Tag - Appelli

La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Davide Grasso su Dinamopress Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di
Defend Rojava- Assemblea pubblica- Roma
Contro le guerre per procura in Medio Oriente, contro le operazioni di distorsione o censura delle notizie, per un vera informazione, per la rivoluzione dei popoli. Il genocidio in Palestina così come gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo o ai territori dell’Amministrazione Autonoma rientrano nella volontà di riscrivere dall’alto gli equilibri e la realtà del Medio Oriente per fini economici e di potere. In Iran dove il popolo scende da settimane in piazza sfidando la repressione che cerca di soffocare le loro lotte anche queste vengono strumentalizzate per mascherare accordi tra il regime di Damasco e le altre potenze internazionali interessate a inserire la Siria in una nuova fase. Mentre si agisce con la violenza brutale della guerra, mentre si fomentano guerre tra i popoli, vengono mescolate le notizie per fare sembrare più legittima l’oppressione e il genocidio oscurando la rivoluzione dei popoli. Serve più che mai fare chiarezza sui processi che si stanno sviluppando in Medio oriente e tessere legami di solidarietà con le popolazioni che resistono sotto le bombe e la repressione. Per tutti questi motivi vi invitiamo a riunirci in una  assemblea pubblica mercoledì 21 Gennaio,ore 18, presso il Centro socioculturale Ararat per aggiornamenti sulla situazione attuale tramite collegamento live e a seguire discussione sui prossimi passi da costruire insieme. UIKI Onlus Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia  
Kobanê è sotto attacco!
Riprendiamo alcuni interventi/appelli sulla drammatica situazione in Siria del Nord/est, dove Forze governative siriane e bande jihadiste, con la complicità della Turchia, stanno tentndo di distruggere l’esperienza confederale e democratica del Rojava. Davide Grasso, da Brescia Anticapitalista, e un comunicato da Rise up for Rojava NO ALL’AGGRESSIONE DEL REGIME SIRIANO ALL’AMMINISTRAZIONE DEMOCRATICA DEL NORD-EST Dobbiamo mobilitarci per la rivoluzione confederale in
Heyva Sor lancia una campagna di aiuti d’emergenza per la popolazione del Rojava
In risposta alla terribile situazione umanitaria, Heyva Sor a Kurdistanê, insieme ad organizzazioni partner in molti paesi europei e negli Stati Uniti, sta lanciando una campagna di aiuti d’emergenza per la popolazione del Rojava. La Mezzaluna Rossa Curda Heyva Sor a Kurdistanê sta lanciando una mobilitazione generale per tutto il Rojava a causa dei recenti sviluppi. L’associazione ha recentemente avviato una campagna di soccorso per i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ad Aleppo. La campagna sarà ora estesa a tutto il Rojava. Dal 6 gennaio, il governo siriano e gruppi armati affiliati alla Turchia, hanno lanciato pesanti attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo. Questi attacchi si sono estesi a molte aree, tra cui Tabqa, Raqqa, Deir ez-Zor e Tishrin, minacciando quasi tutto il Rojava e la Siria nord-orientale. Fin dal primo giorno, centinaia di civili, tra cui donne, bambini e anziani, sono stati uccisi e migliaia sono rimasti feriti. Durante queste rigide giornate invernali, centinaia di migliaia di bambini, donne e anziani sono stati sfollati e costretti a fuggire in cerca di sicurezza. Vengono utilizzati carri armati, artiglieria e ogni tipo di arma pesante, in aperta violazione del diritto internazionale umanitario. Attualmente, centinaia di migliaia di curdi sono minacciati per la loro vita e la loro dignità. I gruppi jihadisti prendono di mira senza pietà istituzioni pubbliche, ospedali e abitazioni private con attacchi di artiglieria e bombe. A causa di questi attacchi, la carenza di medicinali, cibo, acqua ed elettricità è al suo apice. In risposta a questa terribile situazione umanitaria, Heyva Sor a Kurdistanê, insieme ad organizzazioni partner in molti paesi europei e negli Stati Uniti, sta lanciando una campagna di soccorso d’emergenza per la popolazione del Rojava. Grazie al sostegno della diaspora e di tutti i donatori compassionevoli, gli aiuti raccolti saranno consegnati tramite Heyva Sor a Kurd alle persone sfollate nel Rojava, rispondendo alle loro urgenti necessità di assistenza umanitaria e servizi medici. L’associazione invita tutte le persone di coscienza, in particolare la diaspora curda, a partecipare a questa campagna, affermando: “Ogni donazione oggi può salvare una vita in Rojava. Ogni donazione dà speranza di vita a decine di migliaia di bambini. Ora è il momento di aiutare e agire per il Rojava”.   Germania Heyva Sor a Kurdistanê e. V. Kreissparkasse Köln IBAN: DE49 3705 0299 0004 0104 81 BIC/SWIFT: COKSDE33XXX Paypal : heyvasorakurdistan@gmail.com Paypal lînk: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=ST5BWWFB7FPGS www.heyvasor.com   *** Francia Association Humanitaire Soleil Rouge – RojaSor CIC TROYES HOTEL DE VILLE IBAN: FR7630087335000002074770150 BIC/ SWIFT:  CMCIFRPP  www.rojasorfrance.com *** Svizzera Kurdistan Rote Halbmond Schweiz (Croissant Rouge Kurdistan Suisse) Alternative Bank Schweiz AG IBAN: CH39 3012 3040 7234 1000 5 BIC: ABSOCH22XXX www.heyvasor.ch *** Italia Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia ETS (Heyva Sor a Kurdistanê) Banca Etica IBAN: IT53 R050 1802 8000 0001 6990 236 BIC/ SWIFT: ETICIT22XXX www.mezzalunarossakurdistan.org *** Paesi bassi Stichting Koerdische Rode Halve Maan (Heyva Sor a Kurdistanê) IBAN: NL67BUNQ2060346371 BIC : BUNQNL2A www.stichtingkrhm.nl *** Stati Uniti d’America Mesopotamia Aid Foundation (Weqfa Alîkariya Mezopotamya) Citizens Bank Hesab: 297 920 88 Routing: 011 500 120 BIC/SWIFT: CTZIUS33XXX *** Norvegia Kurdiske Røde Halvmåne Norge (Heyva Sor a Kurdistanê) VIPPS: 21957 DNB BANK ASA OSLO IBAN: NO 15 1503 4052 953 BIC/ SWIFT: DNBANOKKXXX *** Belgio SOLEIL ROUGE DE BELGIQUE (ROJA SOR A BELÇÎKA) BNP PARIBAS FORTIS IBAN: BE93 1431 3135 4067 BIC: GEBABEBBXXX     L'articolo Heyva Sor lancia una campagna di aiuti d’emergenza per la popolazione del Rojava proviene da Retekurdistan.it.
Il KNK chiede una mobilitazione generale per il Rojava
Il Congresso nazionale del Kurdistan ha affermato in una dichiarazione che il popolo curdo resta determinato nella sua lotta e ha sollecitato il sostegno alla decisione di mobilitazione generale dell’Amministrazione autonoma. Il Consiglio esecutivo del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) ha rilasciato una dichiarazione scritta in seguito a una riunione convocata per valutare gli ultimi sviluppi nella Siria settentrionale e orientale, nonché le minacce e le crisi che minacciano le conquiste curde nella regione. Il KNK ha dichiarato di ritenere appropriata la decisione dell’Amministrazione autonoma di mobilitare la popolazione in modo generale e ha aggiunto: “Il KNK offre il suo pieno sostegno alla decisione di mobilitare la popolazione in modo generale per le conquiste del Rojava Kurdistan. Invita tutti i partiti, le organizzazioni, le istituzioni sociali e i popoli del Kurdistan, nel Paese e nella diaspora curda, a partecipare attivamente alla mobilitazione nazionale generale”. La dichiarazione sottolinea che il popolo curdo ha pagato un prezzo elevato nella sua lotta per la libertà e l’indipendenza e crede solo nella propria volontà. “È chiaro che le potenze internazionali perseguono ancora una volta una politica che agisce esclusivamente in linea con i propri interessi e non adempie al proprio dovere morale e politico nei confronti dei curdi. Il popolo del Kurdistan possiede la determinazione e la volontà di continuare la lotta per la libertà e l’indipendenza senza alcun dubbio o esitazione”. La dichiarazione aggiunge: “Sappiamo benissimo che la guerra contro le conquiste del Rojava Kurdistan è stata lanciata e continua con gruppi jihadisti e mercenari dello Stato Islamico, insieme a tutto il potere politico, diplomatico, economico e tecnico-militare dello Stato turco. Allo stesso tempo, lo Stato turco, insieme ai suoi alleati in questo campo, sta conducendo attivamente la guerra anche attraverso la comunicazione. Facciamo appello a tutto il popolo del Kurdistan e a chiunque abbia una coscienza a difendere la propria esistenza e a fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità in questo periodo. Oggi è il giorno di difendere il Kurdistan del Rojava. Oggi è il giorno di difendere l’onore del Kurdistan e del popolo curdo”. L'articolo Il KNK chiede una mobilitazione generale per il Rojava proviene da Retekurdistan.it.
Emergenza umanitaria ad Aleppo – Sheikh Maqsoud ed Eşrefiyê
I quartieri curdi di Sheikh Maqsoud ed Eşrefiyê, nella città di Aleppo, sono sottoposti da giorni ad attacchi sistematici da parte delle milizie legate al governo siriano, sostenute della Turchia. I bombardamenti con artiglieria, droni e armi pesanti colpiscono aree densamente abitate da civili, distruggendo abitazioni e infrastrutture essenziali. Tra queste, l’Ospedale Khalid Fecir che, preso di mira da giorni, è stato infine messo fuori uso da un incendio che vi è divampato all’interno. Ricordiamo che colpire deliberatamente una struttura sanitaria significa impedire qualsiasi possibilità di offrire cure ai feriti, procurandone la morte, e ciò costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario, nonché un crimine di guerra. Sono decine le e i civili caduti vittime di questi attacchi indiscriminati e centinaia di persone sono rimaste ferite senza poter ricevere assistenza adeguata. Nel frattempo centinaia di migliaia di persone tentano di fuggire verso Afrin, ma lungo le vie di fuga vengono intercettate dalle milizie, sottoposte a arresti arbitrari, rapimenti e allontanamenti forzati. A peggiorare ulteriormente la situazione, le forze del governo ad interim impediscono alle organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali di accedere alle aree colpite, bloccando l’arrivo di ambulanze, medici e aiuti salvavita. Questo viola apertamente il diritto internazionale umanitario, che impone la protezione dei civili e l’apertura di corridoi umanitari per l’evacuazione dei feriti e la consegna degli aiuti.La popolazione è di fatto intrappolata sotto le bombe se resta ed esposta a gravi violenze se tenta di scappare. RACCOLTA FONDI URGENTE MLRKI ha attivato una campagna di emergenza per fornire aiuti umanitari alla popolazione di Sheikh Maqsoud ed Eşrefiyê. I fondi serviranno per l’acquisto di medicinali, cibo e beni di prima necessità. Ogni donazione può salvare una vita. Di fronte a crimini di guerra e crimini contro l’umanità non possiamo restare in silenzio. Aiutare oggi significa difendere il diritto alla vita e alla dignità umana. Puoi contribuire tramite bonifico. Indica “EMERGENZA NES nella causale. IBAN: IT53 R050 1802 8000 0001 6990 236 Intestatario: Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia ETS Banca: Banca Etica – Filiale di Firenze PayPal: https://shorturl.at/hKM89 Sito internet https://shorturl.at/FQFHt
Emergenza umanitaria ad Aleppo – Sheikh Maqsoud ed Eşrefiyê
I quartieri curdi di Sheikh Maqsoud ed Eşrefiyê, nella città di Aleppo, sono sottoposti da giorni ad attacchi sistematici da parte delle milizie legate al governo siriano, sostenute della Turchia. I bombardamenti con artiglieria, droni e armi pesanti colpiscono aree densamente abitate da civili, distruggendo abitazioni e infrastrutture essenziali. Tra queste, l’Ospedale Khalid Fecir che, preso di mira da giorni, è stato infine messo fuori uso da un incendio che vi è divampato all’interno. Ricordiamo che colpire deliberatamente una struttura sanitaria significa impedire qualsiasi possibilità di offrire cure ai feriti, procurandone la morte, e ciò costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario, nonché un crimine di guerra. Sono decine le e i civili caduti vittime di questi attacchi indiscriminati e centinaia di persone sono rimaste ferite senza poter ricevere assistenza adeguata. Nel frattempo centinaia di migliaia di persone tentano di fuggire verso Afrin, ma lungo le vie di fuga vengono intercettate dalle milizie, sottoposte a arresti arbitrari, rapimenti e allontanamenti forzati. A peggiorare ulteriormente la situazione, le forze del governo ad interim impediscono alle organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali di accedere alle aree colpite, bloccando l’arrivo di ambulanze, medici e aiuti salvavita. Questo viola apertamente il diritto internazionale umanitario, che impone la protezione dei civili e l’apertura di corridoi umanitari per l’evacuazione dei feriti e la consegna degli aiuti. La popolazione è di fatto intrappolata sotto le bombe se resta ed esposta a gravi violenze se tenta di scappare. RACCOLTA FONDI URGENTE MLRKI ha attivato una campagna di emergenza per fornire aiuti umanitari alla popolazione di Sheikh Maqsoud ed Eşrefiyê. I fondi serviranno per l’acquisto di medicinali, cibo e beni di prima necessità. Ogni donazione può salvare una vita. Di fronte a crimini di guerra e crimini contro l’umanità non possiamo restare in silenzio. Aiutare oggi significa difendere il diritto alla vita e alla dignità umana. Puoi contribuire tramite bonifico. Indica “EMERGENZA NES” nella causale. IBAN: IT53 R050 1802 8000 0001 6990 236 Intestatario: Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia ETS Banca: Banca Etica – Filiale di Firenze PayPal: https://shorturl.at/hKM89 Sito internet (carta di credito): https://shorturl.at/FQFHt L'articolo Emergenza umanitaria ad Aleppo – Sheikh Maqsoud ed Eşrefiyê proviene da Retekurdistan.it.
Ribaltiamo il 4 novembre e la finta pace!
Anche questo 4 novembre ci ritroveremo circondati dalle celebrazioni muscolari della forza militare italiana, tra fanfare e parate di mezzi corazzati. Anche quest’anno i militari saranno osannati come grandi eroi della patria e, in un ribaltamento totale della realtà, indicati come l’unica via per il raggiungimento della pace. Anche quest’anno la retorica bellica nazionalista proverà a convincerci che i militari inviati in Iraq e Afganistan ieri, in Libano oggi e a Gaza forse domani, non sono andati in guerra, ma in “missioni di pace”. Una pace coloniale, costruita su tonnellate di macerie e centinaia di migliaia di cadaveri, nella totale impunità di criminali di guerra come Blair, Bush e Netanyahu. Fortunatamente anche quest’anno il movimento contro l’occupazione militare della Sardegna e soprattutto il grande movimento popolare di solidarietà nei confronti del Popolo Palestinese non cascheranno in questo vecchio giochetto. Le piazze per la Palestina che da ormai due mesi affollano le nostre città e i nostri paesi sanno bene che la pace non si costruisce con la forza e con le armi (e gli eserciti) occidentali. Sanno che lo stato italiano ha interessi economici da difendere (o conquistare): vedi ENI e WeBuild; alleanze militari imposte dall’alto da rispettare: vedi NATO; industrie “strategiche” da difendere: vedi LEONARDO. Le piazze auto organizzate che hanno superato le grandi organizzazioni partitiche e sindacali sanno anche che la pace non nascerà certo dall’alto grazie ai patti mafiosi di Trump, ma si costruisce tutti i giorni dal basso. Qua in Sardegna la pace si costruisce chiudendo le basi militari dove si preparano le guerre e il genocidio palestinese per mano dell’Israel Defence Force, che qui è di casa a Decimo, come lo è stata per anni a Capo Frasca e Quirra. Si costruisce bloccando gli accordi di ricerca tra università sarde e israeliane. Si costruisce chiudendo la fabbrica di bombe RWM di Domusnovas che produce i droni israeliani. Si costruisce dicendo un forte NO alla sua espansione, decisione che ora è in mano a una Regione governata da forze che a parole si dicono contro il genocidio, e speriamo che ai gesti simbolici ne segua ora uno effettivo e reale. La pace si costruisce banalmente smettendo di vendere armi a Israele, oltre che isolandola diplomaticamente ed economicamente. Liberandoci della filiera bellica sarda e del suo conseguente sottosviluppo contribuiremo alla liberazione della Palestina e di tutti gli altri popoli oppressi dall’occidente, oltre che alla nostra. Ma ad essere liberate devono essere prima di tutto le nostre menti. Liberiamoci dalla narrazione dominante che celebra ogni anno la forza e l’onore militare, la stessa che chiama eroi i militari morti durante le missioni coloniali in Medio Oriente. Ad ammazzare i militari sardi e italiani a Nassirya non sono state le forze locali di resistenza irachena, ma gli interessi politici e industriali italiani che li hanno mandati in un posto in cui non dovevano essere. Esattamente come i sardi mandati sul fronte austriaco nella prima guerra mondiale non sono morti per l’italia, ma per la sua borghesia industriale. Ora, come cento anni fa, l’Europa tutta si sta riarmando, e il motivo è sempre lo stesso: dar fiato a un complesso industriale in crisi, la cui unica via d’uscita paventata è la riconversione bellica, e soprattutto a una classe dirigente priva di una direzione politica, incapace di dare risposte a qualsiasi esigenza sociale, in cerca di un nemico per compensare la sua crescente mancanza di legittimità democratica. La narrazione bellica e l’aria di guerra stanno ormai invadendo tutta la società, a partire dalla scuola. Il Ministero dell’istruzione, mentre spinge sempre più i programmi di propaganda e arruolamento interni agli orari curricolari degli istituti scolastici, ha infatti appena annullato la formazione per docenti “4 novembre, la scuola non si arruola”, tentando di delegittimare l’esercizio della critica alla deriva in atto da parte del personale scolastico. Anche per questo il 4 novembre dobbiamo stringerci vicini a tutti i docenti e gli studenti che si oppongono a tutto ciò. Per tutte queste ragioni invitiamo a disertare e boicottare tutte le manifestazioni militari del 4 di novembre e invece partecipare alle piazze che resistono, per la Palestina e per una Sardegna e una scuola libere dalla narrazione bellica dominante. A FORAS!
REPAK: La condanna a morte di Sharifeh Mohammadi è un attacco alla vita e ai diritti di tutte le donne
L’Ufficio curdo per le relazioni internazionali delle donne (REPAK) ha condannato fermamente la condanna a morte dell’attivista iraniana per i diritti dei lavoratori Sharifeh Mohammadi e ha invitato la comunità internazionale a mostrare solidarietà e protestare. Sharifeh Mohammadi è stata arrestata a Rasht nel dicembre 2023. Nel luglio 2024 un tribunale rivoluzionario l’ha condannata a morte per presunta “propaganda anti-stato”. Dopo i ricorsi, la sentenza è stata inizialmente annullata a ottobre, ma è stata nuovamente inflitta a febbraio e recentemente confermata dalla Corte suprema iraniana. Ciò significa che la donna di 45 anni potrebbe essere giustiziata in qualsiasi momento. La dichiarazione del REPAK, che descrive il verdetto come un attacco alla vita e ai diritti delle donne in Iran comprende quanto segue: “Quando osserviamo i regimi che nel corso della storia si sono difesi e hanno mantenuto la loro esistenza attraverso guerre e distruzioni, vediamo che non sono mai stati in grado di stabilire pace e tranquillità nei loro paesi, ma sono stati piuttosto spinti in un caos sempre più profondo. Anche il regime dei Mullah in Iran non è riuscito a stare al fianco del suo popolo nemmeno nei momenti più critici, rifiutandosi di ascoltare le sue voci e le sue richieste. Invece di difendere gli interessi del popolo, ha fatto ricorso a una violenza crescente giorno dopo giorno spingendo il Paese in un vicolo cieco. Ci sono molti esempi di questo nel corso della storia: i regimi che hanno basato il loro potere esclusivamente sul monopolio e hanno ignorato le richieste del popolo non sono mai stati in grado di mantenere la loro esistenza, mentre i regimi che sono rimasti al fianco del loro popolo di fronte all’ingiustizia e alla disuguaglianza e si sono impegnati a trovare soluzioni hanno sempre avuto successo. La condanna a morte pronunciata contro Sherifeh Mohammadi, che ha lottato contro le violazioni dei diritti umani, la violenza, lo sfruttamento e l’ingiustizia, non si basa su un sistema giudiziario fondato sullo stato di diritto, bensì su una mentalità che salvaguarda il predominio maschile e colpisce il diritto alla vita delle donne. Sherifeh Mohammadi, residente nella città di Rasht, è stata arrestata nel dicembre 2023 con l’accusa di “propaganda anti-statale”. Il 4 luglio 2024 è stata condannata a morte dalla Corte Rivoluzionaria Iraniana. In seguito a appello, la sentenza è stata annullata il 12 dicembre 2024. Tuttavia, solo due mesi dopo, il 13 febbraio 2025, la Seconda Camera della Corte Rivoluzionaria ha confermato la stessa sentenza. Come centinaia di donne che lottano per la propria libertà, anche lei è diventata un bersaglio del regime. Il popolo non è rimasto in silenzio di fronte a questa ingiustizia, e non rimarrà in silenzio perché ogni silenzio apre la strada a nuove ingiustizie e prepara il terreno per la loro legittimazione sotto la maschera della legge. Il regime dei mullah in Iran ha ripetutamente dimostrato di essere nemico non solo delle donne, ma di chiunque difenda i diritti umani e faccia sentire la propria voce. Migliaia di persone sono state gettate in prigione per vari motivi e il destino di molte rimane sconosciuto. La rivendicazione dei diritti è stata criminalizzata e la morte è stata presentata come l’unica soluzione. In un luogo in cui regnano una così grave oppressione e tirannia, il silenzio o la ritirata non sono un’opzione. Invece di cercare soluzioni, ogni tentativo è considerato una minaccia per il sistema dominato dagli uomini e represso con la forza. Tutto questo sta accadendo sotto gli occhi di tutti e la sua gravità aumenta di giorno in giorno. Noi, come REPAK, chiediamo al regime iraniano di porre fine ai crimini contro i diritti umani, agli attacchi sistematici contro le donne e alla pena di morte. L’unica via verso una soluzione e la pace passa attraverso la comprensione democratica, la tutela della voce del popolo e la salvaguardia dei diritti. Facciamo inoltre appello alla comunità democratica internazionale: siate la voce del popolo che cerca la libertà, si opponete alle esecuzioni ovunque e mostrate solidarietà.”   L'articolo REPAK: La condanna a morte di Sharifeh Mohammadi è un attacco alla vita e ai diritti di tutte le donne proviene da Retekurdistan.it.
Libertà per Mehmet Çakas e tutti i prigionieri politici curdi
Nostro fratello Mehmet Çakas, poiché la sua richiesta di asilo politico in Germania non è stata accolta, è andato in Italia e ha presentato lì la sua richiesta di asilo politico. Mentre era in Italia, è stato arrestato a causa del mandato di arresto internazionale (Red Notice) emesso dalla Germania. Dopo circa quattro mesi di detenzione in Italia, il tribunale italiano ha deciso di estradarlo in Germania con la condizione che non fosse estradato in Turchia. I tribunali tedeschi, con l’accusa di essere un “dirigente del PKK”, hanno condannato nostro fratello a 2 anni e 10 mesi di carcere. A due mesi dalla fine della pena, lo Stato tedesco ha deciso di espellerlo e consegnarlo alla Turchia con la motivazione che la sua richiesta di asilo politico in Germania non era stata accettata. Durante il periodo in cui era detenuto in Italia, Mehmet ha espresso chiaramente la sua opposizione all’estradizione in Germania, affermando che temeva di essere successivamente estradato in Turchia. Il tribunale italiano, accogliendo questa preoccupazione, lo ha consegnato alla Germania solo con la garanzia che non sarebbe stato estradato in Turchia. Mehmet era stato costretto a recarsi in Italia per presentare una nuova richiesta di asilo a causa del rifiuto della Germania. Tuttavia, è stato arrestato una settimana prima della sua prima udienza in Italia e quindi non ha potuto partecipare al processo di asilo, che è rimasto in sospeso. La Germania, sostenendo che Mehmet non ha un permesso di soggiorno né in Germania né in un altro paese europeo, ha deciso di espellerlo e consegnarlo alla Turchia. Come famiglia, riteniamo che questa situazione rappresenti una tragica violazione sia del diritto tedesco che di quello italiano. Lo Stato tedesco, da un lato, ha interrotto il processo di asilo in Italia emettendo un Red Notice, e dall’altro, pur non avendo prove di attività illegali di Mehmet secondo le leggi tedesche, lo ha condannato basandosi sull’inclusione del PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’UE e su una lunga sorveglianza, concludendo che fosse un “dirigente del PKK”. Con questa condanna, ha violato il suo diritto alla libertà e ora, con l’intenzione di estradarlo in Turchia, cerca di condannarlo a passare il resto della sua vita nelle carceri turche, trasformando la nostra vita in un incubo. Noi, come famiglia, ci siamo affidati al diritto e ai valori europei, credendo che l’Europa fosse un porto sicuro per i diritti umani e le libertà. Siamo stati costretti a lasciare il nostro paese, il nostro popolo, la nostra lingua e la nostra cultura. Tuttavia, la situazione che stiamo vivendo oggi getta un’ombra amara sull’immagine dell’Europa come porto sicuro. L’ingiustizia subita da molti curdi di fronte al diritto europeo dimostra che questi diritti e libertà non sono sempre validi per gli “stranieri” e che le norme giuridiche europee possono essere facilmente ignorate quando si tratta di loro. Come curdi e “stranieri”, chiediamo che le norme giuridiche europee siano applicate equamente a tutti coloro che cercano rifugio. Rifiutiamo fermamente che i curdi diventino oggetti di scambio politico ed economico tra gli stati europei e la Turchia. Mehmet ha attualmente cinque fascicoli di processo in Turchia, con mandati di arresto pendenti, e ha un’udienza prevista a Erzincan nel settembre 2025. Viene processato secondo l’articolo 302 del codice penale turco (ergastolo aggravato). Durante la sua detenzione in Italia, lo Stato turco aveva già richiesto la sua estradizione attraverso un Red Notice. Considerando la mancanza di un processo equo in Turchia, la sua scarsa reputazione in materia di diritti umani e la sua politica repressiva contro i prigionieri politici curdi, l’estradizione di Mehmet sarebbe una chiara violazione del diritto europeo. Questo è particolarmente grave quando si tratta di un’accusa ai sensi dell’articolo 302. Come famiglia, ci stavamo preparando ad accogliere nostro fratello all’uscita dal carcere la prima settimana di ottobre, pronti a vivere finalmente in libertà dopo 2 anni e 10 mesi di detenzione. Tuttavia, la decisione della Germania di estradarlo in Turchia ci ha posto di fronte a una realtà terribile: nostro fratello rischia di passare il resto della sua vita nelle carceri turche. Questa prospettiva è per noi una fonte di dolore immenso e una tragedia che oscura il nostro futuro. L’estradizione di Mehmet creerebbe un precedente per altri casi simili, aprendo la strada a nuove espulsioni di curdi verso la Turchia da parte della Germania e di altri paesi europei. Anche se all’apparenza questa questione può sembrare riguardare solo i curdi, in realtà tocca tutti gli stranieri in Europa e, nel tempo, può coinvolgere anche i cittadini europei. Perché quando l’illegalità inizia ad essere applicata come eccezione agli “altri”, col tempo questo concetto si allarga fino a minacciare l’intera società europea. Per questo motivo, noi, la famiglia di Mehmet Çakas, facciamo appello ai curdi in Italia e in Europa, agli stranieri, agli amici del popolo curdo, alle persone sensibili e coscienti in Europa: uniamoci per fermare questa palese ingiustizia e impedire l’estradizione di Mehmet in Turchia. La libertà prevarrà.Libertà per Mehmet Çakas e per tutti i prigionieri politici detenuti in Europa, siano essi curdi o appartenenti ad altri popoli. La famiglia di Mehmet Çakas Messaggio di Mehmet Çakas: “Prima di tutto, invio i miei saluti e il mio affetto a tutti gli amici, compagni, giornalisti, e ai sostenitori della causa curda che hanno condiviso solidarietà con me durante la mia detenzione, riempiendo la mia cella di colori, lettere e immagini. Anche se è stata presa una decisione di espulsione nei miei confronti, credo nel diritto e nella vostra solidarietà e nella vostra lotta, e penso che l’ingiustizia nei miei confronti finirà. Tuttavia, se la decisione di espulsione non verrà annullata, mi aspetto che le autorità italiane rispettino la condizione posta durante la mia estradizione verso la Germania – cioè la promessa che non sarei stato estradato in Turchia – e che l’Italia mi riprenda. Infatti, prima di essere arrestato su richiesta della Germania, avevo già presentato domanda di asilo in Italia. Chiedo quindi che questo processo venga immediatamente riattivato e che mi venga concesso il diritto di soggiorno. Faccio appello ai curdi in Italia, agli amici del popolo curdo, alle organizzazioni per i diritti umani, agli operatori giuridici e al popolo italiano, che so essere legato ai principi di giustizia, affinché creino un’opinione pubblica per accelerare il mio processo di asilo in Italia e per garantire che la decisione del tribunale italiano di non estradarmi in Turchia venga rispettata.” The post Libertà per Mehmet Çakas e tutti i prigionieri politici curdi first appeared on Retekurdistan.it. L'articolo Libertà per Mehmet Çakas e tutti i prigionieri politici curdi proviene da Retekurdistan.it.