Dentro alle proteste per la casa in Spagna: intervista a Manu GarcíaLa cosiddetta “rivoluzione delle chiavi” in Spagna sembra essere arrivata ad un
punto di non ritorno. Dopo lo sgombero di Maricarmen, la signora invalida di 87
anni sfrattata dalla casa nella quale ha vissuto per più di mezzo secolo e morta
in ospedale due settimane dopo i fatti, l’onda delle proteste non ha fatto che
crescere. Madrid, Malaga e Barcellona sono alcune delle città in cui sono stati
organizzati accampamenti per protestare contro la crisi della casa, con
centinaia di migliaia di persone scese in strada per partecipare a cortei e
manifestazioni. I sindacati sono riusciti a convocare uno sciopero generale
unitario per l’11 novembre. Intanto, la politica istituzionale si prepara a una
tornata elettorale spietata, nella quale il diritto all’abitare sembra essere la
tematica sulla quale molti partiti stanno già cercando di far convergere la
propria campagna elettorale. Ne abbiamo parlato con Manu García, membro della
Confederació d’Habitatge de Catalunya (COSHAC), confederazione sindacale attiva
nella lotta per il diritto all’abitare nel contesto catalano.
Partiamo da una domanda generale: potrebbe raccontarci il percorso della lotta
per la casa, che negli ultimi giorni è sfociata nell’accampamento e che nelle
prossime settimane porterà allo sciopero generale? E più in generale, qual è la
sensazione all’interno di COSHAC a Barcellona? Come state vivendo questo
momento?
COSHAC si è costituita appena un anno e mezzo fa. È stato il risultato di un
processo che è arrivato dopo molti anni in cui operavamo attraverso sindacati
più radicati a livello locale, nei quartieri, nei paesi e nelle piccole città.
Quello che è successo nelle ultime due settimane lo viviamo anche come una
conseguenza della situazione che si è verificata a Madrid. Allo stesso tempo,
però, vediamo chiaramente che tutto il lavoro svolto negli anni dai sindacati —
sul piano dell’organizzazione, dell’elaborazione di un discorso politico, della
presenza sul territorio e della capacità di diventare soggetti riconosciuti da
tante persone — sta dando i suoi frutti. In situazioni come quella che stiamo
vivendo adesso, abbiamo la sensazione che quanto sta accadendo sia il risultato
di questo lavoro. Come successo in altre occasioni, quando si verificano eventi
di questo tipo, veniamo sempre un po’ colti di sorpresa. Sappiamo qual è la
situazione: c’è molta rabbia, molta disperazione. Ma stiamo vedendo anche che
c’è tantissima voglia di partecipare. La manifestazione che si è svolta a
Barcellona lunedì 5 ottobre è stata una dimostrazione di tutto questo.
Inizialmente avrebbe dovuto tenersi di sabato, ma è stata rinviata a causa
dell’allerta meteo. È stata quindi spostata al lunedì, che non è certo il giorno
più comodo per scendere in piazza. Eppure la partecipazione ci ha completamente
travolti: stimiamo che ci fossero sicuramente più di 100.000 persone. Noi di
COSHAC stiamo vivendo questo momento anche come un’opportunità per avanzare e
rafforzare le nostre organizzazioni.
Accampamento nella Plaça Catalunya di Barcellona
La lotta per il diritto alla casa a Barcellona non è evidentemente un fatto
nuovo. Solo negli ultimi anni ci sono stati diversi momenti in cui la militanza
è scesa in piazza per protestare: il caso della Casa Orsola, la mobilitazione
contro la Coppa America e la moltitudinaria manifestazione del 5 aprile 2025.
Perché pensa che qui la lotta sia così attiva? E qual è la situazione attuale in
Catalogna per quanto riguarda il diritto alla casa?
Storicamente, Barcellona è sempre stata una città con una tradizione molto
importante di lotta sociale. Non è un caso: qui anche il conflitto di classe, il
potere della borghesia e la repressione poliziesca hanno avuto un peso enorme.
Lotta sociale e repressione sono sempre stati presenti. Siamo organizzati e
abbiamo costruito una presenza sul territorio, ma bisogna considerare anche che
la Catalogna è il territorio dello Stato spagnolo in cui si eseguono più sfratti
e in cui i prezzi delle abitazioni sono più alti. Inoltre, subiamo una
repressione molto forte nei confronti dell’organizzazione collettiva. Negli
ultimi tempi, questa si manifesta soprattutto attraverso sanzioni
amministrative, previste dalla Ley mordaza (legge bavaglio), contro le persone
che si organizzano nei sindacati, partecipano alle manifestazioni o cercano di
impedire gli sfratti. Quanto alla situazione attuale, io la vedo così: tutta
questa tensione e tutta questa capacità organizzativa esistevano già, anche se
erano rimaste un po’ in secondo piano. Quello che è successo a Madrid e il modo
in cui il sindacato degli inquilini di Madrid ha saputo gestire il caso di
Maricarmen, portandolo all’attenzione dei media e al centro del dibattito
politico, hanno fatto emergere anche qui tutte quelle energie che erano già
presenti. Nel caso di Barcellona, per esempio, l’accampamento è nato da
un’organizzazione completamente autonoma: persone che hanno deciso di accamparsi
senza essere necessariamente già organizzate all’interno di sindacati o
collettivi. Adesso c’è un po’ di tutto: militanti organizzati e persone che sono
lì per partecipare. In realtà, tutto questo fermento esisteva già, in modo
latente. Serviva soltanto una scintilla che facesse esplodere la situazione.
Possiamo dire che la situazione è esplosa dopo che Vox, PP e Junts hanno
bocciato i due decreti sulla casa, in seguito allo sfratto di Maricarmen.
Tuttavia, una parte consistente della militanza ha criticato la decisione di
dividere il provvedimento in due decreti distinti: perché? E, secondo voi, come
dovrebbe essere strutturato un decreto sulla casa?
Noi abbiamo sostenuto fin dall’inizio che il decreto originario, così come era
stato proposto dal Sindacato de Inquilinas di Madrid, doveva prevedere quattro
punti fondamentali: il congelamento degli affitti, il divieto di acquisti
speculativi, contratti a tempo indeterminato e garanzie contro gli sfratti. Per
il movimento per la casa, nel suo complesso, queste sono rivendicazioni minime.
Bisogna far capire ai partiti politici che siamo arrivati a una situazione in
cui le persone si tolgono la vita dopo aver subito uno sfratto o anche soltanto
di fronte alla minaccia di essere sfrattate. Proprio in queste due settimane
abbiamo saputo della morte di due persone, Olga e Javier, due abitanti di
L’Hospitalet de Llobregat che si sono tolti la vita. Olga era stata sfrattata
alcuni mesi prima, Javier era minacciato di sfratto e non sapeva come affrontare
la situazione. Esiste un sentimento di assoluta insicurezza abitativa che
riguarda una larga parte della popolazione lavoratrice. Le persone vivono
costantemente con la paura di essere cacciate di casa, di vedersi cambiare le
condizioni contrattuali e di non sapere dove potranno andare a vivere in
seguito. Tutto questo va avanti da anni e anni, e per questo consideravamo quel
decreto, con quelle rivendicazioni, una soglia minima, una base essenziale.
Siamo particolarmente critici perché queste situazioni si ripetono da anni senza
che il governo abbia adottato misure realmente efficaci. Continua infatti a
cercare di soddisfare gli interessi di chi specula sulla casa. È una
contraddizione che denunciamo da molto tempo: o si difende il diritto alla casa
della maggioranza della popolazione lavoratrice, oppure si difendono gli
interessi di chi specula, trae profitto e fa affari con l’abitazione. Soddisfare
entrambi questi interessi è materialmente impossibile.
Giovani protestano durante la manifestazione per la casa
Negli ambienti progressisti dei media italiani, Sánchez gode di una certa
popolarità. Dopo il voto contrario della destra ai decreti sulla casa, lo stesso
Sánchez sta cercando di rivendicare la questione abitativa come una battaglia
personale o del PSOE. Eppure, Barcellona rappresenta un esempio emblematico
della gestione socialista, sia a livello comunale sia a livello della comunità
autonoma. Può spiegare perché Sánchez e il PSOE, secondo voi, non sono nella
posizione migliore per parlare di questo tema?
Il PSOE è al governo da otto anni e, durante tutto questo periodo, non ha
adottato misure che consideriamo efficaci. Gli sfratti sono continuati,
soprattutto in Catalogna, e i prezzi delle abitazioni hanno continuato ad
aumentare. Quando è stata approvata l’attuale legge sulla casa, ad esempio,
abbiamo denunciato come questa lasciasse un vuoto legislativo sugli affitti
temporanei e quelli delle stanze. Poiché queste forme di locazione non erano
adeguatamente regolamentate, avevamo avvertito che la speculazione si sarebbe
spostata proprio lì, come è effettivamente successo a Barcellona e in
Catalogna. Ma lasciare deliberatamente queste lacune normative ha fatto sì che
una parte consistente dell’offerta abitativa venisse pubblicizzata come affitto
temporaneo, consentendo ai proprietari di continuare a chiedere le cifre che
volevano. Per noi, questo dimostra che il PSOE non ha realmente voluto risolvere
il problema. Inoltre, il suo atteggiamento nei confronti dei sindacati e delle
organizzazioni che cercano di impedire gli sfratti, qui in Catalogna e
soprattutto a Barcellona, è stato quello della repressione. Ha imposto tutte le
sanzioni economiche che poteva contro le persone che cercavano di esercitare la
disobbedienza civile pacifica per impedire gli sfratti e ha avviato procedimenti
giudiziari. Al di là dell’immagine che il PSOE cerca di proiettare adesso,
conosciamo fin troppo bene questa formazione politica, i suoi metodi e i suoi
interessi per lasciarci ingannare.
Per concludere, come vede i prossimi passi? Ci sarà lo sciopero generale dell’11
novembre, poi arriveranno le elezioni e, dopo il voto, probabilmente
l’attenzione dei media generalisti sulla questione abitativa diminuirà. Come
immagina il prossimo futuro della lotta per il diritto alla casa?
Ci auguriamo che dallo sciopero e dalle lotte successive possa nascere una nuova
fase. Perché su questo abbiamo le idee molto chiare: lo sciopero non è un
obiettivo finale, né un punto di arrivo. È l’inizio. Pensiamo che alcune delle
rivendicazioni fondamentali alla base dello sciopero — come i contratti a tempo
indeterminato, il divieto di acquisti speculativi e misure contro gli sfratti
che offrano maggiori garanzie e ne impediscano un numero più elevato — possano
essere conquistate. Possiamo esercitare una pressione politica sufficiente
affinché, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, alcune di queste misure
vengano approvate. In ogni caso noi continueremo a lottare per il nostro
obiettivo finale: sottrarre la casa alle logiche del mercato, fare in modo che
sia un diritto garantito e renderla accessibile a tutti. Sappiamo che questo
traguardo non sarà raggiunto con un solo sciopero, né in tempi brevi. Ma vediamo
una progressione. Da quando abbiamo iniziato a svolgere attività sindacale,
circa dieci anni fa, abbiamo attraversato diverse fasi, conquistato legittimità
e guadagnato forza. Oggi siamo sempre più capaci di essere soggetti in grado di
influenzare l’agenda politica, di costringere i governi a prendere posizione e a
discutere le nostre proposte e rivendicazioni. Non dobbiamo dimenticare che, ad
esempio, lo scorso giovedì 8 ottobre per oltre dodici ore abbiamo difeso un
edificio occupato in cui vivevano 50 persone. Durante tutte quelle dodici ore
erano presenti tra le 500 e le 1.000 persone organizzate sul posto e impegnate a
impedire lo sgombero, che alla fine non è stato eseguito. Sono state le persone
organizzate presenti sul posto a portare la situazione a quel punto, a impedire
che le unità antisommossa eseguissero lo sfratto e a costringere il governo ad
acquistare l’edificio. Anche in altri casi, come quello di Casa Orsola, quello
di Llenguadoc 74 e quello di Sant Agustí, la massiccia partecipazione delle
persone accorse per impedire gli sgomberi ha costretto il governo a cercare una
soluzione, perché non osava procedere di fronte a così tante persone
organizzate. Il nostro obiettivo è che situazioni del genere si verifichino
dieci, cinquanta, cento volte più spesso.
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