La fine è nota?
di Rosella Martinello,
Rivista Gli Asini, 16 dicembre 2025.
Sei parole con foto di un viaggio in Cisgiordania.
disegno di Alessandro Sanna
Nel settembre 2025 sono stata in Cisgiordania con AssopacePalestina. Abbiamo
visitato il più possibile di quella terra, sventrata, rinchiusa, ammutolita nel
silenzio del mondo. Mi sono portata a casa alcune parole, alcune immagini, e un
senso di oppressione e disperazione che solo i piccoli gesti di solidarietà
possono attenuare.
I COLONI
Dal 1993, anno degli accordi di Oslo, ad oggi i coloni sono passati da 150.000 a
800.000, di cui la metà in Cisgiordania. Ci sono i coloni economici, richiamati
fra gli ebrei di ogni parte del mondo da Israele, a cui si danno infinite
facilitazioni economiche. Ci sono i coloni imprenditori, che fanno affari con
gli insediamenti. E ci sono i messianici, fanatici religiosi, sempre più
numerosi, con un alto tasso di natalità, che ormai dominano ogni collina a
perdita d’occhio con avamposti, cioè container che poi si organizzano in
comunità, prima colonie non riconosciute poi riconosciute quindi cittadine
ufficiali con strade e case. Non c’è villaggio palestinese che non veda
un’altura vicina con i coloni, cui arrivano acqua e luce a prezzi bassi e che da
anni vengono armati come un esercito in abiti civili senza regole né legge. Ben
Gvir ha distribuito gratuitamente 300.000 armi. Nella Valle del Giordano, dove
in 50 anni i palestinesi sono passati da 320.000 a 50.000, le riserve d’acqua
sono appannaggio dei coloni, ai palestinesi viene concessa l’acqua sette ore a
settimana. Quella che era la riserva d’acqua della Palestina è in mano alla
Mekorot, società israeliana. A Masafer Yatta i villaggi beduini sono
sistematicamente distrutti da ruspe, trenta comunità sono state spazzate via in
due anni e le persone ogni notte subiscono attacchi sanguinosi, in un clima di
impunità conclamato.
Un corso d’acqua nella valle del Giordano espropriato dai coloni, cui i
palestinesi non si possono avvicinare.
LA CASA E LA CHIAVE
A Gerusalemme est il suq vende ormai più croci di David che bandiere palestinesi
o spezie. Nella spianata delle moschee, luogo sacro per i palestinesi, non c’è
nessuno: Israele ha decretato che i palestinesi non possono accedere ai loro
luoghi di preghiera. A Gerusalemme est le case palestinesi sono state occupate
dai coloni, che piantano bandiere all’ultimo piano, mettono filo spinato, e
vengono sorvegliati da guardie armate a loro difesa. La casa di Sharon domina la
strada della via crucis, e il grande candelabro decreta che delle tre religioni
monoteiste l’ebraismo ha l’esclusiva della città e della terra, della storia,
dei testi sacri, della parola di Dio.
A poca distanza il campo profughi di Aida ospita dal 1948, anno della Nakba,
5.000 persone in 1 km quadrato. La chiave all’entrata è la chiave del ritorno,
simbolo di tutte le famiglie che in un solo giorno hanno dovuto uscire per
sempre dalle loro case: molti lasciarono la chiave nella toppa perché non
rovinassero le porte, altri conservano la chiave di casa da due generazioni, e
raccontano ai nipoti l’esatta collocazione e il nome del villaggio d’origine,
che in molti casi non c’è più, sostituito da una città israeliana.
La casa di Sharon a Gerusalemme est.
L’entrata del campo di Aida con la chiave simbolo del ritorno.
IL CENTRO CITTÀ
Hebron è la città tristemente nota per suo centro soffocato da reti sospese
sopra i vicoli e il suq: servono per impedire che gli oggetti gettati dai coloni
residenti ai piani alti delle case cadano sulle teste di chi passa. Ma esserci è
un’altra cosa. Toglie il fiato. Non c’è libertà, la luce del sole non entra,
sono visibili i rifiuti che i coloni lanciano dalle loro finestre verso il
basso, per non parlare di liquami e feci.
Qui nel 1994 Baruck Goldstein, un estremista, entrò nella moschea e uccise 29
palestinesi in preghiera, ne ferì 125. Netanyahu divise la città in H1 e H2. In
H2 ci vivono 800 coloni con 40.000 palestinesi, sotto il controllo dell’IDF; in
H1, sotto il controllo dell’ANP, da 15.000 palestinesi ora ci vivono in 1.000.
Il suq non è raggiungibile, il commercio è impossibile. Anche camminare non è
un’azione che si possa compiere con tranquillità, dall’alto può arrivare una
pietra o dell’urina.
Le reti sospese a protezione nel centro di Hebron.
LE SBARRE
Ogni villaggio palestinese ha una sbarra all’entrata, e la strada che vi conduce
è aperta solo se i soldati Israeliani lo decidono. Nessun palestinese è libero
di andare dove vuole, neanche per lavoro: dipende dai check point, se sono
aperti o chiusi per ragioni insondabili: il castello di Kafka qui ha per regola
un “motivo militare”. Le targhe gialle dei palestinesi non possono circolare se
non in strade riservate, soggette all’arbitrio dell’esercito israeliano. E anche
il commercio nelle città e nei villaggi ne subisce le conseguenze. Una delle
conseguenze meno evidenti ma più pervasive è la frammentazione e l’isolamento:
la condivisione culturale di idee, tempo e iniziative, il tessuto sociale, il
senso comunitario all’interno di un popolo – quello palestinese – che vive per
la maggioranza in piccoli villaggi e ha una storia di aggregazione, sono
impedite strategicamente, volutamente, per parcellizzare la comunità e favorire
una frammentazione utile, che isola e infiacchisce, lasciando ognuno preda
dell’impotenza e della disperazione. Anche davanti agli insediamenti dei coloni
ci sono sbarre, ma sono a difesa.
Una delle tante sbarre all’entrata di un villaggio palestinese.
RESISTENZA
Ogni palestinese che continua a vivere in Palestina è un resiliente. La sua vita
quotidiana passa fra check point, strade chiuse, sbarre, perquisizioni,
restrizioni, divieti, controlli, per non parlare della detenzione amministrativa
– senza procedimento giudiziario, può avvenire senza una ragione dichiarata ed è
rinnovabile ogni sei mesi. Molti conducono una resistenza non violenta,
silenziosa, potremmo dire eroica. Alcuni ne fanno un manifesto e un’azione
politica, come Issa Amro a Hebron, con rischi per la sua vita e continue
incursioni di coloni nella sua casa. Altri, invece, imbracciano le armi. A
Nablus nel 2022 non si è trattato di Hamas ma di un gruppo di giovani ventenni
che si facevano chiamare “La fossa dei leoni”. Non erano affiliati con
nessun’altra organizzazione. Erano ragazzi che – vedendo il progredire della
dominazione israeliana – non hanno creduto all’utilità di una resistenza
pacifica. La città di Nablus ha i muri di tutti i vicoli contrassegnati da
proiettili – sanguinose sono state le incursioni dell’IDF – e da manifesti in
memoria dei “leoni”. Alcuni dicono che sono stati tutti uccisi, altri che si
sono alleati con Hamas nel 2023. Il confine fra resistenza e terrorismo, visto
da noi, è chiaro. Dai vicoli di Nablus molto meno.
Manifesto commemorativo in memoria di uno dei componenti della fossa dei leoni,
a Nablus.
IL MURO
Costruito a tempo di record fra il 2002 e il 2004, è alto 8 metri e taglia
terreni, villaggi, campi di ulivo, separa comunità. Ha spezzato l’area
commerciale fra Gerusalemme e Betlemme. Intervallato da torrette di controllo,
contrappuntato da telecamere ovunque, va di pari passo alla costruzione di
strade primarie per gli israeliani e strade secondarie per i palestinesi,
costretti a passare dove l’IDF vuole, come formiche in una strettoia.
In alcuni punti il muro sembra un serpente all’orizzonte, inarrestabile,
potente, eterno. In altri, come vicino a Betlemme dove Banksy ha fatto sorgere
il suo Walled Off hotel, sui lastroni di cemento l’arte fiorisce: murales di
angioletti che aprono la fessura, un ritratto di George Floyd e Shireen Abu
Akleh, giganti, totemici; scritte sulla memoria, sulla libertà, la resistenza;
We can live; Guernica 1932-Palestina 1948; Fuck Fascism; Make Hummus not Walls.
La forza di ironizzare dentro un campo di concentramento.
Il murales Make hummus not walls sul muro, vicino a Betlemme.
Non tutti hanno in animo di vedere coi propri occhi, ma l’importante è non
chiuderli.
https://gliasinirivista.org/la-fine-e-nota-sei-parole-con-foto-di-un-viaggio-in-cisgiordania