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La nostra «sicurezza»: fra lame, ipocrisie e Meloni
articoli di Danilo Tosarelli e di Valentina Fabbri Valenzuela. Due punti di vista diversi per favorire la discussione… anche in “bottega” Italia, sicurezza o democrazia? Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato di Valentina Fabbri Valenzuela (*) Repressione della solidarietà e di attivisti climatici Negli ultimi anni le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina e in
Resistenza civile nonviolenta, sono io il corpo del reato
Esplorare “le suture più delicate dei sentimenti” rappresenta l’inizio di una rivoluzione, come scriveva Pier Paolo Pasolini, quando volavano sassi e proiettili. La violenza politica era considerata una possibilità razionale, ma fu l’inizio della fine. Nel 1982 comparve sul grande schermo un capolavoro che raccontava l’esperienza gandhiana: con la pratica e la teoria nonviolenta il popolo indiano si liberò dal giogo imperiale dei britannici. Ne rimasi incantato, anche se alle provocazioni dei fascistelli rispondevo ancora con le mani. Poi con la maggiore età ho rinunciato del tutto alla violenza, semplicemente perché mi sono reso conto che un pugno ben assestato può fare male, molto male. Sembra banale, eppure io non ho mai odiato nessuno a tal punto da desiderare la sua morte. Ho scoperto Greenpeace, l’attivismo politico e infine nel 2023 Ultima Generazione. Trent’anni fa la prima conferenza internazionale a Rio de Janeiro parlava dei cambiamenti climatici prodotti dalle attività umane. Siamo ancora fermi lì o abbiamo acquisito la consapevolezza dell’urgenza del problema? Nel 2015 con gli accordi di Parigi si raggiunse un consenso scientifico e istituzionale globale, messo poi in discussione da Trump nel 2016. Ormai i mass media sono inquinati da un dibattito surreale, che lascia spazio alla negazione dell’evidenza scientifica ben chiara da decenni. Trent’anni fa scrivevo di Rio, oggi devo descrivere la mia rabbia per la lentezza con cui i governi affrontano la mitigazione necessaria e urgente per fermare il collasso climatico. Nella COP30 a Belem non è maturata nessuna scelta decisiva, sembra anzi una rinuncia a qualsiasi possibilità di mitigazione. Non mollare mai. Una rivista della resistenza fiorentina contro il fascismo si chiamava proprio così: non mollare. Non mi voglio arrendere. Non possiamo rinunciare al futuro e a mio modestissimo avviso, la strada per lottare deve essere nonviolenta. Un mese fa ero in presidio a Roma e sono stato portato via di peso con altre persone nonviolente. Ci hanno trattenuto per ore in cella. Si chiama resistenza civile nonviolenta. Una scelta radicale. Faccio fatica a parlarne, perché voglio evitare una retorica vittimistica, ma voglio anche affermare con chiarezza che non era necessario un fermo di polizia così brutale e sproporzionato. Ci sono abusi di potere che devono essere stigmatizzati senza stancarsi mai di ripeterlo: sono abusi di potere. Anche i giudici condannano queste procedure non giustificate da motivi di ordine pubblico. Sono invece modalità repressive  e oppressive, per non dire intimidatorie e punitive. La resistenza civile nonviolenta di Ultima Generazione va avanti da anni. Non molliamo. La mobilitazione umana, la marea di umanità, milioni di persone scese per strada in tutto il mondo contro il genocidio israeliano a Gaza hanno dimostrato che l’opinione pubblica conta. Il giornalista Lucio Caracciolo ha riconosciuto l’impatto determinante di queste manifestazioni pacifiche per arrivare a una fragile tregua. Non è finita. Non molliamo. Sono stato in Sicilia dal 29 agosto 2025 al 16 settembre per dare una mano alla Global Sumud Flotilla. Ho vissuto l’entusiasmo e le preoccupazioni umane, non politiche, meramente umane di questo grande movimento. Non molliamo. Il genocidio non si è fermato, ha solo cambiato modalità, ed è passato in secondo piano sui mass media. Non credo che si siano attenuati lo sdegno e la rabbia per la crudeltà degli israeliani. Si è visto pochi giorni fa che ci sono ancora milioni di persone in tutto il mondo che scendono per strada chiedendo di fermare il genocidio. Il governo italiano è complice. Come altri governi. Come si può pensare che la pace proclamata dagli USA e fotografata dalla risoluzione 2803 del consiglio di sicurezza ONU sia una vera pace? Non molliamo. Noi vogliamo la pace per i palestinesi martirizzati e per tutti i popoli martoriati dalle guerre. Non bisogna aver paura di far sentire la propria voce. Non insegno niente, ma metto il mio corpo in piazza e peso quasi cento chili. La questura è preavvisata. Ray Man
Norvegia: centinaia di persone bloccano la più grande raffineria di petrolio del paese
Da questa mattina, centinaia di persone hanno risposto alla chiamata di Extinction Rebellion e del Green Youth Movement e stanno bloccando la principale raffineria di petrolio della Norvegia, raffineria di Mongstad a Bergen del colosso del fossile Equinor. Tre ingressi sono stati bloccati via terra e uno via mare da gruppi di persone in kayak. L’iniziativa fa parte della Nordic Climate Justice Coalition, un’alleanza di movimenti climatici nata per smascherare il mito dei Paesi nordici come leader “verdi e progressisti”, che dal 16 al 23 agosto ha lanciato una mobilitazione in Norvegia per protestare contro l’industria petrolifera del Paese.  «Siamo arrivati da tutta Europa perché il collasso climatico non conosce confini. Ho attraversato l’Europa per essere qui» racconta Lotta, artista e attivista italiana di Extinction Rebellion che si trova sul posto.  «Vengo dall’Emilia Romagna, una terra devastata da ripetute alluvioni che hanno distrutto tutto. Sono qui perché è il momento che i principali paesi produttori e estrattori di petrolio e gas – la Norvegia come l’Italia – si assumano le proprie responsabilità e avviino immediatamente un piano per l’uscita dal fossile». Il periodo non è casuale: le proteste si svolgono a poche settimane dalle elezioni parlamentari dell’8 settembre, un appuntamento cruciale per definire la futura politica climatica del Paese. «Siamo qui perché, in vista delle prossime elezioni, la Norvegia non ha nessun piano di uscita dal fossile» aggiunge Simone, un altro attivista arrestato per aver bloccato in kayak una delle navi petrolifere di Equinor. Nonostante la Norvegia sia infatti il principale produttore europeo di petrolio e gas, nel dibattito elettorale che precede le elezioni di settembre non è stato presentato alcun piano di progressiva dismissione delle fonti fossili. «Siamo nel paese che più produce petrolio in Europa e Equinor è una delle aziende responsabili della crisi climatica che stiamo vivendo e che sta causando centinaia di migliaia di morti  in tutto il mondo. È il momento di uscire dal fossile, adesso».  Alle azioni di oggi si sono unite anche Greta Thumberg e Aurora, popstar internazionale. «Siamo qui perché è chiarissimo che il petrolio non ha futuro. I combustibili fossili portano solo morte e distruzione, ed è per questo che dobbiamo fare pressione su produttori moralmente corrotti come la Norvegia, che ha il sangue sulle mani» ha dichiarato Greta Thunberg. Sulla stessa linea anche Aurora ha spiegato così la sua partecipazione al blocco: «Sono qui perché, quando nessuno si assume la responsabilità, devono farlo le persone. Allora tocca a noi. Il petrolio distrugge il mare e l’aria e spinge i popoli alla guerra. È invasivo e inquinante – un modo antiquato di vivere. Continuiamo a parlarne come se avesse a che fare con il futuro, ma non è così: il petrolio appartiene al passato». Dopo il blocco di oggi della raffineria di Mongstad, Extinction Rebellion ha annunciato che si proseguirà con una serie di azioni durante tutta la settimana, anche a Oslo. Fonti – Equinor, https://www.equinor.com/energy/mongstad – Equinor, https://www.equinor.com/ – Nordic Climate Justice Coalition, https://www.nordicclimatejustice.net/ – Reuters,  https://www.reuters.com/business/energy/norway-oil-industry-investment-set-peak-2025-survey-finds-2025-08-14/ Extinction Rebellion