“Corpi, diritti e memorie in lotta”
Cosa succede nel Sud Italia quando viene rinvenuto il corpo di una persona
migrante? Come si procede ad identificarlo e ad avvertire la famiglia?
Crediti fotografici: Silvia Di Meo; Valentina Delli Gatti
Queste sono le due domande fondamentali al centro dell’ultimo rapporto di
Memoria Mediterranea (MEM.MED) 1 e Clinica Legale Diritti Umani (CLEDU) di
Palermo, “Corpi, diritti e memorie in lotta” 2.
Prima di approfondire la questione, però, è opportuno fare un breve punto della
situazione sulle politiche migratorie europee e, in particolare, italiane.
Iniziamo da un dato: dal 2014, secondo l’Organizzazione Mondiale per le
Migrazioni, almeno 33.220 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo
di raggiungere la riva nord del Mediterraneo 3.
L’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, continua a incrementare la
collaborazione con Paesi terzi, innanzitutto Tunisia e Libia, garantendo ingenti
finanziamenti per impedire alle persone migranti di spostarsi, nonostante ci
siano prove di abusi e violazioni dei diritti umani in entrambi gli Stati.
L’inchiesta “State Trafficking” 4, ad esempio, ha dimostrato che le forze
militari tunisine sono coinvolte nelle espulsioni forzate verso la Libia, oltre
che nella vendita di persone migranti ai corpi armati libici. Come se ciò non
bastasse, a febbraio 2025 sono state ritrovate due fosse comuni in Libia,
contenenti molti corpi di persone migranti, alcuni con segni di ferite da arma
da fuoco 5.
Spostandoci al confine sud-orientale dell’Europa, è l’Albania a ricevere
maggiori attenzioni. Nel novembre 2023, infatti, i presidenti dei rispettivi
esecutivi, Giorgia Meloni e Edi Rama, hanno concordato un patto per il
rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, poi ratificato dal
Senato italiano il 15 febbraio 2024 6.
L’accordo prevede la possibilità per l’Italia di valutare domande di protezione
internazionale su territorio albanese ma sotto la propria giurisdizione, tramite
la detenzione delle persone migranti in dei CPR italiani situati sulle coste
albanesi 7. Come sottolineano gli autori nel rapporto di MEM.MED e CLEDU:
«Questo protocollo è un altro tassello del sistema di violenza che uccide
subdolamente: poco più di qualche settimana fa, il 19 maggio 2025, Hamid Badoui
si è tolto la vita nel carcere di “Lorusso e Cotugno” a Torino. Il suo arrivo in
carcere è stata l’ultima tappa di un ciclo infernale, che l’ha fatto passare
prima nel CPR di Bari e poi in quello di Gjadër in Albania. […] Quello che viene
definito sempre più spesso come “modello Albania” si rivela essere una macchina
di oppressione, al quale altri leader della sfera internazionale vorrebbero
ispirarsi, ma che ha conseguenze nefaste sulle vite di chi vi si ritrova
intrappolato» 8.
Le politiche migratorie si confermano, dunque, un “laboratorio per
sperimentazioni normative a vocazione autoritaria” 9 e sono inserite in una
narrazione più ampia di criminalizzazione che non riguarda solo le ONG, ma anche
giornalisti, attivisti, comuni cittadini e, ovviamente, le persone migranti
definite “illegali”.
La colpevolizzazione esclusiva di queste ultime, inoltre, porta a una negazione
delle responsabilità da parte degli Stati europei e, di conseguenza, a una
negazione del problema in quanto tale.
Il rapporto di MEM.MED e CLEDU Palermo vuole essere «un diario di viaggio nelle
pieghe concrete delle conseguenze di queste politiche» 10, coinvolgendo le
famiglie dei migranti nelle ricerche dei propri parenti: «le loro testimonianze
sono fondamentali: ci ricordano che dietro i numeri approssimativi prodotti
dalle organizzazioni o dalle associazioni internazionali e nazionali, ci sono
dei nomi, dei volti, delle storie, dei legami che non si spezzano con la morte o
la sparizione. Anzi, queste famiglie non dimenticano, non possono dimenticare.
L’oblio imposto dagli stati non è una possibilità plausibile. La creazione di
nuove narrative, che specificano l’ingiustizia subita, contribuisce a formulare
nuovi ricordi, nuovi modi di stare con e andare contro, insomma nuove memorie
che abbracciano una dimensione collettiva, di rivendicazioni e di denuncia» 11.
Da settembre 2024 a maggio 2025 MEM.MED ha incontrato e fornito supporto a 82
famiglie di persone migranti scomparse e ha svolto attività di monitoraggio in
Sicilia, Sardegna e Calabria per far luce su ciò che impedisce l’effettivo
esercizio del diritto alla verità, all’identità, alla sepoltura e al lutto.
La causa di ciò, oltre ad essere politica, riguarda un vero e proprio vuoto
normativo nell’attuale ordinamento giuridico italiano: l’istanza di ricerca dei
corpi dispersi e di identificazione delle salme non ha rango di diritto, si basa
solo su mutevoli esigenze morali o religiose.
Ciò si traduce, nel concreto, in una inadeguatezza del sistema burocratico che
dovrebbe occuparsi della ricerca dei dispersi, dell’identificazione dei morti e
del rimpatrio delle salme.
L’iter per la ricerca e l’identificazione di un corpo, infatti, è un percorso
lungo e difficile, il cui peso ricade quasi interamente sulle famiglie, e
costituisce un’altra forma di violenza 12.
Il rapporto mostra quello che definisce un «regime della morte e della
dimenticanza nel Mediterraneo» 13, in cui la gestione delle salme ricopre un
ruolo fondamentale, e ricostruisce il percorso che segue il trattamento dei
corpi di persone decedute in mare prendendo in considerazione diversi momenti:
il soccorso, il recupero e lo sbarco, la raccolta e analisi dati,
l’identificazione, il trasferimento e la sepoltura, il rimpatrio.
L’assenza di un quadro normativo chiaro si riflette innanzitutto
nell’insufficienza delle risorse messe a disposizione per la ricerca e il
recupero dei corpi, ma anche nel momento dell’identificazione, dato che non
esiste un sistema di raccolta dati centralizzato e uniformato.
La raccolta e la gestione dei dati biologici, al contrario, avvengono in modo
frammentato, con prassi diverse in base a territori diversi, senza alcun
coordinamento strutturale, rendendo molto difficile l’applicazione
dell’identificazione forense dei corpi.
Non esistono nemmeno procedure uniformi per la conservazione degli effetti
personali ritrovati, che insieme ai dati biologici potrebbero essere necessari
per un successivo riconoscimento.
Quest’ultimo, invece, avviene principalmente tramite l’identificazione visiva da
parte di un parente, qualora si trovi sul luogo, o tramite riconoscimento
fotografico e, più raramente, tramite procedure di identificazione a distanza
con videochiamata.
Qualora le salme non vengano identificate, la situazione si complica ed emergono
altri elementi problematici, tra cui assenza di tracciabilità, documentazione
incompleta, competenze istituzionali confuse e mancanza di rispetto
dell’identità religiosa delle persone decedute.
Non c’è, infatti, una mappatura sistematica dei luoghi di sepoltura e il
rispetto dei riti funebri non è garantito, soprattutto per quanto riguarda il
rito musulmano.
Come sottolineano le autrici, «la questione religiosa legata al trattamento e
alla cura dei corpi delle persone decedute lungo le rotte migratorie è raramente
presa in considerazione, e questa lacuna costituisce un’ulteriore forma di
violenza».
Per quanto riguarda il rimpatrio, infine, la legge italiana prevede una serie di
procedure che variano a seconda del Paese in questione, ma non esistono visti
specifici che permettano ai familiari di recarsi nel luogo in cui si trovano le
salme dei propri cari, e il visto turistico spesso non è sufficiente, dato il
tempo richiesto da questo tipo di procedure.
Inoltre, non viene fornita alcuna assistenza finanziaria alle famiglie da parte
del Governo italiano e ciò aggiunge, agli ostacoli di natura politica e
burocratica, anche quelli di natura economica, negando alle famiglie il diritto
al lutto e alla memoria.
Se la violenza che colpisce innanzitutto chi cerca di attraversare i confini è
lampante, nonostante il tentativo degli Stati di nasconderla, quella che
colpisce le famiglie non è neanche presa in considerazione da questi ultimi, che
vedono i migranti solo come numeri, invasori, nemici contro cui combattere per
la sicurezza delle proprie popolazioni.
Ma, come evidenziano MEM.MED e CLEDU, la morte alle frontiere e questo secondo
tipo di violenza, meno immediata, hanno tuttavia degli effetti molto concreti e
delle implicazioni significative sulle famiglie e sulle comunità di provenienza:
«per ogni salma ritrovata sulle rive europee, c’è una famiglia che vive
un’assenza incompresa. Per ogni corpo disperso in mare, c’è una famiglia che
vive nel dubbio, nell’attesa, nella speranza di conoscere il destino del proprio
caro» 14.
Dato che la maggioranza dei corpi non viene trovata o rimane non identificata,
le famiglie che cercano i loro cari vivono una condizione particolare, che la
psicologa Pauline Boss definisce di “perdita ambigua” 15, ovvero un tipo di
perdita che non è chiara, non ha una conclusione e non permette un normale
processo di lutto.
È considerata una delle forme di perdita più stressanti e disfunzionali, perché
manca la certezza necessaria per elaborare il dolore e “chiudere” l’esperienza.
La perdita ambigua porta, infatti, alla mancanza di rituali (non c’è un
funerale, né un momento di fine), a una sospensione emotiva (non si sa se
“lasciare andare” o continuare ad aspettare) e a stress cronico (perché la
situazione rimane irrisolta).
In questa situazione, le famiglie sono abbandonate dalle istituzioni dei loro
paesi d’origine e ignorate nel paese di destinazioni; si scontrano con
«l’impassibile trascuratezza» 16 del sistema che gestisce le vite e le morti dei
loro cari, senza riuscire a trovare un responsabile 17.
Secondo le autrici, siamo di fronte a una «strategia della dispersione della
morte e dei corpi» 18 volta a evitare che le morti dei migranti acquistino
troppa visibilità mediatica, estromettendo e silenziando il ruolo e le
rivendicazioni delle famiglie.
Il caso di Roccella Ionica 19, infatti, ha dimostrato come la dispersione dei
corpi delle vittime in più ospedali e in più cimiteri abbia reso difficile un
contatto diretto tra famiglie, associazioni, avvocati, facendo sì che, rispetto
al caso di Cutro 20, la capacità di questi attori di essere visibili e incisivi
nelle loro richieste è stata notevolmente ridotta.
Rapporti e dossier
NAUFRAGIO MAR IONIO, 17.6.2024. I MORTI INVISIBILIZZATI E IL SILENZIO DELLE
ISTITUZIONI
Un report da Roccella Jonica di Mem.Med (Memoria Mediterranea)
Mem.Med
26 Giugno 2024
Il rapporto insiste, dunque, sulla necessità di far fronte a questo vuoto
normativo con una proposta concreta che possa regolamentare e standardizzare
procedure e modalità di intervento nei casi di morte in contesto migratorio,
permettendo alle famiglie e alle comunità di appartenenza il pieno esercizio dei
loro diritti.
Combattere questo processo di invisibilizzazione è di primaria importanza,
perché esso consente la normalizzazione di quelle morti, conducendo a una forma
di assuefazione dell’opinione pubblica che rende il morire nel tentativo di
attraversare i confini una conseguenza normale, accettabile e perfino
prevedibile, la cui colpa viene spesso fatta ricadere sulle persone che hanno
deciso di intraprendere il viaggio.
Il rapporto evidenzia, quindi, il modo in cui «una narrazione
umanitario-securitaria, insieme a una retorica criminalizzante, costituisce
l’impalcatura ideologica e discorsiva che sostiene e legittima questo sistema di
morte. Quando affiorano sulle coste meridionali italiane, accade che i corpi
vengano spesso sepolti senza nome 21, sparsi tra i cimiteri. Queste vite si
perdono una seconda volta nell’anonimato: alla morte fisica si aggiunge quella
sociale e storica» 22.
Contro questo lavoro di morte e invisibilizzazione, le testimonianze e la
resistenza delle famiglie, affiancate dal lavoro di associazioni come MEM.MED e
CLEDU, risultano ogni giorno necessarie e fondamentali per rivendicare giustizia
a nome di coloro che non possono più farlo e per tentare di sovvertire, se non
le relazioni di potere in quanto tali, almeno le narrazioni dominanti che
costituiscono l’immaginario occidentale delle migrazioni.
1. La tag di Mem.Med su Melting Pot ↩︎
2. Consulta il rapporto ↩︎
3. Mediterranean | Missing Migrants Project (aggiornato al 22/12/2025) ↩︎
4. Consulta il rapporto ↩︎
5. IOM Deeply Alarmed by Mass Graves Found in Libya, Urges Action |
International Organization for Migration ↩︎
6. Protocollo di collaborazione Italia – Albania ↩︎
7. I centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), istituiti in Italia nel
1998, sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali le persone
migranti vengono trattenute per un tempo massimo che, dal 2023, può
arrivare fino a 18 mesi cfr. L’Italia dei CPR: luoghi senza tempo, corpi
senza giustizia – Memoria Mediterranea. Si veda anche Il Viminale vuole
nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania
(Altreconomia, 23 dicembre 2025) ↩︎
8. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.8 ↩︎
9. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche
migratorie – Asgi ↩︎
10. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.6 ↩︎
11. Ivi, p. 51. ↩︎
12. Ivi, p. 20. ↩︎
13. Ivi, p. 35. ↩︎
14. Ivi, p. 44. ↩︎
15. P. Boss, Ambiguous Loss: Learning to Live with Unresolved Grief, Harvard
University Press, 2000 ↩︎
16. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.46 ↩︎
17. Appello alle istituzioni da parte di madri, sorelle e familiari di persone
morte o disperse ai confini, Memoria Mediterranea (ottobre 2025) ↩︎
18. Ivi, p. 51. ↩︎
19. Tra il 16 e il 17 giugno 2024 un’imbarcazione partita dalle coste dal porto
di Bodrum in Turchia con circa 67 persone a bordo (di cui 26 minori) è
naufragata a circa 120 miglia dalle coste della Calabria. Leggi il report:
Un anno dalla strage di Roccella – la stessa Memoria per verità e
giustizia, Memoria Mediterranea (17 giugno 2025) ↩︎
20. Il naufragio è avvenuto il 26 febbraio 2023 in provincia di Crotone.
Partite dalla Turchia, ma provenienti da Afghanistan, Pakistan, Iran,
Palestina, almeno 94 persone sono morte e decine scomparse ↩︎
21. Dare un nome alle vittime della migrazione recuperate nel Mediterraneo
centrale. La richiesta delle Ong per restituire dignità ai morti e conforto
ai loro cari ↩︎
22. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.54 ↩︎