Sgomento o vergogna? Ancora strage a sud ovest di Lampedusa
ABSTRACT
Per Giorgia Meloni, che ha espresso sgomento, l’ennesimo naufragio a sud ovest
di Lampedusa “nonostante un dispositivo internazionale pronto e operativo ci
avverte, […] che il doveroso intervento di soccorso non è una misura sufficiente
e, soprattutto, non risolve le cause del drammatico problema”. Ma quale
sgomento? Trafficanti inumani, o governo inumano, che ferma o allontana le navi
e gli aerei del soccorso civile e qualifica queste traversate come “eventi di
immigrazione illegale” fino a quando le persone non finiscono in acqua ? Oppure
fino a quando in acque internazionali non arriva una motovedetta libica a
sequestrare i naufraghi ed a riportarli nei campi di detenzione gestiti da
milizie e trafficanti, dai quali sono fuggiti.
La dinamica esatta del doppio naufragio rimane ancora poco chiara, ma non si può
negare la presenza di un imponente apparato di sorveglianza e soccorso. Le
attività SAR (ricerca e salvataggio), per quanto si apprende, sono state
coordinate dal Centro secondario di soccorso marittimo (MRSC – Maritime Rescue
Sub Center) di Palermo, e non dalla Centrale di coordinamento della Guardia
costiera di Roma (IMRCC), anche se le operazioni si sono svolte in misura
prevalente in acque internazionali. Secondo quanto dichiarato da Flavio Di
Giacomo dell’OIM, è inadeguato il pattugliamento, il soccorso, il salvataggio.
Non da oggi, ma da tempo. Serve rafforzare il sistema europeo di pattugliamento,
perché è quello che salva le vite e porta le persone in un porto sicuro e non in
Libia. Con queste abbiamo superato le 700 vittime dall’inizio dell’anno”.
Da anni gli eventi di ricerca e salvataggio (SAR) sono scambiati per eventi di
immigrazione illegale, è il modulo Cutro, deciso da tavoli tecnici
interministeriali, sotto l’egida dei ministri di turno. In un documento
proveniente dalla Centrale di Coordinamento della Guardia costiera italiana
(IMRCC), a partire da “tavoli tecnici interministeriali” che si sarebbero tenuti
nel 2022, si stabilivano nuove regole di ingaggio per le attività di ricerca e
soccorso in acque internazionali che avrebbero limitato gli interventi immediati
dei mezzi della stessa Guardia costiera al di fuori del limite delle acque
territoriali (12 miglia dalla costa). Mentre la Guardia di finanza pattuglia la
cd. zona contigua, da 12 a 24 miglia dalla costa, con compiti di vigilanza e
prevenzione.
Fino a quando il Nucleo centrale di coordinamento del Ministero dell’interno
(NCC) e la Centrale di coordinamento della Guardia costiera (IMRCC) non
classificano un intervento come evento di soccorso (SAR), si tratta soltanto di
tentativi di immigrazione illegale, che in acque internazionali vengono
tracciati, o ombreggiati a distanza senza intervenire, fino a quando i barconi
non entrano nelle nostre acque territoriali. Un modulo di intervento a scopo di
intercettazione, ma anche di soccorso ritardato, che coinvolge anche gli assetti
aerei e i mezzi navali di Frontex, che nel corso degli anni ha prodotto fin
troppe vittime, non solo a Cutro.
Tanti, forse anche i naufraghi annegati mercoledì 13 agosto, che le navi delle
ONG avrebbero potuto salvare, sono stati condannati a morte, lasciati morire per
abbandono, quando si poteva intervenire tempestivamente in acque internazionali,
anche all’interno di una zona SAR libica che si rivela niente di più che una
finzione, mentre i maltesi non intervengono al di fuori delle loro acque
territoriali, nella immensa zona SAR che ancora oggi gli si riconosce. In ogni
caso, come riconosce anche la Corte costituzionale (sentenza n. 101/2025), con
riferimento agli obblighi di soccorso imposti a carico degli Stati dalla
Convenzione SAR del 1979, “la mancata attivazione dello Stato competente non
elide la responsabilità degli altri Stati che fanno parte della Convenzione,
chiamati a collaborare per far fronte alle impellenti necessità dei naufraghi,
nella maniera più tempestiva ed efficace”.
Forse si potevano lasciare operare le navi delle ONG nelle acque internazionali
del Mediterraneo centrale, senza forzare interpretazioni delle norme sui fermi
amministrativi per delegare i soccorsi alle motovedette libiche, o a unità
commerciali di diversa nazionalità, magari indotte a dirigersi verso un porto
libico che, al pari dei porti tunisini, non può qualificarsi, in base ai
parametri forniti dalla Consulta, come un “porto sicuro”, con la possibilità di
configurare casi di vera e propria omissione di soccorso.
Fino a quando non si garantiranno condizioni di sopravvivenza dignitosa nei
paesi di transito, con un accesso effettivo al diritto di asilo, non sarà certo
possibile “prevenire i viaggi in mare” come afferma il ministro Piantedosi. Da
ultimo un provvedimento di fermo amministrativo adottato dall’ENAC, e dunque dal
ministero dei trasporti, ha bloccato a terra un aereo della flotta civile che in
passato, oltre ad essere stato presente nel corso di respingimenti collettivi
illegali delegati in acque internazionali ai libici, aveva contribuito alla
individuazione ed al soccorso tempestivo di migliaia di persone, che senza
quell’avvistamento avrebbero potuto fare naufragio, come si è verificato ancora
per l’ennesima volta.
Vedremo quale sarà il bollettino vittorioso che sul fonte della “lotta
all’immigrazione illegale”, il giorno di ferragosto arriverà come di consueto
dal Viminale. Certo se riusciranno a nascondere la vergogna per il caso
Almasri, sarà ben difficile che non provino vergogna di fronte a queste decine
di vittime, persone che hanno perso la vita non certo per colpa dei trafficanti,
lasciati liberi di operare nei paesi di partenza, o dello scafista di turno,
capro espiatorio che presto sarà offerto in pasto al pubblico degli elettori, ma
per effetto di politiche della deterrenza che dimostrano ancora oggi a loro
totale inefficacia e tutta la loro disumanità.
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1. Per Giorgia Meloni, che ha espresso “sgomento”, l’ennesimo naufragio a sud
ovest di Lampedusa “nonostante un dispositivo internazionale pronto e
operativo ci avverta […] che il doveroso intervento di soccorso non è una misura
sufficiente e, soprattutto, non risolve le cause del drammatico problema”. Se
lasciamo da parte il fallimento del Piano Mattei per l’Africa, che avrebbe
dovuto ridurre le partenze, come gli accordi con governi che non rispettano i
diritti umani, con la Tunisia, la Libia e l’Egitto, il “dispositivo
internazionale pronto e operativo”, di cui con una dichiarazione fotocopia parla
anche il ministro Piantedosi, non è finalizzato certo al salvataggio, ma appare
mirato soprattutto alla intercettazione di naufraghi in acque internazionali, in
modo da evitare che raggiungano le coste italiane, e possibilmente al loro
respingimento verso le coste dalle quali sono partiti. Il “problema” davvero
“drammatico” è costituito dall’abbattimento degli obblighi di soccorso e di
sbarco in un porto sicuro a carico degli Stati costieri nel Mediterraneo
centrale, la rotta migratoria più pericolosa del mondo.
Ma quale sgomento? Trafficanti inumani, o governo inumano, che ferma o allontana
le navi e gli aerei del soccorso civile e qualifica queste traversate come
“eventi di immigrazione illegale” fino a quando le persone non finiscono in
acqua? Oppure fino a quando in acque internazionali non arriva una motovedetta
libica a sequestrare i naufraghi ed a riportarli nei campi di detenzione gestiti
da milizie e trafficanti, dai quali sono fuggiti.
Oltre 10 mila persone migranti che erano riuscite a tentare la traversata del
Mediterraneo centrale, nel corso di quest’anno, secondo i dati diffusi dall’IOM
a giugno, sono state fermate in alto mare e respinte collettivamente in Libia,
grazie alla proficua collaborazione tra le autorità europee ed i guardiacoste
armati del governo “provvisorio” di Tripoli, o delle milizie che controllano la
Cirenaica, sotto il comando ferreo del generale Haftar, con cui l’Italia ha
intensificato la collaborazione all’insegna del “contrasto dell’immigrazione
illegale”. Ma le vittime, anche tenendo conto del numero delle partenze, sono
ancora aumentate. Come due uomini della Guinea e un minore del Camerun, annegati
sulle rotte del Mediterraneo centrale, ignorati da quasi tutti i mezzi di
informazione, appena quattro giorni fa.
2. Questi ultimi barconi, affondati quando erano già vicini a Lampedusa, erano
partiti da Tripoli, secondo altre fonti da Zawya, poco dopo l’ennesima
“eruzione” della vicenda Almasri, sulla quale dovrà pronunciarsi il
Parlamento, dopo la richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal
Tribunale dei ministri nei confronti di Nordio, di Piantedosi e di Mantovano.
Una strage che non sarà maturata all’improvviso. Prima un barcone ha cominciato
a fare acqua ed è affondato, poi un secondo barcone sul quale si erano
aggrappati alcuni naufraghi si è capovolto a 14 miglia sud ovest di Lampedusa,
in piena zona SAR (ricerca e salvataggio) italiana, a sole due miglia dal limite
delle acque territoriali italiane (12 miglia dalla costa), con 27 morti
accertati ed un numero ancora imprecisato, forse anche più di 20, di dispersi.
La dinamica esatta rimane ancora poco chiara, ma sul luogo del naufragio non si
può negare la presenza di un imponente apparato di sorveglianza e soccorso. Le
attività SAR (ricerca e salvataggio), per quanto si apprende, sono state
coordinate dal Centro secondario di soccorso marittimo (MRSC – Maritime Rescue
Sub Center) di Palermo, e non dalla Centrale di coordinamento della Guardia
costiera di Roma (IMRCC), anche se le operazioni si sono svolte in misura
prevalente in acque internazionali.
Secondo “fonti qualificate”, riportate il 13 agosto da Adnkronos e
RaiNews, “poco dopo le 11 è stato comunicato che il velivolo della Guardia di
Finanza Volpe aveva avvistato un’imbarcazione capovolta con cadaveri in acque
internazionali, a circa 14 miglia nautiche da Lampedusa (zona Sar italia)”. Ad
intervenire subito dopo l’avvistamento del barcone capovolto da parte
dell’elicottero della Guardia di finanza, attorno alle 11,30 di
mercoledì, sarebbero stati un elicottero e un aereo della Guardia costiera,
oltre a un velivolo di Frontex. Nella zona dei soccorsi hanno operato ben cinque
unità navali: le motovedette CP 324 e CP 327 della Guardia costiera, due
motovedette della Guardia di finanza e un’unità navale di Frontex.
di Sergio Scandura, Corrispondente senior per il Mediterraneo di Radio Radicale
3. Nessuna notizia ufficiale, se non uno scarno comunicato sul numero delle
vittime e sui mezzi impegnati nei soccorsi, dalla Centrale di coordinamento
della Guardia costiera (IMRCC), e nessun comunicato dal Viminale, al di là delle
dichiarazioni di circostanza del ministro Piantedosi, centrate sulla lotta ai
trafficanti. Neppure una immagine, per non turbare le vacanze degli italiani,
forse, magari anche per nascondere qualche responsabilità. La notizia relegata
nelle pagine interne dei giornali. Tanti giornalisti asserviti, o privati delle
notizie.
Un’offesa alle vittime, ai loro parenti, ed anche a tutti i soccorritori che in
mare hanno operato con una abnegazione che non si può mettere in discussione.
Come è possibile che il barcone stracarico di naufraghi, ed anche quello che
sarebbe naufragato in precedenza, abbiano raggiunto quasi il limite delle acque
teritoriali italiane, in una zona sottoposta ad una rigorosa sorveglianza, anche
con radar e droni, e nessuno li abbia visti in tempo per avviare i soccorsi
prima del ribaltamento?
Da anni gli eventi di ricerca e salvataggio (SAR) sono scambiati per eventi di
immigrazione illegale, è il modulo Cutro, deciso da tavoli tecnici
interninisteriali, sotto l’egida dei ministri di turno. In un documento
proveniente dalla Centrale di Coordinamento della Guardia costiera italiana
(IMRCC), a partire da “tavoli tecnici interministeriali” che si sarebbero tenuti
nel 2022, si stabilivano nuove regole di ingaggio per le attività di ricerca e
soccorso in acque internazionali che avrebbero limitato gli interventi immediati
dei mezzi della stessa Guardia costiera al di fuori del limite delle acque
territoriali (12 miglia dalla costa). Mentre la Guardia di finanza pattuglia la
cd. zona contigua, da 12 a 24 miglia dalla costa, con compiti di vigilanza e
prevenzione.
Fino a quando il Nucleo centrale di coordinamento del Ministero dell’interno
(NCC) e la Centrale di coordinamento della Guardia costiera (IMRCC) non
classificano un intervento come evento di soccorso (SAR), si tratta soltanto di
tentativi di immigrazione illegale, che in acque internazionali vengono
tracciati, o ombreggiati a distanza senza intervenire, fino a quando i barconi
non entrano nelle nostre acque territoriali. Un modulo di intervento a scopo di
intercettazione, ma anche di soccorso ritardato, che coinvolge anche gli assetti
aerei e i mezzi navali di Frontex, che nel corso degli anni ha prodotto fin
troppe vittime, non solo a Cutro.
Un “Tavolo tecnico interministeriale” o una Direttiva ministeriale, non possono
modificare la portata operativa degli obblighi di soccorso a carico degli Stati,
che rimangono tenuti ad intervenire non appena arrivi la notizia di una
imbarcazione in situazione di distress (pericolo attuale). Almeno se si continua
a riconoscere che gli atti aventi forza di legge, e le norme di diritto
internazionale, valgono ancora più di atti discrezionali del potere esecutivo,
come sancisce la Costituzione italiana (art.117).
4. Di quali “unità navali private” che sarebbero coinvolte nel sistema dei
soccorsi parla il ministro Piantedosi, quando alle navi del soccorso civile
continuano ad essere imposti fermi amministrativi e porti vessatori di sbarco ?
Poi si incolpano gli scafisti, o coloro che rivendicano il rispetto del diritto
internazionale o del diritto all’informazione, oppure i giudici che annullano i
provvedimenti di fermo amministrativo. Perchè la deterrenza ha bisogno di una
sovversione dell’ordine gerarchico delle fonti normative, di una magistratura
indifferente e di una informazione asservita. Forse sarebbe il tempo di rivedere
le regole di ingaggio dei mezzi militari italiani rispetto alle imbarcazioni
cariche di migranti in navigazione nel Mediterraneo centrale.
Nel 2014 le navi militari italiane, e persino unità Frontex, operavano attività
di ricerca e salvataggio a 20 miglia dalle coste libiche, dal 2016 al 2017 le
navi delle ONG concorrevano a questa attività SAR istituzionale salvando in
acque internazionali decine di migliaia di persone. Poi è prevalsa la propaganda
elettorale, e la falsa finalità di difendere i confini, da persone in procinto
di annegare, tutte a rischio naufragio dopo la partenza dalla Libia, e sono
arrivati in successione il Codice di condotta Minniti, nel 2017, l’invenzione di
una zona SAR “libica” nel 2018, i decreti sicurezza di Salvini nel 2018 e nel
2019, il Decreto Lamorgese n.130 del 2020, il decreto Piantedosi del 2023 (legge
n.15/2023).
I processi penali si sono chiusi, tutti, meno quello assolutamente anomalo
a Ragusa contro Mediterranea, per mancanza di prove di colpevolezza, mentre
i fermi amministrativi inventati ai tempi del Covid dalla ministro Lamorgese
(governo Conte 2), rivisitati dal decreto Piantedosi del 2023, continuano a
colpire le ONG perchè non si collabora abbastanza con i guardiacoste libici, o
non si accettano porti di sbarco “vessatori” a enorme (e
ingiustificata) distanza dai luoghi di soccorso, ed hanno ridotto la presenza
delle navi del soccorso civile nelle acque del Mediterraneo centrale. A nulla
sembra rilevare che i Tribunali e le Corti di appello annullino o sospendano i
provvedimenti di fermo amministrativo adottati con motivazioni sempre più
pretestuose. Neppure la Corte costituzionale ha saputo porre un argine a queste
prassi vessatorie che riducono la presenza di mezzi di soccorso in acque
internazionali. Adesso non rimane che la conta delle vittime.
5. Tanti, forse anche i naufraghi annegati oggi, che le navi delle ONG avrebbero
potuto salvare, sono stati condannati a morte, lasciati morire per abbandono,
quando si poteva intervenire tempestivamente in acque internazionali, anche
all’interno di una zona SAR libica che si rivela niente di più che una finzione,
mentre i maltesi non intervengono al di fuori delle loro acque
territoriali, nella immensa zona SAR che ancora oggi gli si riconosce. In ogni
caso, come riconosce anche la Corte costituzionale (sentenza n. 101/2025), con
riferimento agli obblighi di soccorso imposti a carico degli Stati dalla
Convenzione SAR del 1979, “la mancata attivazione dello Stato competente non
elide la responsabilità degli altri Stati che fanno parte della Convenzione,
chiamati a collaborare per far fronte alle impellenti necessità dei naufraghi,
nella maniera più tempestiva ed efficace”.
Secondo la stessa sentenza, le norme nazionali sui soccorsi in mare non possono
derogare quanto previsto dalle Convenzioni internazionali e dalla tutela dei
diritti fondamentali imposta dalla Costituzione, in quanto “l’art. 1, comma 2- ,
del d.l. n. 130sexies del 2020, come convertito, può e deve essere interpretato
in senso compatibile con i parametri costituzionali evocati, in considerazione
del dato testuale e delle implicazioni sistematiche della disciplina vigente“.
Dunque “L’osservanza degli obblighi internazionali, anche quando non sia
richiamata, non può ex professo non orientare l’interpretazione e l’applicazione
della disciplina nazionale” (par.18 della sentenza). Come prosegue la Consulta,
“La normativa nazionale è legata indissolubilmente alla Convenzione SAR, che, a
sua volta, si inserisce a pieno titolo in un complesso di regole improntate
all’obiettivo della salvaguardia della vita in mare. A tale riguardo, si deve
rammentare che il paragrafo 2.1.10. dell’Annesso alla Convenzione SAR garantisce
l’assistenza ad ogni persona in pericolo in mare, senza distinzioni inerenti
alla nazionalità, allo status, alle circostanze del ritrovamento.
Le disposizioni nazionali non possono che essere intese alla luce dell’obiettivo
enunciato dalla normativa internazionale che esse intervengono a tradurre in
pratica, adattandola alle peculiarità del fenomeno migratorio“. In
definitiva, “Spetta al giudice la valutazione delle peculiarità della singola
vicenda, senza vanificare le finalità della Convenzione di Amburgo, volta a
salvaguardare un efficiente sistema di salvataggio e di soccorso, e la
necessaria discrezionalità dello Stato che opera e coordina le operazioni di
salvataggio nella necessaria cooperazione con gli altri Stati interessati.
In tale àmbito, occorre coordinare «le esigenze correlate alla sicurezza della
navigazione con quelle di ordine pubblico, frutto del doveroso confronto tra le
Autorità preposte alle relative competenze istituzionali» (Consiglio di Stato,
sezione terza, sentenza 25 febbraio 2025, n. 1615, punto 37), valutando tutte le
caratteristiche del caso concreto, il numero, il sesso, le condizioni
psico-fisiche dei migranti da assistere, la necessità di somministrare cure
mediche adeguate (Corte di cassazione, sezioni unite civili, ordinanza 6 marzo
2025, n. 5992, punto 9 delle Ragioni della decisione) (par.30).
6. Forse si potevano lasciare operare le navi delle ONG nelle acque
internazionali del Mediterraneo centrale, senza forzare interpretazioni delle
norme sui fermi amministrativi per delegare i soccorsi alle motovedette libiche,
o a unità commerciali di diversa nazionalità, magari indotte a dirigersi verso
un porto libico che, al pari dei porti tunisini, non può qualificarsi, in base
ai parametri forniti dalla Consulta, come un “porto sicuro”, con la possibilità
di configurare casi di vera e propria omissione di soccorso. Fino a quando non
si garantiranno condizioni di sopravvivenza dignitosa nei paesi di transito, con
un accesso effettivo al diritto di asilo, non sarà certo possibile “prevenire i
viaggi in mare” come afferma il ministro Piantedosi.
Quei viaggi in mare, che conducono anche alla morte sono anzi incentivati
proprio dal sostegno offerto dall’Italia e dall’Unione europea alle operazioni
di rimpatrio e deportazione che la Libia e la Tunisia praticano con frequenza
crescente. Per non parlare della mancanza di un vero sistema di ricerca e
salvataggio centralizzato e coordinato in acque internazionali nelle zone SAR
attribuite alla Libia, alla Tunisia ed a Malta. Violazioni dei diritti umani e
carenze sistematiche, anche oltre il limite dell’omissione di soccorso, che sono
emerse nei processi nei quali si è cercato di colpire il soccorso civile.
Per il prevalente orientamento della giurisprudenza, emerso nei procedimenti
penali intentati contro le ONG e poi archiviati, fino alla Corte di
cassazione, “Il pericolo attuale di danno grave alla persona che determina lo
stato di necessità, secondo quanto indicato nelle Raccomandazioni emanate dal
Consiglio europeo nel giugno 2019, sussiste sin dal momento della partenza dalle
coste nordafricane delle imbarcazioni, che devono essere considerate sin da
subito in distress in considerazione deI fatto che sono sovraccariche e
inadeguate a percorrere la traversaIa. prive di strumentazione e di personale
competente.“.
In base alla Risoluzione del Parlamento europeo del 14 dicembre 2023 su
Frontex, ” tutti gli attori del Mediterraneo dovrebbero trasmettere informazioni
in modo proattivo e, se del caso, trasmettere i segnali di emergenza riguardanti
persone in pericolo in mare alle autorità responsabili delle operazioni SAR e,
se del caso, a tutte le navi nelle vicinanze che potrebbero intraprendere in
tempi brevi operazioni di ricerca e soccorso; si ribadisce l’obbligo previsto
dal diritto internazionale del mare di fornire assistenza alle persone che si
trovano in situazioni di pericolo in mare e di condurle verso il porto sicuro
più vicino; osserva che il regolamento (UE) n. 656/2014 recante norme per la
sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione
operativa coordinata dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione
operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea
stabilisce le norme per il coinvolgimento dell’Agenzia nelle operazioni di
ricerca e soccorso; sottolinea che l’Agenzia potrebbe fare di più per aumentare
la capacità dell’UE e degli Stati membri di svolgere operazioni di ricerca e
soccorso, in particolare investendo in risorse adeguate per tali operazioni“.
Secondo quanto dichiarato da Flavio Di Giacomo dell’OIM,”è inadeguato il
pattugliamento, il soccorso, il salvataggio. Non da oggi, ma da tempo. Serve
rafforzare il sistema europeo di pattugliamento, perché è quello che salva le
vite e porta le persone in un porto sicuro e non in Libia. Con queste abbiamo
superato le 700 vittime dall’inizio dell’anno”.
7. Da ultimo un provvedimento di fermo amministrativo adottato dall’ENAC, e
dunque dal ministero dei trasporti, ha bloccato a terra un aereo della flotta
civile che in passato, oltre ad essere stato presente nel corso di respingimenti
collettivi illegali delegati in acque internazionali ai libici, aveva
contribuito alla individuazione ed al soccorso tempestivo di migliaia di
persone, che senza quell’avvistamento avrebbero potuto fare naufragio, come si è
verificato ancora oggi.
Navi civili bloccate in porto e aerei civili tenuti a terra, il sistema di
contrasto dell’immigrazione illegale via mare rivendicato ancora aggi dal
governo, ha mostrato i suoi effetti deleteri, mentre il numero degli arrivi, e
delle vittime, continua ad aumentare, nella totale assenza di canali legali di
ingresso per le persone migranti intrappolate in Libia o in Tunisia, e soggette
in questi paesi ad abusi sempre più gravi.
Vedremo quale sarà il bollettino vittorioso che sul fonte della “lotta
all’immigrazione illegale”, il giorno di ferragosto arriverà come di consueto
dal Viminale. Certo se riusciranno a nascondere la vergogna per il caso
Almasri, sarà ben difficile che non provino vergogna di fronte a queste decine
di vittime, persone che hanno perso la vita non certo per colpa dei trafficanti,
lasciati liberi di operare nei paesi di partenza, o dello scafista di turno,
capro espiatorio che presto sarà offerto in pasto al pubblico degli elettori, ma
per effetto di politiche della deterrenza che dimostrano ancora oggi a loro
totale inefficacia e tutta la loro disumanità.
Fulvio Vassallo Paleologo