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Il risarcimento all’algerino con 23 condanne e le bugie di Giorgia Meloni
Riprendiamo dalla pagina Facebook di Danilo Criscuolo. Ha mentito ancora. Spudoratamente, senza alcuna decenza. Ieri Giorgia Meloni ha pubblicato un video. È diventato virale in poche ore, milioni di visualizzazioni, migliaia di condivisioni, la macchina del consenso a pieno regime. Racconta la storia di un cittadino algerino con 23 condanne a cui un giudice del Tribunale di Roma ha riconosciuto 700 euro di risarcimento. Magistratura “politicizzata”, dice la premier. “L’ennesimo ostacolo alla lotta contro l’immigrazione”, aggiunge. Il video dura un minuto e mezzo. E in quel minuto e mezzo la Presidente del Consiglio della Repubblica italiana mente. Sistematicamente, spudoratamente, su ogni singolo punto rilevante della vicenda, ma per capire quanto mente bisogna partire da quello che non racconta. Perché è lì, nella storia vera, che la propaganda crolla. L’uomo in questione ha cinquant’anni. Vive in Italia da diciannove. Ha una compagna italiana. Ha due figli minorenni. Ha ventitré condanne e su questo nessuno discute: è un uomo con un passato criminale grave. Ma si trovava nel CPR di Gradisca d’Isonzo, regolarmente detenuto, con un provvedimento di espulsione già convalidato, in attesa di rimpatrio. Stava seguendo un percorso di recupero della genitorialità, con visite settimanali ai bambini, che dal CPR di Gradisca poteva tranquillamente effettuare. Il 10 aprile 2025 gli comunicano che sarà trasferito a Brindisi, in un nuovo Centro di permanenza per i rimpatri. Era una bugia. Lo caricano, gli legano i polsi con fascette contenitive e invece di trasferirlo in Puglia, lo portano in Albania, nel centro di Gjader, senza dirgli nulla. Nessun provvedimento scritto. Nessuna motivazione notificata. Nessuna comunicazione sulla destinazione reale. Nessuna possibilità di contattare il suo avvocato. Nessuna possibilità di avvisare la compagna. La compagna ha raccontato: “Mi ha detto che appena arrivato a Brindisi mi avrebbe chiamata. Non ho avuto sue notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania”. Due giorni in cui una donna con due figli piccoli non sapeva dove fosse il padre dei suoi bambini. Non perché fosse scappato. Non perché fosse latitante. Perché lo Stato italiano gli aveva mentito sulla destinazione e gli aveva impedito di fare una telefonata. Il giudice Corrado Bile del Tribunale di Roma ha letto le carte, ha esaminato i fatti, ha applicato la legge. E ha stabilito che quel trasferimento era avvenuto “con modalità degradanti e lesive dei fondamentali diritti della persona”. Ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare 700 euro di risarcimento per violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: il diritto alla vita privata e familiare. Questo è quello che è successo. Adesso vediamo quello che Meloni ha raccontato. Meloni dice che l’uomo è stato risarcito perché il governo “ha tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”. È la prima bugia ed è la più grave, perché ribalta completamente la realtà. L’uomo non è stato risarcito perché lo Stato voleva espellerlo. È stato risarcito perché lo Stato gli ha mentito su dove lo stava portando, gli ha impedito di parlare con un avvocato, lo ha trasferito legato con fascette senza un provvedimento scritto e lo ha fatto sparire per due giorni dalla vita dei suoi figli. Che poi debba essere espulso è un altro discorso, su cui peraltro la sentenza non dice una parola. Meloni dice che “non potrà essere trattenuto in un CPR né trasferito in Albania”. È la seconda bugia. La sentenza non vieta la detenzione in CPR. Condanna il modo in cui quel trasferimento è avvenuto: con l’inganno, senza provvedimento, senza contatto con il difensore. Se il Viminale lo avesse fatto rispettando le procedure (una notifica, un provvedimento scritto, la possibilità di una telefonata) non sarebbe successo niente. Niente di niente. Meloni dice che “i giudici hanno stabilito che per lui non ci sarà un’espulsione”. Terza bugia. La sentenza non si pronuncia sull’espulsione. Non la menziona. Se l’uomo fosse rimasto a Gradisca d’Isonzo, dove era regolarmente detenuto e dove l’espulsione era già stata notificata, oggi sarebbe ancora lì in attesa di rimpatrio. È stato il trasferimento in Albania, quello illegittimo, quello fatto con l’inganno, a creare il problema. E il trasferimento irregolare è stato disposto non dai giudici, ma dal Ministero dell’Interno. Cioè dal governo. Meloni dice che “lo Stato viene sanzionato per aver provato a far rispettare le regole”. Quarta bugia e anche qui si ribalta la realtà. Lo Stato viene sanzionato per l’esatto contrario: per non aver rispettato le regole. Il giudice scrive “mancata osservanza di regole di buona amministrazione. E ancora: “Violazione di diritti convenzionalmente e costituzionalmente tutelati”. Quattro affermazioni. Quattro bugie. In un minuto e mezzo di video. E qui arriviamo al punto vero, quello che rende questa storia un vero e proprio metodo. Meloni mette le ventitré condanne nell’apertura del video perché sa esattamente cosa sta facendo. Le ventitré condanne fanno schifo a tutti. Giustamente. Nessuna persona sana di mente pensa che ventitré condanne siano una cosa accettabile. E Meloni lo sa. E ci costruisce sopra il suo numero di prestigio: vi racconta le condanne per farvi indignare con il giudice, quando il giudice non ha detto che le condanne vanno bene. Il giudice ha detto una cosa sola: non puoi mentire a un detenuto su dove lo stai portando. Non puoi impedirgli di parlare con un avvocato. Non puoi trasferirlo legato con fascette senza un provvedimento scritto. Non puoi, nemmeno se ha ventitré condanne. Nemmeno se ne ha duecentotrenta.  Si chiama habeas corpus. Esiste da quando nel 1215 i baroni inglesi imposero la Magna Carta al re Giovanni. Ottocento anni. È il fondamento di ogni Stato di diritto che si rispetti. E vale per tutti. Perché nel momento in cui non vale per tutti, non vale per nessuno. C’è poi un dettaglio che rende tutto ancora più grottesco. I giuristi e gli esperti auditi in Parlamento avevano avvisato il governo, per tempo e per le vie formali, che i trasferimenti in Albania presentavano esattamente quei profili di illegittimità che hanno poi prodotto questa sentenza. Il governo sapeva. È stato avvertito. Ha scelto di andare avanti lo stesso. E adesso pubblica video per dare la colpa ai giudici di una conseguenza che gli era stata ampiamente preannunciata. Lo schema, se ci fate caso, è sempre lo stesso. Sempre identico. Il governo viola la legge. Un giudice lo certifica. Il governo pubblica un video per attaccare il giudice. E milioni di persone si indignano con chi ha applicato le norme invece che con chi le ha calpestate. E il messaggio implicito? Quello che Meloni non dice a voce alta, ma vuole che arrivi? Votate Sì al referendum e queste sentenze non ci saranno più. Il che è, prevedibilmente, l’ennesima bugia. Perché anche con la separazione delle carriere approvata e appesa in ogni tribunale d’Italia, quella sentenza sarebbe stata identica. Identica. La riforma non cambia una virgola del diritto d’asilo. Non cambia una virgola delle convenzioni internazionali. Non cambia una virgola dell’habeas corpus. Non cambia niente che abbia a che fare con questa storia. Ma il video serviva. L’algerino con ventitré condanne serviva. La rabbia serviva. A un mese dal referendum, per questa premier, tutto fa brodo. Anche mentire spudoratamente agli italiani.   Redazione Italia
February 21, 2026
Pressenza
“Ferite di confine: la nuova fase del modello Albania” in diretta dalla Camera dei Deputati
Martedì 29 luglio alle ore 16:00, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati (via della Missione 4, Roma), si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del nuovo rapporto “Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania”, frutto delle visite di monitoraggio svolte da membri di organizzazioni della società civile, principalmente italiane, con il supporto del Gruppo di contatto del Parlamento Italiano e del Parlamento Europeo nel centro di detenzione per migranti di Gjadër, nel nord dell’Albania. Il report, curato dal “Tavolo Asilo e Immigrazione”, ha lo scopo di approfondire e fornire aggiornamenti in continuità con quanto già documentato nel precedente dossier “Oltre la frontiera. L’accordo Italia-Albania e la sospensione dei diritti”, presentato lo scorso 25 febbraio 2025 e basato questa volta sulle evidenze raccolte nel corso delle sei missioni realizzate nel periodo aprile – luglio 2025 in collaborazione con parlamentari europei e italiani. Se nella prima fase l’attenzione era concentrata sul trasferimento forzato in Albania dei richiedenti asilo intercettati in mare provenienti da Paesi considerati “sicuri” dal governo italiano, oggi lo scenario è mutato radicalmente e comprende scenari più ampi, non da ultimo le recenti decisioni sui “Return Hubs” e sulla replica seriale di accordi sul modello dell’accordo Rama-Meloni che istituisce i centri per procedere all’esame delle richieste d’asilo al di fuori dell’UE, come confermato lo scorso 22 luglio dalla riunione dei Ministri degli Interni dei 27 Stati Membri dell’Unione Europea. Quest’ultima è stata organizzata dalla Presidenza danese del Consiglio dell’UE, che ha anticipato già da mesi l’intenzione di procedere verso restrizioni sempre piu dure sotto la guida di Mette Frederiksen e soprattutto sulla presa in carico del processo di revisione dell’approccio alla provenienza dai “Paesi sicuri”. rispetto alla quale l’implementazione dell’accordo Rama-Meloni ha già fornito un rilevante, ed estremamente preoccupante, campo di sperimentazione. Un nuovo assetto operativo Da aprile 2025 il governo italiano ha introdotto un nuovo dispositivo, ovvero la deportazione verso il centro di Gjadër di persone già trattenute nei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio) sul territorio italiano. Si tratta di una forma di detenzione amministrativa transnazionale, opaca e potenzialmente lesiva dei diritti fondamentali, che istituzionalizza l’esternalizzazione contestata per molti anni, ma ora pienamente in fase di completamento del rodaggio e ulteriore emulazione da parte degli Stati Membri e della stessa Unione Europea. Il deterioramento del sistema di protezione dei diritti umani e la tutela dello stesso diritto di asilo sono questioni di crescente preoccupazione, come confermato dai molteplici casi di violazione e dalle gravi criticità emerse durante le visite sul campo condotte dal Tavolo Asilo e Immigrazione. Con il decreto-legge n. 37/2025, l’esecutivo ha cercato di rilanciare un protocollo già in difficoltà, spostando in Albania migranti trattenuti nei CPR italiani – spesso per il solo motivo di contare unicamente su un documento scaduto – senza fornire motivazioni credibili. L’operazione è stata messa in atto con una massiccia presenza di forze dell’ordine: due agenti per ogni persona migrante, ammanettata e scortata per esigenze più mediatiche e di amplificazione della propaganda legata alla stessa apertura dei centri in Albania che di reale sicurezza. Una deriva pericolosa ed estremamente costosa per l’Europa intera Questo nuovo rapporto si propone di documentare con rigore l’evoluzione organizzativa e giuridica del “modello Albania”, le condizioni materiali e sanitarie all’interno del centro di Gjadër e gli effetti sistemici su diritti, garanzie individuali e ordinamento democratico. Al centro dell’analisi vi sono la mancanza di trasparenza procedurale, la compressione delle garanzie giuridiche e la pressoché totale elusione del controllo giurisdizionale. Il risultato è la creazione di uno spazio di eccezione al di fuori del territorio nazionale, ma pienamente sotto responsabilità italiana. Oltre alle violazioni dei diritti, l’esperimento in Albania si sta rivelando un fallimento anche sotto il profilo economico. L’inchiesta condotta dai giornalisti James Imam, Vladimir Karaj e Ada Homolová per la piattaforma internazionale Follow the Money e pubblicata un mese fa, il 26 giugno 2025, aveva rivelato che ogni posto letto nel nuovo centro albanese è costato al contribuente non meno di 72.461 euro, dunque ben oltre dieci volte il costo di una struttura analoga in Italia. I dati diffusi dalla sezione italiana della ONG ActionAid e il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari nel rapporto “Trattenuti. Una radiografia del sistema detentivo per stranieri” ancor più recentemente, il 24 luglio scorso, sono ancora più inquietanti e dimostrano come siano stati spesi con disinvoltura 114.000 euro al giorno per soli cinque giorni di effettiva operatività del centro di Gjadër tra ottobre e dicembre 2024. La cifra pagata dalla Prefettura di Roma all’ente gestore Medihospes risulta corrispondente a 570.000 euro totali pagati, suddivisi in 153.000 euro per allestire un singolo posto letto, contro i 21.000 euro del centro CTRA di Porto Empedocle, in Sicilia. A fine marzo 2025 risultavano costruiti 400 posti tra Gjadër e Shëngjin, realizzati con affidamenti diretti per mantenere in moto una macchina distruttiva volta principalmente a brucia denaro pubblico, alimentata da una logica repressiva brutale oltre che totalmente inefficace e volta a indebolire ulteriormente lo stato di diritto e la gestione responsabile delle risorse. Sempre secondo i dati raccolti nel rapporto curato da ActionAid e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari, l’operazione Albania è il più costoso, inutile e inumano strumento della storia delle politiche migratorie italiane. I rimpatri, del resto, sono ai minimi storici, mentre cresce il numero delle persone trattenute per mesi senza prospettiva né tutela. Sulla piattaforma “Trattenuti”, legata al lavoro del rapporto, sono ora disponibili i dati inediti su tutti i 14 centri attivi in Italia e su quello operativo in Albania, inclusi gli episodi di rivolte, atti autolesionistici e altri eventi critici che rappresentano segni tangibili del costo umano di tali politiche, oltre all’evidente spreco di ingenti risorse pubbliche. Nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno 2026, il cosiddetto “modello Albania” rischia dunque di trasformarsi da esperimento isolato a procedura esportabile per tutta l’Unione Europea, anche in linea con le estensioni di matrice statunitense esibite negli ultimi giorni dall’Amministrazione Trump. Si tratta di una prospettiva allarmante denunciata da più parti, nel solco della quale il diritto d’asilo come garantito dal diritto internazionale viene di fatto svuotato, mentre i valori fondativi dell’UE come sanciti dall’articolo 2 (sia del Trattato dell’Unione Europea sia della Costituzione italiana) vengono sistematicamente erosi. Durante la conferenza stampa, trasmessa anche in modalità streaming dalla piattaforma ufficiale della Camera dei Deputati, a tutte le persone partecipanti è stato distribuito il testo del rapporto, che è disponibile anche al seguente link: “Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania” (Luglio 2025)   Anna Lodeserto
July 29, 2025
Pressenza