Se sterminare una popolazione non basta
La guerra uccide e distrugge. Vale per tutte le guerre, qui un report sulla
situazione in Ucraina, lo stesso vale per la Striscia di Gaza dove per
l’offensiva israeliana si parla sia di genocidio ma anche di ecocidio così come
definito da più parti. Terribile il quadro delineato dall’Environmental Impact
of the Escalation of Conflict in the Gaza Strip, l’ultimo report di Unep –
United Nations Environment Programme, il Programma delle Nazioni Unite per
l’Ambiente. Lo studio è stato richiesto dallo Stato di Palestina per valutare il
danno ambientale.
Secondo questo rapporto circa il 78% dei 250.000 edifici presenti prima
dell’attacco è andato distrutto producendo 61 milioni di tonnellate di detriti.
Di questi, circa il 15% è a rischio elevato di contaminazione da amianto,
rifiuti industriali o metalli pesanti.
Tra le strutture distrutte ci sono anche i serbatoi di stoccaggio dell’acqua e
gli impianti di pompaggio: 9 dei 54 rimangono attivi (di cui solo 3 non
danneggiati) da aprile 2025. Ciò significa una riduzione dell’84% nella
fornitura di acqua dolce, mentre non risultano più operative le strutture per il
trattamento delle acque reflue. Inoltre, pesante distruzione dei sistemi di
tubazioni e aumento dell’uso di fosse settiche per i servizi igienico-sanitari
hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e
costiere.
Secondo l’Euro-med Human Rights Monitor, organizzazione svizzera indipendente,
l’attacco israeliano a Gaza ha causato l’uccisione di quasi tutti gli animali
presenti nel territorio, circa il 97% dei nostri compagni di vita su questo
pianeta, in quella striscia di terra, non esiste più. Prima del genocidio, a
Gaza, si contavano circa 6.500 allevamenti avicoli che fornivano circa tre
milioni di polli al mercato locale ogni mese. Dopo due anni di guerra oltre il
93% di questi allevamenti è stato completamente distrutto e i pochi rimasti
hanno cessato completamente l’attività. Sempre prima del 7 ottobre si trovavano
15.000 mucche, 60.000 pecore, 10.000 capre e 20.000 asini, oltre a diversi
cavalli e muli utilizzati come animali da lavoro. Ad agosto 2024, circa il 43%
di questi animali era morto, nel 2025 non ne rimaneva più del 6%. il che
riflette un collasso quasi totale di questo settore vitale.
Anche il terreno stesso è stato “ucciso”. Gli attacchi militari hanno raso al
suolo gran parte della vegetazione, a cominciare dagli uliveti: il 97% delle
colture arboree, il 95% degli arbusti e l’82% delle colture stagionali sono
andati distrutti. Secondo il report FAO “Land available for cultivation in the
Gaza Strip as of 28 July 2025 solo l’1,5% del terreno agricolo (232 ettari) era
accessibile e non danneggiato. Il suolo, martoriato da bombardamenti e attività
militari di terra, è stato contaminato da bombe e fuoco, ovunque detriti. Ad
inizio conflitto sempre la Euro-Med Human Rights Monitor dichiarò che le forze
di difesa israeliane avrebbero usato armi al fosforo bianco sul porto di Gaza e
in un’area del Libano al confine con Israele. Armi tra l’altro usate anche in
Ucraina. Il fosforo bianco “quando viene a contatto con l’aria produce anidride
fosforica generando calore; l’anidride fosforica, a sua volta, reagisce
violentemente con composti contenenti acqua, come il corpo umano, e li disidrata
producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia la
parte restante del tessuto molle. Il risultato è la distruzione completa del
tessuto organico. Gli effetti di avvelenamento e di bruciatura che ne conseguono
risultano dunque drammatici e, nella maggior parte dei casi, mortali” (estratto
da Giacomo Cassano di Iriad, Archivio disarmo). La notizia non risulta però
confermata.
Fosforo a parte, l’uccisione di esseri umani e animali e la distruzione
dell’ambiente sono comunque stati perpetrati in maniera così massiccia da
descrivere la volontà di cancellare un’intera popolazione, insieme alla sua
cultura e al suo territorio. Genocidio ed ecocidio non sono parole a caso.
Sara Panarella