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Öcalan: Ciò che sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo di pace e società democratica
La delegazione di Imralı ha affermato che “il signor Öcalan è estremamente preoccupato per gli scontri e le crescenti tensioni in Siria e ha valutato questa situazione come un tentativo di indebolire il processo di pace e democrazia”. La delegazione di Imrali del partito DEM, che sabato ha incontrato Abdullah Öcalan, ha affermato che il tema principale discusso sono stati gli sviluppi in Siria. La delegazione ha rilasciato la seguente dichiarazione: Il 17 gennaio 2026, abbiamo tenuto un incontro con il signor Abdullah Öcalan sull’isola di Imrali, durato circa due ore e mezza. Durante l’incontro il signor Öcalan ha dichiarato di rimanere fedele al Processo di pace e società democratica e che la prospettiva del 27 febbraio continua a essere valida. In questo contesto, ha sottolineato ancora una volta l’importanza di adottare le misure necessarie per far progredire il processo. L’ordine del giorno principale dell’incontro era dedicato agli sviluppi in Siria. Esprimendo profonda preoccupazione per gli scontri e l’escalation delle tensioni, Öcalan ha descritto questa situazione come un tentativo di sabotare il Processo di pace e società democratica. Ha sottolineato con forza che tutti i problemi in Siria possono e devono essere risolti esclusivamente attraverso il dialogo, la negoziazione e la saggezza collettiva. Ha dichiarato di essere pronto ad assumersi la propria responsabilità nel garantire che la questione venga affrontata attraverso il dialogo e non sia più oggetto di conflitto. A tal proposito, ha ribadito il suo invito a tutti gli attori e le parti in causa a svolgere un ruolo costruttivo e ad agire in modo responsabile e attento.   Cordiali saluti, Delegazione del Partito Dem a Imrali 18 gennaio 2026
Conferenza internazionale: Norman Paech chiede la libertà per Öcalan
Il secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, organizzata a Istanbul dal Partito per la democrazia e l’uguaglianza dei popoli e la democrazia (Partito DIstanbul, si è aperto con una sessione intitolata “Dallo Stato-nazione alla nazione democratica”. Intervenendo alla sessione moderata da Ebru Günay, co-vicepresidente delle relazioni estere del Partito DEM, lo studioso, avvocato e politico tedesco Prof. Norman Paech ha raccontato il suo incontro del 1996 con il leader curdo Abdullah Öcalan. Paech ha affermato che l’incontro si è concentrato su due questioni importanti: “In primo luogo, il ruolo della violenza nella lotta di liberazione; in secondo luogo, la questione della creazione di uno Stato separato o della limitazione della lotta all’autonomia e all’autogoverno all’interno di quello Stato. Entrambe le questioni erano strettamente legate alla nostra concezione di democrazia, che era del tutto coerente con la visione opposta che aveva deciso di abbandonare la lotta armata contro la Turchia, membro della NATO, che all’epoca era pesantemente armata. Ciò includeva anche l’abbandono dell’idea di uno Stato curdo separato. Ciò si basava su uno scetticismo profondo e fondato nei confronti del mondo democratico capitalista. La democrazia aveva, e ha tuttora, un carattere sia imperialista che individualista. L’obiettivo del movimento di liberazione non dovrebbe essere quello di impadronirsi dello Stato, ma di trasferire il processo decisionale politico alle comunità locali, ai quartieri, alle associazioni professionali e ai consigli. Pertanto, questo concetto è un modo di pensare in cui le istituzioni democratiche locali e di base si uniscono orizzontalmente per prendere decisioni politiche fondamentali, rendendo così irrilevante il vecchio e obsoleto Stato-nazione. Il concetto di nazione democratica di Öcalan si riferisce a una comunità politica che non è creata da uno Stato-nazione omogeneo, ma è definita da varie identità che determinano regole demografiche comuni. Il capitalismo porta con sé la guerra come le nuvole portano la pioggia. Questa affermazione rimane valida 100 anni dopo essere stata pronunciata per la prima volta. Aggressione, competizione e ricerca del predominio sono da secoli tratti distintivi dello Stato capitalista. Nonostante innumerevoli tentativi, non è stato possibile eliminare la guerra tra Stati attraverso il diritto internazionale, come dimostrano la Convenzione dell’Aja del 1907, il Patto Kellogg-Briand del 1928 o altri sforzi simili. Dal punto di vista degli esperti di diritto internazionale, il diritto all’autodeterminazione è una norma fondamentale per proteggere e garantire l’esistenza e l’identità di un popolo come quello curdo. Il diritto all’autodeterminazione è menzionato molto brevemente e incidentalmente nella Costituzione degli Stati Uniti e nei principi dell’Articolo 1, paragrafo 2, della Carta delle Nazioni Unite. Ci sono voluti anni prima che questo diritto fosse accettato come concetto giuridico vincolante, attraverso innumerevoli decisioni. Öcalan abbandonò il suo obiettivo di creare uno stato curdo secedendo dalla Turchia nel 1996. Questo lascia le ben note alternative della decentralizzazione e della federalizzazione per democratizzare la Turchia entro i suoi attuali confini. Entrambe le richieste sono accettabili dal punto di vista legale, ma politicamente impegnative per uno Stato centralizzato come la Turchia. Durante i lavori sulla Dichiarazione dei diritti delle minoranze, il governo turco ha preso una chiara posizione contraria al riconoscimento delle minoranze e ha richiamato i membri delle minoranze alla tutela dei diritti umani. Secondo la Costituzione turca e altre leggi pertinenti, tutti i cittadini turchi, senza eccezioni, hanno pari diritti e status. Pertanto, è impossibile discriminare a favore o contro qualsiasi persona o gruppo sulla base di differenze etniche, religiose o linguistiche. Inoltre, crediamo che i diritti degli individui con differenze etniche, religiose o linguistiche debbano essere valutati nel quadro dei diritti umani. Ridurre la tutela delle minoranze garantita dall’articolo 27 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo non garantisce giustizia nella tutela di questi individui facendo riferimento ai diritti individuali. L’esistenza e l’identità delle minoranze etniche, linguistiche o culturali come i curdi devono essere tutelate attraverso diritti collettivi che vadano oltre la tutela dei singoli individui. Questo mi porta agli autori degli ultimi studi: la Fondazione turca per gli studi economici e sociali (TESEV) ha elaborato delle raccomandazioni per il governo nel 2008 e nel 2010 su come le amministrazioni locali, municipali e regionali e l’autogoverno dovrebbero essere definite e incluse nella nuova costituzione. In sintesi, la fondazione sostiene che il decentramento è necessario non solo a causa delle disuguaglianze tra regioni e dei cambiamenti nella struttura economica della società, ma anche per il bene della democratizzazione. Inoltre, le regioni dovrebbero essere istituite come unità amministrative autonome. Questo perché la struttura delle province è cambiata significativamente dalla fondazione della repubblica. La distribuzione dei poteri tra il governo centrale e le unità amministrative autonome regionali dovrebbe essere facilmente regolamentata dalla legge, senza entrare in ulteriori dettagli. Questi sforzi dimostrano quanto profondamente le idee e le proposte di Öcalan per la democratizzazione della Turchia abbiano messo radici nella società e ci permettono di immaginare come il dibattito sia cambiato radicalmente in soli 30 anni. Le questioni discusse nel 1996 sono ormai alle nostre spalle e nuovi problemi e interrogativi sono al centro del dibattito. Il tempo scorre e questo ci dà la speranza che questo percorso possa continuare. Tuttavia, manca qualcosa affinché questo diventi un dialogo autentico che crei nuove realtà democratiche: la liberazione di Öcalan dal suo isolamento disumano nella prigione dell’isola di İmralı. Quando al popolo curdo verrà riconosciuto il posto e la posizione che gli spettano nella società turca, e quando gli ex combattenti dalle montagne dell’Iraq potranno tornare senza essere messi in pericolo, la democratizzazione di questo Paese sarà realizzata. Avete una vera possibilità, e questa possibilità sta arrivando. Infine, permettetemi di aggiungere una nota personale. Vengo dalla Germania, un paese in cui il PKK è ancora bandito come organizzazione terroristica. Quando il governo tedesco dichiarò illegale il PKK nel 1993, la comunità curda mi chiese di intentare una causa contro la Corte suprema amministrativa. Ho combattuto in tribunale sulla base del diritto internazionale, ma finora non ho avuto successo.
Riprendiamoco il socialismo attraverso la pace e la costruzione di una società democratica
Stimati pensatori, cari compagni, stimati delegati e tutti coloro che continuano a credere che il socialismo sia ancora possibile; Oggi mi rivolgo a voi oggi dall’isola di Imralı, in condizioni di isolamento durate 26 anni, in un momento in cui è ripreso un nuovo dialogo con lo Stato sulla questione curda alla ricerca della pace e di una società democratica. Rivolgermi a voi, alla Conferenza Internazionale sulla Pace e la Società Democratica, sulla via della ricostruzione del socialismo, è significativo che importante. Come curdi, nel corso di 52 anni di lotta del PKK, abbiamo completato la nostra lotta per l’esistenza e la dignità, e ora entriamo in un periodo in cui una repubblica democratica e una società democratica possono essere ricostruite. Il PKK ha portato a termine la sua missione storica garantendo l’esistenza nazionale del popolo curdo e, al contempo, mettendo in luce i limiti del socialismo dello Stato-nazione. Il socialismo del XX secolo è emerso come un intervento rivoluzionario negativo, ma non è riuscito a presentare un’alternativa duratura. Nonostante gli enormi sacrifici, questa lotta è diventata un’eredità arricchita dalla critica sia teorica che pratica. Per onorare e far propria questa eredità in modo adeguato è necessario trasformare il socialismo da un semplice ricordo a una forza sociale viva che batte nel cuore del popolo.ù La tradizione socialista nella storia deve essere intesa come un’eredità volta a costruire sia la pace che una società democratica, e la strada da percorrere consiste nell’adempimento delle responsabilità internazionaliste nella teoria e nella pratica. Sebbene i socialisti utopisti e i marxisti abbiano offerto critiche esaustive al sistema egemonico capitalista fin dal XIX secolo, non sono riusciti a sviluppare una linea decisiva con risultati concreti. Il capitalismo odierno non è più solo una crisi; è diventato una malattia che minaccia la sopravvivenza stessa dell’umanità. Il monopolio della violenza nella forma dello Stato-nazione gioca un ruolo determinante in questo collasso. Così come il capitalismo non può essere spiegato solo attraverso motivazioni economiche, i fallimenti dei movimenti socialisti non possono essere spiegati solo con la repressione capitalista. Anche gli errori storici e contemporanei sono stati decisivi. Le mie critiche al marxismo devono essere comprese correttamente. Non biasimo Marx; ai suoi tempi, la storia non era compresa meglio di quanto lo sia oggi, non c’era una crisi ecologica e il capitalismo era ancora in ascesa. Ciononostante, Marx era un pensatore dotato di profonda autocritica e coraggio intellettuale. Percepì l’importanza della liberazione delle donne, ma la affrontò superficialmente, convinto che una volta superato lo sfruttamento economico, l’oppressione di genere si sarebbe naturalmente dissolta. Il suo tentativo di interpretare la storia sociale esclusivamente attraverso la classe sociale e la sua analisi insufficiente dello Stato e dello Stato-nazione portarono a gravi conseguenze. Nel presentare queste critiche, vorrei sottolineare il mio profondo rispetto per gli sforzi di Marx e di non dubitare della sua sincerità, e far notare che distinguo il marxismo da Marx stesso. Quando critichiamo il marxismo e il socialismo attuale su alcune questioni fondamentali, ciò che sentiamo – come socialisti – è lo spirito di autocritica interiore. Le forze antisistemiche devono rivisitare il materialismo storico in un modo che sia in linea con la realtà della società umana. A È essenziale comprendere che il capitalismo non è “disceso dal cielo” nel XVI secolo; piuttosto, le sue radici risalgono ai 10-12 mila anni di evoluzione della civiltà iniziata nella Bassa Mesopotamia. Siti archeologici come Göbeklitepe e Karahantepe gettano luce su questa origine storica. Per questo motivo, ritengo più corretto definire l’attuale sistema di civiltà come un “sistema di sterminio sociale basato sulle caste”. Reperti archeologici e antropologici dimostrano che le caste maschili di cacciatori, attraverso lo sviluppo di tecniche di uccisione, hanno soppresso e ridotto in schiavitù comunità di clan incentrate sulle donne. Ciò segna la frattura più profonda nella storia dell’umanità: una vera e propria controrivoluzione che modellerà tutti i successivi sviluppi della civiltà. Comprendere il capitalismo da questa lunga prospettiva storica consente un’analisi molto più illuminante. Questo sistema non solo approfondisce le contraddizioni sociali interne, ma minaccia anche l’estinzione della specie umana producendo armi chimiche e nucleari in grado di annientare il pianeta, inquinando l’ambiente e saccheggiando le ricchezze naturali sia sopra che sottoterra. Uno dei doveri essenziali dell’internazionale è offrire all’umanità una nuova analisi del capitalismo fondata su questa grave realtà. Dobbiamo esaminare la storia degli oppressi attraverso la prospettiva della comune, che è emersa innanzitutto come una formazione di autodifesa. Ciò richiede di considerare le prime comunità tribali come gli albori della comune e di adottare una prospettiva storica che si estenda al proletariato odierno e a tutti i gruppi oppressi. Prevedo che questa conferenza, anche attraverso l’analisi teorica che ho qui offerto, promuoverà importanti dibattiti che possono contribuire allo sviluppo di una nuova prospettiva di programma e organizzazione politica. In questo processo, il metodo fondamentale è il materialismo dialettico. Tuttavia, alcuni eccessi della dialettica classica devono essere superati. Dobbiamo vedere le contraddizioni non come poli opposti destinati a eliminarsi a vicenda, ma come fenomeni sociali che si sostengono e si plasmano a vicenda. Perché senza la comune non ci sarebbe stato; senza la borghesia non ci sarebbe stato proletariato. Pertanto, la contraddizione deve essere valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva storica trasformativa. Gli sviluppi scientifici dimostrano che il metodo dialettico rimane uno strumento efficace per l’analisi sociale, purché non venga trattato come assoluto. In questo quadro, è imperativo aggiornare la dialettica tra Stato e comunità e tra Stato e classe. Il fallimento del socialismo reale del XX secolo è detivato dall’incapacità di interpretare correttamente questa dialettica storica: il socialismo incentrato sullo Stato si era impadronito dello Stato solo per esserne sconfitto. Legando il diritto delle nazioni all’autodeterminazione allo Stato-nazione, esso venne confinato entro i confini della politica borghese. Allo stesso modo, il concetto di “Stato-nazione proletario” non ha prodotto altro che una riproduzione della mentalità statalista. Su questa strada, procedo con la convinzione che riusciremo nella ricostruzione non attraverso lo Stato, ma piuttosto attraverso il paradigma di una repubblica democratica e di una nazione democratica, fondate sui principi della libertà delle donne, dell’ecologia e della società democratica. Questa consapevolezza ha rinnovato il nostro movimento ideologicamente e politicamente, ha rivitalizzato il suo dinamismo organizzativo e ne ha approfondito le radici nella società, consentendogli di sviluppare un programma socialista in grado di rispondere alle esigenze del secolo. Anche il rapporto tra socialismo democratico e Stato si sta rimodellando nel contesto del processo di pace e risoluzione. Definisco il mio rapporto con lo Stato come un rapporto di democratizzazione. Il concetto di repubblica democratica richiede che lo Stato non operi come un potere divino al di sopra della società, ma piuttosto come una struttura che opera nel quadro di un contratto democratico stipulato con la società. Attraverso una strategia di politica democratica, è possibile apportare cambiamenti e trasformazioni allo Stato e ricostruire la società su fondamenta democratiche. Basare questa strategia sul diritto costituirà la base duratura della pace. Il diritto è un meccanismo che garantisce ed equilibra il rapporto democratico tra Stato e società, fungendo da strumento per prevenire la violenza. Allo stesso tempo, istituzionalizzerà l’istituzione, la legittimità e la ricostruzione della repubblica democratica. A tal proposito, uno degli argomenti strategici chiave che ho proposto è il concetto di integrazione democratica e il suo quadro giuridico. Il diritto di integrazione democratica, in cui le norme giuridiche vengono ricostruite a favore della società attraverso norme individuali e universali, insieme ai diritti collettivi, deve basarsi sui seguenti tre principi fondamentali: • Un diritto del libero cittadino • Un diritto di pace e di società democratica • Leggi di libertà La legge sull’integrazione democratica non solo trasformerà lo Stato in uno Stato normativo, ma consentirà anche di istituzionalizzare le conquiste sociali, consentendo alla società di realizzare la propria libertà.Il processo “Appello alla pace e alla società democratica” da me lanciato è di per sé un processo di dialogo. In una regione come il Medio Oriente, caratterizzata da complesse relazioni tra etnie, religioni e sette, molto può essere ottenuto attraverso il dialogo democratico e la negoziazione.Inoltre, credo che un socialismo significativo possa essere organizzato non attraverso un metodo rivoluzionario violento, ma attraverso un sistema positivo di costruzione ed esistenza, che prende forma attraverso il dialogo democratico. Senza un dialogo democratico completo e profondo, è difficile credere che il socialismo possa essere costruito, o che possa durare anche se fosse costruito. Anche Lenin disse: “Senza una democrazia inclusiva e avanzata, il socialismo non può essere costruito.” Con questi pensieri e questa determinazione, vi auguro ancora una volta un convegno di successo e vi porgo i miei più cordiali saluti e il mio affetto. 06.12.2025 Abdullah ÖCALAN Isola di Imrali
2.541 persone in Siria firmano la petizione per incontrare Öcalan
In Siria, 2.541 persone hanno firmato la petizione “Voglio visitare Öcalan”. L’Iniziativa siriana per la libertà del leader Abdullah Öcalan e l’Iniziativa degli avvocati siriani per la difesa del leader Abdullah Öcalan hanno rilasciato una dichiarazione pubblica il 20 agosto per annunciare i risultati della campagna di raccolta firme lanciata in tutta la Siria nell’ambito della campagna “Voglio visitare Öcalan” lanciata dal Forum europeo per la libertà e la pace. La dichiarazione rilasciata davanti alla sede dell’Iniziativa siriana per la libertà del leader Abdullah Öcalan a Qamishlo è stata letta in arabo dal membro dell’Iniziativa Jiyan Erkendi e in curdo dal membro dell’Iniziativa degli avvocati Ahin Heyder. Nella dichiarazione si afferma che la campagna ha suscitato grande interesse e si aggiunge: “Hanno partecipato alla campagna difensori dei diritti umani, accademici, politici, intellettuali, leader tribali, religiosi, medici, ingegneri, curdi, arabi, assiri, armeni, yazidi, alawiti, ismailiti, drusi, turcomanni, circassi e molti altri gruppi etnici e religiosi provenienti da tutta la Siria. Hanno partecipato anche personalità di spicco di Damasco, Aleppo, Latakia, Tartus, Hums, Daraa, Quneitra, Siweyda e Idlib”. La dichiarazione ha sottolineato che la campagna si è conclusa il 10 settembre e ha aggiunto che un totale di 2.541 persone provenienti da tutta la Siria vi hanno partecipato. La dichiarazione ha aggiunto che le firme raccolte saranno inviate al Segretario Generale delle Nazioni Unite, all’Organizzazione Europea per la Prevenzione della Tortura (CPT), alla Presidenza del Consiglio d’Europa, al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e al ministero della giustizia turco.
Studio legale Asrin: il Parlamento dovrebbe urgentemente porre la risoluzione sul “diritto alla speranza” all’ordine del giorno e approvarla
Nel pronunciarsi sulla decisione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, lo studio legale Asrin ha affermato che l’approvazione del “diritto alla speranza” da parte del Parlamento, in linea con la decisione, rappresenterebbe una soluzione ai problemi strutturali. Lo Studio Legale Asrin ha rilasciato una dichiarazione in merito alla decisione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sul “diritto alla speranza”. Nella dichiarazione si afferma che nella decisione provvisoria adottata dal Comitato, la data di giugno 2026 è stata indicata facendo riferimento al Processo di pace e di società democratica: Nella risoluzione provvisoria adottata nella riunione del 15-17 settembre, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha fatto riferimento al Processo di pace e di società democratica in Turchia e ha indicato la scadenza del giugno 2026. In primo luogo, riteniamo importante che nella sua decisione il Comitato raccomandi la valutazione delle proposte legislative precedentemente preparate dai partiti politici e presentate alla Grande assemblea nazionale turca (Parlamento turco) come proposta di soluzione. Nel caso del nostro assistito, il signor Öcalan, i 27 anni di reclusione in condizioni di isolamento assoluto e la decisione della CEDU che definisce tale reclusione come “tortura” non è stata rispettata per 12 anni. Considerata la questione, la soluzione più pratica e ragionevole sembra essere quella di affrontare le proposte legislative esistenti al Parlamento turco. È inoltre importante che il Comitato sottolinei che 25 anni rappresentano il periodo massimo per la supervisione dell’esecuzione dell’ergastolo aggravato. Tuttavia, dando alla Turchia una scadenza per giugno 2026, il Comitato ha continuato a fornire basi per la politica turca di proroga della questione, in vigore dal 2014. In questo contesto vorremmo sottolineare che il signor Öcalan nel suo incontro con gli avvocati del 15 settembre, ha indicato il Comitato e ha affermato: “Se sono seri e sinceri, possono svolgere un ruolo per una soluzione, altrimenti preferiranno il metodo dello stallo”. Facendo riferimento al processo in corso in Turchia, che dà a tutti noi speranza, come metodo nella sua decisione provvisoria, il Comitato riconosce che l’approccio della Turchia alla questione è politico piuttosto che giuridico. Purtroppo, non ha mostrato un approccio che corrisponde a questa osservazione. Vorremmo ribadire che il diritto alla speranza è un problema strutturale del diritto turco e coinvolge migliaia di prigionieri. La Commissione ha attribuito importanza alla commissione istituita in seno al Parlamento nell’ambito del “processo di pace e società democratica”. La necessità che la Commissione agisca in modo coerente con la sua importanza, svolga il suo lavoro su questa base e agisca con urgenza è stata confermata dalla decisione della Commissione. Va notato che durante il nostro incontro con il signor Öcalan, egli ha affermato che il processo era giunto alla fase di soluzione giuridica e che era necessaria l’adozione di leggi provvisorie. Parallelamente, è importante notare che durante le riunioni della commissione parlamentare, soprattutto gli accademici hanno affermato che le garanzie giuridiche sono necessarie affinché la pace negativa si trasformi in pace positiva e che solo in questo modo la pace può diventare permanente.  
Tribù arabe nel nord-est della Siria: la lettera di Öcalan è un appello alla pace e alla fratellanza tra i popoli
Le delegazione dell’Iniziativa per la libertà per Abdullah Öcalan e del Consiglio dei leader di opinione hanno consegnato la lettera di Abdullah Öcalan alle tribù arabe, sottolineando che la loro storia e il loro destino comuni sono più forti di qualsiasi provocazione. Abdullah Öcalan, detenuto nel carcere dell’isola di Imralı in Turchia, ha recentemente inviato una lettera agli sceicchi e ai leader tribali delle regioni di Cizre, Deir ez-Zor, Raqqa e Tabqa. Il leader curdo ha sottolineato l’importanza dell’unità curdo-araba e ha sottolineato il ruolo delle tribù nella creazione di una “Siria democratica, unita e giusta”. La delegazione congiunta dell’iniziativa Libertà per Abdullah Öcalan e il Consiglio dei leader d’opinione continuano a consegnare la lettera di Öcalan ai leader e agli sceicchi delle tribù arabe nella Siria settentrionale e orientale. La delegazione ha recentemente visitato le aree rurali di Dêrik, Çilaxa e Girkê Legê. La delegazione comprendeva membri dell’Iniziativa per la libertà e del Consiglio dei leader di opinione, nonché l’opinion leader della tribù Zubeyde, rappresentanti delle tribù Benî Seba e Boasî, Fewaz Ebdulhafiz El Bazo, lo sceicco della tribù Tey, Hesen Ferhan, e personalità di spicco delle tribù Bosheban e Sherabin. I rappresentanti delle tribù hanno accolto con entusiasmo la delegazione e la lettera di Abdullah Öcalan. Le tribù hanno espresso la loro posizione, affermando: “La lettera del Leader è un appello alla pace, alla fratellanza e all’amore tra i popoli”. I rappresentanti della tribù hanno dichiarato: “Il nostro destino è condiviso e inseparabile. La vita condivisa è la via per superare tutte le difficoltà”.   I rappresentanti delle tribù hanno anche richiamato l’attenzione sulla visione di democrazia, libertà e fratellanza di Abdullah Öcalan, chiedendo l’attuazione del contenuto della lettera. Mettendo in guardia contro discordia e provocazioni, le tribù hanno ribadito la loro fedeltà alle Forze democratiche siriane (SDF), che, hanno affermato, sono una forza militare, politica e sociale che difende la popolazione della Siria settentrionale e orientale. La delegazione ha visitato circa 30 tribù nella regione di Cizre. Durante gli incontri, è stato sottolineato che i ponti di convivenza tra le diverse componenti della regione sono stati ulteriormente rafforzati.
Öcalan: Società democratica, pace e integrazione sono i tre concetti chiave del processo
La delegazione di Imrali, che giovedì ha incontrato Abdullah Öcalan per tre ore, ha rilasciato una dichiarazione sulla visita. Giovedì la delegazione di Imrali ha incontrato Abdullah Öcalan per tre ore. La delegazione ha rilasciato una dichiarazione in cui sostiene che Öcalan ha sottolineato che “società democratica, pace e integrazione sono i tre concetti chiave di questo processo”. La dichiarazione della delegazione recita quanto segue: Alla stampa e all’opinione pubblica Il 28 agosto 2025 abbiamo tenuto un incontro di tre ore con il signor Öcalan sull’isola di Imrali. Il signor Öcalan era in ottima salute e di ottimo umore. Durante l’incontro ha fatto una valutazione completa delle fasi attraversate dal Processo di pace e della società democratica e del punto attuale raggiunto. Ha affermato che il problema che stiamo affrontando è ormai incancrenito e richiede un intervento chirurgico speciale. Ha aggiunto che il processo è stato portato avanti con questa sensibilità. “Il nostro obiettivo”, ha affermato, “era fare tutto il possibile per porre fine a un processo doloroso”. Ha sottolineato che società democratica, pace e integrazione sono i tre concetti chiave di questo processo e che solo su questa base si può raggiungere un risultato. Ha sottolineato la necessità di entrare in una nuova fase in cui si adottino urgentemente misure in tutte le dimensioni. Il signor Öcalan ha affermato che la sua preferenza è sempre stata per un’integrazione basata su una repubblica democratica e una società democratica; comprendere e abbracciare questa mossa strategica sarebbe un vantaggio per tutti noi e per tutta la Turchia. Ha inoltre sottolineato che gli approcci di alcuni ambienti politici e mediatici che semplificano eccessivamente o ignorano questa preferenza sono chiaramente dannosi per il processo. In questa occasione, ha espresso ancora una volta la sua ferma convinzione nell’amicizia eterna e nella pace tra i popoli.   Con i nostri saluti e il nostro rispetto, Delegazione Imrali del Partito Dem
Murat Karayılan: Il processo di pace non può essere completato senza la libertà del leader Öcalan
Murat Karayılan ha affermato che il processo di pace e di una società democratica potrà essere completato solo con la libertà fisica di Abdullah Öcalan. Si è tenuta una cerimonia nelle zone di difesa di Medya per celebrare il 15 agosto, giorno della resurrezione. All’evento hanno partecipato i comandanti delle Forze di difesa del popolo (HPG) Murat Karayılan, Zozan Çewlîk e molti guerriglieri. Nel suo discorso alla cerimonia, Murat Karayılan ha descritto l’Iniziativa del 15 agosto come “una rivolta contro la schiavitù e il colonialismo”, affermando che questa iniziativa, con le sue dimensioni ideologiche, politiche, sociali e culturali, ha garantito la rinascita del popolo curdo. Riferendosi agli appelli di Abdullah Öcalan del 27 febbraio e del 19 giugno ha sottolineato che il processo di pace non può avere successo attraverso misure unilaterali: “La guerriglia non è andata in montagna solo per sé stessa. La pace e la fratellanza dei popoli non possono essere raggiunte senza la libertà di Rêber Apo [il leader Abdullah Öcalan]. La guerriglia deporrà le armi e tornerà, ma Rêber Apo rimarrà sull’isola di Imralı! Questo è inaccettabile.” Murat Karayılan ha definito l’istituzione di una commissione nel parlamento turco un passo importante, aggiungendo che se fossero promulgate leggi che ispirano fiducia, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) avrebbe adempiuto a tutte le sue responsabilità nella costruzione di una repubblica democratica. Il discorso di Karayılan include quanto segue: Cari compagni, nostro popolo patriottico! Buona giornata della resurrezione a tutti voi. Nel 41° anniversario dell’Iniziativa del 15 agosto, ci congratuliamo con Rêber Apo per il giorno della resurrezione. Gli porgiamo i nostri saluti, il nostro rispetto e la nostra lealtà. Ci congratuliamo anche con tutto il nostro popolo, con i popoli della regione, con gli amici del nostro popolo, con le madri dei martiri, con le famiglie dei martiri, con tutti i nostri compagni e con tutti coloro che lavorano instancabilmente per il giorno della resurrezione. Ricordiamo con rispetto tutti i martiri della rivoluzione, nella persona del nostro immortale comandante Egîd (Mahsum Korkmaz), Fuat (Ali Haydar Kaytan), Rıza Altun, Nûreddîn Sofî, Koçero Urfa, Delal Amed e Zîlan, e ci inchiniamo davanti alla loro memoria. Rinnoviamo la promessa fatta ai nostri martiri. Commemoriamo anche tutti i martiri di agosto nella persona del nostro stimato rivoluzionario e comandante Zeki Şengalî, dei compagni Atakan Mahir e Rêzan Cawid, inchinandoci alla loro memoria e rinnovando la promessa fatta loro. Per tutti i nostri eroici martiri, diciamo: che la vostra anima sia benedetta, la vostra bandiera sia sempre issata in alto e la vostra lotta prevarrà sicuramente!   Nella storia del nostro popolo, l’Iniziativa del 15 agosto rappresenta una svolta. È la rottura delle catene della schiavitù. È una rivolta contro la schiavitù e il colonialismo. Compiere una mossa così storica nel buio di quel periodo ha creato un profondo cambiamento e una trasformazione nella società curda. L’Iniziativa può essere partita con un’azione armata, ma non è stata esclusivamente militare. Aveva dimensioni ideologiche, politiche, sociali e culturali. La società era tornata alla sua essenza e aveva mettersi in discussione. In questo modo, ha sviluppato al suo interno una rivoluzione intellettuale, una rivoluzione sociale, una rivoluzione culturale e una rivoluzione femminile. L’Iniziativa del 15 agosto è diventata un processo di ricostruzione per il nostro popolo. E’ così che avvenne la resurrezione. In questo modo, divenne una rivoluzione di esistenza e libertà. Questa mossa storica alimentò lo spirito nazionale tra il popolo curdo. Innalzò la bandiera della democrazia e della libertà in Kurdistan e nella regione. Per questo motivo, è un giorno storico e deve essere sempre accolto con gioia dal nostro popolo. Come è noto, con l’appello di Rêber Apo del 27 febbraio, la nostra lotta è entrata in una nuova fase. Ci impegniamo a rispettare le decisioni del 12° Congresso del PKK. Allo stesso modo ci impegniamo a rispettare l’appello di Rêber Apo del 19 giugno. Faremo la nostra parte per garantire il successo del processo per la pace e la società democratica. Tuttavia, una colomba della pace non può volare con un’ala sola. Per volare, la colomba ha bisogno di due ali. Il motivo per cui tutti i nostri compagni che si sono uniti alle file della guerriglia dal Kurdistan lo hanno fatto è per la libertà di Rêber Apo, e questa è una verità. Indubbiamente, le leggi sull’integrazione democratica e sulla libertà sono importanti. Tuttavia, se fossero considerate solo leggi sulla deposizione delle armi e sul ritorno della guerriglia, sarebbero insufficienti. La guerriglia non lo accetterà. La guerriglia non è andata in montagna solo per sé. Innanzitutto, Rêber Apo, l’architetto della pace e della fratellanza tra i popoli, deve essere liberato fisicamente. Questa legge deve essere considerata prioritaria. Altrimenti, non sarà accettata. Questa non è solo la parola di noi comandanti e leader. Questa è la voce collettiva di tutti i combattenti e guerriglieri. Verrà promulgata una legge per i guerriglieri; deporranno le armi e torneranno liberi, ma Rêber Apo rimarrà imprigionato a Imrali! Questo è inaccettabile! Un altro aspetto è la questione della fiducia. La fiducia deve essere sviluppata. La necessità di questo processo deve essere riconosciuta. È stata istituita una commissione presso il parlamento turco, il che rappresenta senza dubbio un passo importante. Le autorità turche devono tenere conto di questa realtà. Se si adotteranno misure concrete su questo tema in questo periodo storico, la questione curda che dura da un secolo sarà risolta e si svilupperà una vera fratellanza tra i popoli curdo e turco. Per una soluzione radicale a questo problema e per lo sviluppo di una pace duratura, è necessario un approccio davvero globale. Adottiamo un approccio strategico a questo proposito. Non ricorriamo a manovre tattiche o inganni. Crediamo fermamente in Rêber Apo e affrontiamo questo processo in modo strategico e sincero. Naturalmente adotteremo le precauzioni necessarie, ma questo è il nostro approccio. Se anche chi sta dall’altra parte adotterà questo approccio e dimostrerà fiducia, e se verranno promulgate leggi volte a rafforzare la fiducia, allora adempiremo alle nostre responsabilità. Adempieremo a tutti i nostri doveri per lo sviluppo di una repubblica democratica in Turchia e vi parteciperemo. Accogliamo il 41° anniversario dell’Iniziativa del 15 agosto con spirito di pace e di una società democratica. Questo è un passo avanti. È un passo avanti verso la pace e una società democratica. Accogliamo il 15 agosto con questo spirito. È senza dubbio un risultato, un nuovo inizio. Una nuova era sta iniziando sulla base dell’Iniziativa del 15 agosto. Crediamo che questa iniziativa, sviluppata da Rêber Apo, porterà cambiamenti significativi in Kurdistan, Turchia, Medio Oriente e persino nel mondo. La lotta per una nazione democratica e per il socialismo democratico crescerà e si rafforzerà ovunque nel quadro della modernità democratica. La strada verso una Turchia democratica e una repubblica democratica sarà aperta e rafforzata. Allo stesso tempo, questa iniziativa costituisce la base per lo sviluppo della causa della libertà e dell’unità nazionale in Kurdistan. Rêber Apo ha invocato l’unità nazionale a tal fine. Ribadiamo l’appello di Rêber Apo. In questo periodo storico, dobbiamo creare l’unità nazionale tra i curdi. Questa è la speranza e l’aspettativa del nostro popolo. Dobbiamo coronare questo periodo con l’unità nazionale e democratica. Allo stesso tempo svilupperemo la pace e una vera fratellanza con i popoli vicini sulla base di una prospettiva nazionale democratica. Il 15 agosto ha portato alla luce risultati così importanti. Su questa base, dobbiamo riuscire a sviluppare una nuova strategia politica democratica basata su una nazione democratica. A tal fine, è necessario lo spirito del 15 agosto. Lo spirito del 15 agosto è lo spirito del successo e del sacrificio. Questo spirito è necessario anche in questo periodo. Tutto il nostro popolo, tutti i patrioti, devono affrontare questo periodo in questo modo e parteciparvi. Su questa base, auguriamo ancora una volta a tutti voi un felice Giorno della Resurrezione, vi auguriamo successo nelle vostre lotte durante questo periodo e vi inviamo i nostri saluti e il nostro rispetto.   Bijî, Bijî Rihê 15 Tebaxê! Biji, Biji Serok Apo!
Tempo di speranza – Libertà per Öcalan e per tutti i prigionieri e le prigioniere politici/che
Anche quest’anno abbiamo deciso di dedicare una serata della Festa di Radio Onda d’Urto alla campagna internazionale per la liberazione del leader del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri e le prigioniere politiche. La serata è organizzata insieme a Ufficio Informazione Kurdistan in Italia e Rete Kurdistan Italia. Quest’anno, la serata “Tempo di speranza” cade in un momento storico particolare: sarà occasione per parlare di Turchia, Siria e Medio oriente a partire dall’Appello per la pace e una società democratica del 27 febbraio 2025. Alle ore 19.30, presso la Libreria del Gatto Nero (la libreria della Festa), discuteremo con due esponenti del Partito curdo-turco DEM, Berdan Özturk ed Eyup Doru, con i giornalisti Murat Cinar e Daniela Galiè, e con il direttore di Uiki Yilmaz Orkan della situazione in Turchia, in Siria e in Medio oriente a partire dall’appello diffuso da Abdullah Öcalan dall’isola-carcere di Imrali. Mentre gli stati e le potenze egemoni regionali e internazionali investono in guerre e in armi, nel mezzo dell’ennesimo bagno di sangue in Medio oriente, da Imrali arriva un altro messaggio: pace, democrazia, disarmo. Un invito raccolto dal Partito dei lavoratori del Kurdistan, che ha annunciato il proprio scioglimento per avviare un dialogo per la pace con lo stato turco. Cosa accadrà ora in Turchia, Siria e Medio oriente? Il modello di autogoverno della Siria del nord e dell’est può ispirare altre esperienze di autonomia nella regione (e non solo)? A seguire il concerto sul palco principale con Bandabardò + Zak!  
Consiglio regionale della Valle D’Aosta: Approvazione di risoluzione: “Solidarietà al popolo curdo”.
OGGETTO N. 4440/XVI – Approvazione di risoluzione: “Solidarietà al popolo curdo”. Bertin (Presidente) – Punto n. 57.01. Se siete d’accordo, illustro brevemente la risoluzione, peraltro sottoscritta da tutti i Capigruppo del Consiglio regionale. Questa risoluzione si concentra sulla questione curda, questione che ha visto diverse volte il Consiglio regionale intervenire nel tempo, poiché questo popolo, il popolo curdo, che è suddiviso negli Stati della Turchia, Siria, Iraq e Iran, si trova spesso in gravissime difficoltà e incertezze. Credo che, dal punto di vista della comunità internazionale, abbia raggiunto la grande rilevanza dal punto di vista dell’opinione pubblica dai lontani anni Ottanta, quando in Iraq, l’allora dittatore Saddam Hussein, utilizzando le armi chimiche, gasò – il termine è proprio questo – circa 80 mila civili curdi del nord dell’Iraq al fine di perpetrare una pulizia etnica, di fatto con grave violazione del diritto internazionale, un genocidio, un crimine contro l’umanità. Come dicevo, questo era negli anni Ottanta in Iraq, ma vediamo più di recente in Iran, con la persecuzione in questo caso, in particolare, della minoranza curda e delle donne legate alla minoranza curda. Ricordiamo recentemente il movimento “Donna vita e libertà”, che è appunto un movimento curdo per riaffermare i diritti delle donne e della minoranza curda in Iran. Sappiamo poi, in particolare, che è arrivata ben oltre, con l’esecuzione a morte, in carcere, di Mahsa Amini, come ricorderete. In parte, lo stesso discorso, vale per la Turchia che non riconosce la minoranza curda e che con il dittatore anche lui, di fatto, cito Mario Draghi, perpetra una continua violazione dei diritti politici e civili della minoranza curda, con tanto di cancellazione dei partiti politici curdi, oltre che l’incarcerazione di buona parte dei suoi dirigenti, tra cui Öcalan, in carcere da 30 anni e passa. In quanto alla Siria, non ha mai riconosciuto l’esistenza di un popolo curdo, di una minoranza curda, ricordiamo il ruolo avuto dai Curdi nella battaglia contro lo Stato islamico, in particolare simbolicamente Kobane, questa cittadina del nord della Siria che diventò simbolo della resistenza all’Islam estremista dello Stato islamico. Anche nel nord della Siria si sono manifestate interessanti forme di autogoverno nelle quali l’emancipazione della donna era molto significativa, soprattutto tenendo conto della fase nella quale ci troviamo. Di recente, con la caduta del regime di Assad in Siria, la Turchia cerca di occupare di fatto il nord della Siria per eliminare la questione curda in modo violento e militare. Ricordiamo anche, nella risoluzione, la vicenda di Pakhshan Azizi, attivista curda, operatrice umanitaria, detenuta a Teheran e che la Corte suprema iraniana ha condannato all’impiccagione, recentemente sospesa in seguito alla mobilitazione avvenuta per l’attenzione internazionale, ma noi sappiamo ed è sicuro, che la condanna verrà eseguita e invitiamo il Governo italiano ad operarsi per intervenire su queste vicende. Inoltre, si manifesta la ferma condanna nei confronti di qualsiasi azione militare in violazione del diritto internazionale, dei diritti civili e politici e di tutela delle minoranze, questo è riferito in particolare alla Turchia e, più in generale, per esprimere solidarietà al popolo curdo, riaffermando la necessità di garantire il rispetto dell’esistenza di tutte le minoranze presenti nell’area e dei diritti ad esse collegate. Questa è la sostanza della risoluzione. Ci sono interventi? La parola alla consigliera Minelli. Minelli (PCP) – Abbiamo sottoscritto questa risoluzione al pari degli altri gruppi consiliari perché condividiamo sia lo spirito che sta alla base del testo, sia le impegnative proposte. Sappiamo che in Iran vige da tempo un regime dittatoriale che lungo questi anni ha perpetrato una continua e crescente violazione dei diritti umani con gravissime conseguenze sulla popolazione e nei confronti di tutti coloro che sono oppositori di quel regime, ma in particolare nei confronti delle donne e della minoranza curda; un sistema teocratico, che usa strumentalmente l’arma della religione, il credo religioso, per calpestare le libertà. Nel 2024 la Repubblica islamica ha giustiziato almeno 31 donne, questo è il dato ufficiale, si teme che siano di più ed è il numero più alto dal primo rapporto dell’Associazione IHR, che è Iran Human Rights dal 2008. È di questo periodo, di queste settimane la notizia che Pakhshan Azizi, secondo le leggi islamiche – e speriamo che questa cosa si interrompa -, comunque rischierà di essere condannata a morte perché la sua condanna è stata confermata dalla sezione 39 della Corte Suprema di Teheran. Con quale accusa? Con l’accusa di ribellione e di appartenenza a gruppi di opposizione. Pakhshan Azizi è originaria di Mahabad, è stata arrestata a Teheran il 4 agosto del 2023 insieme al padre, alla sorella e al cognato, ha trascorso quattro mesi in isolamento in un centro di detenzione del Ministero dell’intelligence e poi è stata trasferita nel reparto femminile della terribile prigione di Evin. È accusata di appartenere a dei gruppi impegnati in attività armate contro la Repubblica islamica, ma il suo avvocato ha dichiarato che quello che stava facendo era un lavoro di operatrice umanitaria nel nord della Siria, in particolare nei campi profughi di Sinjar e in altri campi per gli sfollati dell’Isis. Un lavoro che era di tipo pacifico e interamente incentrato sugli sforzi di soccorso, come appunto ci è stato raccontato dal suo avvocato, ma anche qualora fosse stata un’attivista di movimenti politici in qualche modo oppositori del regime, è una persona che è stata arrestata disarmata, che non ha mai usato armi e che si trovava in una zona che era assolutamente pericolosa per quelli che erano gli attacchi dell’Isis. Più in generale, tutte le donne che si oppongono al regime, ma le attiviste curde in particolare, soffrono di una somma di discriminazioni che è potenzialmente letale perché sono donne, sono politicamente e socialmente attive, appartengono a una minoranza etnica che, assieme a quella del Belucistan, è tra le più represse del panorama iraniano, sono tra le donne che hanno più difficoltà ad avere accesso all’istruzione e a vedere i propri diritti fondamentali rispettati, sia in libertà, sia soprattutto nelle istituzioni carcerarie, come quella di Evin. Riteniamo quindi sia importante che anche il nostro Consiglio regionale si esprima manifestando una ferma condanna nei confronti di queste violazioni, che sono violazioni dei diritti fondamentali delle persone. Presidente – Ha chiesto la parola il consigliere Padovani, ne ha facoltà. Padovani (FP-PD) – Con questa risoluzione che anche noi come gruppo abbiamo sottoscritto torniamo a parlare di un tema internazionale, chiedendo che anche il nostro Consiglio regionale si esprima in solidarietà e sostegno concreto al popolo curdo, che lotta da decenni per il riconoscimento dei propri diritti fondamentali. I Curdi sono il più grande popolo senza uno Stato, una Nazione che conta oltre 30 milioni di persone, distribuite tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Nonostante una storia millenaria e una cultura ricca di tradizioni, i Curdi si trovano a vivere una condizione di costante marginalizzazione, privati del diritto all’autodeterminazione. Nel corso degli anni le terre curde sono state teatro di persecuzioni sistematiche e bombardamenti, sfollamenti forzati e discriminazioni sono diventati parte integrante della loro vita quotidiana. Questa situazione, tuttavia, non è solo una questione lontana da noi, riguarda tutti coloro che credono nei valori della giustizia e dei diritti umani. Non possiamo ignorare il fatto che il silenzio della comunità internazionale ha spesso permesso il perpetuarsi di queste ingiustizie; la Turchia, ad esempio, continua a reprimere le aspirazioni curde con violenza, definendo i movimenti di resistenza come terroristi e continuando a tenere ingiustamente nelle loro carceri il leader del popolo curdo Abdullah Ocalan. In Siria e in Iraq le comunità curde sono state in prima linea contro l’Isis, difendendo non solo le proprie terre, ma anche i valori di libertà e uguaglianza. Noi, come rappresentanti di un’istituzione democratica, abbiamo il dovere di alzare la voce per chi viene oppresso. Questo Consiglio poi deve fare la sua parte inviando un messaggio chiaro: la solidarietà verso il popolo curdo non è un’opzione, ma è una responsabilità politica e morale. Un elemento centrale della lotta curda è il progetto di confederalismo democratico. Questo modello propone una società basata su autonomia, decentralizzazione e convivenza pacifica tra diverse comunità, etniche e religiose. Il confederalismo democratico mira alla creazione di una rete di autonomie locali fondate sulla democrazia diretta, il rispetto per l’ambiente e l’uguaglianza di genere. Nei territori del Rojava, nel nord della Siria, questa visione è stata messa in pratica con risultati significativi, dove sono state istituite istituzioni che garantiscono la partecipazione attiva di donne e minoranze. Questo modello rappresenta non solo un’alternativa per il Medio Oriente, ma anche una speranza per chiunque creda in una società più giusta e inclusiva. Consentitemi poi di soffermarmi su un altro aspetto del popolo curdo, cioè il ruolo delle donne nella lotta curda. Le combattenti curde, inquadrate nell’unità di difesa delle donne, hanno dimostrato un coraggio straordinario non solo sfidando il terrorismo dell’Isis, ma anche promuovendo un modello di società fondato sull’uguaglianza e sul rispetto reciproco. Il loro esempio ci ricorda che il cambiamento sociale parte anche dalla lotta per i diritti delle donne e, a proposito di donne, la condanna a morte di Pakhshan Azizi, una donna coraggiosa, curda, condannata a morte dal regime iraniano, non è solo un attacco a lei come individuo, ma un attacco ai valori fondamentali di giustizia, dignità e i diritti umani. Pakhshan Azizi rappresenta il coraggio e la determinazione di un popolo che da troppo tempo lotta per i propri diritti e per la propria libertà. In un momento in cui il mondo sta assistendo a repressioni e ingiustizie, è nostro dovere alzare la voce e opporci a tali violazioni. Sostenere la liberazione di Pakhshan Azizi significa sostenere la lotta per i diritti dei curdi e per la libertà di espressione di tutti coloro che si oppongono alle ingiustizie. Chiediamo che il Governo iraniano rispetti i diritti umani e ponga fine a queste pratiche repressive. La comunità internazionale deve essere unita nel condannare il regime iraniano per la detenzione di Pakhshan Azizi e richiederne l’immediata liberazione. Concludendo, il popolo curdo è simbolo di resistenza e di dignità, nonostante le avversità, continua a lottare per la propria identità e per un futuro migliore. Il nostro Consiglio regionale, anche nel suo piccolo, può rappresentare una luce di speranza. Possiamo fare la differenza unendo la nostra voce a quella di chi chiede giustizia e diritti per il popolo curdo e libertà per Pakhshan Azizi. Non lasciamo che il silenzio ci renda complici, sosteniamo il popolo curdo nella sua lotta per la libertà e la pace. Presidente – Ci sono altri interventi? La parola al consigliere Lucianaz. Lucianaz (RV) – Solamente per ricordare che il 15 dicembre del 2022 la collega Minelli aveva già espresso il suo sostegno al popolo iraniano che è vessato dal Governo dei fondamentalisti religiosi, ma lei stesso, presidente Bertin, il 24 ottobre 2019, con una risoluzione, aveva sostenuto l’iniziativa in difesa del popolo curdo, promossa dal consigliere barocco e ricordo che sempre questo Consiglio già il 20 gennaio 2016 aveva espresso con una risoluzione la condanna alle autorità turche per la violazione dei diritti civili e politici, così come il 28 gennaio 2010 sempre questo Consiglio con una risoluzione ha sostenuto la solidarité à l’égard du peuple curde suite è la reprise de la persécution ethnique. E ancora a marzo 2002 abbiamo avuto l’intervento interessante del consigliere Nicco che quel giorno aveva giustamente sostenuto il diritto del popolo curdo con il seguente testo della mozione: “Richiamata la tragedia del popolo curdo; ribadito il diritto di ogni popolo a decidere in piena libertà e responsabilità del proprio destino e di sostenere in ogni sede il diritto del popolo curdo all’autodeterminazione…”. Le iniziative quindi di questo Consiglio sicuramente non sono mancate, sono mancati i risultati. La posizione dei curdi non è assolutamente migliorata. Ricordava il collega Padovani che Ocalan è ancora incarcerato. Eh, è stato consegnato dal Governo italiano di Centro-Sinistra alle autorità turche. Bella vergogna internazionale anche quella volta! … Quando lui cercava rifugio in Italia. E ho apprezzato lo spirito autodeterminista del consigliere Padovani, per una volta ci troviamo quasi sulle stesse posizioni. Questo Consiglio ancora una volta sosterrà il popolo curdo, sosterrà il diritto di questo popolo. Io ricordo che il popolo catalano invece è sparito dagli schermi, naturalmente bisogna sostenere le politiche europee e quindi di certi popoli non bisogna più parlare. È una vergogna tutta europea e mi fermo qui con le mie assolute dichiarazioni del diritto di ogni popolo all’autodeterminazione, sancito dal diritto internazionale. Presidente – Ha chiesto la parola l’assessore Caveri, ne ha facoltà. Caveri (UV) – Sono ormai più di 100 anni che è stato negato al popolo curdo, un popolo di montagna, di avere un proprio Stato ed è stato spezzettato in quattro Stati. À tour de rôle questi quattro Stati, Turchia, Iraq, Siria e Iran, si accaniscono con questo popolo che, tra l’altro, in alcuni passaggi è stato anche molto importante, come la guerra contro l’Isis, se non ci fossero stati i militanti, i militari e anche le donne, perché questa è una cosa che colpisce molto: la capacità di impegno nella lotta bellica delle donne curde… Io sono contento che si parli dell’Iran, sono contento perché non solo la vicenda curda dimostra l’assoluta capacità di violenza di questo regime teocratico, abbiamo assistito nei mesi scorsi, negli anni scorsi, al tentativo soprattutto delle donne iraniane di reagire in un vuoto, talvolta assordante, come si dice, anche delle manifestazioni di piazza in Italia, così come si dimentica spesso il fatto che Hamas e gli Hezbollah sono feroci terroristi al soldo proprio dell’Iran. È giusto ricordare anche l’utilizzo della pena di morte che viene fatto in questo Paese. La collega Minelli ha raccontato delle donne che sono state uccise senza alcuna pietà, vengono uccisi anche i minorenni. La scena più importante si svolge quasi sempre all’interno dello stadio di calcio, dove otto-dieci persone vengono impiccate e nel 2024 sono state 901 le pene capitali che sono state erogate in questo Paese. A me è capitato, come credo a molti di voi, di incontrare degli esponenti curdi che raccontano con vivida lucidità i torti che hanno subito da parte di quel diritto internazionale che ancora oggi non solo per questo popolo, per questa Nazione senza Stato, ma anche in molte altre occasioni dimostra un atteggiamento molto cinico. Il Governo regionale e il Presidente mi hanno chiesto di intervenire, esprimo naturalmente un voto favorevole assieme alla maggioranza su questo testo di risoluzione che consente di accendere il faro su una delle migliaia e migliaia di vicende personali che hanno visto persone imprigionate, torturate e alla fine impiccate. Presidente – Metto in votazione. La votazione è aperta. La votazione è chiusa. Presenti, votanti e favorevoli: 35 La risoluzione è approvata all’unanimità. Abbiamo esaurito l’ordine del giorno, il Consiglio finisce qui. — L’adunanza termina alle ore 17:16.