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Daniele Piccione / Una notte, molte notti della Repubblica
Dopo l’esordio con Il labirinto del Mostro di Firenze, la collana di True Crime di Mimesis, Le notti della Repubblica, diretta da Roberto Taddeo, si dedica a un altro delitto celeberrimo e insoluto: il massacro di Pier Paolo Pasolini avvenuto all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre del 1975, esattamente cinquant’anni fa. A differenza del volume precedente, opera collettanea di più autori, qui invece ricerche e stesura sono interamente di Daniele Piccione, avvocato e docente di Diritto Costituzionale, con prefazione di Fabrizio Gifuni, attore e regista che più volte si è occupato di Pasolini. Il testo, accompagnato da un nutrito numero di fotografie e da una mappa dei luoghi del crimine, si articola in sei parti, iniziando dalle Premesse culturali e politiche di un assassinio, proseguendo con l’analisi dettagliata delle circostanze e dei moventi del Delitto, e infine concludendo con l’esposizione dei Frammenti di un linciaggio, il racconto mediatico denigratorio e moralistico volutamente teso ad accreditare nell’opinione popolare le parole pronunciate da Andreotti ancora più di un decennio dopo la morte del poeta: “Pasolini i guai se li andava a cercare”. In appendice seguono un utile thesaurus dei personaggi, noti e meno noti, coinvolti a vario titolo nella vicenda, una cronologia degli eventi ed una dettagliata bibliografia. Decisamente uno studio completo che offre al lettore una visione precisa e approfondita sulla figura dello scrittore negli ultimi anni della sua vita, e sulle torbide circostanze, molto più politiche che private, del suo efferato omicidio. La tesi di Piccione propende decisamente per un movente politico sulla cui natura possiamo purtroppo fare solo delle illazioni, oscura consuetudine di tutti i più grandi crimini che hanno insanguinato il nostro paese, regno irredimibile degli omissis, dei segreti di stato e dei misteri destinati a restare tali in eterno. Risulta per altro assolutamente evidente che Giuseppe Pelosi ha sempre mentito, da subito, nella sua prima versione, immediatamente successiva al delitto, di cui, palesemente manipolato, si denunciava come unico autore, in seguito a una colluttazione per un diverbio a causa di una prestazione sessuale rifiutata e per essere passato “per sbaglio” con l’auto sottratta a Pasolini sul corpo esanime dello scrittore. Basta il confronto fra le condizioni pietose del cadavere di PPP – un orecchio quasi staccato, multiple ferite alla testa e al torace, le dita della mano sinistra spappolate e altre lesioni che solo un linciaggio da parte di molte persone avrebbe potuto produrre e non certo uno scontro individuale, specie da parte di un diciassettenne esile come Pelosi – che non si è neanche macchiato di sangue, se non pochissime gocce – contro un cinquantatreenne atletico e in piena forma, per altro anche cintura nera di karate, come Pasolini. Assurda anche la fuga sull’auto dell’ucciso, quando sarebbe stato naturale per l’assassino abbandonare sul posto la prova del delitto e allontanarsi a piedi lungo il litorale facendo perdere le proprie tracce. Basterebbero questi due elementi – senza considerare i reperti sulla scena del crimine: l’anello perduto di Pelosi, gli occhiali della vittima ben riposti nel cruscotto dell’auto, la camicia inzuppata di sangue di Pasolini, il plantare e il maglione sconosciuti nel baule dell’auto, le tavolette e il bastone usati come corpi contundenti – per evidenziare una costruzione di comodo quasi troppo scontata. Un vero e proprio cliché: il cantore dei ragazzi di vita giustiziato da un ragazzo di vita, la nemesi del peccatore. Non è un caso che l’ispiratore e il propagatore di questa versione, e di una rappresentazione fortemente diffamatoria e criminalizzante della figura di Pasolini, sia stato Aldo Semerari, ordinario di medicina criminologica presso l’Università La Sapienza di Roma, consulente dell’avvocato Rocco Mangia, difensore di Pelosi, e anello di congiunzione fra la criminalità comune e l’estrema destra neofascista (anche lui, dopo essere stato facilitatore medico-legale della Banda della Magliana, collaboratore del SISMI e membro della P2, farà una fine degna delle sue vittime: verrà ritrovato decapitato, in un altro degli ennesimi misteri italiani). Ma molto più tardi, Pelosi continuerà a mentire anche nelle varie versioni successive, posteriori al 2005, e fino alla sua morte nel 2017, in cui si dichiarerà innocente dell’uccisione del poeta, avrebbe anzi cercato inutilmente di difenderlo, e attribuirà il linciaggio ad un gruppo dei cui membri non farà mai i nomi, ma confermerà (inspiegabilmente) di essere stato lui a passare, sempre per sbaglio, con l’auto sul corpo di PPP. Il gruppo avrebbe voluto dare una lezione a Pasolini (sempre una storia di froci, quindi…) senza necessariamente arrivare all’uccisione e questa sarebbe stata causata “inavvertitamente” dal suo passaggio con l’auto sul corpo (ma le tracce rilevate sembrano indicare invece passaggi ripetuti di un’auto fino a causare lo sfondamento della gabbia toracica e dei polmoni della vittima). Pelosi ammetterà anche di aver conosciuto Pasolini da almeno due mesi prima della data del delitto, e non di essere stato rimorchiato in Piazza dei Cinquecento senza nemmeno sapere chi fosse il “cliente” come nella versione iniziale: già una sorta di boyfriend quindi, regolarmente vicino all’obbiettivo e che avrebbe potuto vantarsi della conquista con gli amici marchettari divenendo facile preda, condizionabile e ricattabile, da parte dei congiurati venuti a conoscenza del legame tra i due. Un pretesto per l’incontro in un luogo così pericolosamente appartato come l’Idroscalo avrebbe potuto essere l’accordo di riscatto per la restituzione delle pizze trafugate dei negativi originali del finale di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film che PPP stava finendo di montare. E i mandanti? Resta abbastanza solida la questione di Petrolio, il romanzo che Pasolini stava scrivendo in quei mesi e del fantomatico capitolo Appunto 21 (Lampi sull’Eni), mai ritrovato, in cui si metteva esplicitamente in relazione Eugenio Cefis, subentrato a Enrico Mattei alla guida dell’Eni e in seguito a capo della Montedison, con il sabotaggio dell’aereo su cui perse la vita il presidente  che Cefis avrebbe sostituito all’Eni orientando la politica energetica successiva del paese in tutt’altra direzione. Un argomento abbastanza pericoloso e poi, come se non bastasse, l’articolo del 1974, Che cos’è questo golpe? “Io so”. Insomma molti, troppi – servizi segreti governativi o “deviati” (comoda parola…), fascisti vecchi e nuovi, mala romana in effervescenza (di lì a poco prenderà il potere la Banda della Magliana) – tutti vorrebbero tappare la bocca a questo frocio comunista, questo rompicoglioni che sa farsi ascoltare fin troppo sui media ma che ha un tallone d’Achille molto evidente. E proprio lì verrà colpito. Che poi oggi il pantheon pseudo-culturale post-fascista abbia incluso anche lui nel confuso, demenziale e contraddittorio pot-pourri dei suoi intellettuali di (presunto) riferimento, perdonandogli perfino l’omosessualità dopo averlo da sempre infamato e dileggiato per questo, la dice lunga sul trasformismo e sull’opportunismo. Anche se, in fondo, Pasolini non era affatto privo di contraddizioni e talvolta appariva sostanzialmente conservatore, se non addirittura reazionario: l’apologo delle lucciole, la sua posizione su Valle Giulia, sul divorzio e sull’aborto, possono essere proditoriamente travisati e stravolti. Forse i fascisti vogliono ucciderlo un’altra volta.   L'articolo Daniele Piccione / Una notte, molte notti della Repubblica proviene da Pulp Magazine.
Lorenzo Iovino, Daniele Piccione, Roberto Taddeo / Mostrologia fiorentina
Dopo il successo della sua opera enciclopedica in tre volumi – MDF, La storia del Mostro di Firenze, Mimesis 2023 – di cui già ci siamo occupati su “Pulp Magazine” e su quelle di “Carmilla” Roberto Taddeo inaugura la collana di true crime da lui curata per Mimesis, Le notti della Repubblica, con un altro monumentale volume dedicato al cold case più insolubile e sanguinoso di tutta la storia criminale del nostro paese dal secondo dopoguerra a oggi. Coadiuvato da Lorenzo Iovino e Daniele Piccione, e affiancato da un nutrito gruppo di studiosi e ricercatori che, a vario titolo e con competenze professionali molteplici, hanno approfondito i fatti del Mostro, Taddeo propone una dettagliata silloge di saggi e articoli di diversa lunghezza volti a chiarire, indagare e scandagliare la tortuosa galassia di informazioni, teorie, testimonianze che, sedimentate negli anni, confermate o smentite da processi e sentenze, tracciano la minacciosa e imperscrutabile mappa di un vero e proprio labirinto – come il titolo precisa – un labirinto di cui il testo, ultimo di un’imponente letteratura scrupolosamente documentata nell’appendice bibliografica, non pretende, come altri che lo hanno preceduto, di cartografare una improbabile via di uscita ma, ed è già molto, di indicare solo verosimili e praticabili linee di percorso. Diviso in dieci sezioni più un’appendice con un’intervista al procuratore Paolo Canessa, PM al primo processo Pacciani, il libro non trascura alcuno degli aspetti anche minori della tragica vicenda. Si parte dalla mappa concettuale che delinea storia e contesto generale dei fatti criminali e dalla descrizione sociologico-ambientale della Firenze degli anni del Mostro per analizzare poi la sequenza dei singoli delitti, da quello d’esordio del 1974, ai due del 1981, da quello di altra tipologia ma collegato all’uso della stessa arma del 1968, agli altri quattro che dal 1982 al 1985 hanno annualmente insanguinato le campagne dell’hinterland fiorentino. Ci si sofferma sui testimoni oculari, sugli identikit, sugli avvistamenti e le comunicazioni – dall’Anonimo fiorentino al Cittadino amico – tramite lettere o telefonate, anonime e non, e perfino messaggi medianici di presunti veggenti e sensitivi, esplorando così anche il sottobosco magico-esoterico toscano dal quale emergono o con il quale hanno contatti regolari, molti degli ambigui personaggi coinvolti nelle indagini. Si ripercorrono gli accertamenti giudiziari di tutti i principali indiziati: la cosiddetta “pista sarda” e i loschi fratelli Salvatore e Francesco Vinci (irreperibile da decenni il primo, ritrovato cadavere carbonizzato nella sua auto dopo essere stato torturato e mutilato nel 1993 il secondo); i “compagni di merende” Mario Vanni (inventore dell’espressione…), Giancarlo Lotti e naturalmente Pietro Pacciani, con attenzione anche a opache figure di testimoni oculari o fiancheggiatori come Lorenzo Nesi o Giovanni Faggi; non mancano accurate ricostruzioni della terrorizzante galassia di delitti collaterali apparentemente del tutto scollegati da quelli del Mostro ma sempre segnati da qualche enigmatica concomitanza con esso: il misterioso rapimento di Rossella Corazzin, mai ritrovata, e le deliranti dichiarazioni in carcere del pluriomicida psicopatico Angelo Izzo a base di sacrifici umani, sette esoteriche neo-templari ed eversione di estrema destra; l’incomprensibile sbudellamento passato per suicidio (vero e proprio harakiri) di Elisabetta Ciabani, fiorentina in vacanza in Sicilia; le tre ragazze strangolate senza segni di violenza carnale e ritrovate sempre nei dintorni di via Bolognese a Firenze nel 1972, 1974 e 1984; la mattanza di prostitute assassinate in circostanze mai chiarite nel loro domicilio dove esercitavano il mestiere, quattro tra il 1982 e il 1984; l’omicidio di Milva Malatesta e del suo bambino di tre anni, ritrovata nella sua auto bruciata in condizioni molto simili di quelle di Francesco Vinci ucciso con modalità analoghe una settimana prima, impedendo così a entrambi di testimoniare al processo di primo grado contro Pacciani. In una lunga sezione poi l’analisi del caso a parte, il più romanzesco di un contesto già abbastanza romanzesco, quello che sposta l’attenzione da Firenze a Perugia: la scomparsa sul Trasimeno del noto e stimato gastroenterologo Francesco Narducci, il suo presunto suicidio o omicidio, il probabile scambio del cadavere ripescato nel lago (due diversi cadaveri in realtà), ordito, con la connivenza di alcuni membri delle forze dell’ordine, dalla potente e facoltosa famiglia per evitare l’autopsia, la riesumazione a distanza di decenni del corpo e gli esami conseguenti, e poi le tortuose indagini dell’Ispettore Napoleoni in cerca dei “feticci” collezionati dal possibile mandante dei delitti, il “dottore perugino che un era bono a trombare” secondo le parole di Pacciani. Un’altra sezione più breve è dedicata all’ultimo indiziato e possibile Mostro, l’ex legionario e mercenario fascista Giampiero Vigilanti, ulteriore indistricabile fonte di interrogativi che, di nuovo, mette i delitti in relazione con il torbido ambiente della destra radicale. In chiusura varie puntualizzazioni sulle indagini più recenti di cui occasionalmente si fa menzione sulla stampa corrente, in termini spesso sensazionalistici e fuorvianti, esami sul DNA impossibili ai tempi dei fatti, che avrebbero introdotto già nuovi elementi e nuove piste ma che, smentendo i trionfalistici titoli di alcuni periodici, il testo considera più forieri di ulteriori domande che di risposte risolutive. Le poche verità assodate che concretamente si possono dedurre dall’inestricabile groviglio sono abbastanza deludenti per molti ricercatori: non esiste un solo Mostro di Firenze, un unico assassino seriale come Zodiac o lo Strangolatore di Boston, ma un gruppo criminale collettivo diviso in due livelli, “operatori” e “mandanti” (che talvolta potrebbero scambiarsi i ruoli ed essere contemporaneamente presenti sulle scene dei crimini); tutti gli indiziati e molti testimoni e fiancheggiatori hanno una qualche complicità a diverso titolo e grado di coinvolgimento con gli autori diretti degli omicidi, nessuno è innocente: meno di chiunque Pacciani che – ad onta della simpatia popolare e della strumentalizzazione (anche politica: la lotta denigratoria di Berlusconi contro la Magistratura) suscitata negli anni ’90 dalla sua controversa figura – è innegabilmente l’autore materiale di almeno alcuni (non tutti) dei delitti perpetrati. Non possiamo affermare altro più di questo che non sia pura illazione. Il libro, che è un testo serio e scientifico, non si spinge oltre. Per questo motivo ne consigliamo vivamente la lettura agli appassionati e cultori di true crime e/o di mostrologia. L'articolo Lorenzo Iovino, Daniele Piccione, Roberto Taddeo / Mostrologia fiorentina proviene da Pulp Magazine.