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La “guerra cognitiva” a Milano la fa lo Stato
Martedì 20 ottobre il nostro Ministro della Difesa, Guido Crosetto, era preoccupato. Intervenendo al “2nd defence procurement” a Roma diceva: “I fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida“. E giù giornalisti in rivoli di articoli e servizi televisivi per diffondere l’idea nella popolazione. Poi si lasciava andare in quella che sembrava quasi una confessione: “Non riusciamo a trasmettere quanto sia importante la difesa come pilastro della sicurezza e delle istituzioni. La cultura della difesa non ha appeal”. E giù il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, a firmargli un manifesto di intenti per «rafforzare la collaborazione tra le due Amministrazioni e promuovere un dialogo più stretto e costante tra mondo accademico, industria e istituzioni, dedicato alla Cultura della Sicurezza». A quanto ci risulta, questa è la prima volta in cui una fonte istituzionale esplicita mediaticamente che l’Italia ha subito un attacco cognitivo. Le dichiarazioni di Crosetto per commentare i danneggiamenti avvenuti nelle manifestazioni ai negozi nel centro di Milano successivamente alla manifestazione contro il caro vita e nel giorno successivo, il 17 e il 18 ottobre indicano che le chiamate a scendere in piazza dalle quali sono nati gli scontri potrebbero essere state state inoltrate sui social da un Paese straniero con l’intenzione di danneggiare l’Italia. Ma cosa significa? Che cos’è la guerra cognitiva? E davvero siamo sotto attacco? “UNA GUERRA COGNITIVA È UN CONFLITTO CHE CONSIDERA IL PENSIERO UMANO E LA PERCEZIONE DELLE PERSONE I BERSAGLI PRINCIPALI DEI PROPRI ATTACCHI”. Di solito le definizioni che si trovano in rete o nei documenti aggiungono specificazioni che però ne inficiano la portata. In particolare, spesso si dice che è guerra cognitiva (solo) quella fatta dall’apparato militare di uno stato contro la popolazione di un altro stato. Questo è falso per due motivi: il primo, come rivelano le stesse fonti militari, è che la guerra cognitiva include anche operazioni militari “di difesa” che consistono nel tentativo di manipolare le menti della popolazione della propria nazione; il secondo è che non è condotta solo da militari, perché ad esempio anche un’azienda bellica che offre “gratuitamente” alle scuole su determinate materie scientifiche e il Ministero dell’Istruzione e del Merito e le Forze dell’Ordine che diffondono la Cultura della Difesa nelle scuole stan facendo guerra cognitiva. Perché? Perché stanno pianificando e attuando tecniche che hanno l’obiettivo di influenzare la lettura della realtà dei giovani con scopi predeterminati. Il conflitto in questo caso è tra chi la guerra la vuole e chi si troverebbe a doverla combattere con il proprio corpo. Veniamo al caso di Milano. Gli esperti di flussi, algoritmi e bot, avrebbero rilevato che i messaggi circolati sui social subito prima delle manifestazioni avessero un target predefinito composto da giovani arrabbiati, potenzialmente disubbidienti e facilmente incitabili alla rivolta. I contenuti e gli appelli poi sono stati rilanciati e ognuno si sarebbe quindi trasformato in un moltiplicatore che ha contribuito a far crescere da subito le adesioni agli atti violenti. Questa azione così precisa ha fatto pensare agli esperti che vi fosse sotto una competenza digitale e un modello predefinito, simile a ciò che è successo a Ceuta e in Albania. La diffusione in concomitanza dei immagini provenienti dalla Francia avrebbe creato nei giovani un effetto emulazione. Le devastazioni del 17 e 18 ottobre sarebbero quindi per gli esperti del ministero il risultato di una azione informatica, tecnologica e sociale insieme: che non ha creato il malcontento, ma si è “limitato a intercettarlo, orientarlo e amplificarlo”. Non è stato un fenomeno spontaneo ma sono state rilevate secondo i servizi “tracce di enfatizzazione sulla mobilitazione dei manifestanti“ volte a chiamare in piazza più persone, corroborando poi la tesi aggiungendo che le fonti degli appelli non erano state rintracciate. Ma sebbene non sia possibile escludere che ci sia stata un’ingerenza di tipo cognitivo da parte di un altro paese, c’è un po’ di differenza tra considerare questa ipotesi e diffonderla mediaticamente come l’unica e utilizzarla per delegittimare il malconento e il disagio giovanile, equiparare la partecipazione alle manifestazioni con quella ai danneggiamenti e prendere provvedimenti quali inviare l’aeronautica a sfilare a Milano in Difesa di negozi di lusso. Anche perché affermare che siamo sotto attacco cognitivo ha anche diverse conseguenze che al netto sono decisamente a favore del Ministero della Difesa. Tanto che la dichiarazione di Crosetto e la successiva diffusione a mezzo stampa può essere anch’essa letta come un attacco cognitivo alla società italiana. In effetti, tale messaggio: * introduce nell’immaginario collettivo il termine guerra cognitiva senza dire che i militari la fanno anche manipolando le menti delle “proprie” popolazioni; * contribuisce a costruire un Nemico senza definirlo chiaramente. Forse “i russi”, forse “gli jihadisti”, forse “i comunisti”. L’unica cosa che si capisce è che l’artefice c’è e che è contro il meravigliosamente libero e democratico Occidente. * alimenta quindi un clima di paura da utilizzare per sostenere l’introduzione del cyber-esercito in discussione ora in Parlamento oppure il ritorno della leva (clicca qui).1 * legittima l’invio di 500 militari a Milano senza dire che così militarizza la società, favorisce la deriva bellica e agisce quella pedagogia nera che considera la repressione un metodo d’insegnamento.2 Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, denunciamo che l’idea che le manifestazioni di dissenso ed i conflitti sociali siano generati da agenti esterni o fiancheggiatori di agenti esterni all’interno di quella che viene chiamata minaccia ibrida e guerra cognitiva è estremamente pericolosa. Da manuale militare, rientra nella generale identificazione di un nemico al quale attribuire le responsabilità. L’identificazione di queste categorie possono portare sia ad attacchi espliciti (verbali o fisici) sia a conseguenze a livello di sistema (limitazione e esclusione). Per i fatti di Milano la ricerca di un soggetto che avrebbe in nome dell’Islam coordinato i fatti sminuisce i reali problemi che hanno creato le manifestazioni di dissenso e gli attacchi ai simboli del lusso. Esiste poi un’altra possibilità che è stata fatta passare del tutto sottotraccia dalle voci istituzionali ed è quella del fearmongering [In inglese, fear è “paura” e monger è “commerciare, saper vendere”] di stampo neofascista. Fra i vari contenuti che sono partiti non si sa dove, sono diventati “virali” e sono poi stati capaci di influenzare l’opinione pubblica giovanile in varie città, ci sono state anche delle presunte conversazioni “trapelate” da chat di gruppi Telegram che rivelavano l’intenzione dei membri di questi gruppi di scendere in piazza per andare a compiere crimini come “stuprare le ragazze”. Notizie che dopo qualche giorno si sono rivelate essere fake anche fra i giovani, ma che all’inizio hanno spaventato molto, come ci ha sengalato una docente di una secondaria di primo grado di Brescia. Il fearmongering si basa sul diffondere tensione e preoccupazione e portare così le persone a credere che ci sia un crescente bisogno di forze dell’ordine. In questo caso specifico, ha “contribuito” inducendo diversi giovani a non scendere in piazza per paura. Cosa sarebbe se questi messaggi non fossero circolati? Forse avremmo visto più piazze come quella di Cosenza, in cui un migliaio di giovani ha organizzato in pochissimo tempo una manifestazione pacifica e travolgente, in cui partecipare era insieme presa di coscienza d’essere collettività, politicizzazione e modo per “bruciare” un giorno di scuola. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1. L’incremento delle forze armate per raggiungere l’obiettivo di un soldato ogni 300 abitanti e di istituire la riserva militare territoriale era stato annunciato a giugno e rimandato a questo autunno. Notizia di questi giorni è l’intenzione della parlamentare Cinzia Pellegrino di proporre il tema all’interno già in discussione proprio in questi giorni in Parlamento ︎ 2. Il convegno di formazione del 4 novembre mattino verterà anche su questo, in particolare con un intervento di Stefano Cobello (clicca qui per iscriverti) ︎ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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LA PROTESTA DEI TIR PROSEGUE IN TUTTA ITALIA NONOSTANTE LE MINACCE DEL GOVERNO. BLOCCHI DAL LAZIO ALLA SICILIA, A COSENZA STUDENTI IN PIAZZA
Continua la protesta dei Tir contro il caro gasolio nonostante i miseri interventi del governo. In serata riunione a Palazzo Chigi con Meloni: il Viminale ha scelto di mandare la polizia a identificare 1700 camionisti attivi nei blocchi in Campiania e denunciare oltre 70 lavoratori chiedendo di vigilare su non meglio identificate ‘infiltrazioni criminali’. Contemporaneamente l’esecutivo mette a punto un decreto che dovrebbe essere varato nel Cdm convocato per oggi. Opposizioni all’attacco e chiedono che ‘La premier riferisca in aula’. Di fronte alle minacce del governo alcune organizzazioni in Sicilia e Calabria hanno nella notte sospeso i blocchi, ma  le proteste proseguono. Continua quella dei camionisti contro il caro carburanti a Frosinone, Ferentino e Valmontone, Roma, mentre si segnalano rallentamenti ai caselli, monitorati dalla polizia. In agitazione anche gli agricoltori. Da Valmontone, Matteo, contadino in protesta raggiunto ai nostri microfoni. Ascolta o scarica Fermi anche gli autotrasportatori a Gela, Sicilia, lungo il tratto della strada statale 117 bis. “I prezzi del gasolio non scendono e noi non abbiamo ricevuto neanche un centesimo. Andiamo avanti fino a quando non ci saranno risultati concreti. Degli annunci non ce ne facciamo nulla”, fanno sapere. Restano i presidi degli autotrasportatori anche sulle strade campane, dove nel Casertano l’epicentro della protesta diventa il casello sull’A1 Milano-Napoli di Caianello. Proteste che proseguono anche a Napoli. Dal capoluogo campano Eddy del movimento di lotta – disoccupati 7 Novembre. Ascolta o scarica In Calabria, dove si sono aggiunti i blocchi dei pescatori, gli studenti di Cosenza si sono uniti alla protesta di tir e trattori, convocando per questa mattina uno sciopero con un corteo partito da Piazza Kennedy. Dal corteo studentesco Federico, de La Base di Cosenza e di Usb. Ascolta o scarica  
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Sud Italia bloccato da agricoltori e autotrasportatori
Nel Sud Italia il traffico sulle principali arterie stradali è bloccato da giorni dalla protesta di agricoltori e trasportatori, colpiti da carovita e costo dei carburanti. Alla loro protesta si sono rapidamente aggiunte le componenti studentesche e di lavoratori e lavoratrici di altri settori, e anche le rivendicazioni hanno via via incluso temi come lo stop al trasporto e commercio di armi e all’economia di guerra. Ne abbiamo parlato in diretta da un presidio a Cosenza con Federico del movimento La Base. Ascolta la diretta:
October 19, 2026
Radio Blackout - Info
COSENZA: “NESSUNO È AL RIPARO DA QUESTA CRISI”, PRESIDIO PERMANENTE E ASSEMBLEA CONTRO IL CAROVITA
Presidio permanente e assemblea pubblica oggi, venerdì 9 ottobre, in piazza Europa a Cosenza contro il carovita. Un’iniziativa che segue la partecipata manifestazione della scorsa settimana nella città calabrese, contro le conseguenze sociali ed economiche delle politiche di guerra e di speculazione. “Agricoltori, lavoratori, commercianti, famiglie: nessuno è al riparo da questa crisi“, si legge sul comunicato di indizione dell’iniziativa da parte de La Base di Cosenza. La vita delle persone è infatti piegata da prezzi insostenibili, dal caro benzina al caro affitti, dall’aumento delle bollette a quello della spesa, a causa delle scelte economiche portate avanti dal Governo Meloni. Per questi motivi il movimento cosentino ha organizzato insieme a Usb il presidio permanente a partire dalle 14 di oggi e l’assemblea pubblica in programma alle 18, entrambe in piazza Europa. Ne parla, a Radio Onda d’Urto Federico del movimento La Base di Cosenza e di Usb. Ascolta o scarica.
October 9, 2026
Radio Onda d`Urto
COSENZA: LA POPOLAZIONE E GLI AGRICOLTORI SI MOBILITANO CONTRO IL CAROVITA E IL CARO CARBURANTE@1
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno giornaliero di una macchina agricola ora costa 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori brutti”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Brutti:
October 7, 2026
Radio Blackout - Info
COSENZA: LA POPOLAZIONE E GLI AGRICOLTORI SI MOBILITANO CONTRO IL CAROVITA E IL CARO CARBURANTE@0
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno giornaliero di una macchina agricola ora costa 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori brutti”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Brutti:
October 7, 2026
Radio Blackout - Info
Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo
PUBBLICHIAMO LA RIFLESSIONE DI DOCENTI PER GAZA, NODO TERRITORIALE DELLA CALABRIA, SCRITTA A PARTIRE DALLA MANIFESTAZIONE DEL 27 LUGLIO A COSENZA PER MOHAMED AMIN BESSIOUD. Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. > «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta > dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile. È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione islamica dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più. È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona. E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa. Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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COSENZA: GRANDE PARTECIPAZIONE AL CORTEO PER CHIEDERE “VERITÀ E GIUSTIZIA PER MOMO, GIUSTIZIA PER TUTTE E TUTTI”
Si è svolto ieri sera, lunedì 27 luglio, il corteo cittadino per chiedere verità e giustizia per Mohamed Amin Bessioud, il 25enne italiano di origini tunisine che, a Cosenza, mercoledì scorso si è gettato dal balcone della propria camera durante una perquisizione dei carabinieri. I militari hanno fatto irruzione in casa del ragazzo e, dopo aver imposto alla madre di uscire dalla stanza in cui era Mohamed, si sono chiusi insieme a lui per procedere con la perquisizione. Tuttavia, è proprio mentre erano nella stanza con lui che il giovane, già agli arresti domiciliari, si è gettato dalla finestra, manette ai polsi. Mohamed soffriva da anni di una grave depressione certificata e aveva un appuntamento fissato per il mese prossimo con il Dipartimento di Salute Mentale di Cosenza. È morto durante il viaggio in ospedale. L’appuntamento di ieri sera era alle 18.30 in via dei Mille, ovvero nel quartiere in cui Mohamed viveva, da cui è partito un partecipato corteo di circa 1.500 persone. La cittadinanza ha voluto così manifestare la propria vicinanza alla famiglia, nonché ribadire due punti fondamentali, già sottolineati da compagne e compagni de La Base di Cosenza nella chiamata dell’iniziativa. “Minuto dopo minuto, la morte di Momo assume contorni sempre più gravi e le responsabilità delle forze dell’ordine sono sempre più chiare. – si legge sui canali social del collettivo – La tragedia di Mohamed, che richiama a quanto accaduto a Fakir qualche giorno fa a Bologna, ci restituisce in modo drammatico le conseguenze della gestione della salute mentale in questo paese: contenimento e repressione al posto di cura e assistenza sociale. Quando la politica risponde alle disuguaglianze e al disagio con le manette anziché con i diritti, la violenza diventa uno strumento ordinario. È una realtà che in Calabria conosciamo bene, in un territorio abbandonato dove l’assenza di tutele per i più fragili uccide ogni giorno”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il racconto e l’analisi di Vittoria, compagna de La Base di Cosenza Ascolta o scarica Di seguito un frammento video del corteo inviatoci dalla stessa Vittoria https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/video-corteo-bessioud.mp4
July 28, 2026
Radio Onda d`Urto