Comune come modo di vivere
IN QUESTE SETTIMANE, NELLE STRADE DELLA GRANDE PROTESTA IN FRANCIA TORNA SPESSO
LA BANDIERA LA SCRITTA “VIVE LA COMMUNE”. IN REALTÀ NEI MOVIMENTI, LA PAROLA
COMUNE SI È DIFFUSA NEGLI ULTIMI VENT’ANNI COME AGGETTIVO MA ANCHE COME
SOSTANTIVO E PERFINO COME VERBO (COMMONING DA TO COMMON, FARE IN COMUNE), QUALE
FORMULA DI CHI CERCA IL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO ATTRAVERSO PROCESSI CHE
TENDONO ALL’AUTOGOVERNO, ALL’AUTORGANIZZAZIONE IN BASSO. MA È POSSIBILE
RAGIONARE DI COMUNE NON LIMITANDOCI A RICONOSCERE FORME POLITICHE ALTERNATIVE
ALLO STATO? SECONDO FRANCESCA RANDAZZO EISSEMAN Y EUGENIO SOSA CI SONO
ESPERIENZE DA CUI POSSIAMO TUTTI IMPARARE MOLTO IN QUESTO TEMPO DI GRANDI CRISI:
NELLE STRAORDINARIE E POCO RACCONTATE COMUNITÀ GARIFUNA (OLTRE MEZZO MILIONE DI
PERSONE CHE VIVONO TRA NICARAGUA, HONDURAS E GUATEMALA) COME IN QUELLE
ZAPATISTE, AD ESEMPIO, COMUNE È PRIMA DI TUTTO UNA PRATICA ATTRAVERSO LA QUALE
UNA COMUNITÀ RINFORZA I PROPRI LEGAMI TRAMITE L’AGIRE COLLETTIVO, LA RECIPROCITÀ
E LA CURA VICENDEVOLE: “NON SI TRATTA SEMPLICEMENTE DI UN’ORGANIZZAZIONE
ECONOMICA DIFFERENTE, MA È UN MODO DIVERSO DI ABITARE IL MONDO…”. UN MODO IN CUI
LA LOTTA PER CAMBIARE LO STATO DELLE COSE NON SI SVILUPPA ATTORNO AL LAVORATORE
SALARIATO, MA A COMUNITÀ CHE DIFENDONO TERRITORI, METTENDO IN DISCUSSIONE ANCHE
UNA CONCEZIONE DELLA LOTTA CONCENTRATA SU SOGGETTI MASCOLINIZZATI E PRODUTTIVI
Foto: Raúl Zibechi per Desinformemonos
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Le lotte territoriali del popolo garifuna in Honduras permettono di aprire una
discussione teorica sul rapporto tra Comune, classe e lotta di classe, al di là
degli schemi che riducono il conflitto sociale a identità precostituite o a
dispute strettamente economiche. L’esperienza garifuna dimostra che la difesa
del territorio non può essere intesa solo come una rivendicazione culturale,
etnica o giuridica, ma va considerata come una rivendicazione delle condizioni
materiali e simboliche che rendono possibile la continuità di una forma
collettiva di esistenza.
Questo ci costringe a ripensare la Comune non limitandoci a vederla come una
forma politica alternativa allo Stato o come un’organizzazione istituzionale
della vita collettiva, ma considerandola come una pratica storica di produzione
e riproduzione di ciò che si ha in comune. La comunità appare così come una
forma sociale che si sostiene attraverso relazioni territoriali, memorie
condivise, legami di parentela, pratiche di cura e modalità proprie di produrre
significato.
In questa prospettiva, la lotta territoriale garifuna permette di mettere in
discussione alcune interpretazioni abituali della lotta di classe. Se la
tradizione marxista ha spesso privilegiato la sfera della produzione e il
rapporto capitale-lavoro come spazio paradigmatico dell’antagonismo,
l’esperienza garifuna fa vedere che il conflitto può anche essere organizzato
intorno alla difesa delle condizioni stesse di riproduzione della vita. Si
tratta di una contesa che riguarda non solo l’appropriazione delle risorse, ma
il fatto che possano esistere mondi sociali che non si lasciano ridurre alla
logica del mercato.
Come sostiene Kristin Ross (2020), le esperienze comunitarie non dovrebbero
essere intese solo come eventi storici del passato, ma anche come fonti
contemporanee di elaborazione politica e teorica. La Comune non è solo un
oggetto di studio; è anche un’esperienza capace di trasformare le categorie su
cui si fonda il nostro modo di concepire l’emancipazione. Sulla base di questa
intuizione, non utilizzeremo qui l’esperienza garifuna per illustrare una teoria
precostituita della Comune, ma la prenderemo in considerazione per esaminare e
ampliare quella teoria.
Dalla Comune evento politico alla Comune modo di vivere
Una parte importante della tradizione sulla Comune si è concentrata sulle sue
dimensioni politiche: forme di autogoverno, rapporto con lo Stato,
organizzazione collettiva del potere o costruzione di istituzioni alternative.
Tuttavia, le esperienze storiche di comunità che hanno mantenuto la propria
esistenza in situazioni prolungate di dominazione ci obbligano a chiederci come
fa una comunità a persistere storicamente quando la sua stessa esistenza è
minacciata.
Questo interrogativo sposta l’accento dalla presa del potere alla riproduzione
della vita. La Comune cessa di apparire solo come una futura forma politica, ed
è vista invece come una pratica quotidiana attraverso la quale comunità concrete
producono, sostengono e difendono relazioni sociali non pienamente subordinate
alla logica del capitale. In questo senso, l’esperienza garifuna ci permette di
pensare alla Comune come a una forma storica di esistenza collettiva in cui
territorio, memoria e comunità costituiscono dimensioni inseparabili.
Il territorio non appare come uno spazio vuoto su cui successivamente si
organizza una comunità politica; al contrario, la comunità esiste grazie al modo
particolare in cui abita quel territorio, gli dà un significato e se ne prende
cura. Questa concezione è in sintonia con quella di Silvia Rivera Cusicanqui
(2016), secondo cui la Comune è un modello di civiltà alternativo al modello
capitalistico occidentale. La Comune non si riduce a una struttura organizzativa
o a un’associazione di individui che amministrano beni comuni. Costituisce una
forma integrale di relazione tra esseri umani, natura, memoria e produzione
della vita. In essa, conoscere, vivere e produrre fanno parte dello stesso
tessuto. La Comune costituisce una micropolitica della vita quotidiana: una
pratica attraverso la quale una comunità rinforza i propri legami tramite il
lavoro collettivo, la reciprocità e la cura vicendevole. Non si tratta
semplicemente di un’organizzazione economica diversa, ma è un modo diverso di
abitare il mondo.
L’esperienza garifuna permette di approfondire questa idea mostrando che la
continuità di una comunità non dipende unicamente da istituzioni formali, ma
deriva da pratiche storiche che riproducono la vita collettiva. La trasmissione
della memoria, il rapporto con gli antenati, l’organizzazione familiare, la
lingua, i rituali e il canto sono forme attraverso cui la comunità continuamente
si ricrea.
Colonialità del potere e dissidio sulla riproduzione della vita
Per comprendere questa dimensione è necessario osservare le forme di dominazione
in una prospettiva più ampia. La teoria della colonialità del potere formulata
da Aníbal Quijano (2002) permette di analizzare il modo in cui la modernità
coloniale ha organizzato le relazioni sociali tramite il controllo articolato di
diverse sfere dell’esistenza. Per Quijano, il modello storico del potere
coloniale moderno è strutturato attorno al controllo del lavoro e dei suoi
prodotti; della natura e delle sue risorse; del sesso, della riproduzione e
dell’organizzazione familiare; della soggettività, della conoscenza e della
produzione di significati; dell’autorità collettiva e delle sue istituzioni.
Queste sfere sono state articolate per mezzo di una classificazione sociale
basata sull’idea di razza, che ha organizzato gerarchie e forme di dominazione
su scala mondiale. Questo è fondamentale per comprendere il motivo per cui le
lotte territoriali non possono ridursi a conflitti economici. Se la dominazione
capitalistica-coloniale agisce simultaneamente sul lavoro, la natura, la
riproduzione, la conoscenza e l’autorità, allora le lotte per l’emancipazione
devono anche riguardare queste molteplici sfere dell’esistenza.
La difesa territoriale garifuna non è solo una resistenza all’appropriazione
economica dello spazio. Significa anche difendere forme proprie di conoscenza,
di memoria, di legami con gli antenati, di esercizio dell’autorità e di rapporto
con la natura. La rivendicazione del territorio è al tempo stesso una
rivendicazione delle condizioni materiali e simboliche di riproduzione della
comunità.
La Comune può essere intesa come una categoria più ampia rispetto a una forma
politica specifica. È una forma di esistenza che sfida la frammentazione moderna
tra economia, cultura, natura e politica. In questo senso, la Comune costituisce
un’alternativa di civiltà perché propone un altro modo di organizzare le
relazioni tra gli esseri umani e il mondo.
Classe, antagonismo e forme comunitarie di esistenza
L’esperienza garifuna permette anche di rivedere il modo in cui sono state
pensate la classe e la lotta di classe. Ciò implica un cambiamento fondamentale,
basato sul fatto che le classi non sono gruppi sociali precostituiti che
successivamente entrano in conflitto (Holloway, 2004a, 2004b, 2012). La classe è
un rapporto di lotta. Non ci sono prima le classi e poi la lotta; le classi si
costituiscono nell’antagonismo. Questo approccio permette di abbandonare una
concezione rigida della classe come identità sociologica fissa e di intenderla
come un processo storico attraverso cui si sviluppano relazioni sociali
antagoniste. La lotta di classe non può essere ricondotta a soggetti
predefiniti, ma deve essere analizzata come una relazione discorde in continua
costituzione (Tischler, 2005).
L’esperienza garifuna mostra che l’antagonismo sociale può emergere dove forme
di riproduzione collettiva della vita vengono difese di fronte a processi di
mercificazione e di espropriazione. La lotta non si sviluppa necessariamente
attorno al lavoratore industriale salariato, ma si organizza attorno a comunità
che difendono territori, memorie e relazioni sociali che rendono possibile la
loro esistenza.
Ciò non significa abbandonare la dimensione economica del conflitto, ma
piuttosto ampliare la comprensione delle cause che producono l’antagonismo.
L’accumulazione capitalistica non riguarda solo lo spazio produttivo; trasforma
territori, relazioni comunitarie e forme storiche di riproduzione sociale. Per
questo motivo, le lotte territoriali possono essere intese come espressioni
contemporanee della lotta di classe quando ciò che si rivendica sono le
condizioni di esistenza di fronte all’espansione di relazioni capitalistiche.
L’esperienza garifuna permette dunque di spostare l’interrogativo. Non soltanto:
chi controlla i mezzi di produzione? ma anche: chi controlla le condizioni che
permettono la riproduzione di un modo di vivere? Questa domanda introduce
dimensioni che nelle analisi di classe sono rimaste per molto tempo in una
posizione subordinata: le cure, la memoria, il territorio e le forme comunitarie
di organizzazione.
Matrifocalità e riproduzione comunitaria
Uno degli elementi che permettono di comprendere questa specificità è la
centrale importanza della dimensione matrifocale nell’organizzazione sociale
garifuna. La matrifocalità non deve essere intesa come un semplice tratto
culturale o come una particolare distribuzione dei ruoli familiari. Si tratta di
un principio organizzativo della vita comunitaria in cui convergono parentela,
autorità morale, trasmissione culturale, memoria e cura collettiva.
La centralità delle donne nella riproduzione comunitaria mette in discussione le
moderne dissociazioni tra produzione e riproduzione. Ciò che sostiene la vita
collettiva non sono soltanto le attività considerate produttive in senso
economico, ma anche le reti di cura, di comunicazione e di organizzazione
sociale che rendono possibile la continuità storica del gruppo.
Questa dimensione permette di ampliare le categorie in base alle quali la Comune
viene concepita. Se la riproduzione della vita costituisce il nucleo del
conflitto politico, allora le pratiche storicamente associate alla cura e alla
riproduzione sociale cessano di apparire come spazi secondari e arrivano a
occupare un posto centrale nella comprensione dell’antagonismo.
L’esperienza garifuna mette in luce in tal modo i limiti delle concezioni della
lotta di classe concentrate esclusivamente su soggetti mascolinizzati e
produttivi. La comunità non si riproduce solo nell’ambito lavorativo, ma anche
nella famiglia, nel territorio, nella memoria e nelle pratiche simboliche che
mantengono viva l’esistenza collettiva.
Immaginari sociali e produzione del territorio comune
Se la comunità non esiste unicamente perché condivide uno spazio fisico o
determinate risorse materiali, è necessario prestare attenzione alla dimensione
simbolica che permette di riconoscere quello spazio come territorio comune, cioè
agli immaginari sociali. Gli immaginari sociali sono schemi socialmente
costruiti che permettono di percepire la realtà, spiegarla e intervenire in essa
(Pintos, 2005). Non si tratta di semplici rappresentazioni di un mondo già
costituito, bensì di meccanismi attraverso i quali una società organizza i
propri modi di vedere, distinguere e comprendere ciò che considera possibile o
impossibile.
In sintonia con Castoriadis (2022), si può dire che ogni società instaura un
universo di significati immaginari che rende possibile la sua esistenza come
realtà collettiva. Le istituzioni non si limitano ad organizzare pratiche;
esprimono e producono significati condivisi riguardo al mondo sociale.
Il territorio garifuna non può essere inteso solo come una superficie geografica
o giuridica. È uno spazio prodotto da memorie, relazioni ancestrali, affetti,
pratiche comunitarie e significati condivisi. Il territorio garifuna costituisce
una costruzione sociale in cui convergono dimensioni materiali e simboliche
(Randazzo 2019; Randazzo, Coto e Cacho, 2021). I territori sono solitamente
comunitari, non individuali. Non sono semplicemente posseduti, ma sono abitati e
curati, in un contesto di relazioni che vanno anche al di là delle categorie di
proprietà collettiva o di beni comuni (Ostrom, 2006).
Questo approccio permette di comprendere che i conflitti territoriali sono anche
conflitti tra immaginari sociali. L’espansione capitalistica non solo trasforma
le forme di proprietà e di uso del suolo; impone anche determinati modi di
comprendere il mondo, la natura e il territorio. Di fronte a tutto ciò, le
comunità difendono non solo uno spazio fisico, ma anche un modo diverso di
intenderlo e di abitarlo.
La teoria degli immaginari sociali permette di evitare due riduzionismi: quello
economico, che vede il territorio solo come risorsa, e quello culturalista, che
lo riduce a identità simbolica. Il territorio è simultaneamente materiale e
dotato di significato; è una condizione di esistenza e un mondo condiviso.
Autonomia e persistenza della comunità
Questa concezione è in sintonia con le ricerche sull’autonomia e sulle
esperienze comunitarie dell’America Latina (Durán Matute e Moreno, 2021).
L’autonomia non appare come un’istituzione separata dallo Stato, ma emerge come
una pratica quotidiana di riproduzione della vita. Non basta individuare chi
governa; è fondamentale anche considerare come una comunità mantiene relazioni
sociali capaci di preservare la propria esistenza collettiva. Su questo punto,
l’esperienza zapatista studiata dalle autrici citate sopra è significativa
perché pone un problema simile: come mantenere forme comunitarie di vita senza
ridurle allo Stato e senza trasformarle unicamente in un’identità politica.
L’autonomia implica la produzione di relazioni sociali alternative nel presente.
L’esperienza garifuna si colloca in questa prospettiva, mostrando che la
comunità si mantiene attraverso pratiche storiche di continuità e di resistenza.
La sua autonomia non dipende solo da strutture formali, ma si basa sulla
capacità quotidiana di riprodurre legami, memorie e immaginari che mantengono
viva una forma di esistenza comunitaria.
Per comprendere queste esperienze è necessario assumere una posizione
epistemologica e politica che non trasformi i mondi comunitari in semplici
oggetti di conoscenza esterna (Figueroa Arenas, 2024). La sfida è permettere che
queste esperienze trasformino le nostre categorie analitiche.
L’esperienza garifuna non rappresenta un’illustrazione periferica della teoria
della Comune. Costituisce una fonte teorica che ci costringe ad ampliarla, in
quanto fa vedere che la comunità non si mantiene unicamente tramite istituzioni
politiche, ma è sostenuta da territori, memorie, cure, immaginari e pratiche di
riproduzione della vita.
Conclusione
L’esperienza storica del popolo garifuna ci costringe a ripensare la teoria
della Comune spostando la domanda dalle forme di organizzazione politica alle
condizioni che rendono possibile la continuità storica di una comunità.
Piuttosto che chiederci come si organizza una comunità, cerchiamo di
interrogarci su come abbia fatto a continuare ad esistere per secoli nonostante
il ripetersi di situazioni in cui si è trovata in condizioni di spoliazione, di
sgomberi forzati e di mercificazione della vita. Una comunità non continua ad
esistere semplicemente perché possiede un territorio, un’identità o determinate
istituzioni. Continua ad esistere perché produce continuamente comunità. La
forma comunitaria non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma è un
processo permanente di ricreazione delle relazioni, delle memorie e dei
significati che rendono possibile la vita collettiva.
Questa produzione della comunità si realizza attraverso istituzioni immaginarie
e pratiche quotidiane di riproduzione della vita che articolano territorio,
matrifocalità, memoria, lingua, spiritualità e canto. Lungi dal costituire
dimensioni separate, tutte questi elementi fanno parte dello stesso processo
costitutivo attraverso cui la comunità si ricrea continuamente di fronte alle
dinamiche di spoliazione promosse dal capitale e dallo Stato.
In questo contesto, il canto occupa un posto privilegiato. Non costituisce una
caratteristica culturale accessoria né un’espressione simbolica di una comunità
precostituita. È una pratica costitutiva in cui la comunità produce se stessa.
Il canto attualizza ogni volta la memoria collettiva, le genealogie, la lingua,
il territorio, i legami con gli antenati e le relazioni che sostengono la vita
comune (Ordóñez, Randazzo, e Coto, 2024). Il canto non rappresenta la comunità:
la produce.
L’esperienza garifuna arricchisce il quadro della riproduzione quotidiana di
relazioni sociali non subordinate al capitale, è in sintonia con la concezione
delle istituzioni immaginarie della società e trova negli immaginari sociali una
dimensione costitutiva – e non semplicemente rappresentativa – della vita
collettiva. Di conseguenza, la Comune non viene più concepita solo come una
forma politica o istituzionale, ma viene intesa come la produzione continua di
una comunità capace di ricreare le condizioni materiali e simboliche della
propria esistenza.
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Pubblicato anche su Revista Crítica Anticapitalista (6/2026), nata all’interno
del progetto editoriale Comunizar, promosso da una rete con base in Argentina e
vocazione internazionale (sorella di Comune), una “rete porosa”, messa su
attorno alla necessità di “pensare alternative radicali al sistema capitalista”.
Traduzione a cura di Adele Cozzi di Camminardomandando per Comune.
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Riferimenti bibliografici
– Castoriadis, Cornelius (2022), L’istituzione immaginaria della società,
Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni (MI), ed. or. 1975
– Durán Matute, Inés, e Moreno, Rocío (2021), La lucha por la vida frente a los
megaproyectos en México, «Revista Comunizar»
– Figueroa Arenas, Selene (2024), El Taller de Historia Oral Andina (THOA) en
Bolivia: Desalienación y descolonización de la historia [Tesis de licenciatura],
Universidad Nacional Autónoma de México
– Holloway, John (2004a), Cambiare il mondo senza prendere il potere,
Carta/Intra Moenia, Napoli, ed. or. 2002
– Holloway, John (a cura di) (2004b), Clase = Lucha. Antagonismo social y
marxismo crítico, Herramienta / BUAP, Buenos Aires
– Holloway, John (2012), Crack capitalism, DeriveApprodi, Bologna, ed. or. 2010
– Ordóñez, Ada; Randazzo, Francesca; Coto, Ramón (2024), Imaginarios Sociales de
un texto escolar garífuna, in «Revista Calarma», 3 (4), pp. 19-54
– Ostrom, Elinor (2006), Governare i beni collettivi, Marsilio Editori, Venezia,
ed. or. 1990
– Pintos, Juan Luis (2005), Construcción de la realidad e imaginarios sociales
(Comunicación), in «Utopía y Praxis Latinoamericana», Universidad del Zulia
Maracaibo, Venezuela, vol. 10, n. 29, aprile-giugno, pp. 37-65
– Quijano, Aníbal (2002), Colonialidad del poder, eurocentrismo y América
Latina, in Lander, Edgardo (2002), La colonialidad del saber: eurocentrismo y
ciencias sociales, Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales (CLACSO)
– Randazzo, Francesca (2019), Mujer garífuna, cuadros de danza y memoria social,
in «Asparkia», n. 34, pp. 69-88
– Randazzo, Francesca; Coto, Ramón e Cacho, Xiomara (2021), Exploración de los
imaginarios sociales de la etnicidad garífuna, Cuadernos Inter.c.a.mbio sobre
Centroamérica y el Caribe, 18 (2)
– Rivera Cusicanqui, Silvia (2016), Comunalidades anarquistas: una aproximación
testimonial, in C. Crespo Flores (a cura di), Anarquismo en Bolivia: ayer y hoy,
UMSS-CESU, pp. 13-20
– Ross, Kristin (2020), Lusso comune. L’immaginario politico della Comune di
Parigi, Rosenberg & Sellier, Torino, ed. or. 2015
– Tischler, Sergio (2005), Memoria, tiempo y sujeto, Instituto de Ciencias
Sociales y Humanidades (BUAP)/F&G Editores, Guatemala
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Libri
Il libro di Raúl Zibechi Dopo la tormenta. La sfida comunitaria (Eleuthera)
dedica un capitolo intero a “Autonomia e territorio garifuna in resistenza”. Il
libro sarà presentato a Roma il 19 novembre alle ore 18, in un incontro promosso
dalle redazione di Comune, di cui Zibechi fa parte da sempre, presso il Polo
civico Esquilino (via Galileli 57). Zibechi interviene con un
videocollegamento..
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