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De profundis, ASN
L’ASN è morta. La riforma Bernini, approvata in via definitiva alla Camera, cancella l’Abilitazione Scientifica Nazionale. L’ASN ha incentivato l’adozione di pratiche discutibili, come autorialità di comodo e doping citazionale, più utili a gonfiare gli indicatori richiesti che a produrre ricerca di qualità. Ma abolire l’ASN non basta. Il vero problema sono le soglie quantitative che alimentato questi meccanismi e il sistema di potere accademico che ne trae vantaggio. Da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere: saranno i decreti attuativi a stabilire se i criteri quantitativi resteranno in vigore, magari con soglie ancora più elevate. Intanto i nostalgici dell’ASN, preoccupati di perdere i loro piccoli feudi, hanno già trovato sponda nell’opposizione. Nel dibattito parlamentare sono riemerse le peggiori idee elaborate dal PD ai tempi di Matteo Renzi e, prima ancora, di Enrico Letta. L’apice è stato raggiunto dal deputato PD Toni Ricciardi, che ha accusato la ministra di sostituire la «valutazione oggettiva e meritocratica» dell’ASN con «un sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale». Ascoltando questi interventi, il dubbio è che un governo di centrosinistra avrebbe fatto persino peggio. Ieri, 7 luglio 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” (Qui si può leggere il testo definitivo). Nella sostanza e in estrema sintesi, la ASN viene abolita. I concorsi saranno banditi localmente con commissioni composte da un membro nominato dall’Ateneo e una maggioranza di esterni estratti a sorte da liste nazionali di professori disponibili al compito. I candidati per essere ammessi dovranno dichiarare di possedere “requisiti di produttività e di qualificazione scientifica”. Questi requisiti saranno fissati entro 90 giorni dalla entrata in vigore della legge con “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Ci sono già i nostalgici dell’ASN. Ci sono i nostalgici per paura, quelli che, dall’interno delle società scientifiche o sfruttando cariche coperte a livello locale e nazionale, erano riusciti a acquisire posizioni di potere nel sistema attuale e che, con l’abolizione dell’ASN, temono di perdere le rendite accademiche acquisite nel tempo. Questi nostalgici temono in particolare il meccanismo del sorteggio che rischia di scardinare equilibri disciplinari e locali faticosamente raggiunti. Poi ci sono i nostalgici a prescindere, quelli così bravi ad adattarsi alle regole, che rimpiangono qualsiasi modifica dello status quo. E infine ci sono i nostalgici del merito e della competizione, che rimpiangono la ASN non perché perfetta, ma perché sarebbe stata perfettibile: bastava alzare le soglie e prevedere maggior rigore. Noi non siamo nostalgici. Come abbiamo scritto più volte, il sistema dell’ASN ha avuto come effetto principale l’aumento della produzione scientifica e dell’impatto citazionale nazionali. Il miracolo della ricerca italiana, celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti annuali, è stato conseguito grazie alla diffusione ormai endemica di pratiche di ricerca, per così dire, borderline, più adatte a gonfiare gli indicatori richiesti dalla ASN che a produrre ricerca di qualità. In particolare nei settori cosiddetti bibliometrici si sono diffuse pratiche di autorialità di comodo e soprattutto di doping citazionale, mentre nei settori non bibliometrici, il meccanismo, più sfuggente, è passato attraverso la ricerca di canali di pubblicazione ‘facili’ sulle riviste “certificate A” dall’ANVUR. Per sgonfiare questi meccanismi e il sistema di potere accademico che li alimenta non basta però abolire l’ASN. Sono le soglie quantitative il vero problema. E da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere. Infatti, la norma primaria definisce solo il quadro generale, ma saranno i decreti attuativi, ed in particolare la definizione dei requisiti di ammissione ai concorsi locali, che determineranno l’esito della riforma. Se i criteri quantitativi saranno mantenuti nella forma attuale o le soglie riviste al rialzo, gli incentivi ai cattivi comportamenti resteranno tutti in piedi o forse saranno rafforzati. I segnali che si vada in questa direzione ci sono. E allarmanti. Nella discussione in Senato non poche voci della maggioranza hanno fatto riferimento ad un eccessiva facilità di superamento delle soglie. D’altra parte, anche alcuni passaggi del documento di accompagnamento del DDL facevano esplicito riferimento a una bassa selettività delle soglie. Infine ANVUR, da sempre sensibile ai desideri dei ministri di turno, nell’ultimo rapporto sull’università e la ricerca, lamenta il progressivo allargamento delle maglie per la classificazione in classe A delle riviste. Ultima notazione. Se avrete, come noi, la pazienza di leggere lo stenografico della discussione alla Camera forse vi assalirà il nostro stesso dubbio: che la Riforma Bernini non sia peggiore di quella che ci avrebbe riservato una maggioranza di centro-sinistra. Dalle file dell’opposizione riemerge infatti la difesa dei peggiori incubi sull’università proposti a suo tempo dal PD guidato da Matteo Renzi, e prima di lui, dagli esperti di università del PD di Enrico Letta. In particolare segnaliamo ai lettori gli interventi dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, con le lezioncine aggressive su liberismo e meritocrazia di Luigi Marattin, e la lezione sul merito di Roberto Giachetti. Di Giachetti colpiscono in particolare l’intervento in favore di due emendamenti a sua firma. Il primo volto a difendere i “Settori Scientifico Disciplinari” contro i “Gruppi Scientifico-Disciplinari. Il secondo che propone di abolire la pubblicazione delle liste degli aspiranti commissari prevista dalla riforma, “per garantire commissioni competenti”. L’intervento più agghiacciante proviene però direttamente da un deputato del Partito Democratico, Toni Ricciardi, che esordisce dando ragione a Marattin, poi, dopo essersi pavoneggiato sostenendo di avere ricevuto ben 3 abilitazioni, difende l’ASN come “valutazione oggettiva e meritocratica” contro la futura università dei baroni: > guardi, Ministra, è paradossale, perché lei sta smontando una riforma che > funzionava, fatta dal suo partito di riferimento all’epoca, per adottare un > sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale finto. È questo quello che sta > facendo, Ministra. > > Allora non ha affrontato la questione e smantella la valutazione oggettiva e > meritocratica in cambio di cosa? Di commissioni territoriali che valuteranno > il percorso delle persone che faranno il dottorato di ricerca in quella > università, diverranno assistenti precari, ricercatori precari e poi un giorno > – dopo 10, 15 o 20 anni -, quando avranno sprecato il loro volere e valore > potenziale di supporto alla ricerca, forse diverranno – perché un posto fisso, > poi, non si nega a nessuno – professori associati e, se sono nelle grazie del > barone, forse anche ordinari. > >    
July 8, 2026
ROARS
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