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Giulio Regeni, riprende il processo
Con una sentenza depositata oggi, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 225, comma 2, del codice di procedura penale per violazione dell’articolo 24 della Costituzione, nella parte in cui non prevede che l’onorario e le spese del consulente di parte nominato dal difensore d’ufficio siano anticipati dallo Stato. La Corte ha stabilito che tali costi devono essere liquidati dal magistrato secondo i criteri previsti per il gratuito patrocinio, ferma restando la possibilità per lo Stato di rivalersi sull’imputato qualora questi diventi successivamente reperibile. La pronuncia riguarda un’ipotesi definita “eccezionale” dalla stessa Consulta: quella dei procedimenti celebrati in assenza per i delitti previsti dalla Convenzione di New York contro la tortura, quando, a causa della mancata cooperazione dello Stato di appartenenza dell’imputato, non sia possibile dimostrare che quest’ultimo, pur consapevole dell’esistenza del procedimento, sia stato effettivamente informato della pendenza del processo. Le questioni di legittimità costituzionale erano state sollevate dalla Corte d’Assise di Roma nell’ambito del processo per l’omicidio di Giulio Regeni, che vede imputati quattro appartenenti ai servizi segreti egiziani. Nel corso del dibattimento, i giudici avevano disposto una perizia per la traduzione di un documento in lingua araba ritenuto rilevante ai fini della decisione. In tale contesto, i difensori d’ufficio degli imputati avevano chiesto di poter nominare un consulente tecnico di parte con spese a carico dello Stato, sollevando contestualmente l’incostituzionalità della disciplina vigente, nella parte in cui non garantiva l’anticipazione dei relativi costi nei procedimenti celebrati in assenza.   Articolo 21
January 30, 2026
Pressenza
Caso Regeni, un decennio di silenzi, interessi e il nuovo tradimento dello Stato
Non è una semplice schermaglia parlamentare, né l’ennesimo capitolo di una stanca dialettica tra fazioni. È, molto più crudelmente, una ferita che torna a spurgare su un corpo sociale già devastato da dieci anni di promesse scritte sulla sabbia. Le recenti esternazioni del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi — che si è spinto a lodare la “professionalità” e la “fondamentale collaborazione” dei servizi di sicurezza egiziani durante un vertice sulla gestione dei flussi migratori — rappresentano l’ultimo, amarissimo atto di una strategia diplomatica che è difficile non definire come un tradimento della dignità nazionale. Mentre a Roma il processo contro i quattro ufficiali della National Security del Cairo arranca tra i rottami di notifiche mai consegnate e il boicottaggio sistematico delle autorità egiziane, le parole del Viminale suonano come un de profundis per la ricerca della verità. Elogiare l’efficienza di quegli apparati che la nostra Procura indica come i torturatori di un giovane ricercatore italiano significa, nei fatti, archiviare la morte di Giulio Regeni come un fastidioso incidente di percorso, un prezzo accettabile da pagare sull’altare della stabilità mediterranea. Tuttavia sarebbe un errore di prospettiva, oltre che un’ingiustizia storica, imputare questo sfacciato cinismo soltanto all’attuale inquilino del Viminale. La tragedia di Giulio, dal quel cupo gennaio 2016, ha attraversato governi di ogni colore, tecnici e politici, accomunati tutti da un identico peccato originale: l’aver sacrificato la giustizia alla convenienza. La responsabilità è una macchia d’olio che si allarga nel tempo. Affonda le radici nella scelta di chi, già nel 2017, decise che l’invio di un ambasciatore al Cairo valesse più della fermezza diplomatica, dando il via libera a una normalizzazione che l’Egitto non aveva mai meritato. È proseguita poi attraverso i grandi affari, con la vendita di fregate militari e armamenti pesanti, quasi a voler premiare una dittatura che intanto continuava a ridere in faccia ai nostri magistrati. C’è un filo rosso, fatto di gas e contratti miliardari, che lega le diverse stagioni politiche italiane. Dalla gestione dei giacimenti di Zohr alle partnership energetiche strategiche, la ragion di Stato si è trasformata in una ragione di portafoglio. In questo contesto, la ricerca della verità è stata progressivamente declassata a nota a piè di pagina nei discorsi ufficiali, un rito stanco da espletare prima di passare alle “cose serie”: i migranti, la sicurezza, le commesse. Ogni esecutivo ha giurato solennemente che non avrebbe fatto sconti, ma ogni stretta di mano tra ministri ha aggiunto un mattone a quel muro di gomma che oggi permette a un rappresentante delle istituzioni di elogiare pubblicamente i carnefici di un proprio cittadino. In questo scacchiere di interessi opachi, il peso più insopportabile resta quello che grava sulle spalle di Paola e Claudio Regeni. La loro non è solo la battaglia di due genitori che chiedono giustizia per un figlio straziato, ma una lotta di resistenza civile condotta contro lo Stato stesso. Ogni lode agli apparati del Cairo, ogni accordo siglato sulla gestione delle coste egiziane, è per loro un nuovo tradimento, più sottile e forse più doloroso della tortura stessa, perché perpetrato da chi avrebbe dovuto proteggerli. La sensazione di solitudine della famiglia Regeni è lo specchio di un’Italia che ha smesso di farsi rispettare, che ha accettato l’idea che un suo figlio possa essere ucciso impunemente se il killer è un partner commerciale troppo importante per essere disturbato. L’uscita di Piantedosi non è dunque un incidente diplomatico, ma la conferma di una scelta di campo definitiva: la vita umana e lo Stato di diritto sono diventati merce di scambio. Un Paese che rinuncia a difendere i propri cittadini all’estero, che accetta l’umiliazione di un processo in contumacia senza battere ciglio, è un Paese che ha smarrito la propria bussola morale. La questione Regeni interroga la nostra identità. Possiamo ancora definirci una democrazia sovrana se permettiamo che la giustizia venga barattata con la sorveglianza delle rotte migratorie? Il bivio non è più tra destra e sinistra, ma tra dignità e complicità. Verità e giustizia per Giulio Regeni sono precondizioni per chiamarsi Stato. Se accettiamo che la ragion di Stato cancelli il diritto alla verità, abbiamo già perso tutti. E il silenzio assordante che segue questi “elogi” agli apparati egiziani è il rumore di un Paese che sta rinunciando a se stesso. Eppure, contro questo declino morale continua a infrangersi un’onda di indignazione che la politica non riesce a sedare. La mobilitazione della società civile non si è mai interrotta, alimentata da una scorta mediatica che ha trasformato il braccialetto giallo e lo striscione “Verità per Giulio Regeni” in simboli di una resistenza etica universale. Quegli striscioni, che ancora oggi pendono dalle facciate di centinaia di municipi, università e biblioteche, rappresentano il rifiuto di una comunità di rassegnarsi all’oblio. Finché quegli striscioni gialli continueranno a sventolare dai balconi dei nostri Comuni, ci sarà ancora una parte d’Italia pronta a ricordare al potere che la giustizia non è una variabile dipendente della geopolitica e che la memoria di Giulio non appartiene ai dossier dei ministeri, ma alle piazze che non accettano il baratto tra dignità e sopravvivenza.   Redazione Italia
January 29, 2026
Pressenza
I dieci anni del ‘Popolo Giallo’, la catena umana intorno ai genitori di Giulio Regeni
Dal 18 gennaio al 4 febbraio nella galleria espositiva del Comune di Fiumicello – Villa Vicentina sarà in esposizione la rassegna di fotografie e immagini che ripercorre i “dieci anni trascorsi a chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni”, un decennio “di presenza, di voci e di gesti collettivi”. > Ogni anno Paola e Claudio Regeni insieme al Comune di Fiumicello organizzano > un evento per ricordare cosa ha subito loro figlio, fare il punto della > situazione, incontrare e ringraziare tutte le persone che sostengono la > ricerca di verità e giustizia. Speravano che questo 25 gennaio 2026, dieci > anni esatti da quando Giulio sparì, avrebbe portato la conclusione del > processo. Sogno rimandato. > Sarà comunque l’occasione di radunare il popolo giallo, giallo come il > braccialetto di gomma con il suo nome, giallo come i manifesti con il suo > viso, giallo come un girasole che non appassisce: un popolo che dall’inizio di > quel brutale 2016 è diventato la scorta affettiva, civile, solidale, di due > genitori che non si sono mai arresi di fronte alla mostruosità del torto con > cui sono stati costretti a convivere…” – Parlano i genitori di Giulio Regeni: > «Ci promettono e consolano, ma i suoi assassini sono liberi», di Carlo > Verdelli – CORRIERE DELLA SERA / 09.01.2026 Per studiare, e poi lavorare, Giulio Regeni si trasferì negli Stati Uniti, poi nel Regno Unito, quindi a Vienna e in Egitto, dove per un periodo ha collaborato con l’UNIDO / United Nations Industrial Development Organization e il 25 gennaio 2016 scomparve. In un SMS inviato alle 19:41 aveva riferito di essere in procinto di uscire dal campus dell’UAC / Università Americana del Cairo, in cui svolgeva una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, perciò venne rapito mentre si trovava in piazza Tahrir, cioè nel centro città di Il Cairo. Il successivo 3 febbraio il suo corpo esanime venne rinvenuto alla periferia della capitale egiziana e il 12 febbraio 2016 i suoi funerali sono stati celebrati a Fiumicello, dove dopo la nascita, il 15 gennaio 1988 a Trieste, lui aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza. Su Facebook il popolo giallo spiega che il disegno di Lorenzo Terranera che illustra la mostra raffigura “il gomitolo che si dipana e crea collegamenti tra le persone” e che, oltre alle “relazioni costruite in questi anni”, simboleggia che “tutti i nodi vengono al pettine, a rappresentare la nostra speranza di riuscire finalmente a dipanare la matassa di ingiustizie e violazioni dei diritti umani” – GIULIO SIAMO NOI Redazione Italia
January 13, 2026
Pressenza