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Sud Italia, si allarga la protesta: dopo agricoltori e camionisti si fermano anche i fornai
Si amplia e si intensifica la protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori nel Sud Italia, che ora coinvolge anche un’ulteriore categoria. A Cosenza, infatti, è stata avviata negli ultimi giorni da circa 870 fornai la serrata dei panifici contro rincari delle materie prime e pressioni della grande distribuzione, che oggi li vedrà ancora con le braccia incrociate. Le mobilitazioni congiunte, nel frattempo, continuano a paralizzare le arterie meridionali, con chiusure e code sull’A1 Milano-Napoli e sull’A30 Caserta-Salerno, tir bloccati al varco Bausan del porto di Napoli e traffico merci in difficoltà. Gli effetti si vedono nei supermercati di Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Lazio e Molise, con scaffali vuoti o semivuoti di freschi, carne e latticini. Aumenta anche il numero dei distributori di carburante rimasti a secco, con lunghe code in quelli ancora aperti. Il fronte dei fornai si è aperto il 16 ottobre, data non casuale: è la Giornata mondiale del pane fresco e artigianale. Nel Cosentino i panifici coinvolti nelle mobilitazioni sono tutte piccole imprese a conduzione familiare; a trascinare gli altri alla serrata è stata un’avanguardia di trentuno artigiani, accampati sulla statale 106 al fianco dei camionisti. Lo stop era inizialmente previsto per due giorni, ma si è deciso di proseguire la protesta. Dietro la “rivolta del pane” ci sono conti salatissimi: i fornai denunciano che dal primo novembre il pane passerà da 3 euro al chilo a 3,80: la farina costa 10 euro in più al quintale rispetto a metà settembre, il gas 70 centesimi in più al litro, carta e plastica fino al 50 per cento in più. Il vero pane artigianale richiede più manodopera, ma trovare personale è sempre più difficile, dunque si chiedono agevolazioni contributive per le assunzioni. La protesta è anche contro la grande distribuzione. I supermercati, secondo i panificatori, pretendono metà dell’aumento di 80 centesimi sul pane, altrimenti non acquistano. Sul fronte dei trasporti, la mobilitazione partita da Puglia e Calabria si è allargata a tutto il Sud, fino a un presidio a Roma davanti a Termini. I tir hanno bloccato caselli e arterie tra A1, A2, A14, A18 e A30, ostacolato ingressi autostradali a Palermo e Potenza, le statali 18 e 100 e il varco Bausan del porto di Napoli. Ci sono presidi a Termoli, Campobasso e Bari; a Scalea studenti e insegnanti hanno espresso solidarietà. In diversi supermercati di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Calabria gli scaffali sono vuoti, con problemi anche per mangimi e carburanti. Il 92% delle merci italiane viaggia su strada, oltre un miliardo di tonnellate l’anno, e il fermo coinvolge molte filiere. Gli agricoltori denunciano prezzi riconosciuti alla produzione troppo bassi rispetto ai costi, mentre i blocchi stanno mettendo in difficoltà anche il ritiro e la consegna di latte, ortofrutta e altri prodotti deperibili. Al nodo del caro gasolio si aggiungono assicurazioni e materie prime care dopo la pandemia. Un numero sempre maggiore di distributori, nel frattempo, resta a secco in molte Regioni. Decisivo sarà ora il confronto con il governo. Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il viceministro Edoardo Rixi hanno incontrato oggi in prefettura a Milano le associazioni nazionali; nel pomeriggio il capo del dicastero di via Nomentana vedrà anche i gruppi spontanei. L’appuntamento è stato anticipato dal 27 ottobre. «Abbiamo sbloccato circa un miliardo di euro: 480 milioni per quanto riguarda tutte le domande che sono arrivate fino ad agosto e poi mettiamo nuove risorse su settembre-ottobre, però il credito d’imposta sarà ovviamente nel ’27», ha dichiarato il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi in seguito al tavolo con gli autotrasportatori. «Da oggi – ha aggiunto Rixi – iniziamo a erogare i contributi sui 430, che ora sono diventati 480 milioni circa, per azzerare tutte le domande che sono pervenute fino al 30 di agosto, che è l’ultima finestra che è stata aperta». The post Sud Italia, si allarga la protesta: dopo agricoltori e camionisti si fermano anche i fornai appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
In 10 anni quasi 1 artigiano su 4 ha gettato la spugna
Negli ultimi 10 anni il numero degli artigiani presenti nel nostro Paese ha subito un crollo verticale di quasi 400mila unità.  Se nel 2014 ne contavamo 1,77 milioni, l’anno scorso la platea è scesa a 1,37 milioni (-22 per cento). Pertanto, possiamo affermare con grande preoccupazione che in due lustri quasi un artigiano su quattro ha gettato la spugna. E anche nell’ultimo anno la contrazione è stata importante: tra il 2024 e il 2023 il numero è sceso di 72mila unità (-5 per cento). Sono alcuni dei dati pubblicati di recente dall’Ufficio studi della CGIA che ha elaborato i dati dell’INPS e, per quanto concerne il numero delle imprese artigiane attive, di Infocamere/Movimprese. La riduzione ha interessato tutte le regioni d’Italia, nessuna esclusa, ma nell’ultimo decennio le aree più colpite da questa “emorragia” sono state le Marche (-28,1 per cento), l’Umbria (-26,9), l’Abruzzo (- 26,8) e il Piemonte (-26). Il Mezzogiorno, invece, è stata la ripartizione geografica che ha subito le “perdite” più contenute.  Grazie, in particolare, agli investimenti nelle opere pubbliche legati al PNRR e agli effetti positivi derivanti dal Superbonus 110 per cento, il comparto casa ha “frenato” la caduta del numero complessivo degli artigiani di questa ripartizione geografica. “Già oggi, sottolinea la CGIA di Mestre, quando si rompe una tapparella, il rubinetto del bagno perde acqua o dobbiamo sostituire l’antenna della Tv trovare un professionista del settore è molto difficile, figuriamoci fra qualche anno. A seguito del progressivo invecchiamento della popolazione artigiana e la corrispondente contrazione dei giovani che si avvicinano a questi mestieri, anche a seguito del calo demografico, è molto probabile che entro un decennio reperire sul mercato un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista in grado di eseguire un intervento di riparazione/manutenzione presso la nostra abitazione o nel luogo dove lavoriamo sarà un’operazione difficilissima”.  Ma quali sono le cause delle chiusure? L’invecchiamento progressivo della popolazione artigiana, provocato in particolar modo anche da un insufficiente ricambio generazionale, la feroce concorrenza esercitata nei decenni scorsi dalla grande distribuzione e in questi ultimi anni in particolare dal commercio elettronico, il peso della burocrazia, il boom del costo degli affitti e delle tasse nazionali/locali hanno costretto molti artigiani ad alzare bandiera bianca. Una parte della “responsabilità”, comunque, è ascrivibile anche ai consumatori che in questi ultimi tempi hanno cambiato radicalmente il modo di fare gli acquisti, sposando la cultura dell’usa e getta, preferendo il prodotto fatto in serie e consegnato a domicilio. La calzatura, il vestito o il mobile fatto su misura sono ormai un vecchio ricordo; il prodotto realizzato a mano è stato scalzato dall’acquisto scelto sul catalogo on-line o preso dallo scaffale di un grande magazzino. Va comunque segnalato che questa riduzione in parte è anche riconducibile al processo di aggregazione/acquisizione che ha interessato alcuni settori dopo le grandi crisi 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021. Purtroppo, questa “spinta” verso l’unione aziendale ha compresso la platea degli artigiani, ma ha contribuito positivamente ad aumentare la dimensione media delle imprese, spingendo all’insù anche la produttività di molti comparti; in particolare, del trasporto merci, del metalmeccanico, degli installatori impianti e della moda.  “Negli ultimi decenni, si legge nel Report dell’Ufficio Studi della CGIA,  tante professioni ad alta intensità manuale hanno subito una svalutazione culturale; questo processo ha allontanato molti ragazzi dal mondo dell’artigianato. Il tratto del profondo cambiamento avvenuto, ad esempio, è riscontrabile dal risultato che emerge dalla comparazione tra il numero di avvocati e di idraulici presenti nel nostro Paese. Se i primi sono poco più di 233mila unità, si stima che i secondi siano “solo” 165mila.  E’ evidente che la mancanza di tante figure professionali di natura tecnica siano imputabili a tante criticità. A nostro avviso le principali sono: lo scarso interesse che molti giovani hanno nei confronti del lavoro manuale; la mancata programmazione formativa verificatasi in tante regioni del nostro Paese e l’incapacità di migliorare/elevare la qualità dell’orientamento scolastico che, purtroppo, è rimasto ancorato a vecchie logiche novecentesche”.  I piccoli negozi e le botteghe artigiane giocano un ruolo fondamentale nei centri storici, nelle piccole comunità e nei borghi, contribuendo all’identità culturale, all’economia locale e al mantenimento del patrimonio storico. Queste attività, spesso situate in edifici storici, arricchiscono l’ambiente urbano con la loro presenza e le loro creazioni, attirando turisti e residenti interessati alla tradizione e all’artigianato di qualità. Per questo, la CGIA di Mestre propone di introdurre per legge un “reddito di gestione delle botteghe commerciali e artigiane” per chi (giovane o meno) gestisce o apre una attività, compatibile con la residenzialità, nei centri minori (fino a 10.000 abitanti). Qui per approfondire: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2025/08/Crollo-artigiani-16.8.25.pdf.  Giovanni Caprio
August 22, 2025
Pressenza