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La democrazia è dissenso
Non mi pare sia stato fatto un collegamento tra alcune recenti manifestazioni studentesche di protesta (Torino, 3 ottobre 2023 e Pisa 2 marzo 2024) e i fatti di Torino: l’aggressione a “La Stampa” (ingiustificabile) e la chiusura forzata del centro sociale Askatasuna che ha interrotto improvvidamente un processo positivo di democratizzazione del dissenso. Mi sembra evidente che in tutti e tre questi casi (come in altri precedenti: gli arresti dell’anarchico Tobia Imperato e quello della militante No Tav Dana Airola) sotto attacco è stato il diritto individuale e collettivo al dissenso con l’argomento largamente usato a destra e a sinistra che l’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile. Un argomento usato contro le violenze presunte e reali dei manifestanti ma che impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati[1]. Il buon democratico sa che è inaccettabile la violenza contro giovani disarmati che si è vista sia a Torino sia a Pisa, che non è giusto, non è logico, non è tollerabile l’accerchiamento di un ragazzino o la brutalità contro inermi studenti con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti di poliziotti chiamati a tutelare la sicurezza di tutti noi senza abusare del potere che gli viene conferito dallo Stato, che l’arma più efficace a cui può ricorrere la democrazia contro la rabbia giovanile e l’arma della parola. Come Norberto Bobbio afferma nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia, se c’è un “criterio discriminante” tra la democrazia e il dispotismo, questo è “la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso”[2]. In uno stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in  uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate e estremiste ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione. In primo piano torna il grande tema della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”. Una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso. Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica? Come argomenta Norberto Bobbio in Il futuro della democrazia, il passaggio dallo stato di natura – che è uno stato polemico – allo stato civile – che è uno stato agonistico – non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti. Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è “un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso”[3]. Tuttavia, sostiene, che “in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico”[4]. Detto in breve, se nello stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello stato agonistico – lo stato democratico è uno stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento. Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo stato nonviolento (e lo stato democratico è uno stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. La qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso ma da quello del dissenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia. L’aggiunta nonviolenta alla democrazia sta in una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale – il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione – e del dissenso collettivo – la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile. L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è “un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche”[5]. In una prospettiva nonviolenta la democrazia non è mai presupposta ma è sempre da verificare e, invece che il massimo consenso, lascia emergere il massimo dissenso[6].   [1] Nella parte filosofica riprendo l’articolo. Il valore del dissenso, che, per invito di Carmela Fortugno, ho scritto per il sito del CIDI-Torino, pubblicato il 30 marzo 2024 e introdotto con queste parole. “A distanza di un mese torniamo a occuparci delle proteste studentesche di Pisa e di Firenze con un testo scritto da Pietro Polito, direttore del Centro studi Piero Gobetti e filosofo della politica, il quale ci guida nell’analisi tra dissenso e democrazia a partire dal filosofo torinese Norberto Bobbio e ci propone l’educazione al dissenso nella prospettiva di Aldo Capitini”. Poi in “Volere la luna”, 4 aprile 2024, con il titolo Elogio del conflitto e del dissenso. [2] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 53. [3] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 53. [4] Ibidem. [5] A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967), edizioni dell’asino, Roma 2009, p. 136. [6] Sui rapporti tra consenso e dissenso vedi lo speciale Si, si, No, no, “Gutenberg” – “Avvenire”, 19 dicembre 2025, pp, 1-9. Pietro Polito
Scegliere la pace. A 80 anni da Hiroshima e Nagasaki
Come 80 anni fa quando Hiroshima e Nagasaki cambiarono (avrebbero dovuto cambiare) il corso della storia la scelta a cui ci troviamo di fronte è quella tra pace e guerra. Il contrasto tra pace e guerra è antico e senza rimedio e la lotta alla guerra oltre che politica è di natura morale, ha un valore religioso, è un problema di stile. Quella tra la pace e la guerra è una scelta antropologica, esistenziale, assoluta, insanabile. La scelta tra pace e guerra non è più rinviabile nel nuovo mondo in cui siamo (stati) precipitati. Un mondo insanguinato in cui i potenti e gli inermi (almeno una parte se non la maggior parte), rovesciando il senso dell’articolo 11 della Costituzione, non “ripudiano” la guerra, anzi la considerano un “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, uno strumento di difesa e di affermazione della libertà. Contrariamente allo spirito dei tempi, le ragioni per cui scegliamo la pace sono e rimangono esattamente le stesse per le quali dopo la svolta atomica ripudiamo la guerra. Con la svolta atomica, che è stata tale nella storia delle idee ma stenta a divenire tale nella realtà, muta radicalmente sia la natura della guerra sia il significato della storia. Dopo la svolta, la guerra è diventata (avrebbe dovuto diventare) un mezzo inadeguato a raggiungere ogni fine. Se ci domandiamo: «Qual è il fine ultimo della storia?», ebbene la guerra nucleare — ecco il punto decisivo — priva di senso sia la vita dell’umanità intera sia la vita dei singoli. Se la storia è destinata a culminare nell’autodistruzione dell’uomo, se la meta non è un fine ma la fine ha ancora un senso la storia? Se finora il compito della cultura è stato quello di giustificare la guerra, il nostro compito oggi è quello di giustificare la pace “ingiustificando” la guerra. Se lo scopo della cultura anche nelle sue espressioni più alte finora è stato la razionalizzazione del corso storico dell’umanità, il nostro compito oggi è la dimostrazione del’assurdità della guerra. Le ragioni per scegliere la pace sono simmetricamente opposte a quelle per “ripudiare” la guerra 1. la guerra non serve al progresso morale; 2. la guerra non serve al progresso civile; 3. la guerra non serve al progresso tecnico. Intendendo la guerra sia nel senso di «guerra atomica» sia nel senso generico di «guerra convenzionale». Alla luce delle guerre fin qui combattute, le giustificazioni della guerra non si rivelano assurde quando la guerra viene combattuta sia con le armi atomiche sia con le armi tradizionali? Scegliamo la pace e ripudiamo la guerra perché sia la guerra atomica sia la guerra convenzionale non servono al progresso morale. Che la guerra tradizionale sia mai servita al progresso morale dell’umanità è sempre stato quanto meno dubbio. Quanto alla guerra atomica, particolarmente emblematica è la parabola del maggiore Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima. A poco a poco Eatherly si rende conto di non essere un eroe ma qualcosa tra un campione sportivo e un automa e scopre di essere un semplice ingranaggio di un’immane macchina di morte. L’immagine della guerra “fecondatrice di virtù sublimi” viene completamente rovesciata. La guerra atomica è scandalosa, subdola, è il più grave delitto contro l’umanità. Come osserva Norberto Bobbio, “al posto dell’immagine hegeliana del vento sulla palude subentra quella, più appropriata, della tempesta sul fragile raccolto”[1]. Scegliamo la pace e ripudiamo la guerra perché sia la guerra atomica sia la guerra convenzionale non servono al progresso civile. A ben guardare l’idea che la guerra potesse servire al progresso civile era già andata in crisi con l’affermarsi della teoria che non è la guerra ma lo scambio e la comunicazione pacifica tra i popoli il più potente mezzo di unificazione del genere umano. Ora una simile teoria è diventata improponibile con la prospettiva della guerra atomica. Quale mondo seguirà alla catastrofe atomica? Dopo la catastrofe avremmo un mondo più unificato o più frantumato, disarticolato, scisso? La novità della nuova guerra rende impossibile ogni previsione di quel che sarà dopo, mette in discussione l’idea che la storia abbia una direzione e un fine razionale, “smentisce la stessa teoria del progresso in tutte le sue forme”: “da quando la guerra atomica è entrata nella storia dell’umanità come evento possibile, il progresso non è più garantito”[2]. Scegliamo la pace e ripudiamo la guerra perché sia la guerra atomica sia la guerra convenzionale non servono al progresso tecnico. A questa tesi si potrebbe obiettare che dalla guerra a lungo preparata, e per fortuna non combattuta militarmente dalle due grandi potenze, poi conclusasi con la sconfitta e il tracollo di uno dei due contendenti e l’implosione dell’ordine internazionale, sia venuto un contributo innegabile allo sviluppo tecnico. Si pensi solo alle nuove scoperte scientifiche e all’aumento della potenza distruttiva degli armamenti. Ma, e questa è una contro obiezione di fondo, nella valutazione del rapporto tra la guerra e il progresso tecnico non si può disgiungere il problema dei mezzi da quello dei fini. Si profila così una alternativa drammatica: da un lato lo sviluppo tecnico, dall’altro lo sviluppo morale che sarebbe compromesso inevitabilmente attraverso “il progressivo aumento di probabilità di una guerra sterminatrice come conseguenza del progressivo sviluppo tecnico guidato da scopi di guerra”[3]. Come di fronte a ogni alternativa a un certo momento bisogna scegliere. Le amiche e gli amici della nonviolenza si mettono “dalla parte di chi lavora per la formazione di una coscienza atomica” e credono che “questo momento sia già arrivato”[4]. Le ragioni dell’obiezione di coscienza alla guerra mantengono intatte la loro vitalità e attualità: dal punto di vista di un nuovo illuminismo, consapevole dei limiti e anche dei soprusi della ragione, l’obiezione di coscienza è un rinnovato appello alla ragione e un’affermazione del valore perenne della dignità della coscienza individuale; dal punto di vista di un’idea della democrazia intesa come un processo di ridefinizione permanente l’obiezione di coscienza è contrasto alla dittatura e apertura all’omnicrazia (potere di tutti); dal punto di vista del pacifismo, s’intende un pacifismo critico, né moralistico né ideologico, l’obiezione di coscienza è rifiuto della rassegnazione e non accettazione dell’ineluttabilità della guerra. Il nostro pacifismo non è l’adesione a un’ideologia ma è “una questione d’istinto”, “qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo definirlo fisiologicamente innato” (estendo qui la contrapposizione che Gobetti stabilisce tra fascismo e antifascismo a quella tra bellicismo e pacifismo)[5]. Con Giacomo Matteotti, sentiamo che così come per il fascismo per “combattere utilmente” la guerra bisogna “opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo”[6]. La nostra opposizione alla guerra è così radicale che ci rifiutiamo di prendere in considerazione i programmi e le vie militari che vengono presentati come mezzi per la pace. Concepiamo il nostro impegno nonviolento come una azione morale che ha la sua ragione in sé prima ancora che nel suo affermarsi. Se non è già troppo tardi.   [1]N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna 1979, p.76. [2] Ivi, p.77. [3] Ibidem. [4] Ibidem. [5]  P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, RL, a. I, n. 34, 23 novembre 1922, p. 130; SP, p. 432. Ripreso in in Id., La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Cappelli, Bologna, 1924. Cito dall’edizione a cura di Ersilia Alessandrone Perona, con un Profilo di Piero Gobetti di Paolo Spriano, Einaudi, Torino, 1983 è stata poi ripresa con un saggio di Paolo Flores d’Arcais, Einaudi, Torino,1995, p. 165. [6] P. Gobetti, Matteotti, RL , a. III, n. 27, 1 luglio 1924, p. 103; poi in volume Piero Gobetti Editore, Torino 1924, pp. 28 e 32, ora, con la postfazione di M. Scavino, Edizioni Storia e Letteratura, Roma 2014. Mi permetto di rinviare al lavoro che mi è stato affidato da Goffredo Fofi: G. Matteotti, Questo è il fascismo, con uno scritto di Piero Gobetti, a cura di Pietro Polito, e/o, Roma 2022 Vedi le raccolte di scritti di Matteotti: . Contro ogni forma di violenza, a cura di Davide Grippa, Einaudi, Torino 2024 e Contro la guerra, contro la violenza, prefazione di Tomaso Montanari, eDimedia, Firenze 2025. Per una critica contemporanea del fascismo: Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista, Feltrinelli, Milano 2025.   Pietro Polito