L’onda lunga del Venezuela può tracimareIn principio è stato il Venezuela. Dopo di che, nessuno può sapere fino a dove
si può spingere la voracità unita alla totale mancanza di princìpi. La
Groenlandia? Il Canada? Cuba? L’Iran? Forse il Brasile? In questa roulette russa
non si può escludere nulla, salvo la certezza che fino alle elezioni di midterm,
in novembre, si viaggia sulle montagne russe. E come si governa seduti sulla
dinamite? Con le minacce, gli effetti annuncio, i rapimenti. E il dio denaro.
Uno stile novecentesco, quello ripescato da Donald Trump, basato sulla
destabilizzazione e su alcuni “buoni amici” disposti a tutto pur di
saccheggiare, rapinare e godere della più assoluta impunità. A Minneapolis come
in Italia, in Russia come in Israele. La mappa dei poteri disegna una nuova
geografia a scala mondiale e il 2026 si è spalancato sull’inimmaginabile che
diventa realtà.
3 gennaio, Operazione Absolute Resolve, il presidente venezuelano Nicolàs Maduro
e sua moglie, Cilia Flores vengono catturati.e a Caracas al termine di una
“operazione” durata 46 secondi. Un rapimento condotto dalla Cia e dalla Delta
force concluso qualche ora più tardi negli Stati uniti. Il giorno dopo l’accusa
per Maduro di narcoterrorismo.
Fin qui la cronaca. Ma dietro quelle poche ore convulse c’è l’annichilimento di
un Paese denso di contraddizioni e di appetiti. E c’è il vuoto che si è creato
attorno: l’Europa resta muta, l’Italia balbetta illudendosi di essere l’ago di
una inesistente bilancia e il mondo intero prova, senza riuscirci, a ipotizzare
nuovi scenari. Un mutismo dimostrato dal nostro continente, e in particolare
dall’Italia, nel corso dei 423 giorni di detenzione di Alberto Trentini,
arrestato senza alcun capo di imputazione il 17 novembre del 2024. A “salvarlo”,
è bene dirlo, non è stato il presidente degli Stati uniti ma i genitori del
cooperante, qualche giornalista brava persona e una società civile già nauseata
dal destino feroce e insensato toccato a Giulio Regeni. Tutto questo potrebbe
essere “solo” il frutto della follia di un uomo ma, come diceva uno
intelligente, «La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è
presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile,
dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia» [la citazione è di Franco
Basaglia, ndr]. Ma può dirsi civile una società dove si compie impunemente un
genocidio? O una in cui vengono ammazzati per strada una cittadine e un
cittadino statunitensi? O deportato in un lager un bambino di cinque anni perché
ha la pelle scura e un cappello con le orecchie di coniglio?
Per trovare uno spiraglio oltre il ”cielo grigio su”, le “foglie gialle giù” a
cercare “un po’ di blu dove il blu non c’è”, come cantavano i Dik Dik nel 1967
sognando la California, ci facciamo aiutare da Christophe Ventura, direttore di
ricerca del programma America Latina e Caraibi presso l’Iris, il prestigioso
istituto di relazioni internazionali e strategiche di Parigi. È laureato in
storia del neoliberismo e dei movimenti di base del XIX secolo e docente di
mondo multipolare, movimenti sociali e società civile, nonché giornalista de Le
Monde Diplomatique. Sin dal 2001, data di nascita dei Forum sociali mondiali, ha
contribuito alla loro realizzazione ed è proprio lì, a Porto Alegre, in Brasile,
che è nata la nostra amicizia. Da allora ha viaggiato molto in Venezuela,
Uruguay, Messico, Brasile e ha scritto «Géopolitique de l’Amérique latine»
(Éditions Eyrolles/IRIS, 2022) ed è coautore, con Didier Billion, di
«Désoccidentalisation. Repenser l’ordre du monde» (Agone, 2023).
Partiamo dall’oggi, cosa sta succedendo in Venezuela a poco più di un mese dal
rapimento di Maduro e Cilia Flores?
Ufficialmente Maduro è ancora presidente, anche se il Paese è governato da Delcy
Rodriguez che sta tentando una forma diciamo “sperimentale”, che si vorrebbe
confrontare con Washington ma in realtà ne subisce la pressione totale, anche
perché il segretario di stato Usa, Marco Rubio, ha il controllo totale sul Paese
e minaccia che in caso di non obbedienza, le ripercussioni sarebbero gravi.
Quanto al futuro prossimo, la situazione è totalmente incerta perché occorrerà
verificare quanto possa tenere il legame tra l’apparato militare e la società
civile e quanto siano disposti ad accettare i diktat degli Stati uniti. Un
esempio? Gli Usa chiedono che il Venezuela interrompa ogni contatto con le Farc
colombiane [l’intervistato fa riferimenti ai gruppi dissidenti delle Forze
armate rivoluzionarie della Colombia – Farc – che non hanno aderito al percorso
di Pace firmato nel 2016 con il governo colombiano, ndr] e che si dia un giro di
vite totale alle politiche migratorie per impedire i rapporti tra i due Paesi.
Ma se venisse accettata questa condizione, cadrebbe uno dei presupposti
dell’impianto chavista e si realizzerebbe una rottura insanabile tutta a favore
della linea dura imposta da Rubbio.
Torniamo per un momento sulla popolazione che, si dice, non ne poteva più di
Maduro e ha accolto di buon grado la nuova situazione. È così?
In realtà il sentimento prevalente è quello di aspettare, perché il futuro non è
chiaro. Il chavismo è stata una grande ondata di cambiamento e di condivisione
che è dentro le culture diffuse del Paese. Ora la destra sbanda perché il
“madurismo” senza Maduro non tiene e comunque le articolazioni del potere sono
ancora impregnate del chavismo. Possiamo dire che il 25 per cento della
popolazione resta chavista. È chiaro però che c’è una paura diffusa e quindi la
discussione si incentra su quale possa essere il male minore. Di fronte alla
minaccia di essere bombardati, la società civile, che si sente debole e senza
forti appoggi internazionali, oscilla tra accettare un compromesso con gli Stati
uniti o rifiutare i diktat. Una discussione che avviene, anche avanzando la
possibilità di dialogare con la destra per trovare un accettabile via di scampo.
Poi c’è anche una parte della popolazione, molto spoliticizzata, che deve
affrontare i problemi quotidiani del vivere, che accetterebbe qualsiasi cosa
possa garantirgli una vita migliore.
Ciò che è accaduto in Venezuela può cambiare la situazione in tutta l’America
latina? E se sì, come?
È evidente che l’aggressione militare ha avuto effetti pesanti in tutta
l’America latina. Per la prima volta si è verificata una situazione impensabile.
È vero che in passato gli Stati uniti solo intervenuti pesantemente nei Caraibi
ma per la prima volta un Paese ha subito un bombardamento. È stato uno shock che
ha avuto ripercussioni ovunque, ad esempio in Brasile, radicalizzando le
posizioni. E si comincia a pensare a come reagire a questa aggressione, e
soprattutto tra gli intellettuali, ma anche nelle fasce più avvertite del popolo
si fa avanti una ipotesi, quella di rafforzare le alleanze capaci di
contrapporsi.
In fondo, Trump ha riproposto la politica dei cannoni del diciannovesimo secolo
in cui le relazioni regionali e internazionali passavano attraverso la potenza
dominante, che erano gli Stati uniti, che imponevano la propria influenza e i
propri interessi. Con Trump la situazione sembra essere tornata a prima della
seconda guerra mondiale. Ma ora le cose sono un po’ cambiate e i Paesi
dell’America latina non sono disposti a subire le pretese degli Usa, perché
mettono in discussione l’indipendenza internazionale.
Lo shock di cui hai parlato ha in qualche misura annullato la grande stagione
del chavismo oppure può ripresentarsi e rafforzarsi in forme nuove?
In chavismo in Venezuela non è morto, così come non è morto il peronismo in
Argentina. È una corrente sociologica e politica ma è anche la risposta a un
bisogno sociale. Io penso che si riproporrà in nuove forme a partire dal
sindacato e dalle comuni e troverà nuove strade perché, lo ripeto, è una
necessità. E non può scomparire a causa dei cattivi dirigenti, non può perché è
nella cultura profonda del popolo venezuelano.
La copertina è di LuisCarlos Díaz (Flickr)
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps
Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per
sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le
redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
L'articolo L’onda lunga del Venezuela può tracimare proviene da DINAMOpress.