Gli scienziati hanno osservato un nuovo ecosistema nelle profondità oceaniche
È lungo circa 2.500 chilometri, si trova a una profondità superiore ai 6.000
metri e contiene vongole, vermi tubicoli e microbi in grado di vivere in un
ambiente estremo dove la luce solare non arriva: è l’ecosistema chemiosintetico
ritenuto il più esteso e profondo mai osservato, scoperto in due delle fosse
oceaniche più remote del pianeta, quella delle Curili-Kamčatka e quella delle
Aleutine occidentali. Lo rivela un nuovo studio condotto da un team
internazionale guidato dall’Accademia Cinese delle Scienze, sottoposto a
revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Nature. A bordo della
nave di ricerca Tan Suo Yi Hao e con il sommergibile Fendouzhe, gli autori hanno
documentato come la vita in queste profondità si basi non sulla fotosintesi, ma
sulla chemiosintesi: i batteri trasformano metano e idrogeno solforato
provenienti da infiltrazioni del fondale in energia, sostenendo un’intera catena
ecologica. «Sebbene consideriamo la fossa adodale un ambiente molto estremo, gli
organismi chemiosintetici possono vivere felicemente lì», ha commentato Mengran
Du, coautrice dello studio.
Le fosse oceaniche rappresentano alcuni degli ambienti meno esplorati e più
ostili della Terra. Per decenni gli scienziati hanno ritenuto che la vita
potesse sopravvivere a tali profondità solo grazie al materiale organico
proveniente dalla superficie – organismi morti o particelle trasportate dalle
correnti – che cadeva lentamente sul fondale, anche se già dagli anni Ottanta,
tuttavia, si era ipotizzata l’esistenza di comunità basate sulla chemiosintesi
anche nelle zone più estreme, simili a quelle osservate nelle sorgenti
idrotermali e nelle cosiddette “infiltrazioni fredde”. Tuttavia, spiegano gli
autori, finora le prove erano limitate, in quanto pochi insediamenti di
molluschi e tappeti microbici erano stati individuati in altre fosse, come
quella giapponese e nella Fossa delle Marianne. La nuova scoperta, quindi,
amplierebbe radicalmente questa visione, mostrando che l’energia chimica, e non
solo quella derivata dalla superficie, può sostenere ecosistemi vasti e
complessi anche oltre i 9.000 metri. Significa che il ciclo del carbonio nelle
profondità oceaniche è molto più articolato di quanto si pensasse e che le fosse
potrebbero giocare un ruolo cruciale nell’immagazzinamento del metano e nella
regolazione dei gas serra.
In particolare, durante le immersioni, i ricercatori hanno osservato a
profondità tra i 5.800 e i 9.533 metri comunità densissime di vermi tubicoli
siboglinidi, alcune formate da migliaia di individui, insieme a vongole,
gasteropodi e policheti. Le analisi dei sedimenti, poi, hanno mostrato
concentrazioni insolitamente elevate di metano, prodotto dai microbi attraverso
la riduzione microbica della CO₂. I batteri che vivono in simbiosi con i vermi e
le vongole, spiegano gli esperti, utilizzano questo metano per generare energia
e cibo, rendendo indipendenti gli organismi dalla luce solare. Secondo gli
autori, quindi, le fosse agiscono non solo come serbatoi ma anche come centri di
riciclo del metano, sequestrando quantità di carbonio organico fino a 70 volte
superiori rispetto al fondale circostante: «Una grande quantità di carbonio
rimane nei sedimenti e viene riciclata dai microrganismi», ha spiegato Du,
sottolineando che questo processo potrebbe avere un impatto significativo sul
bilancio globale del carbonio e che la ricerca indica che comunità simili
potrebbero essere diffuse in altre fosse oceaniche, aprendo nuove prospettive
per lo studio della vita negli ambienti estremi e per la comprensione del ruolo
degli abissi nella regolazione climatica del pianeta.
Roberto Demaio
L'Indipendente