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Filippo Tuena / Testimonianze soggettive
Potremmo definirlo un omnibus, questo massiccio volume col quale il Saggiatore ci ripropone alcuni scritti di uno dei pochi autori italiani veramente originali in attività, assieme a un centinaio di pagine di testi inediti. Argomento della raccolta, uno di quei Grandi Italiani che si citano ritualmente quando si vuole esaltare il Bel Paese, di solito assieme a Leonardo, Raffaello e Dante (mai che si mettano nel mazzo Palestrina e Monteverdi, ma si sa che la cultura musicale in questa nazione con l’autotune è a pezzi). Parlando di sé in terza persona, Tuena confessa che questa per il Buonarroti è una passione che sconfina nell’ossessione: «Michelangelo lo perseguita come il rimorso per un familiare sepolto. Di tanto in tanto, ogni due o tre anni, la sua figura ritorna prepotentemente nelle sue fantasie ed esige ancora una volta attenzione e affetto». Entrando più in dettaglio, va detto che il volume contiene due pezzi forti, “La grande ombra” e “La passione dell’error mio”, entrambi sulle duecento pagine, già usciti per Fazi rispettivamente nel 2001 e nel 2002. A questi si unisce il più breve saggio (se così lo si può definire) “San Lorenzo”, precedentemente pubblicato in due raccolte di scritti, Stranieri alla terra (Nutrimenti, 2012) e Le galanti (il Saggiatore, 2019). Il resto, i quattro scritti denominati APPUNTI e la meditazione intitolata “Passeggiate milanesi”, è inedito. Come si può ben vedere, è vero che il grande artista rinascimentale perseguita lo scrittore romano emigrato a Milano, e non da ieri; tanto che il secondo sembra costretto a confrontarsi di tanto in tanto col primo – e va detto che lo fa con piglio di attento ricercatore che si documenta attingendo a una vasta serie di fonti, come attesta la bibliografia che correda il volume. Ma non siamo affatto alle prese con un saggio accademico di storia dell’arte. Tuena resta scrittore e narratore, e il suo percorso nell’opera di Michelangelo ci cattura soprattutto per la sua capacità di articolare un racconto, anche se con modalità decisamente anomale – un racconto-saggio, che di tanto in tanto, come in “Passeggiate milanesi” e “San Lorenzo”, si fa anche memoriale. Questo libro ha il pregio di farci vedere Michelangelo da un punto di vista decisamente anomalo, quello dei fallimenti del grande toscano, ma anche di rivelarci qualcosa del suo autore, che pare specchiarsi nelle difficoltà del Buonarroti, e soprattutto nell’impressionante serie di “non finiti” che costellano la sua carriera (vedasi il saggio “Le opere rotte”), tutte le sculture e le architetture iniziate e mai completate. E proprio uno di questi non-finiti, la chiesa di San Lorenzo a Firenze, tempio strettamente legato alla vicenda dei Medici, e alla loro leggenda da essi stessi coltivata e alimentata, sembra essere il centro di gravità attorno al quale orbitano tutte le parti di Michelangelo. Ci si ritorna ripetutamente, ossessivamente, a questa basilica incompiuta, ricca di tesori artistici assemblati ben diversamente da come li avrebbe voluti il Buonarroti, spesso tradendo le sue intenzioni originarie, che diventa così la materializzazione della lotta che il grande artista dovette ingaggiare con la sua epoca e la sua società. Tuena esplicita come quelli che chiamiamo capolavori nacquero da un intreccio di contingenze più o meno accidentali, la committenza di nobili e papi, le tensioni politiche tra Roma e Firenze, le lotte intestine al comune fiorentino in transito dalla repubblica al granducato, la più ampia scena europea, e poi le vicissitudini personali di Michelangelo, e le sue relazioni con parenti, amici, colleghi, rivali, sponsor e nemici, in un intreccio che viene dipanato pagina dopo pagina. Dovendo scegliere, e lo faccio in maniera vergognosamente soggettiva e personale, il testo che preferisco di questa raccolta è proprio quello per il quale il concetto di intreccio gioca un ruolo assolutamente determinante, e cioè “La grande ombra”. Tuena lo descrive nella prefazione come “un romanzo costruito come una serie di monologhi di personaggi storici legati a Michelangelo”, tra i quali, tanto per darvi un’idea, troviamo Cosimo I de’ Medici, Sebastiano del Piombo, Giorgio Vasari, Benvenuto Cellini, Vittoria Colonna, papa Clemente VII, il Bronzino. Ognuno dei testimoni racconta un pezzo di storia, ciascuno dalla sua prospettiva soggettiva, alcuni addirittura post-mortem; ognuno di essi aggiunge una tessera a un vasto e complesso mosaico, che illustra gli ultimi anni di vita di Michelangelo, ma non ignora la sua infanzia, giovinezza ed età matura. Quel che ne risulta è una narrazione corale, polifonica, come un madrigale di Palestrina o di Orlando di Lasso (se non del maledetto e tenebroso Gesualdo da Venosa), dove le diverse voci si intrecciano, si interrogano reciprocamente e si rispondono, o si smentiscono a vicenda. Uno dei temi fondamentali di questo romanzo anomalo è proprio il completamento della basilica di San Lorenzo a Firenze, una chiesa della quale i Medici si erano praticamente impossessati, facendola diventare da luogo di culto sacrario della loro storia, tomba di famiglia, simbolo di prestigio e autorità, e centro di politica culturale (alla chiesa è annessa la Biblioteca Medicea). Michelangelo, che aveva attivamente preso parte alla vita della Repubblica Fiorentina, e faceva parte dei fuoriusciti, quelli che avevano lasciato la città al ritorno dei Medici (nella fattispecie Alessandro, talmente dispotico e spietato da finire accoppato da un parente), non aveva molta voglia di tornare a lavorare alle varie opere lasciate incomplete, dalle tombe medicee al Ricetto, dalla sacrestia nuova alla facciata; come suggerisce Tuena, c’entra la politica, ma anche il fatto che nella sua evoluzione artistica e spirituale Michelangelo s’era come distaccato dalla stagione nella quale aveva profuso le sue energie nel completamento di San Lorenzo. Di tornare su quei vecchi progetti, su quelle vecchie opere, non ne aveva nessuna intenzione, e riusciva a disattendere gli inviti del granduca Cosimo I accampando tutta una serie di pretesti, dagli impegni con i vari pontefici per la costruzione di San Pietro, alla vecchiaia con tutto il suo corredo di acciacchi. E così la basilica fiorentina restò senza facciata, come la vediamo ancora oggi. A fare da controcanto, l’altro pezzo forte della raccolta (senza nulla togliere ai testi più brevi, tutti di pregio), e cioè “La passione dell’error mio”, una selezione dell’epistolario Michelangiolesco, una scelta di lettere scritte dal Buonarroti o a lui destinate da vari corrispondenti, commentate puntualmente da Tuena illuminandone il contesto, i sottintesi, il non detto. E fa un certo effetto leggere queste righe in un italiano la cui ortografia ancora non è stata fissata e standardizzata (spesso echeggiando il latino, con “septe” per sette o “excellentia” per eccellenza); esse ci relazionano sui fatti che vengono raccontati in italiano moderno in “La grande ombra”. A tutti gli effetti questi due scritti di Tuena sono inseparabili, come il dritto e il rovescio di una medaglia, illuminandosi (e giustamente complicandosi) a vicenda. Nel complesso, Michelangelo ci offre una visione tutt’altro che agiografica e stereotipata di Michelangelo e dei suoi tempi, e di quella grande ondata artistica e culturale che va sotto il nome di Rinascimento, una stagione che ci viene restituita con le sue luci e le sue ombre, e le sue tensioni laceranti. Uno sforzo intellettuale che mi sembra valido antidoto alla retorica dei beni culturali da sbandierare per farsi grandi col conteggio di medagliette UNESCO, e che poi si sviliscono a location per eventi mondani e nozze di qualche techno-tycoon. E anche e soprattutto una meditazione tormentosa e penetrante sull’arte e la bellezza. (Chiudo con una noticina a pie’ di recensione: noi il Buonarroti lo chiamiamo Michelangelo, ma all’epoca lo chiamavano tutti Michelagnolo, e così lo scrivevano. Come cambia la lingua…) L'articolo Filippo Tuena / Testimonianze soggettive proviene da Pulp Magazine.
Filippo Tuena / La memoria sul palcoscenico
I greci, come al solito, avevano le idee abbastanza chiare: gli artisti vengono ispirati dalle muse, nove in tutto come le arti che si praticavano all’epoca. Se eri un astronomo (all’epoca considerato artista), ti aiutava Urania, che poi fece carriera molto più tardi in tutt’altro ambito, tra alieni astronavi e androidi. Se invece danzavi, eri sponsorizzato da Tersicore. Ma la madre di tutte e nove le muse era, guarda un po’, Mnemosyne, la dea della memoria. Insomma, già ai tempi di Sofocle si sapeva bene che nelle arti, inclusa la letteratura, nulla si creava se non si ricordava. Non è dunque un caso se uno dei più interessanti scrittori italiani, uno di quelli che difficilmente vedremo a tracannare Strega, intesse da anni un discorso sulla storia (la figlia della memoria che più somiglia alla madre, restando alla mitologica personificazione greca), sui fantasmi (che in quanto revenants, come dicono i francesi, ritornano né più né meno come ricordi), e sull’atto stesso della rimemorazione. Parlo di Filippo Tuena, che in questo breve volumetto ci porta subito “all’interno di un immenso teatro a ferro di cavallo”, col palcoscenico ingombro di “oggetti alla rinfusa”, forse in preparazione di uno spettacolo, forse materiali da usare per il restauro dell’edificio, che non è messo molto bene, tra dorature screpolate e tappezzerie lacere. L’idea del teatro della memoria è di Giulio Camillo Delminio, umanista vissuto tra Quattro e Cinquecento, che avrebbe dovuto realizzare un edificio mnemonico, dove chi si fosse piazzato al centro del palcoscenico avrebbe avuto intorno una serie di immagini simboliche legate alle varie branche del sapere, interconnesse tra loro in modo da poter recuperare agevolmente tutto lo scibile umano. Praticamente, la Wikipedia analogica rinascimentale (ed esoterica). Delminio ricevette anche un finanziamento da re Francesco I di Francia per realizzare il suo teatro, e ancora si dibatte se ci sia riuscito o meno. Il teatro della memoria di Tuena è più modesto: si accontenta di evocare i ricordi della madre dello scrittore. Abbiamo quindi quella che i teorici della letteratura più aggiornati chiamerebbero post-memory (post-memoria per i puristi), ovvero il ricordo di avvenimenti vissuti da altri (spesso i genitori, o altri parenti stretti) e trasmessi tramite il racconto, con tutti i rischi di rielaborazione, autocensura, dimenticanza ecc. che ciò comporta. Esempio classico di post-memoria è il memoriale grafico Maus, di Art Spiegelman, nel quale il fumettista americano recupera i ricordi del padre ex-detenuto ad Auschwitz (Mauschwitz nel memoriale) mediante una serie di interviste registrate. Nel suo piccolo, anche Valzer con mia madre da ragazza è un atto di post-memoria, attraverso il quale Tuena recupera frammenti dell’infanzia della genitrice, e della propria, e così facendo recupera la terra d’origine della famiglia materna, quell’Istria che oggi sta in Croazia. E così inevitabilmente – come spesso accade nello scrittore romano emigrato a Milano – la storia personale s’intreccia con quella collettiva (così è per esempio, a leggere tra le righe, in Tutti i sognatori), le compagne di classe ebree nel liceo di Fiume alludono a tutta la complicata tragedia della frontiera orientale, e all’altra, ben più ampia, della Shoah. Tuena, onestamente, non cerca di ricomporre il tutto in forma romanzesca, riempiendo i buchi; anche nelle sue opere maggiori, l’atto del ricordo, anche in forma post-memoriale, non nasconde le falle, i vuoti documentali, le amnesie, i buchi neri (basti leggere Le variazioni Reinach per rendersene conto). E questo rientra completamente nella definizione della post-memory come originariamente formulata da Marianne Hirsch, perché anche gli squarci nell’arazzo tessuto della memoria devono restare lì, a ricordarci che non è possibile rammentare tutto, e che certe volte di intere storie restano poche righe e talvolta una sola foto in bianco e nero. Insomma, questa piccola opera dell’autore di Ultimo parallelo e La voce della sibilla getta luce su tutta la sua produzione, e induce a sospettare che dietro ogni atto di memoria ci sia inevitabilmente una perdita, qualcosa o qualcuno o qualche luogo che non si può più raggiungere, inghiottito dal vortice inarrestabile del tempo. (Colgo l’occasione per esortare qualche editore di buona volontà a tradurre The Generation of Postmemory: Writing and Visual Culture After the Holocaust di Marianne Hirsch, ancora riservato a quei lettori italiani che non hanno problemi con l’inglese. Ma si sa, questo è il paese dall’amnesia facile, figurarsi se interessa un ragionamento sui meccanismi della memoria). L'articolo Filippo Tuena / La memoria sul palcoscenico proviene da Pulp Magazine.