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Spagna: multe e denunce ai media che hanno svelato i poliziotti infiltrati nei movimenti
BARCELLONA – Non sembra avere fine la repressione delle istituzioni spagnole contro i movimenti sociali e contro i media che la denunciano. Questo è quello che emerge dal comunicato della redazione del giornale cooperativo El Salto Diario, che riferisce di una sanzione pecuniaria di 5.000 euro imposta dall’Agenzia Spagnola per la Protezione dei Dati (AEPD) nei confronti della testata. L’accusa è di aver riportato i nomi falsi utilizzati dagli agenti, le iniziali dei nomi reali e riferimenti alle coperture impiegate durante le operazioni di infiltrazione della Policía Nacional nei movimenti sociali. Dalla redazione denunciano inoltre che, oltre alla multa, si prevede l’obbligo di censurare profondamente gli articoli, tanto da «renderli irriconoscibili». A El Salto si aggiungono anche i media La Directa, Vila Web e Diari de Balears. Le rispettive multe ammontano in tutto a più di 30.000 euro. Il fatto non è del tutto nuovo. Nel luglio del 2026, la redazione del giornale catalano di inchiesta La Directa denunciò l’apertura di un procedimento di sanzione da parte della AEPD per le indagini sugli agenti di polizia infiltrati nei movimenti sociali e indipendentisti. Inizialmente, le denunce non erano state ammesse a tramite, ma in seguito la direzione dell’Agencia Española de Protección de Datos ha riaperto il caso e ha dato inizio al processo di multa.  Il giornale investigativo catalano La Directa portò alla luce vari casi di infiltrazioni compiute da parte di agenti di polizia tra la Catalogna e la Comunità Valenciana tra il 2020 e il 2023. Nell’operazione di infiltrazione messa a punto dalla Comisaria General de Información de la Policia Nacional sono stati coinvolti almeno quattro agenti sotto falsa identità all’interno di alcuni movimenti sociali e indipendentisti attivi nelle regioni. Nonostante il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska non abbia mai riconosciuto quanto emerso dalle inchieste, il caos politico che ne è derivato ha fatto sì che il governo spagnolo riconoscesse che l’operazione d’infiltrazione rientrasse nella categoria degli «agenti dei servizi segreti». Queste figure, a differenza dei cosiddetti «agenti sotto copertura», non richiedono supervisione giudiziaria e, di conseguenza, sfuggono ad ogni tipo di controllo. È bene ricordare che le inchieste elaborate dai giornali incriminati hanno messo alla luce gravi lesioni dei diritti umani, quali libertà sessuale, inviolabilità del domicilio, protezione dei dati e libertà politica e di opinione. Secondo la risoluzione dell’agenzia spagnola, i giornali, tra cui El Salto Diario, vengono accusati di diffusione di informazione personale e professionale per aver riportato i nomi falsi utilizzati nel corso degli anni dagli agenti. Secondo AEDP queste «informazioni» permetterebbero l’identificazione delle persone che tra il 2020 e il 2023 si sono infiltrate nei movimenti sociali catalani e valenziani. Oltre alle sanzioni pecuniarie, viene quindi ordinato di ritirare parte delle informazioni pubblicate tra immagini e contenuti, elemento che, secondo l’avvocato della testata Raúl Maíllo «implica mutilare i testi per impedire qualsiasi tracciabilità, qualsiasi elemento oggettivo verificabile con cui si dimostri che questi agenti abbiano commesso il reato di spionaggio». Il Centro per la Difesa dei Diritti Umani – IRIDIA denuncia che questa modalità rappresenta «un bavaglio e un grave effetto intimidatorio sul giornalismo d’inchiesta». Va difatti sottolineato il paradosso che emerge dalla questione: mentre gli agenti di polizia infiltrati godono di impunità giudiziaria e insabbiamento istituzionale, i mezzi di comunicazione che hanno scoperchiato il caso hanno subito conseguenze legali. A questo si aggiungono le storie delle persone che hanno subito le intercettazioni: nonostante siano riconosciute da vari tribunali come vittime di tortura da parte delle forze dell’ordine, queste non hanno infatti ottenuto alcun giudizio sui fatti da nessun tribunale spagnolo.  Il caso desta particolare stupore se si tengono in considerazione le modalità con le quali sono state trattate questioni similari all’estero. Ad esempio, nel Regno Unito, i corpi di polizia e il governo britannico, davanti a casi di infiltrazione nei movimenti sociali, dopo un’ondata di proteste della società civile, si sono trovati costretti ad assumere la propria responsabilità e hanno proceduto con l’indennizzo delle vittime e un protocollo di scuse formali. Secondo Elisabet Borreda, copresidenta del Grup de Periodistes Ramon Barnils, questo procedimento sanzionatorio rappresenta un caso di SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation). Questa strategia è finalizzata ad intimorire attraverso procedimenti legali coloro che provano a criticare le attuazioni del potere costituito. Senza la necessità stretta di vincere un determinato procedimento legale, l’istituzione riesce così a disincentivare l’impegno di settori come il giornalismo indipendente, l’attivismo e il sindacalismo attuando una repressione dei diritti della libertà d’espressione. Mentre la politica istituzionale spagnola vive il suo momento di febbre elettorale, il caso messo in luce dalle redazioni delle testate incriminate dall’AEDP mostra come, senza l’attenzione e il sostegno della società civile, il giornalismo investigativo indipendente rischia seriamente di annegare a causa di bavagli e intimidazioni sistemiche messe in atto dalle istituzioni. Un elemento da non dimenticare, specialmente in campagna elettorale. The post Spagna: multe e denunce ai media che hanno svelato i poliziotti infiltrati nei movimenti appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Dentro alle proteste per la casa in Spagna: intervista a Manu García
La cosiddetta “rivoluzione delle chiavi” in Spagna sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno. Dopo lo sgombero di Maricarmen, la signora invalida di 87 anni sfrattata dalla casa nella quale ha vissuto per più di mezzo secolo e morta in ospedale due settimane dopo i fatti, l’onda delle proteste non ha fatto che crescere. Madrid, Malaga e Barcellona sono alcune delle città in cui sono stati organizzati accampamenti per protestare contro la crisi della casa, con centinaia di migliaia di persone scese in strada per partecipare a cortei e manifestazioni. I sindacati sono riusciti a convocare uno sciopero generale unitario per l’11 novembre. Intanto, la politica istituzionale si prepara a una tornata elettorale spietata, nella quale il diritto all’abitare sembra essere la tematica sulla quale molti partiti stanno già cercando di far convergere la propria campagna elettorale. Ne abbiamo parlato con Manu García, membro della Confederació d’Habitatge de Catalunya (COSHAC), confederazione sindacale attiva nella lotta per il diritto all’abitare nel contesto catalano. Partiamo da una domanda generale: potrebbe raccontarci il percorso della lotta per la casa, che negli ultimi giorni è sfociata nell’accampamento e che nelle prossime settimane porterà allo sciopero generale? E più in generale, qual è la sensazione all’interno di COSHAC a Barcellona? Come state vivendo questo momento? COSHAC si è costituita appena un anno e mezzo fa. È stato il risultato di un processo che è arrivato dopo molti anni in cui operavamo attraverso sindacati più radicati a livello locale, nei quartieri, nei paesi e nelle piccole città. Quello che è successo nelle ultime due settimane lo viviamo anche come una conseguenza della situazione che si è verificata a Madrid. Allo stesso tempo, però, vediamo chiaramente che tutto il lavoro svolto negli anni dai sindacati — sul piano dell’organizzazione, dell’elaborazione di un discorso politico, della presenza sul territorio e della capacità di diventare soggetti riconosciuti da tante persone — sta dando i suoi frutti. In situazioni come quella che stiamo vivendo adesso, abbiamo la sensazione che quanto sta accadendo sia il risultato di questo lavoro. Come successo in altre occasioni, quando si verificano eventi di questo tipo, veniamo sempre un po’ colti di sorpresa. Sappiamo qual è la situazione: c’è molta rabbia, molta disperazione. Ma stiamo vedendo anche che c’è tantissima voglia di partecipare. La manifestazione che si è svolta a Barcellona lunedì 5 ottobre è stata una dimostrazione di tutto questo. Inizialmente avrebbe dovuto tenersi di sabato, ma è stata rinviata a causa dell’allerta meteo. È stata quindi spostata al lunedì, che non è certo il giorno più comodo per scendere in piazza. Eppure la partecipazione ci ha completamente travolti: stimiamo che ci fossero sicuramente più di 100.000 persone. Noi di COSHAC stiamo vivendo questo momento anche come un’opportunità per avanzare e rafforzare le nostre organizzazioni. Accampamento nella Plaça Catalunya di Barcellona La lotta per il diritto alla casa a Barcellona non è evidentemente un fatto nuovo. Solo negli ultimi anni ci sono stati diversi momenti in cui la militanza è scesa in piazza per protestare: il caso della Casa Orsola, la mobilitazione contro la Coppa America e la moltitudinaria manifestazione del 5 aprile 2025. Perché pensa che qui la lotta sia così attiva? E qual è la situazione attuale in Catalogna per quanto riguarda il diritto alla casa? Storicamente, Barcellona è sempre stata una città con una tradizione molto importante di lotta sociale. Non è un caso: qui anche il conflitto di classe, il potere della borghesia e la repressione poliziesca hanno avuto un peso enorme. Lotta sociale e repressione sono sempre stati presenti. Siamo organizzati e abbiamo costruito una presenza sul territorio, ma bisogna considerare anche che la Catalogna è il territorio dello Stato spagnolo in cui si eseguono più sfratti e in cui i prezzi delle abitazioni sono più alti. Inoltre, subiamo una repressione molto forte nei confronti dell’organizzazione collettiva. Negli ultimi tempi, questa si manifesta soprattutto attraverso sanzioni amministrative, previste dalla Ley mordaza (legge bavaglio), contro le persone che si organizzano nei sindacati, partecipano alle manifestazioni o cercano di impedire gli sfratti. Quanto alla situazione attuale, io la vedo così: tutta questa tensione e tutta questa capacità organizzativa esistevano già, anche se erano rimaste un po’ in secondo piano. Quello che è successo a Madrid e il modo in cui il sindacato degli inquilini di Madrid ha saputo gestire il caso di Maricarmen, portandolo all’attenzione dei media e al centro del dibattito politico, hanno fatto emergere anche qui tutte quelle energie che erano già presenti. Nel caso di Barcellona, per esempio, l’accampamento è nato da un’organizzazione completamente autonoma: persone che hanno deciso di accamparsi senza essere necessariamente già organizzate all’interno di sindacati o collettivi. Adesso c’è un po’ di tutto: militanti organizzati e persone che sono lì per partecipare. In realtà, tutto questo fermento esisteva già, in modo latente. Serviva soltanto una scintilla che facesse esplodere la situazione. Possiamo dire che la situazione è esplosa dopo che Vox, PP e Junts hanno bocciato i due decreti sulla casa, in seguito allo sfratto di Maricarmen. Tuttavia, una parte consistente della militanza ha criticato la decisione di dividere il provvedimento in due decreti distinti: perché? E, secondo voi, come dovrebbe essere strutturato un decreto sulla casa? Noi abbiamo sostenuto fin dall’inizio che il decreto originario, così come era stato proposto dal Sindacato de Inquilinas di Madrid, doveva prevedere quattro punti fondamentali: il congelamento degli affitti, il divieto di acquisti speculativi, contratti a tempo indeterminato e garanzie contro gli sfratti. Per il movimento per la casa, nel suo complesso, queste sono rivendicazioni minime. Bisogna far capire ai partiti politici che siamo arrivati a una situazione in cui le persone si tolgono la vita dopo aver subito uno sfratto o anche soltanto di fronte alla minaccia di essere sfrattate. Proprio in queste due settimane abbiamo saputo della morte di due persone, Olga e Javier, due abitanti di L’Hospitalet de Llobregat che si sono tolti la vita. Olga era stata sfrattata alcuni mesi prima, Javier era minacciato di sfratto e non sapeva come affrontare la situazione. Esiste un sentimento di assoluta insicurezza abitativa che riguarda una larga parte della popolazione lavoratrice. Le persone vivono costantemente con la paura di essere cacciate di casa, di vedersi cambiare le condizioni contrattuali e di non sapere dove potranno andare a vivere in seguito. Tutto questo va avanti da anni e anni, e per questo consideravamo quel decreto, con quelle rivendicazioni, una soglia minima, una base essenziale. Siamo particolarmente critici perché queste situazioni si ripetono da anni senza che il governo abbia adottato misure realmente efficaci. Continua infatti a cercare di soddisfare gli interessi di chi specula sulla casa. È una contraddizione che denunciamo da molto tempo: o si difende il diritto alla casa della maggioranza della popolazione lavoratrice, oppure si difendono gli interessi di chi specula, trae profitto e fa affari con l’abitazione. Soddisfare entrambi questi interessi è materialmente impossibile. Giovani protestano durante la manifestazione per la casa Negli ambienti progressisti dei media italiani, Sánchez gode di una certa popolarità. Dopo il voto contrario della destra ai decreti sulla casa, lo stesso Sánchez sta cercando di rivendicare la questione abitativa come una battaglia personale o del PSOE. Eppure, Barcellona rappresenta un esempio emblematico della gestione socialista, sia a livello comunale sia a livello della comunità autonoma. Può spiegare perché Sánchez e il PSOE, secondo voi, non sono nella posizione migliore per parlare di questo tema? Il PSOE è al governo da otto anni e, durante tutto questo periodo, non ha adottato misure che consideriamo efficaci. Gli sfratti sono continuati, soprattutto in Catalogna, e i prezzi delle abitazioni hanno continuato ad aumentare. Quando è stata approvata l’attuale legge sulla casa, ad esempio, abbiamo denunciato come questa lasciasse un vuoto legislativo sugli affitti temporanei e quelli delle stanze. Poiché queste forme di locazione non erano adeguatamente regolamentate, avevamo avvertito che la speculazione si sarebbe spostata proprio lì, come è effettivamente successo a Barcellona e in Catalogna. Ma lasciare deliberatamente queste lacune normative ha fatto sì che una parte consistente dell’offerta abitativa venisse pubblicizzata come affitto temporaneo, consentendo ai proprietari di continuare a chiedere le cifre che volevano. Per noi, questo dimostra che il PSOE non ha realmente voluto risolvere il problema. Inoltre, il suo atteggiamento nei confronti dei sindacati e delle organizzazioni che cercano di impedire gli sfratti, qui in Catalogna e soprattutto a Barcellona, è stato quello della repressione. Ha imposto tutte le sanzioni economiche che poteva contro le persone che cercavano di esercitare la disobbedienza civile pacifica per impedire gli sfratti e ha avviato procedimenti giudiziari. Al di là dell’immagine che il PSOE cerca di proiettare adesso, conosciamo fin troppo bene questa formazione politica, i suoi metodi e i suoi interessi per lasciarci ingannare. Per concludere, come vede i prossimi passi? Ci sarà lo sciopero generale dell’11 novembre, poi arriveranno le elezioni e, dopo il voto, probabilmente l’attenzione dei media generalisti sulla questione abitativa diminuirà. Come immagina il prossimo futuro della lotta per il diritto alla casa? Ci auguriamo che dallo sciopero e dalle lotte successive possa nascere una nuova fase. Perché su questo abbiamo le idee molto chiare: lo sciopero non è un obiettivo finale, né un punto di arrivo. È l’inizio. Pensiamo che alcune delle rivendicazioni fondamentali alla base dello sciopero — come i contratti a tempo indeterminato, il divieto di acquisti speculativi e misure contro gli sfratti che offrano maggiori garanzie e ne impediscano un numero più elevato — possano essere conquistate. Possiamo esercitare una pressione politica sufficiente affinché, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, alcune di queste misure vengano approvate. In ogni caso noi continueremo a lottare per il nostro obiettivo finale: sottrarre la casa alle logiche del mercato, fare in modo che sia un diritto garantito e renderla accessibile a tutti. Sappiamo che questo traguardo non sarà raggiunto con un solo sciopero, né in tempi brevi. Ma vediamo una progressione. Da quando abbiamo iniziato a svolgere attività sindacale, circa dieci anni fa, abbiamo attraversato diverse fasi, conquistato legittimità e guadagnato forza. Oggi siamo sempre più capaci di essere soggetti in grado di influenzare l’agenda politica, di costringere i governi a prendere posizione e a discutere le nostre proposte e rivendicazioni. Non dobbiamo dimenticare che, ad esempio, lo scorso giovedì 8 ottobre per oltre dodici ore abbiamo difeso un edificio occupato in cui vivevano 50 persone. Durante tutte quelle dodici ore erano presenti tra le 500 e le 1.000 persone organizzate sul posto e impegnate a impedire lo sgombero, che alla fine non è stato eseguito. Sono state le persone organizzate presenti sul posto a portare la situazione a quel punto, a impedire che le unità antisommossa eseguissero lo sfratto e a costringere il governo ad acquistare l’edificio. Anche in altri casi, come quello di Casa Orsola, quello di Llenguadoc 74 e quello di Sant Agustí, la massiccia partecipazione delle persone accorse per impedire gli sgomberi ha costretto il governo a cercare una soluzione, perché non osava procedere di fronte a così tante persone organizzate. Il nostro obiettivo è che situazioni del genere si verifichino dieci, cinquanta, cento volte più spesso. The post Dentro alle proteste per la casa in Spagna: intervista a Manu García appeared first on L'Indipendente.
October 13, 2026
L'INDIPENDENTE
Sabato 3 ottobre, ore 18.30 - #Barcellona PG ( #Messina), presentazione del libro "Gente di Sicilia" di Luciano Mirone. Interverranno con l'autore, Tindaro Bellinvia (presidente #ANPI "Lidia Menapace") e i giornalisti Antonio Mazzeo e Antonio Alizzi. #nomafia
October 3, 2026
Antonio Mazzeo
#michiamohandalino #Handalino ha i suoi nuovi fratellini che dal prossimo venerdì lo accompagneranno in tutta Italia per poter narrare a tante bimbe e bimbi la fiaba di Conigliopoli che il Vecchio Marinaio avrebbe voluto raccontare ai cuginetti di #Gaza. Li ha realizzati Kano Sartoria Sociale di #Barcellona PG (Messina), un dono prezioso che ci incoraggia a intraprendere questa nuova avventura. Per i bambini di Gaza contro il genocidio....
September 22, 2026
Antonio Mazzeo
17 LUGLIO 1936: SCOPPIA LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA, “L’INIZIO DI UNA RIVOLUZIONE SOCIALE IN DIVERSE AREE DEL PAESE”
Il 17 luglio 1936 segna l’inizio della Guerra civile spagnola. Le forze reazionarie spagnole, guidate da alcuni generali tra i quali il futuro dittatore Francisco Franco, tentano il colpo di stato convinte di conquistare il potere in breve tempo. In realtà, una rivolta di massa delle classi lavoratrici, che in diverse aree si traduce in un tentativo di rivoluzione sociale, impedisce alle forze nazionaliste di affermarsi in maniera relativamente rapida. I nazionalisti riusciranno a prevalere militarmente soltanto dopo tre anni di guerra civile, duri scontri e massacri ai danni degli insorti repubblicani. “Quando scoppia il colpo di stato, i lavoratori, i proletari, scendono in piazza, si armano, nonostante i delegati governativi nelle varie città all’inizio si rifiutino di fornire loro armi, e trasformano la risposta puramente militare in una vera e propria rivoluzione“, spiega Flavio Guidi, già ricercatore e storico all’Università di Barcellona, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Questo non avviene dappertutto nello stesso modo: a Barcellona, e in generale in Catalunya, avviene; avviene in Aragona e parzialmente a Valencia. A Madrid e in altre città della Spagna che non cadono subito in mano ai franchisti (cioè la maggioranza) c’è una risposta militare forte, i lavoratori si organizzano, collaborano in alcuni casi anche con settori delle forze dell’ordine fedeli alla Repubblica, come la Guardia de asalto e piccoli settori della Guardia Civil che non aderiscono al golpe, e riescono a sconfiggere i militari”. “In alcune zone, come la Catalunya o l’Aragona, non ci si limita però alla sconfitta militare dei franchisti. In queste aree lo scontro si trasforma anche in una rivoluzione sociale: vengono espropriate le fabbriche, sotto il controllo dei lavoratori viene nazionalizzato praticamente tutto“, continua Guidi sulla nostra emittente. “In breve tempo, già entro la fine di agosto – aggiunge lo storico – si chiarisce che all’interno del fronte repubblicano ci sono due posizioni principali, pur con sfumature interne: da un lato chi pensa sia necessario unire la lotta contro i militari golpisti alla rivoluzione sociale, e questi sono soprattutto gli anarchici della CNT (Confederación Nacional del Trabajo) e il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista); dall’altro chi pensa, invece, che il tema fondamentale è vincere la guerra civile e poi si penserà al futuro, e questi sono soprattutto il Partito Comunista ufficiale, la destra socialista e le varie formazioni repubblicane, oltre all’unico partito di destra che aderisce al fronte repubblicano, il Partito Nazionalista Basco“. A fine luglio, cioè a un paio di settimane di distanze dal tentativo golpista dei militari, i tre quarti dello stato spagnolo sono ancora nelle mani delle forze antifasciste e repubblicane, dalla Catalunya ai Paesi Baschi e fino a Madrid. In un primo momento, dunque, il tentativo di prendere il potere da parte delle forze reazionarie fallisce. Nei tre anni di guerra civile successivi, tuttavia, sul piano militare prevarranno le forze golpiste reazionarie, anche tramite l’intervento dell’Italia fascista e della Germania nazista. L’Unione Sovietica, invece, a partire dall’ottobre del 1936 sosterrà il fronte repubblicano con l’invio di armi. L’unico altro stato a sostenere la Repubblica fu il Messico. Tuttavia, con l’appoggio aereo di fascisti e nazisti le forze reazionarie riusciranno a sbarcare in Andalusìa, a conquistarla nel giro di un anno, avanzare verso Madrid e, alla fine, anche verso Barcellona. A novant’anni dal 17 luglio 1936, Radio Onda d’Urto ha intervistato Flavio Guidi, militante di Sinistra Anticapitalista di Brescia che ha vissuto a lungo in Catalunya, dove ha lavorato come ricercatore all’Università di Barcellona sul rapporto tra Spagna e Italia nel Novecento, in particolare durante la Guerra civile e la transizione. Ascolta o scarica.
July 17, 2026
Radio Onda d`Urto
[Le Dita nella Presa] Lavorare per la macchina (1/5: Puntata completa)
In questa puntata parliamo dell'impatto del lavoro di moderazione sui lavoratori e sul tessuto urbano di Barcellona. Proseguiamo parlando del programma di costruzione di nuovi data center e delle relative proteste, in Lombardia e In California. Ospite della puntata Stefano Portelli autore dell'articolo "Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona" su Napolimonitor.it e della traduzione della Fanzine Lavorare per la macchina di HORACIO ESPINOSA ZEPEDA. La Fanzine racconta il vissuto dei lavoratori della moderazione di contenuti per conto di Meta- La fanzine è realizzata anche grazie alla collaborazione con Data Worker’s Inquiry di cui abbiamo parlato più volte dai microfoni di Le Dita Nella Presa. Con l'occasione abbiamo ricordato anche le iniziative organizzate dalla rete francese Le nuage était sous nos pieds  La puntata prosegue dando conto dell'espansione dei Data Center in Lombardia dove la richiesta spropositata di energia ha scatenato le proteste di cittadini e istituzioni locali. In California, sempre a causa della costruzione di nuovi data center, in Nevada, la NV Energy ha comunicato alle comunità del Lago Tahoe. circa 50.000 persone, l'interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica dal prossimo anno. Chiudiamo la puntata con i prossimi appuntamenti, ma questi andate a vederli su roma.convoca.la     
May 24, 2026
Radio Onda Rossa
Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
di Stefano Portelli (*) Horacio Espinosa Zepeda, Trabajando para la Máquina – Fragmentos de vida y muerte de un moderador de contenido, Reforma, PampaType, Universidad Nacional de Córdoba, 2026, pp. 68.   Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e
#war La lunga mano della #mafia sui droni di #Sigonella Di Antonio Mazzeo - Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina) che ha realizzato in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i pattugliatori marittimi P-8A "Poseidon" di US Navy a Sigonella.https://www.stampalibera.it/2026/04/19/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di-sigonella/?fbclid=IwY2xjawRR8K5leHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeRuzngHd79Tb9QgiB1XEX21lePYUQSm6Hycmy6eLPrzoTA0PnKQEoMiZ-6C0_aem_P3ldKHFDld0wyj2dKD0_pA
April 19, 2026
Antonio Mazzeo
La lunga mano della #mafia sui #droni di #Sigonella Sequestrata per mafia un'azienda di #Barcellona PG (Messina) che ha realizzato in subappalto gli hangar per ospitare i droni "Triton" e i pattugliatori marittimi P-8A "Poseidon" di @USNavy https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/04/la-lunga-mano-della-mafia-sui-droni-di.html
April 18, 2026
Antonio Mazzeo