La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è oraATTRAVERSO LE ASSEMBLEE POPOLARI, IL JORNAL DOS BAIRROS, LA RÁDIO VIDA JUSTA E
LE MOBILITAZIONI CONTRO GLI SFRATTI, LA VIOLENZA POLIZIESCA, L’AUMENTO DEL COSTO
DELLA VITA E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA POVERTÀ, IL MOVIMENTO VIDA JUSTA, NATO
NEGLI ULTIMI ANNI IN ALCUNI QUARTIERI DI LISBONA, CERCA DI RICOSTRUIRE LEGAMI
COMUNITARI. LA “RIVOLUZIONE DEI QUARTIERI” NON È SOLO UN MOVIMENTO DI PROTESTA
MA UN TENTATIVO DI COSTRUIRE, QUI E ORA, FORME DI VITA FONDATE SULLA
SOLIDARIETÀ, SULL’AUTO-ORGANIZZAZIONE E SULLA CAPACITÀ COLLETTIVA DI DECIDERE
SULLE PROPRIE CONDIZIONI DI ESISTENZA
La capacità di adattamento dimostrata dal capitalismo nel corso degli ultimi due
secoli condurrebbe a considerare la celebre frase di Margaret Thatcher, “There’s
no alternative”, come una profezia che si autoavvera. Da allora, ulteriori
cambiamenti si sono succeduti, in risposta a insurrezioni di movimenti e crisi
di varia natura e intensità. In nessuno di questi momenti si è giunti davvero a
mettere in discussione la coesione e le fondamenta di un sistema globale che,
per non lasciare dubbi, si autocolloca alla “fine della storia”.
Quindi, come ha affermato disincantatamente Mark Fisher, è più facile immaginare
la fine del mondo che la fine del capitalismo? Per chi è vivo oggi, sì, senza
dubbio. La profezia di Thatcher e l’amara riflessione di Fisher rappresentano
una verità difficilmente contestabile.
L’orizzonte si fa ancora più nitido e cupo allo stesso tempo, nel momento in cui
consideriamo alcuni degli elementi che segnano pesantemente lo scenario offerto
dal capitalismo algoritmico. Si tratta dello sviluppo a tutto tondo di ciò che,
nel corso del primo decennio di questo secolo, si è imposto come economia delle
piattaforme. La centralità dello strumento algoritmico ha rivoluzionato le
relazioni tra gli individui e con se stessi, ben al di là del contesto
lavorativo.
La tendenza all’individualizzazione, la perdita di senso delle forme collettive
di lettura dei processi e di costruzione di risposte, il dominio dell’ideologia
del successo a qualsiasi costo e della meritocrazia — dove il fallimento è
indicato come colpa individuale —, la costante svalutazione delle relazioni
corporee a favore di quelle digitali: è in corso una mutazione antropologica che
raggiunge livelli profondi, inclusa la sfera dell’inconscio e dei sogni.
La difficoltà a riconoscersi in un soggetto collettivo storicamente definito, su
cui costruire una reale alternativa — soggetto che deve essere creato, non
trovato da qualche parte, né cortocircuitato in una “moltitudine” sempre e già
antagonista —, produce, come scrive Márcio Pochmann su Outras Palavras,
frustrazione e risentimento. Questi, a loro volta, rafforzano il senso di
individualità e solitudine, alimentando il circolo vizioso che ci sta logorando.
Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un’accelerazione impressionante del
processo di consolidamento di questo nuovo paradigma, al contempo economico,
sociale, culturale, politico e antropologico. La sua velocità non ci ha lasciato
tempo per riflettere su ciò che stava accadendo. Le tracce che lascia sono
indelebili e già oggi chiaramente visibili. Senza dubbio, lo saranno ancora di
più nei prossimi anni, soprattutto tra le generazioni più giovani, in tutte le
dimensioni della vita quotidiana.
Ciò non ci impedisce di pensare a un altro futuro, anche perché “pensare”
significa immaginare e conoscere qualcosa di nuovo, di imprevedibile, in
contrapposizione al semplice riconoscere ciò che già si conosce. In questo
senso, conoscere il nuovo si traduce nel vivere il nuovo, ciò che ancora non è.
“L’immaginazione, la finzione, il mito non sono fughe dal reale, ma modalità
della sua intensificazione, articolazione e trasformazione”, scrive Vittorio
Gallese in Il Sé digitale (2025).
“Frequentare il futuro” — come suggeriva il medico Cardoso a Pereira, il
giornalista anziano del celebre romanzo di Tabucchi Sostiene Pereira — diventa,
quindi, condizione di possibilità per una resistenza creatrice. “La capacità di
creare mondi possibili, di abitare l’alterità, di costruire strutture di senso
condivise che eccedono ciò che già esiste” (Gallese, 2025) è ciò che dobbiamo
recuperare, proprio perché rappresenta il campo in cui agisce l’estrattivismo
sulla nostra specificità di esseri umani.
Il futuro può cominciare a essere creato già ora. Può essere sperimentato nella
quotidianità delle nostre vite, negli spazi che sottraiamo al dominio
implacabile e onnivoro a cui siamo assoggettati. Lì è dove riusciamo a vivere,
seppur temporaneamente e parzialmente, al di là dell’orizzonte tracciato per
noi. Ogni lotta, ogni conquista, ogni blocco produce nuove relazioni, dove la
capacità di immaginare si trasforma in potenza di costruire già da ora ciò che
deve divenire un’alterità piena. E, in nome di questa, non siamo disponibili ad
accettare nulla che possa essere diverso.
Di fronte a un capitalismo algoritmico che sussume ogni spazio — fisico e
temporale — della nostra esistenza nella catena di valorizzazione che lo
alimenta e riproduce, la risposta può collocarsi soltanto al livello della vita
nel suo insieme. È, di fatto, l’unica risposta possibile alle tecniche di potere
che si esprimono nella biopolitica: al suo interno dobbiamo trovare il terreno
dove produrre il conflitto. Nella misura in cui la vita collettiva diviene
ambito di intervento di quelle tecniche, la rivendicazione di una “vita giusta”
incarna la sua sovversione, ne proietta il rovescio. Ciò elimina i confini tra
“produzione” e “riproduzione”, tra conflitti lavorativi e conflitti sociali.
Amplia la gamma di iniziative fondate sulla “cura di sé” come condizione per la
“cura degli altri”. Riposiziona l’etica politica — e non la morale — al centro
della visione del mondo in cui vogliamo vivere.
L’etica è la cartografia delle potenze che producono forme di vita orientate a
una sanità sociale, politica, economica e culturale, riferita tanto alla
comunità quanto a ciascuno dei suoi membri. In questo senso, etica, politica e
giusto lavorano insieme.
Nell’articolo che, nelle nostre intenzioni, rappresentava la prima parte delle
riflessioni che qui seguono, abbiamo descritto le modalità di attuazione e il
ruolo svolto dalla guerra in un contesto alimentato e gestito dal caos. Vale la
pena ricordare la celebre affermazione di Foucault nel corso Bisogna difendere
la società, al Collège de France: la politica è la guerra condotta con altri
mezzi. Mai come oggi quella affermazione suona più che mai attuale. La
centralità della guerra nello scenario politico globale, con tutti i dispositivi
che la accompagnano, relega la politica “tradizionale” a un ruolo derivato.
Basta leggere i 22 punti contenuti nel recente manifesto di Palantir, pubblicato
da Alex Karp in The Technological Republic, per capire come la stessa società si
trasformi in un campo di applicazione delle logiche della guerra permanente e
totale. La “guerra” contro tutti coloro che appaiono come minaccia agli
obiettivi definiti dal capitalismo algoritmico non prevede limiti né rimorsi.
Ciò che si vuole eliminare è la stessa idea di società civile come spazio di
azione politica legittimamente antagonista. Uno spazio in cui sia legittimo
agire per sovvertire l’ordine dei principi che regolano le relazioni tossiche
alle quali tutti siamo sottomessi.
[Stefano Rota*]
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L’esperienza di “Vida Justa” – Lisbona
L’emergere del Movimento Vida Justa mostra che, anche all’interno di una società
profondamente frammentata dal capitalismo algoritmico come Stefano Rota qui
descrive, continuano a esistere possibilità concrete di ricomposizione
collettiva. In questi tre anni di esistenza e lotta, Vida Justa porta la forza
dell’azione e del pensiero dei quartieri popolari, che non vogliono più essere
soltanto territori di gestione della povertà e della marginalizzazione, ma spazi
di organizzazione politica e produzione di solidarietà. Attraverso le assemblee
popolari, il Jornal dos Bairros, la Rádio Vida Justa e le mobilitazioni contro
gli sfratti, la violenza poliziesca, l’aumento del costo della vita e la
criminalizzazione della povertà, il movimento cerca di ricostruire legami
comunitari distrutti dall’individualizzazione neoliberale e dallo sfruttamento
capitalista. In questo senso, la “rivoluzione dei quartieri” assume una
centralità particolare: non come mito insurrezionale astratto, ma come pratica
concreta di creazione di potere popolare a partire dalla vita quotidiana, dai
territori e dai bisogni reali delle persone.
Il Movimento Vida Justa diventa esempio di ciò che chiamiamo una politica della
“vita giusta”. La lotta non appare più confinata al luogo di lavoro
tradizionale, ma si espande all’insieme dell’esistenza: abitazione, trasporti,
violenza poliziesca, immigrazione, cura, alimentazione, dignità e diritto alla
città. Organizzando soggetti spesso isolati e resi invisibili, il movimento
rompe con la logica secondo cui ogni individuo deve sopravvivere da solo e
assumersi piena responsabilità della propria precarietà. La “rivoluzione dei
quartieri” rappresenta, così, un’esperienza anticipatoria di futuro: un
tentativo di costruire, qui e ora, forme di vita fondate sulla solidarietà,
sull’auto-organizzazione e sulla capacità collettiva di decidere sulle proprie
condizioni di esistenza. Non si tratta soltanto di resistenza difensiva, ma
della creazione pratica di un’altra idea di società, fondata sulla convinzione
che la vita non può continuare a essere subordinata alle esigenze della
valorizzazione permanente e della guerra sociale diffusa che struttura il
capitalismo contemporaneo.
Il Movimento Vida Justa è stato un laboratorio dei conflitti sociali e di
un’azione politica partitica e di piazza. È nato nel contesto della crisi
inflazionistica e abitativa che si è aggravata in Portogallo dopo la pandemia,
soprattutto nelle periferie urbane dell’Area Metropolitana di Lisbona. L’idea ha
cominciato a prendere forma nel 2022, a partire da incontri tra attivisti,
abitanti di quartieri popolari, associazioni locali e militanti di vari
movimenti sociali. Un momento importante è stato un laboratorio sulla
comunicazione e l’attivismo svoltosi a Cova da Moura, dove è emersa la proposta
di organizzare una mobilitazione “dei quartieri” contro l’aumento del costo
della vita. Fin dall’inizio, il movimento ha cercato di rompere con la
separazione tra gli spazi tradizionali della politica e i territori periferici
normalmente esclusi dalla rappresentazione pubblica. La manifestazione del 25
febbraio 2023 a Lisbona ha segnato quella irruzione politica: migliaia di
persone provenienti dai quartieri popolari hanno posto al centro del dibattito
temi come abitazione, salari, prezzi dei beni essenziali, razzismo strutturale e
trasporti pubblici. Il movimento è stato presente in tutte le manifestazioni di
solidarietà con gli immigrati, nelle questioni lavorative e nelle date di
celebrazione e lotta come il 25 Aprile e il 1° Maggio. Ha organizzato una grande
marcia di solidarietà con Odair Moniz [ucciso dalla polizia a distanza
ravvicinata nel 2024] e altre vittime del razzismo strutturale.
Vida Justa si definisce come una piattaforma che “dà voce ai quartieri” e cerca
di costruire potere popolare a partire dalle condizioni concrete della vita
quotidiana. La sua particolarità sta precisamente nel fatto di articolare
questioni tradizionalmente separate: abitazione, violenza poliziesca,
immigrazione, lavoro precario, mobilità urbana, alimentazione, salute mentale e
dignità sociale appaiono come dimensioni inseparabili di un’unica lotta per la
vita. Il movimento si è organizzato territorialmente in nuclei locali: Margem
Sul, Amadora, Sintra, Loures, Odivelas, Cascais, Lisbona. Più che un movimento
rivendicativo classico, cerca di affermare ciò che chiama una “rivoluzione dei
quartieri”: l’idea che i soggetti storicamente marginalizzati possano
trasformarsi in produttori di organizzazione politica, solidarietà e capacità
collettiva di decisione.
[Marta Lança**]
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* Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le
sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva
1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di),
Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente
con riviste online italiane e lusofone.
** Marta Lança è libera professionista in vari linguaggi della cultura:
programmazione, traduzione, giornalismo, ricerca, cinema. Collabora con
pubblicazioni in Portogallo, Angola e Brasile. Dal 2010, cura la redazione del
portale Buala.
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da Comune-info.