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Grecia. Assolti a Lesvos 24 volontari impegnati nel soccorso in mare
Dopo sette anni di limbo legale, il 15 gennaio 2025 la Corte di appello di Lesbo (Grecia) ha finalmente assolto i 24 operatori umanitari legati all’organizzazione Emergency Response Centre International (ERCI), ponendo fine ad un procedimento che li vedeva accusati di favoreggiamento all’immigrazione irregolare, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere. Notizie GRECIA. A LESBO, IL SEARCH AND RESCUE SOTTO PROCESSO La minaccia per 24 operatori umanitari: 20 anni di prigione Ludovica Mancini 19 Dicembre 2025 In caso di condanna, avrebbero rischiato pene detentive fino a venti anni per la loro attività di salvataggio di vite umane svolte nell’ambito delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR). Al termine dell’udienza, durata ben più di undici ore e contrassegnata da frequenti e prolungate pause, il pubblico ministero ha riconosciuto l’inconsistenza delle imputazioni e ha richiesto l’assoluzione degli imputati. I giudici hanno quindi pronunciato la loro sentenza: sollevati da ogni accusa. IL CASO ERCI IN BREVE Chi: 24 operatrici e operatori umanitari (ERCI) Dove: Lesbo, Grecia Quando: fatti dal 2018 – assoluzione 15 gennaio 2025 Accuse: favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, riciclaggio, associazione a delinquere Esito: assoluzione piena in appello La decisione ha chiarito in modo inequivocabile che il procedimento non rappresentava altro se non una ‘perversa distorsione dell’attività umanitaria di salvataggio di vite umane’ e una vera e propria azione punitiva nei confronti delle operazioni di soccorso in mare, rendendo l’assoluzione l’unico esito possibile di un processo che, come sottolinea l’organizzazione Human Rights Watch, non sarebbe mai dovuto cominciare 1. A partire dagli arresti del 2018 e dalla conseguente custodia cautelare, protrattasi per ben più di 100 giorni nei confronti di alcuni degli operatori umanitari coinvolti, il caso è stato caratterizzato da una lunga serie di gravi irregolarità procedurali. Tra queste: la mancata traduzione di atti fondamentali in una lingua comprensibile agli imputati, l’assenza di interpreti durante le udienze, capi d’imputazione vaghi, privi di una chiara attribuzione di responsabilità individuali, errori cronologici nelle accuse, nonché anni di rinvii reiterati. Solo dopo sette anni gli imputati hanno potuto finalmente prendere la parola in aula e rispondere alle accuse infondate. Questo momento ha messo in luce non soltanto le profonde ripercussioni personali di un simile limbo giuridico, ma anche le sue conseguenze sistemiche: la sospensione delle operazioni di ricerca e soccorso nel Mar Egeo, dove, nel solo 2025, hanno perso la vita 280 persone. È quasi paradossale immaginare che, in un mondo giusto, le organizzazioni non governative (ONG) impegnate nelle operazioni di soccorso non dovrebbero nemmeno esistere. Tuttavia, poiché la realtà continua a smentire tale aspirazione, occorre ribadire come il dovere di salvare vite in mare grava primariamente sugli Stati in quanto obbligo positivo discendente dal diritto internazionale, come sancito, inter alia, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), dalla Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (SAR) e dalla Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS). Inoltre, a livello europeo, l’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo tutela il diritto alla vita, anche in mare, imponendo obblighi positivi agli Stati membri, come ribadito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Safi e altri c. Grecia 2. PH: Ludovica Mancini Il diritto dell’Unione europea promuove inoltre il coordinamento e lo scambio di informazioni nelle operazioni SAR, anche con navi di proprietà privata (Raccomandazione (UE) 2020/1365 della Commissione europea). Invece di ricorrere a forme di accanimento giudiziario finalizzate a ostacolare gli atti di solidarietà, gli Stati dovrebbero adempiere ai propri obblighi, astenendosi sia dalla prassi illegale, crescente e sistematica, dei pushbacks, in violazione del principio di non-refoulement, sia dalla repressione dei difensori dei diritti umani. «Sono quasi morta in mare: è per questo che sono qui, per aiutare le persone. Non accetto di essere definita una trafficante», ha testimoniato Sara Mardini 3. Del resto, sin dall’inizio, le prove a sostegno di tali accuse erano del tutto inesistenti. Questa strumentalizzazione dell’apparato giudiziario si inscrive in un più ampio disegno politico perseguito dal Ministero greco della Migrazione e dell’Asilo sotto la guida di Thanos Plevris, caratterizzato da un ricorso sempre più marcato a strumenti giuridici per limitare i diritti fondamentali delle persone in movimento e per criminalizzare la solidarietà. Se la Legge n. 5226/2025, adottata nel settembre 2025, ha istituzionalizzato, tra l’altro, la criminalizzazione del soggiorno irregolare, un disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento si spinge oltre, proponendo: 1) un inasprimento delle pene per il favoreggiamento dell’ingresso o del soggiorno irregolare, con aggravanti specifiche per i membri delle ONG e una pena minima di dieci anni di reclusione; e 2) la facoltà per il Ministero di cancellare un’ONG dal registro ufficiale qualora uno dei suoi membri sia sottoposto a procedimento penale, anche in assenza di condanna definitiva, consentendo di fatto la sospensione o lo scioglimento delle attività dell’organizzazione. Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 «Questa assoluzione deve costituire un precedente», ha sottolineato Séan Binder 4 dopo la sentenza. «Prestare assistenza umanitaria in mare è un obbligo, non un reato; utilizzare WhatsApp è normale, non una prova di criminalità; acquistare lavatrici per un campo profughi non trasforma una persona in un riciclatore di denaro» 5. Il verdetto nel caso ERCI rappresenta dunque un segnale chiaro e inequivocabile: la solidarietà e l’azione umanitaria non possono – e non devono – essere trattate come condotte criminali. 1. Humanitarians Cleared of Bogus Charges in Greece – Human Rights Watch (15 gennaio 2026) ↩︎ 2. Corte europea dei diritti dell’uomo (prima sezione), (2022). Safi e Altri c. Greece, ricorso no. 5418/15 ↩︎ 3. Nata a Damasco, Sara Mardini è una rifugiata siriana arrivata in Europa nel 2015 dopo aver attraversato il Mar Egeo insieme alla sorella Yusra. Durante la traversata, le due si gettarono in acqua per spingere a nuoto l’imbarcazione in avaria, salvando le persone a bordo. Dopo il suo arrivo in Europa, Sara è tornata a Lesvos come volontaria per prestare assistenza nelle operazioni di ricerca e soccorso. Nel 2018 è stata arrestata e accusata di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare per la sua attività. Dopo sette anni di procedimento penale, è stata assolta da tutte le accuse ↩︎ 4. Grecia: Seán Binder assolto da tutte le accuse, Amnesty International (15 gennaio 2026); Front Line Defenders – case page ↩︎ 5. Helena Smith, (2025). Rights groups hail acquittal after seven years of aid workers prosecuted during Greece refugee Crisis –The Guardian (gennaio 2026) ↩︎
Grecia. A Lesbo, il search and rescue sotto processo
Dal 2015 al settembre 2025, secondo i dati dell’UNHCR, 20.036 persone sono morte o risultano disperse nel Mar Mediterraneo. Mentre i governi degli Stati frontalieri dell’Unione Europea si adoperano per ‘proteggere’ le proprie frontiere, anche a costo di perdite di vite umane, coloro che tentano di salvarle – attraverso operazioni di search and rescue, dando attuazione all’obbligo giuridico internazionale di prestare soccorso in mare – vengono sempre più frequentemente criminalizzati e sottoposti a procedimenti penali. Approfondimenti GRECIA. QUANDO I DIRITTI DIVENTANO REATO La criminalizzazione della solidarietà e la sfida della società civile alle politiche migratorie governative Ludovica Mancini 12 Novembre 2025 In Grecia, non sembrano bastare né la strage di Pylos del giugno 2023, né le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – ad esempio A.R.E. c. Grecia 1 che condanna la pratica sistematica dei pushbacks da parte della Repubblica Ellenica – né i numerosi shadow reports di varie ONG 2, per orientare l’azione dei decisori politici verso la creazione di percorsi legali e sicuri per i richiedenti asilo diretti verso l’Unione Europea. Il vero ‘problema’ politico, infatti, continua a essere chi presta soccorso. Una qualificazione che, sotto il profilo giuridico, risulta profondamente controverso. Il 4 dicembre 2025 3, ventiquattro difensori dei diritti umani, tra cui Séan Binder, Athanasios (Nassos) 4 Karakitsos e Sarah Mardini, sono stati chiamati a comparire davanti alla Corte d’Appello di Mitilene (Lesbo, Grecia), a sette anni dal loro primo arresto, avvenuto nel febbraio 2018 5. Sette anni di limbo legale, di informazioni non chiare sulle accuse, di gravi errori procedurali e di rinvii reiterati, che hanno reso evidente – come affermato dall’avvocato Zacharias Kesses, difensore di sei degli imputati – come “al cuore di questo caso vi sia un tentativo delle autorità di criminalizzare l’assistenza umanitaria, al fine di allontanare da Lesbo tutte le organizzazioni attive nel settore”. Per l’attività volontaria di salvataggio di vite umane svolta nell’ambito delle operazioni di search and rescue, i ventiquattro operatori umanitari sono imputati dei reati di costituzione e partecipazione a un’organizzazione criminale ai sensi dell’articolo 187 del Codice Penale, di favoreggiamento dell’ingresso irregolare di cittadini stranieri ai sensi degli articoli 29 e 30 della Legge sugli Stranieri n. 4251/2014, nonché di riciclaggio di denaro ai sensi degli articoli 1, 2, 4 e 45 della legge n. 3691/2008; in caso di condanna, essi rischiano pene detentive fino a venti anni di reclusione immediata. Le accuse si fondano prevalentemente sull’attività della Emergency Response Centre International (ERCI) – di cui gli imputati facevano parte – organizzazione civile di soccorso regolarmente registrata, attiva tra il 2015 e il 2018 lungo la rotta di attraversamento dalla Turchia verso la Grecia, mediante l’impiego di due imbarcazioni, turni di avvistamento notturno e servizi di assistenza medica e logistica. È opportuno sottolineare che la ERCI operava in collaborazione con la Guardia Costiera Ellenica. A partire dal 2018, è stata avviata una persecuzione penale abusiva nei confronti degli operatori umanitari, caratterizzata da gravi vizi procedurali e sostanziali, in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto penale e con gli obblighi internazionali di soccorso in mare. Ne sono prova, tra l’altro, le condizioni della custodia cautelare antecedenti al rilascio in attesa della prosecuzione del procedimento – con fino a diciotto persone per stanza e soli due servizi igienici – la mancata traduzione dell’atto di accusa e di altri documenti essenziali in una lingua comprensibile agli imputati, l’assenza di interpreti durante le udienze, la vaghezza delle accuse, prive di una puntuale individuazione delle responsabilità individuali e affette da errori temporali, nonché i rinvii pluriennali del processo. La presenza di tali vizi ha attirato l’attenzione della comunità internazionale: Amnesty International ha più volte chiesto l’archiviazione di tutte le accuse, oltre che essere presente al processo, così come altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights 6. Durante l’udienza di dicembre 2025 si sono tuttavia registrati alcuni segnali di miglioramento, tra cui la presenza dell’UNHCR, di due ufficiali della Guardia Costiera – interrogati dagli avvocati al fine di chiarire ai giudici il contesto delle operazioni di soccorso – nonché dei liaison officers e del comandante della Guardia Costiera di Lesbo. Il processo è stato tuttavia nuovamente rinviato ai giorni 16 e 17 gennaio 2026. Questo caso non costituisce un’anomalia nel contesto europeo: nel solo 2024, almeno 142 persone – di cui 62 in Grecia – sono state deferite alla giustizia per la loro attività di assistenza umanitaria 7. Tale tendenza crescente appare chiaramente riconducibile a una precisa volontà politica di eludere la tutela dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, anche attraverso la sistematica mancata protezione e criminalizzazione dell’azione umanitaria. Ancora più allarmante è il fatto che le persone accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare siano soprattutto i sopravvissuti a naufragi. Secondo PICUM 8, l’84% dei soggetti sottoposti a imputazione per attraversamento irregolare delle frontiere viene incriminato per aver guidato un’imbarcazione o condotto un veicolo oltre confine, ovvero per una presunta assistenza nella gestione dei passeggeri a bordo. Nel solo 2024, tali procedimenti hanno coinvolto 91 persone – di cui 45 in Grecia – e si sono svolti con una durata media di appena dieci minuti, spesso in assenza di un’adeguata traduzione e di un’effettiva istruttoria probatoria con imputati detenuti prima ancora dell’inizio del processo 9. Ciò evidenzia una chiara volontà di criminalizzare la condizione stessa di migrante e di penalizzare la loro fuga. Come afferma Free Humanitarians, ONG impegnata nella tutela degli operatori umanitari vittime di criminalizzazione per la loro assistenza alle persone in movimento, le autorità, anziché perseguire attività umanitarie regolarmente registrate e autorizzate, dovrebbero riconoscere e valorizzare le competenze e le risorse che le organizzazioni non governative mettono a disposizione – soprattutto laddove le risposte statali risultino carenti o inefficaci. 1. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo A.R.E. contro Grecia 15783/21, 7 gennaio 2025 ↩︎ 2. Vedi, tra l’altro: Greek Council for Refugees (2024), At Europe’s Borders: Pushbacks Continue as Impunity Persists; AIDA (2025), Country Report on Greece – Update on 2024 ↩︎ 3. Grecia: archiviare le accuse contro Seán Binder, Amnesty International (17 novembre 2025) ↩︎ 4. Documentario “La storia di Seán Binder” ↩︎ 5. Front Line Defenders – case page ↩︎ 6. Watch Trial of aid workers accused of migrant smuggling set to start on Lesvos, eKathimerini (4 dicembre 2025); Solidarity on Trial in Greece, HRW (3 dicembre 2025) ↩︎ 7. PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 8. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024, Picum (aprile 2025) ↩︎ 9. Ibid ↩︎
Grecia. Quando i diritti diventano reato
Dal 2016, le autorità greche hanno avviato oltre cinquantatré procedimenti giudiziari e indagini nei confronti di organizzazioni della società civile e singoli individui impegnati in attività di assistenza alle persone in movimento. Nel solo 2023, trentuno persone sono state imputate per reati connessi a tali attività. Con procedimenti dalla durata media di circa tre anni e mezzo, la criminalizzazione della solidarietà da parte delle autorità greche incide profondamente sull’operato delle organizzazioni umanitarie e dei difensori dei diritti coinvolti, compromettendo altresì il pieno esercizio dei diritti fondamentali delle persone in movimento. Tale fenomeno si configura come una diramazione diretta del processo di securitizzazione 1 e, più specificamente, come manifestazione della criminalizzazione della migrazione, intesa quale insieme di politiche, norme e prassi amministrative che, fondendo il diritto dell’immigrazione con la logica punitiva del diritto penale, finiscono per trasformare la mobilità umana in una condotta di rilevanza criminale. Attraverso questo approccio, il governo greco ha progressivamente costruito un vero e proprio “diritto penale del nemico”, nel quale la persona migrante non è più riconosciuta come soggetto titolare di diritti, ma viene trattato come potenziale trasgressore, destinatario di un apparato sanzionatorio spesso privo delle garanzie procedurali proprie dello Stato di diritto. Emblematico, in tal senso, è l’emendamento n. 71 della Legge 5218 2 adottato dal governo greco nel luglio 2025, che ha sospeso per tre mesi la possibilità di presentare domanda d’asilo per le persone giunte via mare dal Nord Africa, nonché l’intervento normativo introdotto con la Legge 5226/2025 3, approvata nel mese di settembre 2025, che istituzionalizza la criminalizzazione del soggiorno irregolare. Approfondimenti/Confini e frontiere GRECIA, SOSPENSIONE DELL’ASILO E NUOVA RIFORMA RAZZISTA DEL GOVERNO MITSOTAKIS Atene anticipa la linea più dura del Patto UE Redazione 14 Agosto 2025 In risposta all’implementazione di questa legge draconiana e alle deportazioni da Creta dei richiedenti asilo senza alcun esame individuale delle loro domande, centootto organizzazioni della società civile hanno presentato ricorso cautelare dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo 4. Le organizzazioni hanno denunciato la palese incompatibilità di tale sospensione con il diritto internazionale ed europeo, in particolare con il divieto assoluto di refoulement, ottenendo così l’emanazione delle misure provvisorie della Corte del 14 agosto 5, che hanno impedito la deportazione di otto richiedenti asilo sudanesi e, il 29 agosto 6, di quattro richiedenti asilo eritrei, tutti giunti a Creta. PH: Stop Pushbacks Lesvos (4.11.25) Questa vittoria della società civile rappresenta un trionfo dello Stato di diritto e dei diritti umani sulle logiche securitarie della politica migratoria greca. Tuttavia, il Ministro della Migrazione, Thanos Plevris, ha annunciato nuove misure per silenziare le critiche alle politiche del governo: le ONG potrebbero essere rimosse dal registro ufficiale se promuovono politiche migratorie contrarie, contestano decisioni come detenzioni amministrative o sospensioni delle procedure di asilo, o gestiscono i fondi in maniera ritenuta irregolare. Secondo le autorità, queste restrizioni sarebbero giustificate dalla presunta condotta “anticostituzionale” delle organizzazioni, accusate persino di consigliare ai migranti di ignorare l’ordinamento giuridico greco. In realtà, questa misura si inscrive perfettamente nel piano di criminalizzazione avviato dal governo ellenico con l’obiettivo di plasmare uno spazio civico sempre più ristretto per le organizzazioni operanti nell’ambito della solidarietà come evidenziato, tra l’altro, dal rapporto della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Difensori dei Diritti Umani 7, Mary Lawlor, già nel 2023. Tuttavia, contro la criminalizzazione governativa della società civile – che, oltre a danneggiare chi ha bisogno, mina il tessuto stesso della democrazia, come sottolineato da Human Rights Watch 8 – continuano a resistere numerose realtà di solidarietà attiva. Tra queste, a Lesbo, il Community Centre di Paréa (Europe Cares), dal greco “cerchio di amici”, a soli dieci minuti dal campo di Mavrovouni, ridà alle persone in movimento normalità, dignità e senso di comunità. Secondo il team, il centro rappresenta un memorandum quotidiano del potere del lavoro collettivo, uno spazio in cui volontari internazionali e della comunità migrante costruiscono insieme una vera comunità nella solidarietà. Oltre ai servizi offerti, Paréa promuove l’empowerment delle persone in movimento, anche attraverso la partecipazione politica. Un gruppo di volontari attivi sull’isola di Lesvos in Grecia, uniti per lottare contro i pushbacks delle persone in movimento nel Mar Egeo. La loro missione è creare consapevolezza, attraverso proteste e una campagna sui social media, per porre fine a queste pratiche. Profilo IG Il 4 novembre, a Mitilene (sull’isola di Lesbo), si è svolta una manifestazione e commemorazione contro la condotta illegale dei pushbacks in mare e le morti in mare, in seguito alla tragedia del 27 ottobre, che ha visto la morte di quattro persone nelle acque dell’isola. Volontari internazionali, persone in movimento e abitanti locali si sono radunati davanti al mare, ciascuno con una candela in mano, in un potente momento di memoria, solidarietà e resilienza. 1. Con il termine “securitizzazione” della migrazione si fa riferimento al processo attraverso il quale le persone in movimento vengono rappresentate e trattate come una minaccia esistenziale per l’identità nazionale, la sicurezza dello Stato e l’ordine pubblico. Tale processo si fonda su atti linguistici e pratiche istituzionali che mirano a trasferire la questione migratoria dal piano della gestione ordinaria a quello dell’emergenza e della sicurezza. In tal modo, si legittima una gestione eccezionale del fenomeno migratorio, spesso estranea alle procedure democratiche e ai meccanismi ordinari del diritto, e pertanto priva delle garanzie proprie dello Stato di diritto ↩︎ 2. Qui l’emendamento ↩︎ 3. Qui la legge ↩︎ 4. Ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il ricorso cautelare è una procedura d’urgenza volta all’ottenimento di un provvedimento idoneo a fronteggiare – e, se possibile, a prevenire – il rischio di un’imminente violazione di un diritto garantito dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ↩︎ 5. European Court of Human Rights blocks deportation of refugees detained by Greece under unlawful asylum suspension – RSA (agosto 2025) ↩︎ 6. New ECtHR decision: Greece prohibited from deporting refugees before they have had access to asylum procedure – RSA (settembre 2025) ↩︎ 7. Leggi il rapporto ↩︎ 8. Eva Cossé, (2025). “Greece’s Latest Assault on Civil Society. EU Action Needed to Protect Civic Space”, Human Rights Watch ↩︎
Brutal Barriers: respingimenti, violenza e violazioni alla frontiera tra Polonia e Bielorussia
Dalla violenza delle parole alla violenza della frontiera Sono «Orde di banditi… che cercano di attaccare i soldati polacchi» 1. «Immagina una ragazza di 18 anni che attraversa molte frontiere, senza famiglia… Non ha idea di come siano le foreste Europee… di quanto poco bene ci sia» 2. Due narrazioni antitetiche. Lo stesso oggetto: la frontiera tra Polonia e Bielorussia. Il rapporto Brutal Barriers realizzato da Oxfam e l’ONG Egala 3, pubblicato nel marzo 2025, grida le prove e le testimonianze delle persone in movimento, dei volontari e degli operatori umanitari presenti nel cosiddetto ‘Sistema’: quello che in arabo viene chiamato Muharrama, cioè: ‘terra di nessuno’, ‘zona di morte’. Il Sistema è un’area lunga 38 miglia situata nella primordiale, ostile all’uomo, foresta di Białowieża, oggi scena di una crisi umanitaria e dei diritti umani che si aggrava ininterrottamente dal 20214, risultato della sistematica strumentalizzazione delle persone in movimento dal regime di Lukashenko e della brutale politica dei ‘pushbakcs’ adottata dal Governo Tusk. Questo articolo si propone di contro informare sugli orrori documentati dal rapporto Brutal Barriers, configurandosi quale contro-pratica discorsiva rispetto alla crescente criminalizzazione e securitizzazione delle persone in movimento e dei difensori dei diritti umani, come denunciato nel rapporto stesso. In un contesto in cui emozioni e sentimenti vengono evocati per propagandare la negazione di questa crisi umanitaria, funzionale alla tutela dello schema identitario dell’Unione Europea (UE), saranno proprio le voci grassroots raccolte nel documento di Oxfam ed Egala a parlare del Sistema, rivelando il décalage esistente tra la violenza semantica delle retoriche securitarie e la violenza sistemica che domina la Muharrama. A COSA ASSOMIGLIA LA FRONTIERA TRA POLONIA E BIELORUSSIA? «Stavo camminando nella foresta. Continuavo a guardarmi alle spalle per controllare se ci fossero soldati polacchi (…), avevo paura che mi prendessero. Non mangiavo da molto tempo. (…) Ero vicino al fiume (…). Ero bagnata, ero lenta perché mi dovevo muovere nel fango» 5. A partire dal 2021, la frontiera orientale tra Polonia e Bielorussia è oggetto di un processo di progressiva e sistematica fortificazione multilivello. Alle barriere naturali preesistenti, rappresentate dalla foresta di Białowieża, si sono affiancate diverse tipologie di ostacoli, riconducibili a quattro principali dimensioni: * Barriere artificiali di natura militare e tecnologica, costituite da infrastrutture di contenimento quali recinzioni in filo spinato, barriere “intelligenti” dotate di sensori di movimento e sistemi avanzati di videosorveglianza. * Barriere coercitive, rappresentate da prassi consolidate e documentate di violazione dei diritti fondamentali da parte delle autorità polacche e bielorusse. Tali pratiche includono operazioni di respingimento collettivo (pushbacks), uso sproporzionato della forza e privazione deliberata di beni essenziali quali cibo, acqua, cure mediche e riparo, in violazione del diritto internazionale ed europeo dei diritti umani. * Barriere normative, ovvero misure legislative e regolamentari finalizzate alla formalizzazione e legittimazione giuridica di un regime strutturale di compressione dei diritti umani e dello stato di diritto. Tra queste si segnalano: la reintroduzione della ‘zona di esclusione’ nel giugno 2024; la Legge polacca 1248/2024, che prevede un’esenzione dalla responsabilità penale per i membri delle forze armate, della guardia di frontiera e della polizia operanti nelle aree frontaliere, anche in caso di uso eccessivo della forza, concedendo il via libera ad abusi; lo stanziamento di 52 milioni di euro da parte della Commissione Europea nell’ambito del Regolamento (UE) 2021/1148 6, destinati al rafforzamento del controllo delle frontiere esterne e alla gestione delle cosiddette ‘minacce ibride’; nonché la Legge polacca 389/2025, che autorizza la sospensione temporanea del diritto d’asilo in situazioni eccezionali. L’insieme di questi strumenti solleva rilevanti questioni di compatibilità con più articoli della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, la Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU), e la Convenzione sullo Status dei Rifugiati del 1951. ‘ZONA DI ESCLUSIONE’ REINTRODOTTA NEL LUGLIO 2024 Fonte: Oxfam & Egala (2025, p. 7 * Barriere all’assistenza umanitaria, derivanti dalla totale assenza di una risposta istituzionale alla crisi umanitaria in corso e da forme sistematiche di ostruzionismo nei confronti delle attività svolte da soggetti della società civile, come documentato da Amnesty International 7. Queste ultime si concretizzano in azioni di criminalizzazione, intimidazione, molestie, anche attraverso canali digitali, controllo repressivo e fenomeni di vigilantismo armato e organizzato da parte di attori non istituzionali. PUSHBACKS, VIOLENZE E ASSENZA DELLO STATO DI DIRITTO IN POLONIA E IN BIELORUSSIA Secondo quanto riportato da Medici Senza Frontiere, nel giugno 2024 i pazienti giunti in Polonia hanno dichiarato di aver trascorso in media 21 giorni nella foresta, con permanenze che in alcuni casi hanno raggiunto i 90 giorni 8. Durante questa agonia nel Sistema, sia dal lato polacco che da quello bielorusso, le persone in movimento hanno affermato di essere state sottoposte a diverse pratiche non conformi al diritto, non solo nazionale, ma anche a norme di ius cogens erga omnes. Le organizzazioni della società civile hanno registrato 5,615 richieste di assistenza e 3,183 casi di pushbacks 9 da territorio polacco. Inoltre, secondo i dati raccolti da We Are Monitoring, tra giugno e novembre 2024 10, 122 persone in movimento, bisognose di immediata assistenza medica – anche donne incinte – sono state respinte, di cui 13 direttamente da strutture ospedaliere polacche, includendo anche soggetti minorenni 11. Approfondimenti/Rapporti e dossier/Confini e frontiere «HO DETTO, VOGLIO RIMANERE IN POLONIA MA MI HANNO RESPINTO» Testimonianze dal confine polacco-bielorusso nel rapporto di We Are Monitoring Gaia Facchini 24 Marzo 2025 A ciò si aggiungono una pluralità di violazioni dei diritti umani che, nei casi più gravi, si configurano come una lesione del diritto alla vita, garantito, inter alia, dall’articolo 2 della CEDU, dovute tanto alle pratiche di respingimento collettivo, quanto alle infrastrutture di frontiera. In particolare, la fortificazione della frontiera ha determinato, nel periodo compreso tra gennaio e settembre 2023, un incremento del 40% delle lesioni fisiche direttamente imputabili all’interazione con tali dispositivi. «Molto spesso, la prima cosa che sentiamo dai pazienti assistiti negli ospedali polacchi è l’espressione ‘No Bielorussia, No Bielorussia’», riferisce Justyna, volontaria presso l’ospedale gestito da Egala. Le testimonianze raccolte evidenziano che le violenze perpetrate sul lato bielorusso assumono spesso forme drammatiche: le persone vengono punite e percosse in conseguenza del mancato ingresso in Polonia. Sono frequenti le ferite causate da morsi di cani e i segni di percosse, mentre non mancano le segnalazioni di violenza sessuale, come riferisce Olga, operatrice di Egala, mettendo in luce come le donne in movimento subiscano anche forme specifiche di violenza intersezionale, dovute alla loro condizione di essere sia in movimento sia donne. Inoltre, sul versante bielorusso, al di là della violenza sistemica, emerge la totale impossibilità per le persone in movimento di sfuggire al Sistema: esse non hanno la possibilità né di lasciare la regione né di raggiungere Minsk, restando di fatto costrette a tentare l’attraversamento verso la Polonia. Tra metà 2021 e novembre 2024, la foresta di Białowieża è divenuta il luogo di morte documentata di 88 persone, secondo quanto riportato dalle organizzazioni della società civile, senza considerare il presumibile numero di vittime non registrate. RACCOMANDAZIONI Oxfam ed Egala propongono, inter alia, le seguenti raccomandazioni: Al Governo della Repubblica di Polonia: cessare la politica e la prassi dei respingimenti collettivi, assicurare un trattamento conforme agli standard internazionali ed europei sui diritti umani per tutte le persone presenti nella zona di frontiera, abrogare la Legge 1248/2024, e garantire un accesso effettivo alla zona di frontiera per le organizzazioni umanitarie e di tutela dei diritti fondamentali. Al Governo della Repubblica di Bielorussia: prevenire, indagare e sanzionare con urgenza ogni forma di abuso, in particolare violenza sessuale, tortura e trattamenti inumani o degradanti perpetrati da personale in uniforme; porre fine al trattenimento delle persone in movimento nel Sistema, assicurando un accesso effettivo alle procedure di asilo. Alle istituzioni e agenzie dell’Unione Europea: indagare sulle presunte violazioni della normativa UE in materia di asilo e di gestione delle frontiere da parte della Polonia, condannare pubblicamente gli abusi e sospendere ogni forma di sostegno politico, finanziario e operativo dell’UE, incluso Frontex, per infrastrutture o attività di protezione della frontiera polacca, basi delle violazioni dei diritti umani. Alla comunità internazionale: condannare pubblicamente ogni violazione, politica o operativa, dei diritti connessi al diritto d’asilo nella zona di confine e sostenere l’assistenza umanitaria per rispondere ai bisogni immediati delle persone coinvolte. CONCLUSIONI Dal 2021, la crisi umanitaria nella foresta di Białowieża si è progressivamente aggravata, accompagnata da violazioni dei diritti umani sempre più sistematiche, istituzionalizzate sul piano giuridico e avallate politicamente anche attraverso strategie propagandistiche di negazione e distorsione dei fatti, generando così una legittimazione simultanea sul piano giuridico, istituzionale, politico e sociale. Guardando al futuro, l’entrata in vigore del Regolamento (UE) 1348/2024 12 sulle procedure di asilo, con le quattro modifiche introdotte alla nozione di Paese terzo sicuro, rischia di produrre effetti restrittivi sulla protezione internazionale, in particolare in contesti di frontiera come quello tra Polonia e Bielorussia, dove potrebbe consolidare approcci securitari e ostacolare maggiormente l’accesso effettivo alla procedura d’asilo. In senso potenzialmente opposto, la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea 13, così come le decisioni attese della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nelle cause H.M.M. e altri c. Lettonia, C.O.C.G. e altri c. Lituania e R.A. e altri c. Polonia potrebbero costituire delle contro-pratiche top-down alla plurima legittimazione della negazione dello stato di diritto nella foresta di Białowieża. Le sentenze attese saranno determinanti per chiarire l’applicazione combinata dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 (proibizione di espulsioni collettive di stranieri) e dell’articolo 3 (proibizione di tortura) della CEDU, con riferimento al margine di apprezzamento degli Stati e alla possibilità di deroga prevista dall’ articolo 15 della CEDU in situazioni qualificate come ‘emergenze’ – come quelle definite dagli Stati convenuti in giudizio come ‘guerra ibrida’ – in nome della sicurezza nazionale o dell’ordine pubblico. Non da meno sarà la valutazione circa l’effettiva disponibilità, o meno, di canali legali e genuini di ingresso nei tre Paesi interessati. 1. Come riportato da Reuters (2024). Polish border migrant crisis: bill to allow use of arms sparks rights concern ↩︎ 2. Testimonianza di Sanibab. Brutal Barriers Report on the Poland-Belarus Border, P. 4 (2025) ↩︎ 3. Leggi il rapporto ↩︎ 4. Nel 2021, il regime bielorusso ha deliberatamente favorito e strumentalizzato i flussi migratori provenienti da Paesi terzi, agevolando l’ingresso di migranti e richiedenti asilo verso il confine con la Polonia al fine di esercitare pressione politica sull’Unione Europea (UE), in risposta alle sanzioni adottate dall’UE nei confronti del regime di Lukashenko a seguito delle contestate elezioni presidenziali del 2020 e della repressione violenta delle proteste interne ↩︎ 5. Testimonianza di Sanibab. Brutal Barriers Report on the Poland-Belarus Border. (2025). P. 10 ↩︎ 6. Consulta il regolamento ↩︎ 7. Amnesty International (2022). Poland: Cruelty Not Compassion, at Europe’s Other Borders. ↩︎ 8. Oxfam, intervista a testimone privilegiato con Judyta Kuc, Responsabile del Supporto alla Missione e dell’Advocacy, MSF (11 giugno 2024) ↩︎ 9. Dati di We Are Monitoring forniti a Oxfam, gennaio 2025 ↩︎ 10. Scarica il rapporto (ENG) ↩︎ 11. Ibid ↩︎ 12. Consulta il regolamento ↩︎ 13. Consulta la sentenza ↩︎