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Banche e finanza: legalità senza giustizia
Dal podcast Unchained alle azioni collettive: come cittadini e movimenti sociali monitorano la finanza per difendere diritti e territori. Il podcast di Valori.it, “JP MORGAN: La banca che ha sostenuto Jeffrey Epstein e la banalità del male”, ultima puntata di Unchained – Storie di ordinario capitalismo selvaggio, parte da un cortocircuito potente: mentre a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, viene di fatto impedito di aprire un conto corrente a causa delle sanzioni statunitensi con effetti extraterritoriali sull’intero sistema bancario globale, Jeffrey Epstein¹ – già condannato nel 2008 per sfruttamento della prostituzione minorile – continuava a beneficiare di relazioni privilegiate con una delle più grandi banche del mondo, JPMorgan Chase. Il racconto di Lorenzo Tecleme non indulge nel sensazionalismo. Al contrario, smonta la narrazione complottista e mostra qualcosa di più inquietante: non una cospirazione segreta, ma una rete di relazioni economiche alla luce del sole. Secondo ricostruzioni giornalistiche – tra cui un’inchiesta del New York Times – dirigenti della banca avrebbero consentito a Epstein operazioni anomale, linee di credito e movimentazioni che avrebbero dovuto attivare controlli antiriciclaggio. Dopo lo scandalo, il manager coinvolto ha lasciato l’istituto, ma la struttura che ha reso possibile quel rapporto è rimasta intatta. NON È UN’ECCEZIONE. È UN MECCANISMO La questione centrale non è il mostro individuale, ma il sistema finanziario che consente a certi attori di operare indisturbati finché producono profitto economico. Il podcast allarga poi lo sguardo: le banche non sono entità oscure che agiscono nell’ombra. Le banche operano legalmente in settori come combustibili fossili e industria bellica, e quando le regole sono controllate da chi ne beneficia, smettono di tutelare diritti, ambiente e democrazia. Ed è proprio qui che si manifesta la frattura tra legalità e giustizia: quando le regole sono scritte da chi ne beneficia, leggi e istituzioni smettono di essere uno strumento di equità e diventano un meccanismo di repressione e protezione degli interessi economici di multinazionali e gruppi finanziari, il cui obiettivo è il profitto, non la tutela dei territori e dei diritti umani. La legalità da sola non garantisce trasparenza: quando le regole restano opache e le decisioni non sono controllabili, si aprono spazi in cui corruzione e abusi possono prosperare, aumentando il rischio democratico. Non è una questione nuova. Nel 1972, nel suo storico discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Salvador Allende denunciava il potere delle multinazionali – chiamandole “sociedades transnacionales” – capaci di interferire nella sovranità degli Stati e di condizionare processi democratici. A oltre cinquant’anni di distanza, il nodo resta: > chi decide davvero le regole dell’economia globale? Chi stabilisce cosa sia > legale in uno Stato? E chi controlla i controllori? In questo quadro si inserisce un’altra domanda scomoda: quali interessi economici sostengono oggi derive autoritarie e nazionaliste? Il Transnational Institute (TNI), nel rapporto “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026)², analizza le connessioni tra settori emergenti della finanza alternativa (private equity, hedge fund), comparti sotto pressione come i combustibili fossili e frazioni di capitale domestico che utilizzano governi autoritari per ridefinire equilibri e regole. Non esiste un unico blocco monolitico: esistono convergenze di interessi materiali. Comprenderle è condizione per un antifascismo economico, che non sia solo morale. Questo significa anche nominare ciò che spesso resta implicito: il lobbying. Gruppi di pressione sulle istituzioni europee che operano stabilmente per orientare direttive, regolamenti e politiche pubbliche. Vale per le lobby dei combustibili fossili, per il settore finanziario e per reti come ELNET³, attiva nel rafforzare relazioni politiche tra Unione Europea e Israele. Le istituzioni non sono mai neutre: sono attraversate da interessi economici. Ma non tutte le pressioni sono equivalenti. Esiste una differenza sostanziale tra il lobbying esercitato da grandi gruppi economici per massimizzare profitti e la pressione politica esercitata da movimenti sociali che rivendicano diritti umani, beni comuni e cancellazione del debito. Le istituzioni sono sempre terreno di conflitto: la questione è quali interessi riescano a imporsi. Anche l’industria militare è sostenuta da investimenti bancari: fondi e ETF possono finanziare aziende produttrici di armi impiegate in conflitti. La mancanza di trasparenza non è inevitabile, ma una scelta di governance. Un esempio concreto è quello della General Dynamics, l’unico produttore statunitense dei corpi bomba della serie Mark 80, inclusa la MK‑84 (“Hammer”). Un’inchiesta di Al Jazeera (“The Rest of the Story”, febbraio 2026) ha documentato l’uso di queste munizioni termiche e termobariche nel conflitto a Gaza, ricostruendone la catena di fornitura e le implicazioni umanitarie. Il loro impiego in aree densamente popolate solleva gravi questioni di diritto internazionale. «Come facevano i nazisti nei campi di concentramento: le bombe disintegrano l’intera materia organica». Per quasi 3.000 persone, tra donne e bambini, non ci sono corpi da seppellire né funerali da celebrare. MOVIMENTI PER IL DISARMO E LA GIUSTIZIA ECONOMICA Non a caso movimenti come BDS Italia chiedono un embargo militare, mentre reti civili italiane — Sbilanciamoci!, Fondazione PerugiAssisi, Rete Italiana Pace e Disarmo, Coordinamento No Nato, No Rearm Europe e Operazione Colomba della Papa Giovanni XXIII — organizzano formazione, proteste e campagne per il disarmo e la riduzione delle spese militari, tra cui la campagna “Ferma il riarmo”. In Italia, ReCommon agisce come osservatorio critico dei flussi di denaro pubblico e privato: monitora investimenti di grandi gruppi bancari in progetti fossili, denuncia legami tra finanza, grandi imprese energetiche e governi, pratica azionariato critico nelle assemblee societarie e fa pressione affinché garanzie pubbliche non sostengano progetti climaticamente distruttivi. Vari movimenti europei —  Finance Watch, Tax Justice Network, Attac, CADTM Italia, Eurodad — sono lobby di cittadine e reti transnazionali⁵ che producono studi, proposte legislative, organizzano monitoraggi e campagne per promuovere disarmo, giustizia economica e tutela dei diritti. Anche reti religiose – come Caritas Internationalis con la campagna “Cambiare la rotta: Trasforma il debito in speranza” in vista del Giubileo 2025 – e diverse Chiese riformate hanno chiesto la remissione del debito come imperativo morale. Movimenti del Sud globale denunciano da decenni un sistema finanziario che estrae ricchezza (materie prime e sfruttamento lavorativo) dai Paesi poveri, chiedendo la cancellazione del debito pubblico ritenuto insostenibile. Tutto questo non è un elenco accessorio: è il contesto in cui il caso Epstein acquista senso politico. Se la finanza può isolare una funzionaria ONU attraverso sanzioni extraterritoriali e al tempo stesso sostenere, per anni, un cliente già condannato per pedofilia perché economicamente redditizio, allora la questione non è morale ma strutturale e democratica. DEMOCRAZIA E TRASPARENZA NELL’ECONOMIA GLOBALE Quando il potere economico condiziona la scrittura delle leggi, quando le lobby operano in assenza di trasparenza e senza reali meccanismi di controllo pubblico, la legalità oggi sostiene un sistema sempre meno vincolato alla giustizia e alla tutela dei diritti umani. La crisi non è episodica: è strutturale. Si manifesta nelle leggi cucite ad personam, nella difficoltà di tutelare l’ambiente e i territori, nell’aumento della repressione e criminalizzazione del dissenso, nella progressiva erosione della sovranità democratica delle comunità. È una forma di corruzione istituzionale che svuota dall’interno il principio stesso di responsabilità pubblica e incrina il patto tra istituzioni e cittadini che versano le tasse. Il podcast di Valori.it dimostra che non servono teorie su cupole segrete né riti satanici per spiegare l’impunità delle élite economiche. Analizzare i flussi finanziari è un atto di consapevolezza democratica. Significa chiedersi dove finiscono i nostri risparmi, quali interessi sostengono e quali mondi rendono possibili. Significa anche capire come la legalità possa divergere dalla tutela dei diritti umani, dell’ambiente e dei territori. Unchained rende visibile la routine economico-amministrativa che chiamiamo capitalismo, mostrando che la banalità del male non è un’eccezione. È un sistema che può essere interrotto e trasformato solo diventando consapevoli, contrastando l’influenza delle lobby economiche. Agendo come cittadini, consumatori e correntisti responsabili, capaci di tutelare diritti e territori da decisioni guidate e esclusivamente dal profitto. La trasparenza è fondamento della democrazia.   NOTE A PIÈ DI PAGINA 1. Jeffrey Epstein: nel 2008 si dichiarò colpevole in Florida per reati legati allo sfruttamento sessuale di minori, beneficiando di un controverso patteggiamento. Il suo rapporto con JPMorgan Chase è stato oggetto di cause civili e inchieste giornalistiche. Documenti giudiziari e articoli del The New York Times (“JPMorgan Kept Jeffrey Epstein as a Client Despite Internal Warnings”, 2019–2023), insieme alla copertura di Reuters e Financial Times, hanno evidenziato che la banca lo mantenne come cliente per anni nonostante segnalazioni interne, sollevando interrogativi sull’efficacia dei controlli di conformità, inclusi gli obblighi antiriciclaggio (AML) e le procedure di know-your-customer (KYC). 2. Transnational Institute (TNI), “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026); TNI, “Corporate Power, A David and Goliath struggle for the 21st century” (2019).  Si veda anche l’iniziativa “Stop Corporate Impunity”, che promuove strumenti giuridici vincolanti per ritenere le imprese responsabili di violazioni dei diritti umani. Spesso citata come Global Campaign to Reclaim People’s Sovereignty, Dismantle Corporate Power and Stop Impunity è una rete globale che comprende oltre 250 organizzazioni, movimenti sociali, sindacati e comunità colpite dalle attività delle multinazionali: https://www.stopcorporateimpunity.org/ 3. European Leadership Network (ELNET), organizzazione attiva nel rafforzamento delle relazioni politiche tra Unione Europea e Israele, spesso descritta come uno dei principali gruppi di pressione pro-Israele, considerato braccio europeo dell’APAC (American Israel Public Affairs Committee). Per un approfondimento sulle dinamiche di pressione politica e mediatica, si veda la recente intervista video tra Alessandro Di Battista e Rula Jebreal (YouTube Live, febbraio 2026), in cui vengono discusse le relazioni tra lobbying internazionale, finanziamenti politici e quella che Jebreal definisce “israelizzazione” delle società occidentali, intesa come progressiva erosione dei diritti civili in nome della sicurezza. 4. Per informazioni sulle campagne BDS “Embargo militare” e “Banche Complici” scrivere via mail a: bdsitalia.embargomilitare@gmail.com . Articolo: Stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele: https://bdsitalia.org/index.php/campagne/embargo-militare; Petizione “Interrompiamo il transito di armi dai porti italiani”, campagna 2026: https://c.org/5qvKZbSvkb 5. Reti attive su regolazione finanziaria e debito: – Sbilanciamoci! (coalizione di oltre 50 organizzazioni italiane) – Finance Watch (contro-lobby cittadina presso l’UE) – Tax Justice Network (lotta a evasione fiscale e segretezza bancaria) – Attac (promozione della Tobin Tax e contrasto ai paradisi fiscali) – CADTM Italia (annullamento dei debiti illegittimi) – Eurodad (rete europea su debito e sviluppo)   Il mio precedente articolo: > Il problema siamo noi   Valentina Fabbri Valenzuela
February 22, 2026
Pressenza
Napoli, insediato l’Osservatorio “Città Sicura” per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro
A PALAZZO SAN GIACOMO IL PRIMO INCONTRO DELL’ORGANISMO CONSULTIVO CHE RIUNISCE ENTI, ISTITUZIONI E SINDACATI. Si è svolta questa mattina, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, la seduta di insediamento dell’Osservatorio comunale per la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro “Napoli Città Sicura”, alla presenza del sindaco Gaetano Manfredi. All’incontro hanno partecipato il consigliere delegato dal sindaco per presiedere l’Osservatorio, l’assessore al lavoro e ai giovani, la presidente del Consiglio comunale, il presidente della Commissione consiliare lavoro e giovani, il garante comunale per i diritti delle persone con disabilità e i referenti di oltre venti tra istituzioni, ordini professionali, sindacati e organizzazioni territoriali. L’Osservatorio, ricostituito dopo alcuni anni, si propone di offrire risposte concrete all’emergenza degli incidenti sul lavoro. La necessità di un luogo permanente di confronto e proposta è testimoniata dai dati dei primi nove mesi del 2025: nonostante gli infortuni sul lavoro siano in calo in Italia, si segnalano dati in controtendenza come l’aumento delle malattie professionali e degli incidenti in itinere (il tragitto casa-lavoro-casa), senza dimenticare i fatti gravissimi come il decesso di tre operai edili nell’incidente del Rione Arenella del 25 luglio scorso. La Campania si trova così spesso in “zona rossa”, che rappresenta la fascia più pericolosa nel confronto con le altre regioni italiane. Secondo l’Amministrazione comunale, “questo organismo consultivo rappresenta uno strumento utile per promuovere il dialogo e il coinvolgimento tra istituzioni, parti sociali e mondo tecnico-professionale, e per puntare sempre di più sulla formazione continua delle maestranze al fine di rafforzare la cultura della prevenzione e della sicurezza sul lavoro”. Il Comune sottolinea inoltre che “il tema della sicurezza è prioritario. L’Osservatorio rappresenta un’occasione di confronto e di stimolo molto utile rispetto a un cambiamento normativo e all’organizzazione del mondo del lavoro, che oggi risulta molto frammentato. Questo strumento assume quindi un valore importante per aiutarci a fare meglio e a realizzare, con un’azione quotidiana e l’impegno delle migliori competenze, piccoli passi che condurranno a grandi risultati”. L’istituzione dell’Osservatorio “Napoli Città Sicura” segna così un impegno concreto dell’amministrazione Manfredi nel promuovere la tutela della salute, la prevenzione e la sicurezza dei lavoratori, temi centrali per una città che vuole crescere nel rispetto della dignità del lavoro. HTTP:// FONTE: COMUNE DI NAPOLI – UFFICIO STAMPA Redazione Napoli
October 14, 2025
Pressenza
Gli italiani hanno sempre meno fiducia nei partiti politici
Le uniche istituzioni che ottengono costantemente livelli di fiducia più che sufficienti da parte dei cittadini sono i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e il Presidente della Repubblica. Per il resto, la fiducia nelle istituzioni della democrazia è sotto la sufficienza. A certificarlo è l’ISTAT con il report sulla “Fiducia nelle istituzioni del Paese – Anno 2024”. La graduatoria dei livelli di fiducia vede infatti al primo posto i vigili del fuoco con il 67,5% di persone di 14 anni e più che assegnano punteggi tra 8 e 10 e il 20,3% che dà un punteggio tra 6 e 7. Un giudizio sotto la sufficienza viene espresso dal 9,4% dei cittadini, di cui appena l’1,7% attribuisce un punteggio pari a zero. Anche le forze dell’ordine godono di discreti livelli di fiducia, con la più elevata percentuale di persone di 14 anni e più che accordano punteggi compresi tra 6 e 7 (32,8%) e un’elevata quota di cittadini che esprime livelli di fiducia tra 8 e 10 (40,1%). Il calo dell’ultimo anno ha riguardato proprio la quota dei più fiduciosi (i punteggi tra 8 e 10 erano pari al 42,6% nel 2023). All’ultimo posto della graduatoria si collocano i partiti politici, nonostante la ripresa degli ultimi anni (fino al 23,2% nel 2023): oltre una persona di 14 anni e più su cinque è completamente sfiduciata, ossia assegna un voto pari a zero, almeno una su due invece assegna un voto da 1 a 5. A godere, invece, di più fiducia è la figura istituzionale del Presidente della Repubblica, che riceve nel 45,2% dei casi punteggi tra 8 e 10, nel 23% dei casi la sufficienza piena (voti tra 6 e 7) e appena nel 7,6% dei casi completa sfiducia (punteggio pari a 0) da parte dei cittadini, confermandosi terza istituzione per livelli di fiducia accordati dalle persone di 14 anni e più. Il sistema giudiziario si attesta, invece, più o meno a metà della graduatoria per la fiducia accordata dai cittadini, con il 44% di persone di 14 anni e più che esprimono livelli di fiducia pari o superiori a 6 (di cui il 15,3% compreso tra 8 e 10) e il 41,4% circa che assegna punteggi compresi tra 1 e 5. Si posizionano poi a pari merito sia il Parlamento Italiano che il Parlamento Europeo: rispettivamente il 40,8% e il 40,2% di cittadini assegnano livelli di fiducia superiori o pari a 6 mentre il 13% di essi è completamente sfiduciato (punteggio pari a 0). Sono le istituzioni locali a riscuotere maggiore fiducia, probabilmente a causa della vicinanza al cittadino. A riscuotere più consensi in termini di fiducia sono le amministrazioni comunali rispetto a quelle regionali, con una quota di punteggi compresi tra 6 e 10 pari al 50,0% per le prime (di cui nel 18,5% dei casi con punteggi tra 8 e 10) e al 40,9% per le seconde (13,3% con punteggi tra 8 e 10). Più diminuisce la vicinanza territoriale tra cittadini e istituzione di governo, più si riduce il livello di fiducia: verso il governo nazionale la percentuale di cittadini che danno un voto almeno sufficiente è pari al 37,3% (i voti compresi tra 8 e 10 sono il 13% circa). La fiducia nelle istituzioni locali è, in particolare, più elevata nel Nord del Paese, ove la percentuale di persone che attribuiscono alla propria amministrazione comunale punteggi tra 6 e 10 è pari al 53,2% al Nord. Al Sud si ferma al 43,5%. I livelli di fiducia nel governo comunale sono inoltre più elevati nei Comuni di piccole dimensioni (il 56,3% di punteggi tra 6 e 10 si registrano in Comuni fino a 10mila abitanti rispetto al 38% ottenuto nei Comuni metropolitani) e in alcune realtà regionali (come in Veneto e nel Trentino Alto-Adige, dove quasi il 57% dei cittadini dà un voto di fiducia compreso tra 6 e 10). Stessa situazione si riscontra per il governo regionale, con differenze di circa 10 punti percentuali tra Nord e Sud nella quota di cittadini di 14 anni e più che assegnano voti di fiducia compresi tra 6 e 10 (rispettivamente il 45,6% contro il 35,9%). I punteggi più alti si registrano in Veneto, con il 57% dei cittadini che attribuisce un voto di fiducia tra 6 e 10, i più bassi in Molise, Sardegna e Sicilia, dove i punteggi compresi tra 6 e 10 variano tra il 28% e il 31%. Infine, i livelli di fiducia dei cittadini verso il governo nazionale sono simili nelle diverse aree del Paese. Minori differenze territoriali si riscontrano anche nei livelli di fiducia verso il Parlamento Italiano, che variano dal 39,5% del Nord al 42,7% del Centro. Nel caso del Parlamento Europeo i livelli di fiducia, simili a quelli espressi nei confronti di quello italiano con circa quattro cittadini su 10 che esprimono un voto da 6 a 10, risultano piuttosto omogenei sul territorio. L’unica istituzione verso la quale i livelli di fiducia sono relativamente più elevati nel Mezzogiorno è il sistema giudiziario, dove i punteggi almeno sufficienti riguardano il 46,7% dei cittadini rispetto al 41,5% di quelli del Nord e al 45,4% del Centro. Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/Stat-Today_Fiducia-nelle-istituzioni-del-Paese_Anno-2024-.pdf Giovanni Caprio
October 9, 2025
Pressenza
Genocidio palestinese: il solco fra società e governi
Il forte e crescente sostegno popolare nei confronti dei palestinesi, vittime del genocidio in atto, attraversa le città e i villaggi di gran parte del mondo. Al contempo cresce lo sdegno ed il distanziamento internazionale verso lo Stato d’Israele ed il suo governo razzista, assieme al boicottaggio economico, attraverso la campagna e la piattaforma BDS, che fornisce strumenti pratici per evitare di acquistare prodotti da ditte israeliane connesse o conniventi con lo Stato. Questa grande mobilitazione dal basso non trova però specchio, se non in minima parte, nell’impegno reale da parte delle istituzioni su ciò che sta accadendo a Gaza. Certo, ci sono stati numerosi municipi e regioni che hanno deliberato contro il genocidio e per il riconoscimento dello stato palestinese, hanno appeso la bandiera palestinese alle loro finestre, alcune università hanno interrotto collaborazioni con quelle israeliane, numerosissimi paesi stanno riconoscendo il diritto ad uno stato palestinese indipendente. Passi importanti, ma non di sostanza, di un’importanza tuttalpiù simbolica. Mentre si consuma il massacro genocida a Gaza, si evidenzia sempre di più il distacco fra società e governi, soprattutto in molti paesi europei, dove alla tracimante protesta popolare fa da contraltare l’immobilismo delle istituzioni pubbliche. Quel che accade attorno alla Global Sumud Flotilla è la cartina di tornasole di questo solco che si va approfondendo. Basti pensare che si il governo italiano ha inviato due navi militari nella zona di mare in cui sta viaggiando la flotta civile disarmata, ma ha badato a dichiarare che non hanno fini di scorta, ma esclusivamente di salvataggio in mare di eventuali feriti e naufraghi.  I governi europei appaiono sempre meno rappresentativi della reale posizione dei loro popoli. Comunque andranno poi le cose, la Flotilla ha già vinto la prima tappa: quella dell’uscire dall’anonimato e diventare un’entità civile internazionale degna di notizia e d’interesse politico. Sta coprendo, con la giusta audacia, lo spazio lasciato vuoto dai partiti, dando risalto alla forza disarmata della società che fa, agisce, senza aspettare l’inerzia degli Stati, o quella dell’ONU, paralizzato dalle grandi potenze.   La Sardegna sembra essere in prima fila nella mobilitazione a favore dei palestinesi e in sostegno alla Flotilla. Allo sciopero generale indetto con questi obiettivi il 22 settembre dall’Unione Sindacale di Base si è registrata una partecipazione senza precedenti, ma tutto il mese di settembre ha visto cortei per Gaza affollatissimi e chiassosi, letteralmente straripanti, in particolare a Cagliari, ma anche a Sassari e Nuoro, oltre che in numerosi comuni medio-piccoli. I sardi si sentono vicini ai palestinesi, non solo a causa di una nutrita presenza nell’isola di rifugiati palestinesi, ma anche per un’atavica solidarietà verso gli altri popoli vittime del colonialismo e dell’oppressione. Perché la Sardegna del colonialismo ha esperienza millenaria e, ancor oggi lo subisce come territorio stracolmo di basi militari, con continue esercitazioni, con poche industrie ma molto inquinanti, con le speculazioni turistiche e poi eoliche e fotovoltaiche, con il peso ambientale del gasdotto Therna, senza scordare quell’avamposto di morte fra Domusnovas e Iglesias, targato RWM. Giusto per dare un’idea. Quale popolo potrebbe comprendere meglio quello palestinese, dalla sponda nord del Mediterraneo, se non quello sardo? Vedremo come lo scollamento tra società civile e istituzioni dello Stato verrà gestita nel prossimo futuro dagli attori in causa. Ma l’urgenza su quanto accade ogni giorno in Palestina, ma anche in Sudan e in Ucraina, pone la politica di riarmo dell’Unione Europea in un cono d’ombra, fuori dal quale la sola luce a risplendere è quella delle azioni dal basso. Carlo Bellisai
September 29, 2025
Pressenza
La delegazione italiana del Global Movement to Gaza richiama la portavoce Delia in Italia per condurre in persona il dialogo con le istituzioni
In risposta alle istanze sollevate dal governo e dal Presidente della Repubblica, la delegazione italiana del Global Movement to Gaza ha ritenuto opportuno richiedere la presenza in Italia della portavoce Maria Elena Delia, al fine di condurre un dialogo diretto con le istituzioni per garantire l’incolumità dei membri italiani dell’equipaggio e il raggiungimento degli obiettivi della missione nel rispetto del diritto internazionale. Redazione Italia
September 26, 2025
Pressenza
Taranto, laboratorio di speculazione e rinvii infiniti – di Franco Oriolo
A Taranto nulla accade per caso. La vicenda della continuità produttiva di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) è l’ennesima truffa orchestrata con cinismo: dietro le parole di “transizione” e “rilancio” si nasconde sempre lo stesso gioco sporco, che cambia interlocutori ma non sostanza. Le promesse di risanamento e lavoro sono vuote menzogne, consumate e gettate [...]
August 19, 2025
Effimera
Dossier Milano # 4 | Più conflitti, meno conflitti di interesse – di Lucia Tozzi
“Le mie mani sono pulite” ha detto il sindaco Sala nella seduta del consiglio comunale dove ha sacrificato il suo capro – l’assessore all’urbanistica Tancredi, coinvolto nelle indagini della procura milanese su alcuni (parecchi) progetti di trasformazione urbana. E con questa affermazione ha confermato la sua linea politica sullo sviluppo: privatizzazione feroce dei servizi [...]
July 27, 2025
Effimera