto, informe, incompiuto. Ciò che ci deve amareggiare è arrivare alla meta senza avere riempito la vita di senso, opere giuste, verità e bellezza”. Conserverò come l’oro il suo libro autografato, come spero di conservare il più possibile le sue parole. Che la terra le sia lieve Professoressa! Lorenzo Poli
February 3, 2026
Pressenza
Fondazione Filosofi lungo l’Oglio: “Addio alla Professoressa Maria Rita Parsi”
Pubblichiamo il comunicato stampa della Fondazione Filosofi lungo l’Oglio in condoglianze alla scomparsa della Professoressa Maria Rita Parsi, grande psicologa, psicoterapeuta, psicopedagogista italiana di fama internazionale.   La Fondazione Filosofi lungo l’Oglio, il suo CDA, il Comitato scientifico composto da: Francesca Rigotti, Danielle Cohen-Levinas, Andrea Tagliapietra, Francesco Miano, e dal direttore scientifico Francesca Nodari piangono, affranti e increduli, l’improvvisa scomparsa dell’indimenticabile Prof.ssa Maria Rita Parsi, madrina del Festival Filosofi lungo l’Oglio, vice-presidente della Giuria del Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi l’ungo l’Oglio. Un libro per il presente e ospite fissa, fin dagli albori, della manifestazione. «Quando ci si trova dinnanzi alla constatazione di certi ‘addio’ – commenta a fil di voce Francesca Nodari – le parole vengono a mancare, si trasformano in un balbettio, quasi le si sottoponesse ad una forzatura, quasi fossero loro stesse incredule dinnanzi a ciò che le nostre orecchie hanno sentito. Quando ho appreso la notizia che la Prof.ssa Parsi era volata in cielo non volevo crederci e forse, in quell’occasione, ho capito fino in fondo la verità contenuta nell’espressione evangelica che dice che la morte viene ‘come un ladro di notte’. Non c’è più Maria Rita Parsi: se n’è andata in punta di piedi. All’improvviso. Donna di intelligenza rarissima, di grande lungimiranza, di umanità profonda, di idee chiare e distinte. Maria Rita Parsi: psicoterapeuta, docente, opinionista, scrittrice di fama internazionale. E ancora, formatrice di decine di generazioni di uomini e di donne, formatrice dei formatori, dotata di una rara capacità di ascolto, di analisi e sempre in grado di indicare la via. Senza esitazioni. Senza ripensamenti. Donna che si è sempre battuta per difendere i diritti dei più piccoli e che ha introdotto quella magnifica espressione: ‘l’invidia del grembo’ a significare il sentimento che muove tutti quegli uomini maltrattanti che violentano, traumatizzano, abusano, si prendono gioco dell’altra metà del cielo. Ma, nelle molte occasioni in cui si parlava di volenza di genere, Maria Rita puntava il dito anche contro un altro atteggiamento altrettanto deplorevole: quello delle ‘donne che odiano le donne’, quella postura comportamentale femminile molto diffusa che fa sì che le donne, anziché unirsi, ‘fare squadra’, ‘coalizzarsi’, si fanno la guerra: preferiscono la contrapposizione alla solidarietà, alla condivisione, all’aiuto reciproco. Maria Rita Parsi era una Donna tutta d’un pezzo, una vera leader, una leonessa, una Minerva dei nostri tempi. Maria Rita Parsi di Lodrone, donna bella e affascinante, aristocratica e coltissima – cresciuta alla scuola di grandi intellettuali e studiosi– era divenuta Lei stessa una Maestra, un punto di riferimento irrinunciabile, una voce che ha aperto squarci di luce nell’esistenza buia di centinaia di persone. E questo senza alcun sfoggio di erudizione facendo sentire chi le stava di fronte a suo agio, praticando quella rara semplicità che connota solo chi è, davvero, grande. I suoi pazienti usava chiamarli allievi. A loro, a ciascuno di loro, dedicava il suo tempo, le sue giornate scandite da un ritmo battente di appuntamenti e di impegni: Maria Rita Parsi non si negava mai, non voleva che un solo grido di aiuto rimanesse inascoltato. Di giorno. Di notte. Il sabato o la domenica, a Natale o a Pasqua, poco importava. Questo lo sa bene la sua fedelissima segretaria Maria Gemma, impegnata ad aggiustare ogni giorno un’agenda carica di inviti, terapie, conferenze, lezioni. Tra di noi c’era un segreto: indossavamo, lo abbiamo scoperto per caso alcuni anni fa, lo stesso anello ove corrono le parole latine che compongono l’Ave Maria. Da allora la consapevolezza di quel dettaglio era divenuta un modo per sentirci vicine anche quando eravamo lontane. Ora, guardando quell’anello, rivedo lo splendore del suo volto, l’intensità del suo sguardo, l’unicità del suo sorriso, il fragore gioioso della sua risata ed è come se sentissi la sua voce autorevole e, nel contempo, materna che mi esorta ad andare avanti, a non abbattermi, a portare avanti le sue battaglie. L’edizione 2026 del Festival Filosofi lungo l’Oglio, per una strana coincidenza, è proprio dedicata all’ascoltare. E questa sarà la prima senza di Lei. Per ricordarLa, per ringraziarLa, per celebrare il Suo nome la XXI edizione sarà dedicata proprio a Maria Rita Parsi che, ne sono certa, dal cielo, danzando tra le nuvole, continuerà a ‘gettare’, come diceva, i ‘sassolini’ ovvero quei punti salienti e irrinunciabili che elencava nel corso delle sue conferenze e che, instancabilmente, ha gettato sul percorso di molti aiutandoli a superare gli ostacoli, esortandoli a perseverare, a non demordere, a battersi per i valori che, davvero, contano, asciugando loro le lacrime. Uno dei massimi gesti del prendersi cura dell’altro. Ora, queste “acque che piangono” vergano il nostro volto. Scorrono calde e copiose. Grazie Prof.ssa Parsi, resterà sempre nel mio cuore e nella mia mente».   Altro articolo in cordoglio della Fondazione: https://www.filosofilungologlio.it/rassegna-stampa-festival/2029-addio-a-maria-rita-parsi-madrina-dei-filosofi-in-terra-bresciana.html Redazione Sebino Franciacorta
February 3, 2026
Pressenza
Donatella Di Cesare non ha mai omaggiato le Brigate Rosse
E’ bastata la proposta di candidatura della filosofa Donatella Di Cesare nelle liste del MoVimento 5 Stelle in sostegno a Pasquale Tridico per il centrosinistra alle Regionali in Calabria, per far esplodere l’ennesimo caso mediatico. Fratelli d’Italia è partito all’attacco della professoressa di Filosofia teoretica per un vecchio tweet dopo la morte di Barbara Balzerani, storica ed irriducibile militante delle Brigate Rosse. “La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna” – aveva scritto in quell’occasione Di Cesare, prima di rimuovere il post a causa delle roventi polemiche che si erano scatenate. In quell’occasione la professoressa si era detta “sconcertata” per gli attacchi ricevuti, ricordando di essere stata sempre “lontana da ogni forma di violenza”. Quella frase dedicata a Balzerani, però, adesso viene usata da Fdi per attaccare l’ipotesi di candidatura della filosofa con il Movimento 5 stelle, nelle liste a sostegno di Pasquale Tridico. “Ha esaltato le Brigate Rosse, sinistra ritira la sua candidatura”, si legge in una card diffusa sui social dagli account del partito di Meloni. “Ritengo che sia impensabile candidare chi ricorda con malinconia quella che fu non una rivoluzione, come scrisse la stessa Di Cesare, ma una delle stagioni più drammatiche della storia repubblicana. Ne va del rispetto delle vittime del terrorismo e delle loro famiglie. Le istituzioni democratiche si fondano sulla memoria condivisa e sul rispetto delle vittime di quelle stagioni di odio e di violenza, oltre che sui valori della libertà e della democrazia in cui è evidente che le Br non si sono mai riconosciute. Ogni scelta politica dovrebbe riflettere tali valori con responsabilità e senso delle istituzioni, e non ammiccare agli estremismi per racimolare consenso”, attacca pure Wanda Ferro, deputata di Fratelli d’Italia e coordinatrice regionale in Calabria. Si tratta di pura strumentalizzazione di una questione molto più amplia che sottolinea l’ignoranza di chi fa di tutto per riscrivere la sua storia a piacimento e politicizzare il dibattito. I temi legati agli anni di piombo, allo stragismo neofascista coperto dallo Stato e alla lotta armata di estrema sinistra sono ancora un di­battito su argomenti vulne­rabili. Non è un caso che ancora oggi quegli anni siano ancora in grado di far discutere colpendo in diverso modo sensibilità e ferite molte diverse. Non si può negare però che ancora oggi – nonostante le stragi di Stato con manovalanza neofascista, le responsabilità di Gladio, della Rete Stay Behind, della NATO e di poteri occulti – a fare scalpore mediatico sia ancora solamente la lotta armata dell’estrema sinistra. Questo evidenzia un evidente disequilibrio nel dibattito attuale che vira sempre di più sulle informazioni parziali e “di pancia” rispetto invece ai fatti storici. Condannando moralmente ogni forma di violenza politica, non si può negare che, rispettivamente, sul piano storico il terrorismo neofascista e la lotta armata dell’estrema sinistra abbiano rivestito due ruoli completamente diversi. Gli storici, sugli “anni di piombo” in Italia, oggi sono concordi nell’affermare che ci fu una sostanziale differenza tra il terrorismo dell’estrema destra, che si concretizzò nell’azione distruttiva volta a ter­rorizzare il maggior numero di per­sone indifese, e la lun­ga stagione della lotta armata in Ita­lia che nacque dopo i primi sentori evidenti della strategia della tensione dalla fine degli anni Sessanta, non colpendo mai la gente comune, ma bensì figure di potere politico, economico e militare. La lotta armata dell’estrema sinistra in Italia non commise stragi, ma omicidi o sequestri politici mirati a persone specifiche (vedasi sequestri Moro e Dozier), mentre il terrorismo nero puntava su azioni – spesso eterodirette – con un impatto di massa. Questa è un’analisi esclusivamente sul piano storico e politico che non giustifica nulla di ciò che è stato, ma analizza storicamente i fatti per quello che sono. Quindi chi parla impropriamente di “terrorismo rosso” come fenomeno da rilegare al più grande ambito dei fenomeni delinquenziali, sta commettendo un grave errore storico-analitico che non aiuta per nulla il raggiungimento della verità storica, ma rischia di banalizzare ulteriormente contesti più complicati. Inoltre, la lotta armata di sinistra si distingue dal terrorismo neofascista di quegli anni per un semplice ri­sultato: il terrorismo che ha messo le bombe nelle banche, sui treni e nelle piazze è rimasto impunito. Pensiamo a Francesca Mambro, militante dei NAR, che è stata condannata complessivamente a nove ergastoli, 84 anni e 8 mesi di reclusione per essere stata manovalanza nella Strage di Bologna (85 morti), la sua pena si è estinta dal 2013, dopo essere stata messa in libertà condizionale nel 2008. Molti altri suoi camerati sono rimasti completamente impuniti come i neofascisti che sono stati artefici della Strage di Piazza Loggia a Brescia: 50 anni dalla strage e ancora non esiste un colpevole ufficiale, sebbene ne esistano molti ufficiosi. Ai responsabili delle stragi di Stato è stata garantita l’impunità mentre tutti gli aderenti alla lotta armata di sinistra sono stati identificati, processati e condannati, compresi anche coloro che rifugiandosi in Francia hanno usufruito per anni della Dottrina Mitterrand. Non solo, con la scusante della lotta armata furono rinchiusi più di 5.000 militanti di sinistra che divennero prigionieri politici in Italia: persone che con la lotta armata non c’entravano nulla, ma che vennero spacciati come tali e definiti come delinquenti qualsiasi. Oggi il dibattito tra storici e intellettuali è ancora aperto su cosa sono stati gli “anni di piombo” – “l’assolto al cielo” come venne definito – inseriti in un contesto storico-politico caratterizzato da una certa radicalità delle masse di cui possiamo chiaramente vedere la decadenza con l’inizio degli anni del riflusso negli anni Ottanta e Novanta, e terminando bruscamente dopo la repressione delle proteste di massa al G8 di Genova nel 2001 (che Amnesty International definì “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale” e una “violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”). Molti storici sono restii a defi­nire guerra civile gli scontri che ci furono in Italia dopo l’8 set­tembre del 1943, mentre molti altri concordano nel definire gli “anni di piombo” come una piccola guerra civile all’interno di una piccola “guerra guerreggiata” che ha prodotto uno scontro fisiologico tra i gruppi della forza armata e l’esercito ufficiale. Un guerra civile dal punto di vista del numero dei caduti da ambo le parti e se si considerano le migliaia di militanti di sinistra che venivano condannati tout court per banda armata. https://contropiano.org/news/politica-news/2013/01/21/erri-de-lucala-lotta-armata-non-era-terrorismo-in-quegli-anni-fu-guerra-civile-013983 Quando Wanda Ferro afferma che le “le Br non si sono mai riconosciute” nelle “istituzioni democratiche” che “sul rispetto delle vittime di quelle stagioni di odio e di violenza, oltre che sui valori della libertà e della democrazia”, si dimentica (o forse non sa) che furono le stesse “istituzioni democratiche” a mettere in campo la tortura di Stato contro i brigatisti nelle carceri che vide all’opera la squadra del Professor De Tormentis dopo il sequestro del generale americano James Lee Dozier. La squadra di De Tormentis era esperta dell’interrogatorio duro e del waterboarding in cui l’interrogato veniva legato a un tavolo con spalle e testa sporgenti e poi, con un imbuto o un tubo, gli venivano fatte ingurgitare grandi quantità di acqua salata. Molte furono le strategie di tortura usate dalle “istituzioni democratiche” sui brigatisti a tal punto da scandalizzare grandi filosofi come Foucault e Deleuze che si domandarono come fosse possibile che uno Stato potesse definirsi “democratico” mantenendo al suo interno prassi fasciste. Non si tratta dunque di invenzioni, ma di torture molto ben documentate nel libro “Le torture affiorate” edito dalla casa Editrice Sensibili alle Foglie. A testimoniare questi fatti, anni dopo, fu proprio Salvatore Genova, poliziotto appartenente alle squadre di torturatori in una storica intervista a L’Espresso. https://www.ilpost.it/2022/07/07/de-tormentis-rapimento-dozier/ Sarebbe interessante dunque capire a quali valori della libertà, della democrazia, della responsabilità e del senso delle istituzioni facciano riferimento quelli che criticano la De Cesare per un tweet, montando una storia ad arte per poter delegittimare una persona più valevole di loro sia culturalmente sia intellettualmente. Forse sono gli stessi che parlano strumentalmente di “terrorismo rosso” senza conoscere il tema, non sapendo che c’è ancora molto dibattito su questo capitolo della storia proprio perchè non è mai stato affrontato seriamente in Italia questo argomento. Oggi c’è chi associa l’esperienza della lotta armata di estrema sinistra ad uno dei tanti fenomeno delinquenziali e criminali del momento; chi, soprattutto a sinistra, ha accusato movimenti come le Brigate Rosse e Prima Linea di sostituismo, ovvero di arrogarsi il diritto di lottare per la classe operaia sostituendosi ad essa senza un minimo di territorialità dando l’illusione che fossero rappresentanti delle masse; e chi invece si è posto la domanda se sia giusto paragonare la lotta armata in Italia alle altre lotte rivoluzionarie contemporanee che si sono svolte nel mondo, tracciando un parallelismo con le esperienze a Cuba, in Vietnam, in Cile, in Nicaragua, in Brasile e in altri posti del mondo: laddove le lotte rivoluzionarie armate hanno vinto o hanno perso. Dire questo ed esporre queste opinioni non significa aderire a queste opinioni, ma constatare che il dibattito è ancora aperto e che è una ferita aperta da entrambi le parti, soprattutto in chi ha vissuto quella fase storica e in chi ha creduto in quella stagione di cambiamento sociale, politico e culturale. Nel bene, nel male e rifiutando la lotta armata. Il famoso tweet della filosofa Donatella Di Cesare, che è stato rimosso tempestivamente per evitare l’ennesimo shitstorming, non è stato capito proprio da chi non era e non è nemmeno in grado di capire la complessità dell’argomento e delle sottili dinamiche da cui è attraversato. Il tweet non venne capito proprio da quella fetta di popolazione che non è nemmeno a conoscenza del fatto che esista un dibattito acceso a livello accademico e pubblico su questi temi riguardanti gli “anni di piombo”. Stiamo parlando di perbenisti e benpensanti pronti a montare un caso su un tweet invocando il reato d’opinione con il fine strumentale di annientare una potenziale avversaria politica, trovando un escamotage per poterla attaccare. Ed ecco che, in un mondo in cui si riduce la complessità al minimo e si ragiona per slogan e visioni polarizzanti, trova spazio una campagna di odio contro una grande filosofa, che i suoi avversari non sarebbero in grado di attaccare in altro modo se non strumentalizzando singoli episodi decontestualizzati. Donatella De Cesare, oltre ad essersi espressa numerose volte come una donna libera che parla di diritti e giustizia sociale, è nota per la sua adesione al femminismo e per le sue posizione pacifiste che l’hanno sempre portata a prendere le distanze da ogni forma di violenza. Mai la De Cesare ha omaggiato le Br e  mai ha sostenuto la violenza politica, nemmeno in quel vecchio tweet stravolto per attribuirle tesi mai sostenute e parole mai pronunciate. Come ha scritto Tridico su Facebook: “Che un partito di governo arrivi a mettere nel mirino una cittadina, la cui candidatura non è stata nemmeno ufficializzata, è un atto intimidatorio che mina la nostra democrazia. E dovrebbe preoccupare tutti”. A proposito di storia del nostro Paese, non mi pare che Fratelli d’Italia abbia mai preso le distanze dai periodi più bui del fascismo, dello stragismo nero e a confermarlo è la Fiamma Tricolore nel logo, oltre alle candidature di persone legate a storiche famiglie rappresentanti del neofascismo italiano come Isabella Rauti –  figlia di Pino Rauti, ex-repubblichino, militante dei Fasci di Azione Rivoluzionaria (FAR), storico leader del MSI e fondatore del Centro Studi Ordine Nuovo – che dal 2 novembre 2022 è sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa nel governo Meloni. Evidentemente ancora oggi le istituzioni democratiche non “si fondano sulla memoria condivisa”. Lorenzo Poli
September 2, 2025
Pressenza