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Iran: una scuola colpita a Teheran mentre in USA si indaga sulla strage a Minab
Con le immagini della scuola distrutta pubblicate in un post diffuso ieri, 6 marzo, su X, il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, informava che l’offensiva degli eserciti israeliano e americano ha colpito la Shahid Hamedani School di Teheran. Contemporaneamente, il New York Times e poi molti altri quotidiani rilanciavano la notizia, divulgata dalla Reuters il 5 marzo, che rivela il coinvolgimento degli USA nella carneficina alla scuola di Minab e dalla sede dell’ONU a New York il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, informava la stampa di tutto il mondo che dal 28 febbraio al 6 marzo 2026 le operazioni Ruggito del Leone e Furia Epica e le reazioni belliche all’attacco all’Iran hanno provocato la morte di oltre 190 bambini. Mentre le vittime della carneficina alla scuola elementare femminile di Minab venivano sepolte, l’agenzia Reuters informava che > Gli investigatori militari statunitensi ritengono probabile che le forze > statunitensi siano responsabili (…) > > Reuters non è stata in grado di accertare i dettagli dell’indagine, tra cui > quali prove siano state esaminate nell’inchiesta, che tipo di munizioni siano > state utilizzate, chi fosse il responsabile o perché gli Stati Uniti avrebbero > colpito la scuola. > > Mercoledì [4 marzo] il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, > ha ammesso che l’esercito americano stava indagando > sull’incidente. Avvalendosi dell’anonimato che li tutela nel rilasciare > dichiarazioni sul questioni militari delicate, alcuni funzionari non hanno > escluso la possibilità che emergano evidenze che assolvano gli Stati Uniti > dalla responsabilità e indichino in altri i colpevoli un’altra parte > responsabile dell’incidente. > > Reuters non è riuscita a stabilire per quanto tempo durerà ancora l’indagine, > né quali prove gli investigatori statunitensi stanno cercando prima di > concludere l’accertamento. > > US investigation points to likely US responsibility in Iran school strike, > sources say / REUTERS, 06.03.2026 Ieri, venerdì 6 marzo, Marco Pasciuti su Il Fatto Quotidiano riferiva: > La circostanza era emersa nei giorni scorsi da fonti militari israeliane. > La Israeli Air Force ha operato contro basi, lanciatori e altre risorse > militari nell’Iran occidentale e centrale, usati per scagliare i missili a > lungo raggio contro lo Stato ebraico. L’esercito americano, invece, lo ha > fatto nel meridione bombardando radar, infrastrutture logistiche e siti di > lancio da dove partono gli ordigni a corto raggio che colpiscono le basi Usa > nel Golfo. > > “In questi primi giorni le US Joint Forces hanno continuato ad attaccare le > capacità missilistiche e difensive iraniane lungo il confine meridionale”, ha > confermato il 4 marzo il capo degli Stati maggiori congiunti americani, Dan > Caine, in conferenza stampa al Pentagono con il segretario alla Difesa > Hegseth. Una specifica geografica che non ha lasciato indifferenti i > giornalisti presenti, uno dei quali ha domandato del bombardamento della > scuola. “Naturalmente non prendiamo mai di mira obiettivi civili, ma stiamo > esaminando la questione e stiamo indagando“, ha risposto Hegseth. > > “La scuola femminile in Iran probabilmente bombardata dagli Usa”: la > rivelazione delle fonti Usa / IL FATTO QUOTIDIANO, 06.03.3036 Contemporaneamente Guglielmo Gallone su Vatican News precisava: > Sono passati sei giorni dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. È > doloroso constatare che alla notizia dell’uccisione di almeno 150 bambine, > studentesse nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud > dell’Iran, colpite durante il primo giorno dell’offensiva, si sia data poca > attenzione … > … mentre i funerali collettivi delle vittime si svolgevano nella città > costiera di Minab, nessuna delle parti coinvolte ha rivendicato direttamente > la responsabilità dell’attacco (…) Washington ha dichiarato di essere a > conoscenza delle segnalazioni di vittime civili e di aver avviato verifiche > sull’accaduto, ribadendo che le forze statunitensi «non colpirebbero > deliberatamente una scuola». «Siamo a conoscenza delle segnalazioni > riguardanti danni ai civili derivanti dalle operazioni militari in corso. > Prendiamo queste segnalazioni seriamente e le stiamo esaminando», ha > dichiarato inizialmente il capitano Tim Hawkins del Comando Centrale degli > Stati Uniti (Centcom), che supervisiona le operazioni Usa nella regione, che > poi ha aggiunto: «La protezione dei civili è di fondamentale importanza e > continueremo a prendere tutte le precauzioni disponibili per ridurre al minimo > il rischio di danni non intenzionali» (…) Anche il segretario di Stato, Marco > Rubio, ha affermato che gli Stati Uniti «non colpirebbero deliberatamente una > scuola», aggiungendo che il dipartimento della Difesa «indagherà se si è > trattato di un nostro attacco». Nadav Shoshani, portavoce delle Forze di > difesa israeliane (IDF), ha dichiarato ieri che l’esercito israeliano «non è a > conoscenza di alcuna operazione delle IDF in quell’area» dove si trova la > scuola. Il 1° marzo l’UNESCO e la Messaggera di Pace delle Nazioni Unite, Malala Yousafzai, hanno dichiarato che “il bombardamento di una scuola elementare durante gli attacchi militari statunitensi e israeliani contro l’Iran di sabato [28 febbraio 2026] costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Dopo l’intervento del 3 marzo sulle ricadute dell’escalation della guerra in Medio Oriente nelle crisi umanitarie, il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, alla conferenza stampa di venerdì 6 marzo ha precisato che, in base alle informazioni ricevute, l’UNICEF segnalava che oltre 190 bambini sono stati uccisi dall’escalation, di cui oltre 180 in Iran, 7 in Libano, 3 in Israele e 1 in Kuwait. Inoltre, informando la stampa che * in Iran “100˙000 persone sono state sfollate internamente nell’ultima settimana” * in Libano “oltre 100 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite” e “circa 100˙000 cercano riparo in centinaia di rifugi” mentre “prima dell’escalation, il WFP segnalava che 874˙000 persone erano senza cibo” * nella Striscia di Gaza, dove Israele “ha chiuso tutti i valichi e bloccato molti movimenti umanitari una settimana fa”, i soccorsi indispensabili “non hanno potuto essere riforniti al ritmo necessario” * in Afghanistan, dove “decine di persone sono state uccise nei combattimenti al confine con il Pakistan, molte delle quali donne e bambini, e le infrastrutture civili sono state danneggiate, tra cui un ospedale presso il centro di transito dell’OIM e le strutture del centro di accoglienza per rimpatriati di Torkham”, la situazione sta precipitando, perché “Gli esuli, già numerosi, stanno aumentando rapidamente. Oltre 16˙000 famiglie in fuga dalle proprie case si aggiungono ai milioni di sfollati residenti in Afghanistan” mentre la chiusura delle frontiere ha bloccato l’accesso di oltre 168 container” e “la sospensione dei voli e le restrizioni di sicurezza stanno rendendo più difficile per noi raggiungere le persone bisognose” e, ribadendo che il prolungarsi e intensificarsi dei combattimenti provoca “una rapida escalation delle crisi umanitarie” e che tale reazione-a-catena ha conseguenze che sono “fuori controllo” e non vengono debitamente considerate soprattutto da chi fomenta i conflitti armati, Tom Fletcher ha specificato: > Stiamo assistendo allo spreco di enormi quantità di denaro, a quanto si dice 1 > miliardo di dollari al giorno che finanziano questa guerra e vengono spese per > la distruzione, mentre i politici continuano a vantarsi di tagliare i budget > destinati agli aiuti per chi è più nel bisogno. > > E stiamo assistendo alla sempre più letale alleanza tra tecnologia e assassini > impuniti. Alla domanda di Valeria Robecco dell’ANSAD /Associazione dei Corrispondenti delle Nazioni Unite, ha risposto: > Attenzione, finanze, risorse ed energie adesso si stanno tutte sempre più > concentrando sui molteplici modi con cui continuare a combattere questa > guerra, anziché che sui bisogni umanitari esistenti e, adesso, sui nuovi > bisogni umanitari creati dalla guerra. > > Hai ragione, c’è il rischio che l’attenzione si sposti da Gaza e dai Territori > Palestinesi Occupati. Cercheremo di evitarlo, naturalmente, e di continuare ad > operare in quest’area con tutto l’impegno necessario. > > Ma preoccupano anche altre crisi. > > Ho menzionato il Sudan, il Sud Sudan, l’Ucraina e la Repubblica Democratica > del Congo, che hanno anch’essi bisogno di un impegno costante. > > In questo momento le luci d’allarme accese sono tante. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Conseguenze ed ‘effetti collaterali’ dell’escalation della guerra in Medio Oriente
La dichiarazione del sottosegretario generale e coordinatore degli aiuti di emergenza dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) delle Nazioni Unite divulgata ieri – 3 marzo – è un grido d’allarme inequivocabile ed espressamente rivolto ai governanti, ai politici e agli attivisti di tutto il mondo. Tom Fletcher ha affermato: > Le conseguenze umanitarie dell’escalation di violenza in Medio Oriente sono > sempre più demoralizzanti. > > In primo luogo, in tutta la regione i civili ne stanno pagando il prezzo. > > I civili devono essere protetti, punto e basta. > > Eppure gli attacchi stanno colpendo case, ospedali e scuole. > > Le popolazioni e le infrastrutture civili sono state attaccate in Iran, > Libano, Siria, Territori Palestinesi Occupati (TPO), Israele, Emirati Arabi > Uniti, Bahrein, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e molti atri luoghi. > > Mentre stimiamo i danni, che accrescono continuamente, valutiamo l’entità > della risposta umanitaria richiesta, che intanto incrementa, per > intensificarne l’attuazione laddove è necessario ma anche possibile. > > Ho attivato piani di emergenza in tutto l’Iran, dove perà la presenza limitata > di ONG internazionali e di spazi operativi rende la sfida ancora più > difficile, in tutta la regione e, in particolare, in Afghanistan, Pakistan, > Libano, Territori Palestinesi Occupati, Siria e Yemen. > >   > > In secondo luogo, stiamo assistendo a ripercussioni a catena sui bisogni > umanitari più ampi. > > In Afghanistan, che stava già subendo le conseguenze dell’intensifazione delle > ostilità con il Pakistan, oltre 60.000 persone erano state costrette ad > abbandonare le proprie case e quasi 22 milioni di persone necessitavano di > assistenza umanitaria, l’escalation regionale potrebbe aggravare una crisi di > insicurezza alimentare già grave, che colpisce oltre 17 milioni di persone. > > In Pakistan, dove l’ONU ha subito attacchi a una delle proprie strutture e che > ospita già circa 1,3 milioni di rifugiati registrati e ha una capacità > limitata di accoglierne altri, l’aggravarsi delle instabilità in Iran potrebbe > innescare spostamenti di persone su larga scala, in particolare nella > provincia del Baluchistan. > > Nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), l’escalation ha avuto conseguenze > immediate sull’operatività degli interventi umanitari. > > Le restrizioni all’accesso nella Striscia di Gaza hanno limitato l’ingresso > dei rifornimenti salvavita e limitato tutte le operazioni umanitarie. Kerem > Shalom è ora riaperto al rifornimento di carburante e soccorsi, ma tutti gli > altri valichi, incluso Rafah, rimangono chiusi. Le evacuazioni mediche > rimangono sospese, lasciando oltre 18.000 pazienti, tra cui 4.000 bambini, > senza accesso alle cure specialistiche di cui hanno bisogno. > > In Cisgiordania le forze israeliane hanno chiuso la maggior parte dei posti di > blocco, limitando gravemente la libertà di movimento dei palestinesi e > incidendo sulla loro capacità di accedere a servizi e mezzi di sussistenza. > Hanno anche avuto un impatto sulla capacità dei nostri partner umanitari di > fornire aiuti salvavita e di condurre le proprie operazioni. > > Si stima che gli attacchi israeliani nel Sud del Libano, a Nabatiyeh, a Beirut > e nella Bekaa abbiano ucciso più di 50 persone e ne abbiano ferite oltre 150, > inoltre causato ingenti distruzioni e provocato un esodo su larga scala. Oltre > 60.000 persone sono ospitate in 330 campi profughi, mentre molte altre si > trovano fuori dai rifugi o sono in movimento. Finora l’esercito israeliano ha > emesso ordini di sfollamento per oltre 100 città e villaggi nel Sud e nella > Bekaa. > > In Yemen agli effetti potrebbe conseguire anche la volatilità dei prezzi del > carburante e delle materie prime. L’escalation del conflitto in Yemen o nel > Mar Rosso rischia di provocare picchi dei costi o carenze dei beni essenziali, > aggravando una situazione di sicurezza alimentare già in aggravamento, > soprattutto nelle aree controllate dagli Houthi. È necessario intraprendere > ogni sforzo per sostenere la popolazione yemenita ed evitare danni alle > infrastrutture civili essenziali e ulteriori difficoltà nei servizi di > risposta. > >   > > In terzo luogo, le onde d’urto dell’escalation stanno riducendo la nostra > capacità di risposta. > > Le chiusure dello spazio aereo stanno interrompendo le rotazioni del personale > impegnato nelle missioni umanitarie. > > I flussi di erogazione di gas alla Siria sono stati interrotti. I voli > umanitari delle Nazioni Unite in Yemen sono bloccati. Se le routes energetiche > o i corridoi marittimi come lo Stretto di Hormuz continueranno a essere > bloccati, i prezzi dei prodotti alimentari saliranno alle stelle, i sistemi > sanitari saranno compromessi e le forniture di beni di primaria necessità si > ridurranno nei paesi che dipendono dalla loro importazione. Stiamo > pre-posizionando le scorte, identificando rotte di approvvigionamento > alternative e preparando opzioni di finanziamento rapido, comprese potenziali > assegnazioni dal Central Emergency Response Fund. > >   > > In quarto luogo, mentre l’attenzione del mondo si è concentrata su questa, > ovviamente non sono cessate le altre crisi. > > La guerra in Sudan si protrae da oltre 1.000 giorni. > > La violenza continua a devastare la Repubblica Democratica del Congo. > > Gli attacchi contro l’Ucraina si stanno intensificando. > >   > > Continueremo a svolgere il nostro intervento globale finalizzato a salvare > vite umane e sollecitiamo i partner a continuare a dare il supporto del > proprio sostegno e impegno. > > Sull’efficacia del nostro lavoro ci sono molte gravissime ricadute negative. > > Il rispetto del diritto internazionale umanitario viene nuovamente messo in > discussione e indebolito. > > Ogni volta che le infrastrutture civili vengono colpite, l’accesso viene > limitato e gli aiuti vengono politicizzati, lo spazio per l’azione umanitaria > si riduce e diventa più difficile raggiungere le comunità che serviamo. > > Stanno lampeggiando troppi segnali d’allarme. > > Ogni azione ha molte conseguenze, alcune intenzionali e altre indesiderate. > > Il sistema internazionale si disgrega ulteriormente e, mentre gli Stati > incrementano la spesa per l’acquisto e aumentano la vendita di armi, > contemporamente la moltiplicazione e l’intensificazione delle guerre rischiano > di prosciugare ulteriormente i finanziamenti, la volontà politica e l’energia > diplomatica necessari per salvare vite umane. > > Sono grato agli operatori umanitari che continuano a correre molti pericoli > per soccorrere i civili coinvolti nell’escalation militare. > > L’azione umanitaria deve stare saldamente ancorata ai propri pincipi e restare > indipendente, non venire ostacolata. > > Il diritto internazionale rimane la migliore protezione contro il circolo > vizioso della violenza e della guerra. > > Su queste basi ci manterremo saldi e continueremo a fare tutto il possibile. Tom Fletcher è Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e Coordinatore degli Soccorsi d’Emergenza (OCHA) dal 18 novembre 2024. Prima di assumere questo incarico è stato preside dell’Hertford College di Oxford (2020-2024), vicepresidente della Conference of Colleges dell’Università di Oxford (2022-2024), ambasciatore britannico in Libano (2011-2015), Consigliere di Politica Estera di tre Primi Ministri del Regno Unito (2007-2011), direttore della Strategia Globale della Global Business Coalition for Education (2015-2019) e presidente della UK Creative Industries Federation (2015-2020). Ha collaborato con le Nazioni Unite durante la sua carriera diplomatica in Africa, Medio Oriente ed Europa, ha redatto un rapporto sulla tecnologia per il Segretario Generale delle Nazioni Unite (2017). Autore di “The Naked Diplomat” (2016), “Ten Survival Skills for a World in Flux” (2022) e due romanzi, “The Ambassador” (2022) e “The Assassin” (2024), ha pubblicato su Financial Times, Prospect, Foreign Policy Magazine e ha presentato una serie della BBC sulla democrazia. (Traduzione in italiano e impaginazione dei testi a cura di Maddalena Brunasti) Maddalena Brunasti
March 4, 2026
Pressenza
Don Nandino Capovilla: obiettore di coscienza, in Israele e in Italia
Dopo l’arresto all’aeroporto di Tel Aviv e l’espulsione da Israele, subito dopo il ritorno in Italia il sacerdote ha convocato una conferenza stampa. Nel messaggio divulgato appena era stato rilasciato, aveva chiesto ai giornalisti di non parlare di lui e della vicenda che lo ha reso un protagonista delle cronache omettendo di riferire corrette informazioni sul genocidio dei palestinesi. «Non puntate riflettori e microfoni su di me, guardate il motivo per il quale stavo andando in Palestina – ha sollecitato don Nandino Capovilla – Poniamo l’attenzione su ciò che sta accadendo lì». L’incontro con lui nella sua comunità, la parrocchia della Resurrezione a Maghera, e insieme a Betta Tusset, coordinatrice della campagna “Ponti e non muri” e con don Nandino Capovilla autrice di Sotto il cielo di Gaza pubblicato il marzo scorso e una serie di libri editi dal 2005, inoltre al consigliere nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, e a monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente del movimento dei cristiani pacifisti che è intervenuto in collegamento dalla Cisgiordania, si è svolto in modalità telematica coinvolgendo molte persone, non solo giornalisti. «Ovviamente tutti mi stanno chiedendo di raccontare i fatti accaduti – ha esordito don Nandino Capovilla – Ebbene, è successo che mentre io venivo fermato e arrestato, trattenuto in detenzione amministrativa, intanto a Gaza morivano tante persone e molti bambini…». Don Nandino Capovilla ha spiegato che, come cita l’atto di espulsione, è stato allontanato dal paese perché ritenuto “un pericolo per lo Stato di Israele” e commentato: «Eppure invece Benjamin Netanyahu, per cui il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto, può risiedere e muoversi in Israele e persino viaggiare all’estero senza impedimenti…». Delle 7 ore trascorse all’aeroporto di Tel Aviv don Nandino Capovilla ha riferito: «Con me c’erano altre due persone, di altri paesi, e insieme eravamo controllate dagli agenti israeliani. Non ci veniva data risposta alle nostre richieste di informazioni su cosa ci stesse accadendo e perché. Quando chiedevamo il permesso di andare in bagno ci veniva detto: “Non adesso, dopo”. Infine mi è stato perentoriamente ordinato di firmare un documento…». Il sacerdote italiano ha soffermato l’attenzione sulla reazione dell’agente della polizia israeliana al suo rifiuto di firmare un documento: «Ha veementente protestato asserendo che io fossi obbligato a firmare quell’atto, così mostrando che in un sistema autoritario la libertà di scelta non è ammessa e, oltre a venire ostacolata o impedita, non è nemmeno pensata possibile dalle persone sottomesse ai potenti». E ha concluso proclamando: «Dichiaro la mia obiezione di coscienza qualora al Parlamento italiano sia varato il disegno di legge in base al quale verranno proibite le riunioni e manifestazioni di solidarietà con i palestinesi». Betta Tusset ha ricordato che il titolo della campagna Ponti non muri avviata il 9 ottobre 2004 è ispirato alla frase di papa Giovanni XXIII, “Non di muri, ma di ponti ha bisogno la Terra Santa” e che i pellegrinaggi organizzati da Pax Christi in Palestina sono realizzati per incontrare il popolo perseguitato e dare voce alle persone oppresse nel rispetto del loro dolore, della loro storia e della loro cultura. Don Renato Sacco ha focalizzato l’attenzione sull’ipocrisia dei governanti italiani: «L’Italia è il terzo maggiore fornitore di armi a Israele, e il ministro Crosetto lo sa bene… A giugno scorso avevamo chiesto che l’accordo commerciale per i trasferimenti d’armi e tecnologie militari con Israele fosse annullato, invece è stato rinnovato… L’UE, con 72 miliardi di euro investiti, molti più degli USA, è il maggiore partner di Israele…». E, ricordando gli attacchi che hanno colpito Taybeh, don Sacco ha rammentato che questa comunità palestinese è cristiana, “non un covo di estremisti fondamentalisti terroristi musulmani” e affermato: «La guerra si nutre di bugie e la verità è l’arma più forte con cui debellare la guerra». Citando Hannah Arendt, il coordinatore nazionale di Pax Christi, Antonio De Lellis, ha osservato che i regimi oppressivi si reggono su cecità, complicità e obbedienza e affermato che per non esser ciechi e complici delle atrocità commesse dal governo israeliano in Palestina si devono applicare le sanzioni e si possono fare azioni pacifiche, come boicottare il commercio di prodotti ‘made in Israele’ che viene promosso dalla campagna di BDS e sostenere le lotte dei lavoratori che, come i portuali di Genova, denunciano e impediscono il trasporto di armi in Israele. Riprendendo gli accenni di don Nandino Capovilla e Antonio De Lellis, il presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso, Filippo Landi, ha messo in evidenza il parallelismo tra l’espulsione da Israele ingiunta al sacerdote italiano e a dei funzionari del presidio a Gerusalemme dell’OCHA. Nandino Capovilla e Betta Tusset: “Continuiamo a dare voce al popolo palestinese oppresso” / FAMIGLIA CRISTIANA – 13 AGOSTO 2025 Maddalena Brunasti
August 14, 2025
Pressenza