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Nessun giornalista internazionale entrerà a Gaza. La “legge Al Jazeera” viene prorogata fino al 2027
Nessun giornalista internazionale entrerà a Gaza. Pertanto continuerà ad accadere quanto accade dal 7 ottobre 2023: avremo notizie dai giornalisti palestinesi presenti nella Striscia, dai video diffusi sui social e da quegli operatori umanitari che ancora operano nel territorio (finché sarà loro ‘consentito’ restare). Leggiamo su Repubblica, infatti, che pochi giorni fa “il Ministro della Difesa Israel Katz ha anticipato alla Knesset che il divieto d’ingresso ai reporter stranieri resta in vigore: “Troppo pericoloso” entrare nella Striscia — dove in due anni e mezzo sono stati uccisi 260 giornalisti locali — sostiene Katz”. Ma non avevamo dubbi in tal senso. Forse una pallida speranza, nonostante sia evidente che le motivazioni legate a questa decisione non siano dovute alla preoccupazione per la salute dei reporter, che in questi due anni sono stati dei target, come spesso abbiamo denunciato e come si legge anche nel rapporto di Reporters Sans Frontières (RSF). Scrive il Manifesto il 10 dicembre 2025: “Il report di RSF apre il capitolo su Gaza proprio così: «L’esercito israeliano è il peggior nemico dei giornalisti». Ed elenca le vittime degli ultimi anni di guerra nella Striscia. Secondo RSF, i giornalisti uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre 2023 sono 220, 65 dei quali erano obiettivi specifici in virtù del proprio lavoro, e non per i danni collaterali del conflitto. Altre Ong riportano dati maggiori: 270 uccisi. Nei 12 mesi presi in esame dal rapporto, da dicembre 2024 al dicembre 2025, l’esercito di Netanyahu ha ucciso 29 giornalisti palestinesi. Sono target specifici: «Non sono state vittime collaterali. Sono stati uccisi, presi di mira per il loro lavoro», sottolinea Thibaut Bruttin, il direttore generale di RSF, nell’apertura del rapporto”. A questi dati, come leggiamo sul Globalist, se ne aggiungono altri, quelli dei familiari dei giornalisti: “Secondo il Sindacato dei giornalisti palestinesi, dall’inizio della guerra israeliana a Gaza, nell’ottobre 2023, almeno 706 familiari di giornalisti palestinesi sono stati uccisi”… Ma torniamo alla mancata apertura delle frontiere di Gaza ai giornalisti internazionali. Il Fatto Quotidiano, il 3 gennaio, ci parla delle decine di giornalisti internazionali, operatori umanitari, attivisti, ricercatori, politici e fotografi bloccati negli ultimi mesi da Israele al valico di Allenby, al confine con la Giordania, o in altri punti di frontiera, impedendo loro di entrare nei Territori Palestinesi Occupati. “Pericolo per la sicurezza nazionale”, questa la motivazione addotta da chi nella classifica sulla libertà di stampa stilata dalla World Bank e da RSF si trova al 112esimo posto, dopo Haiti (noi sempre al 49esimo). Una posizione conquistata con le unghie e con i denti e anche grazie al prolungamento della cosiddetta “legge Al Jazeera”. La Knesset ha infatti approvato a fine dicembre un emendamento che consente alle autorità di prorogare fino alla fine del 2027 il divieto di trasmissione ai media stranieri accusati di minare la sicurezza dello Stato. Originariamente, la legge era limitata allo stato di emergenza dichiarato all’inizio della guerra. In base alla legge, che consente tali misure anche in assenza di stato di emergenza, se il primo ministro stabilisce che un organo di stampa straniero rappresenta una minaccia per la sicurezza dello Stato, il ministro delle comunicazioni può ordinare l’interruzione delle sue trasmissioni, previa approvazione del governo o di un comitato ministeriale. Secondo il testo del disegno di legge, il ministro è inoltre autorizzato a chiudere gli uffici dell’emittente, sequestrare le apparecchiature di trasmissione e bloccarne il sito web. Notizie tutte queste preoccupanti, che ci portano ancora una volta a domandarci: cosa possiamo fare? Una domanda a cui è sempre più difficile dare una risposta, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in Venezuela, in totale violazione del diritto internazionale.     Articolo 21
“Uccidere giornalisti è assassinare la libertà”. Quarant’anni dopo Siani, Napoli e il mondo chiedono verità
Cerimonia al Vomero per ricordare Giancarlo Siani. Le parole di Mattarella e i dati internazionali sui giornalisti uccisi mostrano quanto la sua eredità resti urgente oggi. Sono trascorsi quarant’anni dall’omicidio di Giancarlo Siani, giovane cronista de Il Mattino ucciso dalla camorra la sera del 23 settembre 1985 sotto casa, al Vomero, a soli ventisei anni. A Napoli questa mattina si è svolta una cerimonia davanti al murale che lo raffigura sorridente, in via Romaniello. Studenti, colleghi, associazioni e semplici cittadini hanno voluto ricordare quel volto giovane e quel sorriso che restano oggi simbolo di un giornalismo che non si è piegato al silenzio. La memoria di Siani continua a essere una bussola civile per chi crede nella libertà di informazione come bene comune. Dal Quirinale è arrivato il messaggio più forte. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che “l’assassinio dei giornalisti è un assassinio delle nostre libertà, di una parte di noi a cui la comunità non intende rinunciare”. Un’affermazione che supera il confine della memoria italiana e parla al mondo intero, là dove il diritto di raccontare viene messo a tacere con la violenza. Anche le istituzioni parlamentari hanno reso omaggio a Siani. Il Presidente del Senato Ignazio La Russa ha sottolineato che il suo sacrificio resta testimonianza di libertà, verità e impegno civile, mentre l’ex Presidente della Camera Roberto Fico ha parlato di memoria attiva nelle scuole e tra i ragazzi, una memoria che non si limita al rito annuale ma diventa educazione quotidiana e partecipazione civica. Chi era Giancarlo Siani lo sappiamo bene. Era un giornalista precario, pagato a pezzo, ma con il coraggio e la passione di un cronista di razza. Seguiva le vicende di Torre Annunziata e dei clan locali, raccontando le collusioni con la politica ei meccanismi di potere che opprimevano il territorio. I suoi articoli avevano acceso i riflettori su dinamiche che la camorra avrebbe voluto tenere nell’ombra. Per questo fu condannato a morte. La sua penna era diventata più pericolosa delle armi. Ricordare oggi Siani non significa solo rievocare una tragedia italiana, ma riflettere su una condizione che riguarda molti giornalisti anche nel presente. Secondo i dati raccolti da Ossigeno per l’Informazione, ogni anno in Italia centinaia di cronisti subiscono minacce e intimidazioni. La Campania, insieme alla Calabria e alla Sicilia, resta tra i territori più colpiti, a conferma di quanto il giornalismo che tocca gli interessi criminali continua ad essere bersaglio di ritorsioni. Il quadro internazionale è ancora più drammatico. La Federazione internazionale dei giornalisti ha denunciato che nel 2024 sono stati uccisi oltre cento operatori dei media in tutto il mondo, un numero che non si registrava da anni. Più della metà hanno perso la vita a Gaza, nel tentativo di documentare un conflitto che non risparmia nessuno, nemmeno chi ha scelto di raccontare. L’UNESCO parla di almeno 68 giornalisti uccisi in un solo anno e segnala che molti di questi omicidi restano impuniti. L’Ucraina, il Messico, le Filippine e il Sudan completano la mappa delle aree ad altissimo rischio, dove essere reporter significa convivere quotidianamente con la possibilità di non tornare a casa. Il legame tra la memoria di Siani e questi numeri è evidente. Così come la camorra vuole mettere a tacere un giovane cronista che raccontava la verità, oggi tanti governi, eserciti e gruppi armati cercano di eliminare chi porta testimonianza di violazioni e crimini. Ogni giornalista ucciso non è solo una vita spezzata, ma un pezzo di libertà sottratto alla collettività. Napoli, con la sua cerimonia di oggi, ha ricordato un figlio che ha pagato con la vita la fedeltà al mestiere. Ma quel sorriso sul murale del Vomero parla anche a Gaza, a Kiev, a Città del Messico, a Manila. È il volto universale di chi crede che la verità, anche quando è scomoda, vada raccontata. E ricordarlo significa scegliere di stare dalla parte di chi usa le parole come strumento di libertà e non come arma di potere. Lucia Montanaro
Venezia per Gaza, presidio davanti alla Rai
Il 24 agosto a Venezia di fronte alla sede RAI regionale, in campo San Geremia, si è svolto il presidio per esigere da un’istituzione pubblica come la televisione Italiana un’informazione corretta. Specialmente riguardo il genocidio in corsa a Gaza è stato denunciato quanto le notizie offerte dal servizio pubblico siano faziose e censurate. Un giornalismo che chiama operazione militare il genocidio in atto, piano di ricollocamento la pulizia etnica e crisi alimentare la fame usata come arma di guerra. A Gaza sono stati uccisi più di 200 giornalisti, ma ai loro colleghi italiani (a parte rare eccezioni) questa non sembra una notizia degna di nota, anzi essi si allineano alla narrativa israeliana che giustifica tali omicidi accusando gli operatori palestinesi dell’informazione di essere terroristi e in quanto tali passibili di esecuzione extragiudiziale. Israele sta insegnando al mondo intero come si uccide la legge e il diritto. Nei numerosi interventi delle sigle aderenti al presidio si è ribadito come la lotta per la libertà del popolo palestinese sia la lotta per la libertà di tutti, e la guerra contro la Palestina sia la guerra contro gli oppressi di tutto il mondo. Al presidio sono state esposte foto dei crimini israeliani a Gaza, cartelli con i prodotti israeliani da boicottare secondo le indicazioni del movimento BDS, inviti alla lotta e all’azione. La partecipazione è stata vivace e sentita e molti passanti si sono fermati e hanno dimostrato solidarietà con il popolo palestinese. In chiusura sono stati lanciati appelli per le prossime iniziative: – Sostenere in ogni modo la Global Sumud Flotilla in partenza a breve per rompere l’assedio di Gaza, – Partecipare sabato 30 agosto alla manifestazione al Lido di Venezia in occasione della Mostra del Cinema. – Prepararsi per la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma – a due anni dal genocidio Sigle aderenti: Rete No Bavaglio, Comitato 23 settembre, GPI (Giovani palestinesi d’Italia), Tendenza internazionalista rivoluzionaria, Cinema senza diritti, Docenti per Gaza, Sanitari per Gaza, Gruppo Bella Ciao – Cittadini non indifferenti di Quarto d’Altino, Verona per la Palestina, Donne per la Palestina di Vicenza, Ultima generazione, il sindacato SGB, il Coordinamento veneto Sanità Pubblica (CoVeSaP), Gruppo antifascista contro ogni greenpass, Comunità palestinese nel Veneto, Anpi Marcon, Anpi Quarto d’Altino, Global Movement to Gaza – Italia, Rete Internazionale Ebraica Anti-Sionista (IJAN) di Londra e Payday men’s network UK/US), Rete Solidale per la casa. Maria Grazia Gagliardi